Chi sei tu? (parte-8)
scritto il 2026-10-13 tempo di lettura 11 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
A
La mattina dopo Margherita si svegliò prima della sveglia.
Per qualche secondo restò ferma, a pancia in giù, sentendo il lenzuolo contro la pelle nuda. Poi i ricordi tornarono tutti insieme: il collare, il frustino, le dita di Enzo che constatavano quanto fosse bagnata, il bacio breve e duro, la parola “Signore” che le era uscita quasi naturale.
Si girò sulla schiena e abbassò lo sguardo. Sulle cosce e sul sedere c’erano ancora i segni. Non lividi violenti, ma strisce rosate, nettamente delineate, che pulsavano appena se le toccava. Si passò una mano leggera su una di esse e ritrasse le dita come se si fosse scottata.
Prese il telefono. Nessun messaggio. Scrisse come le era stato ordinato:
«Buongiorno. Sono sveglia.»
La risposta arrivò dopo nove minuti.
«Buongiorno. Mostrami i segni. Foto chiara, buona luce. Solo le zone colpite.»
Margherita sentì lo stomaco chiudersi. Si alzò, aprì le tapparelle quel tanto che bastava, si sistemò davanti allo specchio dell’armadio e scattò. Due foto: una delle cosce, una del sedere. Inviò.
Enzo rispose dopo poco.
«Bene. Li terrai coperti oggi. Niente gonne, niente leggings sottili. Jeans o pantaloni scuri. Niente mutande. A mezzogiorno mi scrivi. Fino ad allora silenzio.»
Lei guardò le parole e poi i segni sul proprio corpo. Per la prima volta non c’era solo l’ordine: c’era la prova fisica, stampata sulla pelle, di quello che aveva accettato la sera prima.
Si vestì come richiesto. I jeans contro le strisce ancora sensibili le strapparono un piccolo brivido a ogni movimento. Quando scese in cucina, Rosa stava finendo di fare colazione e la squadrò sopra la tazza.
«Hai una camminata strana stamattina.»
Margherita versò il caffè senza voltarsi. «Ho dormito male.»
«Come al solito.» Rosa non indagò oltre, ma il suo sguardo restò un secondo di troppo sulla sorella mentre questa si sedeva con cautela.
Margherita bevve in silenzio, sentendo il tessuto dei jeans richiamare a ogni minimo spostamento il ricordo del frustino. E, sotto quel ricordo, la consapevolezza nuova e scomoda che una parte di lei non vedeva l’ora di ricevere il prossimo ordine.
La giornata scorse lenta e silenziosa.
In fabbrica Margherita lavorò quasi in automatico. Ogni volta che si chinava o si girava, i jeans le ricordavano i segni. Non era un dolore vero: era una presenza continua, un bruciore sordo che la riportava alla stanza, al collare, alla voce di Enzo. Più di una volta si ritrovò a stringere le cosce, come se potesse nascondere qualcosa che invece era già stato visto e registrato.
A mezzogiorno, durante la pausa, mandò il messaggio come richiesto.
«Mezzogiorno.»
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
«Come stai?»
Esitò. Poi scrisse la versione più onesta che riuscì a produrre:
«I segni si sentono. E non riesco a smettere di pensarci.»
Enzo impiegò quasi un quarto d’ora a rispondere.
«È quello che devono fare. Stasera voglio un resoconto più lungo. Dopo cena, quando sei in camera. Come ti sei sentita a inginocchiarti. Come ti sei sentita quando ti ho messo il collare. Come ti sei sentita quando ti ho toccata e ti ho detto che eri bagnata. Niente riassunti. Voglio dettagli. Conferma.»
Margherita lesse e sentì il viso calarsi di calore.
«Confermato.»
Il pomeriggio fu ancora più pesante. Le parole di Enzo le giravano in testa mentre le mani lavoravano. Non doveva solo obbedire: doveva anche raccontare, mettere per iscritto cose che fino a poche ore prima avrebbe seppellito. Il solo pensiero di doverle scrivere le faceva salire un misto di vergogna e di un’eccitazione sorda che odiava riconoscere.
Tornò a casa verso le sette. Cena veloce, due scambi banali con i genitori, un’occhiata di Rosa che per fortuna non aggiunse commenti. Alle otto e mezza si chiuse in camera, si sedette alla scrivania e aprì la chat.
Ci mise quasi quaranta minuti a scrivere il resoconto. Cancellò e riscrisse più volte. Alla fine inviò un testo lungo, onesto in un modo che le costò fatica:
Aveva scritto di come le gambe le tremassero mentre si inginocchiava, di come il collare le fosse sembrato più pesante di quanto fosse in realtà, di come la voce le si fosse spezzata quando aveva detto “Signore” la prima volta. Aveva scritto di quanto l’avesse umiliata e allo stesso tempo scossa scoprire di essere bagnata, e di come il bacio breve e duro le fosse rimasto stampato sulle labbra più di quanto avrebbe voluto.
Quando premé invio restò a fissare lo schermo, il cuore in gola.
Enzo lesse tutto. Rispose solo dopo ventidue minuti.
«Bene. Stai imparando a non mentire. Domani sera ti passo a prendere alle otto e mezza. Vestiti come la volta scorsa: top corto, minigonna, tacchi. Niente sotto. Andiamo a fare una spesa.»
Margherita lesse l’ultima frase e sentì lo stomaco chiudersi.
Una spesa.
Non sapeva ancora dove, ma il tono le diceva già che non sarebbe stata una spesa qualunque.
La sera successiva Margherita era di nuovo fuori dal cancello alle otto e venti. Top corto nero, minigonna, tacchi alti. Niente sotto. L’aria di novembre le mordeva le gambe scoperte.
Quando salì in macchina Enzo la guardò solo un attimo, verificò che avesse obbedito, e partì senza parlare. Guidò verso una zona commerciale periferica, lontana dai posti che lei frequentava. Si fermò in un parcheggio semi-deserto davanti a un negozio con le vetrine oscurate e un’insegna discreta.
Solo allora spense il motore e si voltò verso di lei.
«Dentro comprerai quello che ti dico. Lo chiederai tu al commesso, con voce chiara e senza giri di parole. Pagerai tu. E farai recapitare tutto a casa tua, a tuo nome, scegliendo una fascia oraria in cui c’è probabilità che qualcuno di famiglia sia presente. Hai capito?»
Margherita sentì le mani fredde. «Sì, Signore.»
«Bene. Gli articoli sono questi: tre paia di manette in acciaio. Tre ball gag di misure diverse, di cui una a forma di pene. Cinque plug anali di dimensioni crescenti. Una cintura di castità. Tre dildo di misure diverse. Li elencherai tutti, uno per uno. Se balbetti o abbassi lo sguardo, ricominci da capo. Chiaro?»
Lei deglutì. La lista le si era stampata in testa come un marchio.
«Chiaro, Signore.»
Enzo annuì e aprì la portiera. «Allora scendi.»
Il negozio era più grande di quanto sembrasse dall’esterno. Luci soffuse, scaffali ordinati, odore di lattice e di plastica nuova. C’erano solo due clienti in fondo e un commesso dietro il bancone: un uomo sulla quarantina, aria professionale, abituato a non fare domande.
Enzo le fece cenno di avvicinarsi al bancone. Restò un passo dietro di lei, silenzioso, presente.
Margherita sentì le guance già calde quando il commesso alzò lo sguardo.
«Buonasera. Mi dica pure.»
La voce le uscì più bassa del solito. «Buonasera. Dovrei… prendere alcune cose.»
Enzo, alle sue spalle, fece un minimo movimento. Margherita chiuse gli occhi un attimo, poi li riaprì e parlò in modo più chiaro, quasi meccanico.
«Tre paia di manette in acciaio. Tre ball gag di misure diverse, di cui una a forma di pene. Cinque plug anali di dimensioni crescenti. Una cintura di castità. Tre dildo di misure diverse.»
Il commesso non batté ciglio. Annuì e iniziò a prendere nota su un foglio.
«Preferisce venire a sceglierli dagli scaffali o glieli preparo io?»
Margherita esitò. Enzo parlò per la prima volta, a voce bassa ma netta:
«Li sceglie lei. Adesso.»
Il commesso fece un gesto cortese verso gli scaffali. «Prego.»
Margherita si mosse. Sentiva lo sguardo di Enzo sulla schiena mentre passava davanti alle file di oggetti. Prese le manette una per una, le sentì fredde e pesanti tra le dita. Poi i ball gag: il terzo, quello a forma di pene, le restò in mano qualche secondo di troppo prima di deporlo nel cestino. I plug anali li scelse in ordine di grandezza, sentendo lo stomaco chiudersi a ogni pezzo successivo. La cintura di castità era più pesante di quanto immaginasse. I dildo, infine, li prese quasi in fretta, come se accelerare potesse rendere la cosa meno reale.
Tornò al bancone con il cestino pieno. Il commesso passò gli articoli uno per uno, li confezionò con professionalità e le comunicò il totale. Margherita pagò con la carta, sentendo il conto uscire dal suo conto corrente come un’altra piccola resa.
Quando arrivò il momento della consegna, il commesso chiese:
«Ritiro in negozio o spedizione?»
Margherita guardò Enzo. Lui annuì impercettibilmente.
«Spedizione», disse lei. «A questo indirizzo.» E diede il proprio, a voce chiara. «A nome mio. Fascia oraria… tra le diciassette e le diciannove.»
Sapeva che a quell’ora Rosa o i genitori erano quasi sempre in casa.
Il commesso annuì, stampò il documento e glielo fece firmare. «Dovrebbe arrivare entro due giorni lavorativi.»
Uscirono. L’aria esterna sembrò improvvisamente più fredda. Enzo aprì la macchina e lei salì in silenzio. Solo quando furono in strada lui parlò di nuovo.
«Hai fatto bene. Adesso avrai due giorni per pensare a quel pacco. A chi potrebbe aprirlo. A cosa dirai se lo faranno. È parte dell’esercizio.»
Margherita restò a guardare il parabrezza. Tra le gambe, nonostante il freddo e la vergogna, sentiva di nuovo quel calore sordo e odiato che non riusciva più a fingere di non riconoscere.
I due giorni successivi furono dominati dall’attesa.
Enzo aveva iniziato a restringere i margini. Non era più solo “mandami un messaggio quando arrivi”. Adesso voleva orari precisi. Uscita dalla fabbrica entro le 18:10. Arrivo a casa entro le 18:45. Se andava in università doveva comunicare l’orario di fine lezione e il momento in cui saliva in macchina. Se le amiche proponevano qualcosa, doveva chiedere prima a lui. La prima volta che Angela le scrisse per uscire il giovedì sera, Margherita restò a lungo a fissare il messaggio prima di inoltrarlo a Enzo. La risposta fu secca:
«No. Quel giorno sei mia.»
Lei rispose ad Angela con una scusa. Poi restò a guardare il telefono sentendo che ogni piccolo “no” accettato le toglieva un pezzo di spazio che prima considerava suo.
Intanto il pacco non arrivava.
Il primo giorno controllò il tracking sei volte. Il secondo giorno iniziò a stare in tensione ogni volta che sentiva il citofono o passi sul pianerottolo. Rosa, che tornava da scuola intorno alle 17:30, era diventata una presenza costante nella sua ansia.
Il pacco arrivò il mercoledì alle 17:48.
Margherita era in camera quando sentì il citofono. Scattò in piedi. Dalla cucina arrivò la voce di Rosa:
«Vado io!»
Il sangue le si gelò. Scese le scale quasi correndo, arrivò nell’ingresso proprio mentre Rosa stava per aprire.
«Lascio fare a me», disse, con una voce che cercò di rendere normale.
Rosa alzò un sopracciglio. «Ma che frettaccia.»
Margherita aprì. Il corriere le porse un pacco anonimo, di dimensioni discrete, e le fece firmare. Lei firmò con la mano leggermente tremante, chiuse la porta e si voltò. Rosa era ancora lì, con le braccia conserte.
«Che roba è?»
«Appunti dell’università. Li avevo ordinati online.»
Rosa la guardò un secondo di troppo, poi scrollò le spalle e tornò in cucina. Margherita salì in camera a due gradini alla volta, chiuse la porta a chiave e appoggiò il pacco sul letto come se potesse esplodere.
Lo aprì.
Gli oggetti erano lì, ognuno avvolto con cura. Le manette lucide. I ball gag. I cinque plug in fila per dimensione. La cintura di castità. I dildo. Li guardò a lungo, sentendo un misto di paura e di qualcosa di più scuro e caldo che non voleva nominare. Poi li rimise tutti nella scatola, la chiuse e restò immobile a chiedersi dove diavolo avrebbe potuto nasconderli in una casa dove Rosa entrava nelle stanze senza bussare e la madre ogni tanto riordinava gli armadi.
Alla fine scelse il fondo dell’armadio, dietro una pila di maglioni invernali che nessuno toccava da ottobre. Sistemò la scatola, la coprì bene e si sedette per terra con la schiena contro l’anta chiusa. Il cuore le batteva ancora troppo forte.
Quella sera Enzo le scrisse:
«Il pacco è arrivato?»
«Sì.»
«Hai trovato dove tenerlo?»
«Sì.»
«Bene. Da lunedì iniziamo un nuovo esercizio. Niente mutande, tanga o perizoma per tutta la settimana. Dal lunedì al martedì indosserai il plug più piccolo, tutto il giorno, lavoro e università inclusi. Mercoledì e giovedì quello intermedio. Venerdì, sabato e domenica quello più grande. Lo metterai al mattino prima di uscire e lo toglierai solo quando ti do il permesso. Ogni sera mi manderai conferma. Se lo togli senza permesso, o se metti anche solo un pezzo di tessuto sotto i vestiti, lo saprò e ci saranno conseguenze. Conferma.»
Margherita lesse il messaggio tre volte. Sentì il corpo reagire prima ancora della testa: un calore basso, una stretta allo stomaco, un brivido che non sapeva più se fosse paura o anticipazione.
Alla fine scrisse solo:
«Confermato, Signore.»
E per la prima volta la parola non le sembrò più estranea. Sembrava semplicemente… vera.
Per qualche secondo restò ferma, a pancia in giù, sentendo il lenzuolo contro la pelle nuda. Poi i ricordi tornarono tutti insieme: il collare, il frustino, le dita di Enzo che constatavano quanto fosse bagnata, il bacio breve e duro, la parola “Signore” che le era uscita quasi naturale.
Si girò sulla schiena e abbassò lo sguardo. Sulle cosce e sul sedere c’erano ancora i segni. Non lividi violenti, ma strisce rosate, nettamente delineate, che pulsavano appena se le toccava. Si passò una mano leggera su una di esse e ritrasse le dita come se si fosse scottata.
Prese il telefono. Nessun messaggio. Scrisse come le era stato ordinato:
«Buongiorno. Sono sveglia.»
La risposta arrivò dopo nove minuti.
«Buongiorno. Mostrami i segni. Foto chiara, buona luce. Solo le zone colpite.»
Margherita sentì lo stomaco chiudersi. Si alzò, aprì le tapparelle quel tanto che bastava, si sistemò davanti allo specchio dell’armadio e scattò. Due foto: una delle cosce, una del sedere. Inviò.
Enzo rispose dopo poco.
«Bene. Li terrai coperti oggi. Niente gonne, niente leggings sottili. Jeans o pantaloni scuri. Niente mutande. A mezzogiorno mi scrivi. Fino ad allora silenzio.»
Lei guardò le parole e poi i segni sul proprio corpo. Per la prima volta non c’era solo l’ordine: c’era la prova fisica, stampata sulla pelle, di quello che aveva accettato la sera prima.
Si vestì come richiesto. I jeans contro le strisce ancora sensibili le strapparono un piccolo brivido a ogni movimento. Quando scese in cucina, Rosa stava finendo di fare colazione e la squadrò sopra la tazza.
«Hai una camminata strana stamattina.»
Margherita versò il caffè senza voltarsi. «Ho dormito male.»
«Come al solito.» Rosa non indagò oltre, ma il suo sguardo restò un secondo di troppo sulla sorella mentre questa si sedeva con cautela.
Margherita bevve in silenzio, sentendo il tessuto dei jeans richiamare a ogni minimo spostamento il ricordo del frustino. E, sotto quel ricordo, la consapevolezza nuova e scomoda che una parte di lei non vedeva l’ora di ricevere il prossimo ordine.
La giornata scorse lenta e silenziosa.
In fabbrica Margherita lavorò quasi in automatico. Ogni volta che si chinava o si girava, i jeans le ricordavano i segni. Non era un dolore vero: era una presenza continua, un bruciore sordo che la riportava alla stanza, al collare, alla voce di Enzo. Più di una volta si ritrovò a stringere le cosce, come se potesse nascondere qualcosa che invece era già stato visto e registrato.
A mezzogiorno, durante la pausa, mandò il messaggio come richiesto.
«Mezzogiorno.»
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
«Come stai?»
Esitò. Poi scrisse la versione più onesta che riuscì a produrre:
«I segni si sentono. E non riesco a smettere di pensarci.»
Enzo impiegò quasi un quarto d’ora a rispondere.
«È quello che devono fare. Stasera voglio un resoconto più lungo. Dopo cena, quando sei in camera. Come ti sei sentita a inginocchiarti. Come ti sei sentita quando ti ho messo il collare. Come ti sei sentita quando ti ho toccata e ti ho detto che eri bagnata. Niente riassunti. Voglio dettagli. Conferma.»
Margherita lesse e sentì il viso calarsi di calore.
«Confermato.»
Il pomeriggio fu ancora più pesante. Le parole di Enzo le giravano in testa mentre le mani lavoravano. Non doveva solo obbedire: doveva anche raccontare, mettere per iscritto cose che fino a poche ore prima avrebbe seppellito. Il solo pensiero di doverle scrivere le faceva salire un misto di vergogna e di un’eccitazione sorda che odiava riconoscere.
Tornò a casa verso le sette. Cena veloce, due scambi banali con i genitori, un’occhiata di Rosa che per fortuna non aggiunse commenti. Alle otto e mezza si chiuse in camera, si sedette alla scrivania e aprì la chat.
Ci mise quasi quaranta minuti a scrivere il resoconto. Cancellò e riscrisse più volte. Alla fine inviò un testo lungo, onesto in un modo che le costò fatica:
Aveva scritto di come le gambe le tremassero mentre si inginocchiava, di come il collare le fosse sembrato più pesante di quanto fosse in realtà, di come la voce le si fosse spezzata quando aveva detto “Signore” la prima volta. Aveva scritto di quanto l’avesse umiliata e allo stesso tempo scossa scoprire di essere bagnata, e di come il bacio breve e duro le fosse rimasto stampato sulle labbra più di quanto avrebbe voluto.
Quando premé invio restò a fissare lo schermo, il cuore in gola.
Enzo lesse tutto. Rispose solo dopo ventidue minuti.
«Bene. Stai imparando a non mentire. Domani sera ti passo a prendere alle otto e mezza. Vestiti come la volta scorsa: top corto, minigonna, tacchi. Niente sotto. Andiamo a fare una spesa.»
Margherita lesse l’ultima frase e sentì lo stomaco chiudersi.
Una spesa.
Non sapeva ancora dove, ma il tono le diceva già che non sarebbe stata una spesa qualunque.
La sera successiva Margherita era di nuovo fuori dal cancello alle otto e venti. Top corto nero, minigonna, tacchi alti. Niente sotto. L’aria di novembre le mordeva le gambe scoperte.
Quando salì in macchina Enzo la guardò solo un attimo, verificò che avesse obbedito, e partì senza parlare. Guidò verso una zona commerciale periferica, lontana dai posti che lei frequentava. Si fermò in un parcheggio semi-deserto davanti a un negozio con le vetrine oscurate e un’insegna discreta.
Solo allora spense il motore e si voltò verso di lei.
«Dentro comprerai quello che ti dico. Lo chiederai tu al commesso, con voce chiara e senza giri di parole. Pagerai tu. E farai recapitare tutto a casa tua, a tuo nome, scegliendo una fascia oraria in cui c’è probabilità che qualcuno di famiglia sia presente. Hai capito?»
Margherita sentì le mani fredde. «Sì, Signore.»
«Bene. Gli articoli sono questi: tre paia di manette in acciaio. Tre ball gag di misure diverse, di cui una a forma di pene. Cinque plug anali di dimensioni crescenti. Una cintura di castità. Tre dildo di misure diverse. Li elencherai tutti, uno per uno. Se balbetti o abbassi lo sguardo, ricominci da capo. Chiaro?»
Lei deglutì. La lista le si era stampata in testa come un marchio.
«Chiaro, Signore.»
Enzo annuì e aprì la portiera. «Allora scendi.»
Il negozio era più grande di quanto sembrasse dall’esterno. Luci soffuse, scaffali ordinati, odore di lattice e di plastica nuova. C’erano solo due clienti in fondo e un commesso dietro il bancone: un uomo sulla quarantina, aria professionale, abituato a non fare domande.
Enzo le fece cenno di avvicinarsi al bancone. Restò un passo dietro di lei, silenzioso, presente.
Margherita sentì le guance già calde quando il commesso alzò lo sguardo.
«Buonasera. Mi dica pure.»
La voce le uscì più bassa del solito. «Buonasera. Dovrei… prendere alcune cose.»
Enzo, alle sue spalle, fece un minimo movimento. Margherita chiuse gli occhi un attimo, poi li riaprì e parlò in modo più chiaro, quasi meccanico.
«Tre paia di manette in acciaio. Tre ball gag di misure diverse, di cui una a forma di pene. Cinque plug anali di dimensioni crescenti. Una cintura di castità. Tre dildo di misure diverse.»
Il commesso non batté ciglio. Annuì e iniziò a prendere nota su un foglio.
«Preferisce venire a sceglierli dagli scaffali o glieli preparo io?»
Margherita esitò. Enzo parlò per la prima volta, a voce bassa ma netta:
«Li sceglie lei. Adesso.»
Il commesso fece un gesto cortese verso gli scaffali. «Prego.»
Margherita si mosse. Sentiva lo sguardo di Enzo sulla schiena mentre passava davanti alle file di oggetti. Prese le manette una per una, le sentì fredde e pesanti tra le dita. Poi i ball gag: il terzo, quello a forma di pene, le restò in mano qualche secondo di troppo prima di deporlo nel cestino. I plug anali li scelse in ordine di grandezza, sentendo lo stomaco chiudersi a ogni pezzo successivo. La cintura di castità era più pesante di quanto immaginasse. I dildo, infine, li prese quasi in fretta, come se accelerare potesse rendere la cosa meno reale.
Tornò al bancone con il cestino pieno. Il commesso passò gli articoli uno per uno, li confezionò con professionalità e le comunicò il totale. Margherita pagò con la carta, sentendo il conto uscire dal suo conto corrente come un’altra piccola resa.
Quando arrivò il momento della consegna, il commesso chiese:
«Ritiro in negozio o spedizione?»
Margherita guardò Enzo. Lui annuì impercettibilmente.
«Spedizione», disse lei. «A questo indirizzo.» E diede il proprio, a voce chiara. «A nome mio. Fascia oraria… tra le diciassette e le diciannove.»
Sapeva che a quell’ora Rosa o i genitori erano quasi sempre in casa.
Il commesso annuì, stampò il documento e glielo fece firmare. «Dovrebbe arrivare entro due giorni lavorativi.»
Uscirono. L’aria esterna sembrò improvvisamente più fredda. Enzo aprì la macchina e lei salì in silenzio. Solo quando furono in strada lui parlò di nuovo.
«Hai fatto bene. Adesso avrai due giorni per pensare a quel pacco. A chi potrebbe aprirlo. A cosa dirai se lo faranno. È parte dell’esercizio.»
Margherita restò a guardare il parabrezza. Tra le gambe, nonostante il freddo e la vergogna, sentiva di nuovo quel calore sordo e odiato che non riusciva più a fingere di non riconoscere.
I due giorni successivi furono dominati dall’attesa.
Enzo aveva iniziato a restringere i margini. Non era più solo “mandami un messaggio quando arrivi”. Adesso voleva orari precisi. Uscita dalla fabbrica entro le 18:10. Arrivo a casa entro le 18:45. Se andava in università doveva comunicare l’orario di fine lezione e il momento in cui saliva in macchina. Se le amiche proponevano qualcosa, doveva chiedere prima a lui. La prima volta che Angela le scrisse per uscire il giovedì sera, Margherita restò a lungo a fissare il messaggio prima di inoltrarlo a Enzo. La risposta fu secca:
«No. Quel giorno sei mia.»
Lei rispose ad Angela con una scusa. Poi restò a guardare il telefono sentendo che ogni piccolo “no” accettato le toglieva un pezzo di spazio che prima considerava suo.
Intanto il pacco non arrivava.
Il primo giorno controllò il tracking sei volte. Il secondo giorno iniziò a stare in tensione ogni volta che sentiva il citofono o passi sul pianerottolo. Rosa, che tornava da scuola intorno alle 17:30, era diventata una presenza costante nella sua ansia.
Il pacco arrivò il mercoledì alle 17:48.
Margherita era in camera quando sentì il citofono. Scattò in piedi. Dalla cucina arrivò la voce di Rosa:
«Vado io!»
Il sangue le si gelò. Scese le scale quasi correndo, arrivò nell’ingresso proprio mentre Rosa stava per aprire.
«Lascio fare a me», disse, con una voce che cercò di rendere normale.
Rosa alzò un sopracciglio. «Ma che frettaccia.»
Margherita aprì. Il corriere le porse un pacco anonimo, di dimensioni discrete, e le fece firmare. Lei firmò con la mano leggermente tremante, chiuse la porta e si voltò. Rosa era ancora lì, con le braccia conserte.
«Che roba è?»
«Appunti dell’università. Li avevo ordinati online.»
Rosa la guardò un secondo di troppo, poi scrollò le spalle e tornò in cucina. Margherita salì in camera a due gradini alla volta, chiuse la porta a chiave e appoggiò il pacco sul letto come se potesse esplodere.
Lo aprì.
Gli oggetti erano lì, ognuno avvolto con cura. Le manette lucide. I ball gag. I cinque plug in fila per dimensione. La cintura di castità. I dildo. Li guardò a lungo, sentendo un misto di paura e di qualcosa di più scuro e caldo che non voleva nominare. Poi li rimise tutti nella scatola, la chiuse e restò immobile a chiedersi dove diavolo avrebbe potuto nasconderli in una casa dove Rosa entrava nelle stanze senza bussare e la madre ogni tanto riordinava gli armadi.
Alla fine scelse il fondo dell’armadio, dietro una pila di maglioni invernali che nessuno toccava da ottobre. Sistemò la scatola, la coprì bene e si sedette per terra con la schiena contro l’anta chiusa. Il cuore le batteva ancora troppo forte.
Quella sera Enzo le scrisse:
«Il pacco è arrivato?»
«Sì.»
«Hai trovato dove tenerlo?»
«Sì.»
«Bene. Da lunedì iniziamo un nuovo esercizio. Niente mutande, tanga o perizoma per tutta la settimana. Dal lunedì al martedì indosserai il plug più piccolo, tutto il giorno, lavoro e università inclusi. Mercoledì e giovedì quello intermedio. Venerdì, sabato e domenica quello più grande. Lo metterai al mattino prima di uscire e lo toglierai solo quando ti do il permesso. Ogni sera mi manderai conferma. Se lo togli senza permesso, o se metti anche solo un pezzo di tessuto sotto i vestiti, lo saprò e ci saranno conseguenze. Conferma.»
Margherita lesse il messaggio tre volte. Sentì il corpo reagire prima ancora della testa: un calore basso, una stretta allo stomaco, un brivido che non sapeva più se fosse paura o anticipazione.
Alla fine scrisse solo:
«Confermato, Signore.»
E per la prima volta la parola non le sembrò più estranea. Sembrava semplicemente… vera.
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