Chi sei tu (parte-2)
scritto il 2026-10-06 tempo di lettura 7 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
A+
Era una sera di metà ottobre. Margherita aveva finito tardi all’università e stava tornando verso casa quando il telefono vibrò.
Un messaggio di Enzo:
«Se è ancora in giro, sono al bar sotto i portici. Caffè? Nessun problema se è impegnata.»
Lei lesse, esitò pochi secondi, poi rispose:
«Arrivo in dieci minuti.»
Il bar era quasi vuoto a quell’ora. Enzo era seduto a un tavolino interno, con un libro chiuso accanto alla tazza. Quando la vide entrare, alzò lo sguardo e fece un piccolo cenno.
«Non volevo rubarle tempo», disse mentre lei si sedeva. «Sembrava solo un’occasione.»
«Non mi ha rubato niente. Avevo finito prima del previsto.»
Parlarono per quasi un’ora. Lui le chiese come stava andando con gli esami, se riusciva a dormire abbastanza, se la palestra le serviva ancora come valvola di sfogo. Domande semplici, poste con naturalezza. Margherita rispondeva senza filtri, a tratti con un filo di ironia, a tratti con quella franchezza un po’ secca che la caratterizzava.
A un certo punto, mentre girava il cucchiaino nella tazza ormai vuota, lui disse:
«Ha mai avuto la sensazione di essere stanca di dover decidere sempre tutto?»
Lei lo guardò. «Tutti, ogni tanto. Ma non è che si possa scaricare il peso su qualcun altro.»
Enzo annuì, senza commentare. Solo un leggero inclinarsi della testa, come se avesse registrato la frase e l’avesse messa da parte.
Quando si alzarono, le chiese se voleva che la accompagnasse alla fermata dell’autobus. Lei rifiutò con un sorriso sicuro.
«Sono grande. Arrivo da sola.»
Lui non insistette. «Buona serata, allora.»
Qualche giorno dopo, Un sabato pomeriggio. Margherita era in centro con due amiche, avevano fatto shopping leggero e si erano separate verso le sei. Stava camminando verso il parcheggio quando sentì il suo nome.
Enzo era fermo vicino a una vetrina, con le mani in tasca e l’aria di chi stava semplicemente passando.
«Che caso», disse lui. «Anche lei in giro?»
«Sì. Stavo tornando a casa.»
«Se non ha fretta, posso farle compagnia fino alla macchina. O fino a dove deve andare.»
Margherita valutò. Non aveva particolari motivi per rifiutare, e la sua presenza non le pesava. Annuì.
Camminarono per una ventina di minuti. Parlarono di cose leggere, poi lui, con lo stesso tono calmo di sempre, chiese:
«I suoi genitori sanno che ogni tanto ci vediamo?»
Lei alzò un sopracciglio, sorpresa più dal contenuto che dal tono. «No. Non è che ci sia niente da sapere, comunque. Ci vediamo ogni tanto, punto.»
«Giusto», rispose lui. «Solo curiosità.»
Non aggiunse altro. Poco dopo arrivarono alla macchina. Si salutarono in modo cordiale. Margherita salì, avviò il motore e partì. Solo dopo qualche curva si accorse di aver risposto con naturalezza a una domanda che, in un altro contesto, avrebbe trovato strana.
Per cinque giorni Enzo non si fece vivo. Nessun messaggio, nessun “incontro casuale”.
Margherita se ne accorse il terzo giorno. Non in modo drammatico: semplicemente notò che non c’era. Il quarto giorno controllò il telefono una volta di troppo. Il quinto, mentre era in pausa alla fabbrica, si ritrovò a pensare che forse era meglio se lui scriveva.
La sera del quinto giorno arrivò un messaggio breve:
«Scusi il silenzio. Settimana impegnativa. Se vuole, domenica pomeriggio sono libero per un caffè.»
Lei lesse, restò ferma qualche secondo, poi rispose:
«Va bene. Domenica.»
Quando riaccostò il telefono, si rese conto di aver accettato senza pensarci troppo. E di aver aspettato quel messaggio più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Era una sera di metà novembre quando Margherita se ne rese conto.
Era seduta sul letto, schiena contro il muro, telefono in mano e cuffie nelle orecchie. Rosa era in salotto a guardare la televisione, i genitori erano già andati a dormire. Lei avrebbe dovuto ripassare per un’interrogazione del giorno dopo, ma i pensieri continuavano a tornare sullo stesso punto.
Enzo.
Un uomo di cinquantasei anni. Poteva essere suo padre. Eppure, nelle ultime settimane, la sua presenza era diventata una costante discreta ma insistente nella sua testa. Non in modo ossessivo, non in modo romantico. Semplicemente… presente.
All’inizio aveva pensato la cosa più ovvia: un uomo di quell’età, single (o almeno così sembrava), che si faceva vivo con una ragazza di ventiquattro anni, probabilmente cercava sesso. O comunque voleva rimorchiare. Era la spiegazione più logica.
Solo che non tornava.
In due mesi non le aveva mai fatto una proposta. Non un complimento sul fisico, non uno sguardo troppo prolungato, non una battuta ambigua, non un invito a casa sua. Niente. Parlavano, si vedevano ogni tanto, e lui restava sempre su quel registro calmo, controllato, quasi distaccato. A volte le sembrava quasi freddo. Enigmatico.
Eppure, quando parlavano, c’era feeling. Non il feeling superficiale delle chiacchiere da bar, ma qualcosa di più preciso. Lui ascoltava davvero. Faceva domande che non sembravano banali. E lei, senza rendersene conto, gli rispondeva con una franchezza che raramente usava con gli altri.
Si passò una mano tra i capelli, frustrata da se stessa.
«Che cazzo sto pensando», mormorò a bassa voce.
Non era attratta da lui. O almeno, non in quel modo. Non lo trovava particolarmente bello, non aveva quel fascino da uomo maturo che alcune sue amiche andavano cercando. Era ordinario. Ordinario e, in un certo senso, impenetrabile.
Eppure eccola lì, a pensare a lui invece di studiare.
Il telefono vibrò.
Un messaggio.
«Domani sera sei libera? Vorrei vederti. Niente di impegnativo.»
Margherita lesse le parole due volte. Poi una terza.
Era la prima volta che lui proponeva di vedersi in modo così diretto, senza nascondersi dietro un “se capita” o un “se sei in zona”.
Restò ferma a guardare lo schermo per diversi secondi. Poi digitò:
«A che ora?»
Il giorno dopo Margherita tornò dalla fabbrica verso le sei. Aveva tempo. Fece una doccia veloce, si asciugò i capelli e scelse i vestiti con più attenzione del solito. Niente di speciale — jeans scuri, un maglione sottile, stivaletti — ma si guardò nello specchio più a lungo di quanto fosse abituata a fare.
Stava sistemandosi il caschetto nero quando la porta della camera si aprì senza bussare.
Rosa entrò con l’aria di chi non ha bisogno di chiedere permesso. Aveva diciotto anni da pochi mesi, i capelli raccolti in fretta e una felpa larghissima. Si fermò sulla soglia e la squadrò.
«Dove vai?»
Margherita non si voltò subito. «Fuori.»
«Fuori dove? E con chi?»
«Con una persona.»
Rosa alzò un sopracciglio e si avvicinò, appoggiandosi allo stipite. «Una persona. Che precisione. È il tipo della banca di cui mi hai parlato quella volta?»
Margherita si girò di scatto. «Non ti ho parlato di nessuno.»
«Mi hai detto che ogni tanto vedevi un uomo. Tipo maturo. Tipo molto maturo.» Rosa fece un sorrisetto. «Dai, è lui?»
Margherita sospirò, prendendo la borsetta. «Sì. È lui. Ci vediamo per un caffè. Niente di che.»
Rosa restò in silenzio un secondo, poi scoppiò in una risatina bassa.
«Aspetta. Tu. Esci. Con uno che potrebbe essere papà.»
«Non è divertente.»
«È molto divertente.» Rosa si avvicinò e le diede una gomitata leggera sul braccio. «Finalmente ti sono iniziati a piacere gli anziani? Dovevo immaginarmelo. Sempre stata quella un po’ strana tu.»
Margherita le lanciò un’occhiata secca, ma non riuscì a trattenere un mezzo sorriso. «Stai zitta. E non dire niente in giro.»
«A chi? Ai genitori? Figurati. Però voglio i dettagli dopo.» Rosa si spostò dalla porta, ancora divertita. «E non fare tardi, che poi mamma inizia a fare domande.»
Margherita uscì dalla stanza scuotendo la testa. Sentiva ancora la risata della sorella alle spalle mentre scendeva le scale.
Un messaggio di Enzo:
«Se è ancora in giro, sono al bar sotto i portici. Caffè? Nessun problema se è impegnata.»
Lei lesse, esitò pochi secondi, poi rispose:
«Arrivo in dieci minuti.»
Il bar era quasi vuoto a quell’ora. Enzo era seduto a un tavolino interno, con un libro chiuso accanto alla tazza. Quando la vide entrare, alzò lo sguardo e fece un piccolo cenno.
«Non volevo rubarle tempo», disse mentre lei si sedeva. «Sembrava solo un’occasione.»
«Non mi ha rubato niente. Avevo finito prima del previsto.»
Parlarono per quasi un’ora. Lui le chiese come stava andando con gli esami, se riusciva a dormire abbastanza, se la palestra le serviva ancora come valvola di sfogo. Domande semplici, poste con naturalezza. Margherita rispondeva senza filtri, a tratti con un filo di ironia, a tratti con quella franchezza un po’ secca che la caratterizzava.
A un certo punto, mentre girava il cucchiaino nella tazza ormai vuota, lui disse:
«Ha mai avuto la sensazione di essere stanca di dover decidere sempre tutto?»
Lei lo guardò. «Tutti, ogni tanto. Ma non è che si possa scaricare il peso su qualcun altro.»
Enzo annuì, senza commentare. Solo un leggero inclinarsi della testa, come se avesse registrato la frase e l’avesse messa da parte.
Quando si alzarono, le chiese se voleva che la accompagnasse alla fermata dell’autobus. Lei rifiutò con un sorriso sicuro.
«Sono grande. Arrivo da sola.»
Lui non insistette. «Buona serata, allora.»
Qualche giorno dopo, Un sabato pomeriggio. Margherita era in centro con due amiche, avevano fatto shopping leggero e si erano separate verso le sei. Stava camminando verso il parcheggio quando sentì il suo nome.
Enzo era fermo vicino a una vetrina, con le mani in tasca e l’aria di chi stava semplicemente passando.
«Che caso», disse lui. «Anche lei in giro?»
«Sì. Stavo tornando a casa.»
«Se non ha fretta, posso farle compagnia fino alla macchina. O fino a dove deve andare.»
Margherita valutò. Non aveva particolari motivi per rifiutare, e la sua presenza non le pesava. Annuì.
Camminarono per una ventina di minuti. Parlarono di cose leggere, poi lui, con lo stesso tono calmo di sempre, chiese:
«I suoi genitori sanno che ogni tanto ci vediamo?»
Lei alzò un sopracciglio, sorpresa più dal contenuto che dal tono. «No. Non è che ci sia niente da sapere, comunque. Ci vediamo ogni tanto, punto.»
«Giusto», rispose lui. «Solo curiosità.»
Non aggiunse altro. Poco dopo arrivarono alla macchina. Si salutarono in modo cordiale. Margherita salì, avviò il motore e partì. Solo dopo qualche curva si accorse di aver risposto con naturalezza a una domanda che, in un altro contesto, avrebbe trovato strana.
Per cinque giorni Enzo non si fece vivo. Nessun messaggio, nessun “incontro casuale”.
Margherita se ne accorse il terzo giorno. Non in modo drammatico: semplicemente notò che non c’era. Il quarto giorno controllò il telefono una volta di troppo. Il quinto, mentre era in pausa alla fabbrica, si ritrovò a pensare che forse era meglio se lui scriveva.
La sera del quinto giorno arrivò un messaggio breve:
«Scusi il silenzio. Settimana impegnativa. Se vuole, domenica pomeriggio sono libero per un caffè.»
Lei lesse, restò ferma qualche secondo, poi rispose:
«Va bene. Domenica.»
Quando riaccostò il telefono, si rese conto di aver accettato senza pensarci troppo. E di aver aspettato quel messaggio più di quanto avrebbe voluto ammettere.
Era una sera di metà novembre quando Margherita se ne rese conto.
Era seduta sul letto, schiena contro il muro, telefono in mano e cuffie nelle orecchie. Rosa era in salotto a guardare la televisione, i genitori erano già andati a dormire. Lei avrebbe dovuto ripassare per un’interrogazione del giorno dopo, ma i pensieri continuavano a tornare sullo stesso punto.
Enzo.
Un uomo di cinquantasei anni. Poteva essere suo padre. Eppure, nelle ultime settimane, la sua presenza era diventata una costante discreta ma insistente nella sua testa. Non in modo ossessivo, non in modo romantico. Semplicemente… presente.
All’inizio aveva pensato la cosa più ovvia: un uomo di quell’età, single (o almeno così sembrava), che si faceva vivo con una ragazza di ventiquattro anni, probabilmente cercava sesso. O comunque voleva rimorchiare. Era la spiegazione più logica.
Solo che non tornava.
In due mesi non le aveva mai fatto una proposta. Non un complimento sul fisico, non uno sguardo troppo prolungato, non una battuta ambigua, non un invito a casa sua. Niente. Parlavano, si vedevano ogni tanto, e lui restava sempre su quel registro calmo, controllato, quasi distaccato. A volte le sembrava quasi freddo. Enigmatico.
Eppure, quando parlavano, c’era feeling. Non il feeling superficiale delle chiacchiere da bar, ma qualcosa di più preciso. Lui ascoltava davvero. Faceva domande che non sembravano banali. E lei, senza rendersene conto, gli rispondeva con una franchezza che raramente usava con gli altri.
Si passò una mano tra i capelli, frustrata da se stessa.
«Che cazzo sto pensando», mormorò a bassa voce.
Non era attratta da lui. O almeno, non in quel modo. Non lo trovava particolarmente bello, non aveva quel fascino da uomo maturo che alcune sue amiche andavano cercando. Era ordinario. Ordinario e, in un certo senso, impenetrabile.
Eppure eccola lì, a pensare a lui invece di studiare.
Il telefono vibrò.
Un messaggio.
«Domani sera sei libera? Vorrei vederti. Niente di impegnativo.»
Margherita lesse le parole due volte. Poi una terza.
Era la prima volta che lui proponeva di vedersi in modo così diretto, senza nascondersi dietro un “se capita” o un “se sei in zona”.
Restò ferma a guardare lo schermo per diversi secondi. Poi digitò:
«A che ora?»
Il giorno dopo Margherita tornò dalla fabbrica verso le sei. Aveva tempo. Fece una doccia veloce, si asciugò i capelli e scelse i vestiti con più attenzione del solito. Niente di speciale — jeans scuri, un maglione sottile, stivaletti — ma si guardò nello specchio più a lungo di quanto fosse abituata a fare.
Stava sistemandosi il caschetto nero quando la porta della camera si aprì senza bussare.
Rosa entrò con l’aria di chi non ha bisogno di chiedere permesso. Aveva diciotto anni da pochi mesi, i capelli raccolti in fretta e una felpa larghissima. Si fermò sulla soglia e la squadrò.
«Dove vai?»
Margherita non si voltò subito. «Fuori.»
«Fuori dove? E con chi?»
«Con una persona.»
Rosa alzò un sopracciglio e si avvicinò, appoggiandosi allo stipite. «Una persona. Che precisione. È il tipo della banca di cui mi hai parlato quella volta?»
Margherita si girò di scatto. «Non ti ho parlato di nessuno.»
«Mi hai detto che ogni tanto vedevi un uomo. Tipo maturo. Tipo molto maturo.» Rosa fece un sorrisetto. «Dai, è lui?»
Margherita sospirò, prendendo la borsetta. «Sì. È lui. Ci vediamo per un caffè. Niente di che.»
Rosa restò in silenzio un secondo, poi scoppiò in una risatina bassa.
«Aspetta. Tu. Esci. Con uno che potrebbe essere papà.»
«Non è divertente.»
«È molto divertente.» Rosa si avvicinò e le diede una gomitata leggera sul braccio. «Finalmente ti sono iniziati a piacere gli anziani? Dovevo immaginarmelo. Sempre stata quella un po’ strana tu.»
Margherita le lanciò un’occhiata secca, ma non riuscì a trattenere un mezzo sorriso. «Stai zitta. E non dire niente in giro.»
«A chi? Ai genitori? Figurati. Però voglio i dettagli dopo.» Rosa si spostò dalla porta, ancora divertita. «E non fare tardi, che poi mamma inizia a fare domande.»
Margherita uscì dalla stanza scuotendo la testa. Sentiva ancora la risata della sorella alle spalle mentre scendeva le scale.
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