Chi sei tu? (parte-9)
scritto il 2026-10-13 tempo di lettura 15 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
B
La notte tra mercoledì e giovedì Margherita dormì poco.
Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva il pacco aperto sul letto, gli oggetti allineati, la faccia del corriere, la voce di Rosa che diceva «Vado io!». E sotto a tutto questo c’era la frase di Enzo: «Da lunedì iniziamo un nuovo esercizio.»
Non riusciva più a raccontarsi di stare solo “provando”. Quella giustificazione era diventata troppo sottile. Adesso c’erano manette, ball gag, plug, una cintura di castità nascosta in fondo al suo armadio. C’erano segni che aveva fotografato e inviato. C’era una parola — Signore — che le usciva con una naturalezza che la spaventava più di qualsiasi divieto.
Si girò più volte nel letto. A un certo punto si ritrovò con una mano tra le cosce e la ritrasse di scatto, come se Enzo potesse vederla anche al buio. Non si toccò. Ma il corpo, di nuovo, non le diede tregua.
Venerdì e sabato passarono in uno stato di quieta allerta. Enzo la teneva su un filo corto: messaggi brevi, orari precisi, nessun incontro. La faceva sentire osservata anche quando non c’era. Domenica sera, mentre sistemava i vestiti per il giorno dopo, aprì di nuovo la scatola. Prese il plug più piccolo. Lo girò tra le dita. Era liscio, non troppo grande, ma l’idea di portarlo dentro di sé per intere ore, al lavoro, tra la gente, le strinse lo stomaco in un nodo di paura e di qualcosa che non voleva ancora chiamare eccitazione.
Alle ventidue e quindici Enzo le scrisse.
«Domani mattina ti spiego come metterlo. Alle sette e mezza voglio che tu sia sveglia e pronta. Niente fretta. Lo fai bene o non lo fai. Conferma.»
«Confermato, Signore.»
Lunedì. 7:28.
Margherita era già sveglia. Seduta sul bordo del letto, nuda dalla vita in giù, con il plug più piccolo e un flaconcino di lubrificante che aveva preso dalla scatola. Il telefono era acceso davanti a lei.
Alle 7:30 in punto arrivò la chiamata. Non un messaggio. Una chiamata.
Rispose in silenzio.
La voce di Enzo era calma, quasi didattica.
«Buongiorno. Sei pronta?»
«Sì, Signore.»
«Bene. Ascolta e fai esattamente quello che ti dico. Prima lubrifica bene le dita. Poi lubrifica il plug per bene. Adesso mettiti a quattro zampe sul letto, schiena inarcata, e inseriscilo lentamente. Se senti resistenza, non forzare. Respira e spingi fuori mentre lo fai entrare. Quando è dentro fino alla base, fermati e dimmi.»
Margherita eseguì. Le mani le tremavano leggermente. La sensazione della penetrazione fu strana, invasiva, non dolorosa ma impossibile da ignorare. Quando il plug fu a posto, rimase ferma a quattro zampe, il respiro corto.
«È dentro, Signore.»
«Bene. Adesso alzati. Cammina un poco per la stanza. Dimmi come ti senti.»
Si alzò. I primi passi furono goffi. Sentiva il corpo che si adattava a un peso e a una presenza estranea.
«Strano… pieno. Mi rendo conto di averlo dentro in ogni movimento.»
«È normale. Vestiti. Jeans o pantaloni, niente gonne oggi. Niente mutande. Il plug resta fino a quando non ti dico io. A mezzogiorno mi scrivi. Se durante il giorno senti che sta per uscire, vai in bagno e sistemalo. Non lo devi togliere. Chiaro?»
«Chiaro, Signore.»
«Brava. Vai a lavorare.»
La chiamata si interruppe.
Margherita restò qualche secondo immobile al centro della stanza. Poi si vestì. I jeans chiusi sopra il plug le resero ogni passo una piccola consapevolezza. Scese le scale con cautela. In cucina Rosa stava già mangiando e alzò appena lo sguardo.
«Di nuovo faccia da sonnambula.»
Margherita non rispose. Prese solo un caffè e uscì. Nella macchina, mentre metteva in moto, strinse le mani sul volante e sentì il plug muoversi appena dentro di lei. Non era dolore. Era peggio: era una presenza continua, un promemoria che non poteva spegnere.
Per tutto il tragitto verso la fabbrica una sola frase le girava in testa, insistente e scomoda:
Sto diventando una cosa che lui costruisce. E io sto collaborando.
In fabbrica la presenza del plug diventò il centro di tutto.
Margherita lavorava in piedi, chinata sul bancone a controllare le cuciture. Ogni volta che si piegava in avanti sentiva lo spostamento interno, lieve ma impossibile da ignorare. Quando restava ferma per più di qualche minuto, il corpo iniziava a scaldarsi intorno all’oggetto. Non era un piacere netto: era una pressione sorda, costante, che le teneva la mente agganciata a sé stessa in un modo nuovo e scomodo.
Verso metà mattina dovette andare in bagno. Chiuse la porta a chiave, abbassò i jeans e controllò. Il plug era ancora a posto. Si sistemò, si rivestì e tornò al lavoro con le guance calde. Una collega le chiese se avesse la febbre. Rispose di no e cambiò discorso.
A mezzogiorno mandò il messaggio.
«Mezzogiorno. È ancora dentro. Si sente a ogni movimento.»
Enzo rispose dopo pochi minuti.
«Bene. Continua. Non toccarti, non stringere le cosce per cercarne di più. Lascia che il tuo corpo si adatti. A stasera.»
Il pomeriggio fu più duro. La stanchezza del lavoro si mescolava alla consapevolezza continua del corpo. Più di una volta si ritrovò a trattenere il respiro quando doveva chinarsi in profondità. Ogni passo verso il magazzino, ogni volta che saliva o scendeva le poche scale interne della fabbrica, le ricordava chi aveva deciso come avrebbe passato quella giornata.
Tornò a casa alle 18:40. Cena in silenzio. Rosa parlava di scuola, i genitori di cose banali. Lei annuiva e sentiva il plug a ogni minimo spostamento sulla sedia.
Alle 22:00 in punto il telefono vibrò.
«Puoi toglierlo. Lubrifica di nuovo se serve, tiralo fuori lentamente. Poi lavalo, rimettilo nella scatola e mandami conferma. Stanotte niente intimo. Domani mattina stesso orario, stesso plug.»
Margherita andò in bagno, chiuse a chiave, eseguì. Quando l’oggetto uscì sentì uno strano mix di sollievo e di mancanza. Si lavò le mani, pulì il plug con cura quasi eccessiva, lo rimise al suo posto nell’armadio e scrisse:
«Tolto e sistemato. Confermo.»
Enzo rispose solo:
«Brava. Dormi.»
Martedì passò nello stesso modo. Stesso plug piccolo. Stesse sensazioni, solo un po' meno acute perché il corpo iniziava ad abituarsi. Enzo mantenne il controllo a distanza: messaggi precisi, nessun incontro, solo la presenza costante dell’oggetto e delle regole.
Mercoledì mattina, alle 7:30, la chiamata fu diversa.
«Oggi passiamo a quello intermedio. Stessa procedura. Usa più lubrificante se serve ed inseriscilo con calma. Dimmi quando è dentro.»
L’inserimento fu più impegnativo. Margherita dovette respirare a fondo e fermarsi due volte. Quando finalmente fu a posto, restò a quattro zampe qualche secondo in più, la fronte appoggiata al materasso.
«È dentro, Signore.»
«Come ti senti?»
«Più piena. Più… è presente, si fa sentire.»
«Bene. Vestiti e vai. Oggi il corpo imparerà a stare così anche quando sei stanca e quando parli con la gente. A mezzogiorno mi aggiorni.»
Il plug intermedio rese la giornata sensibilmente più dura. In fabbrica ogni movimento era più marcato. A lezione, nel pomeriggio, dovette restare seduta per due ore e la pressione diventò quasi ipnotica. Più di una volta si accorse di aver perso il filo di quello che il professore stava dicendo.
Giovedì fu uguale. Stesso plug intermedio. Stessa disciplina silenziosa. La sera, quando Enzo le diede il permesso di toglierlo, Margherita notò che le mani le tremavano meno. Stava imparando i gesti. E questo, in un angolo buio della testa, la spaventava più del bruciore iniziale.
Venerdì mattina la voce di Enzo fu ancora più calma.
«Oggi quello grande. Non forzare. Se non entra tutto al primo tentativo, fermati, respira, riprova. Hai tempo. Dimmi solo quando è completamente dentro.»
Ci volle più di quanto pensasse. A un certo punto ebbe gli occhi umidi per lo sforzo e per la sensazione invasiva. Quando finalmente il plug più grande fu a posto, restò immobile a quattro zampe, respirando a bocca aperta.
«È dentro, Signore.»
«Brava. Oggi sarà più difficile. Non dimenticarlo. Voglio che tu lo senta per tutte le ore. A stasera.»
Quel venerdì Margherita camminò, lavorò e studiò con una presenza dentro di sé che non le lasciò un solo momento di tregua. Ogni passo era un promemoria. Ogni volta che si sedeva era un’altra piccola resa. E sotto la fatica e l’imbarazzo, qualcosa di sordo e caldo continuava a crescere, senza che lei riuscisse ancora a dargli un nome chiaro.
Sabato
Il plug grande era ormai una presenza familiare e allo stesso tempo ancora invasiva. Margherita si svegliò alle sette e mezza, eseguì la routine ormai collaudata e mandò la conferma. Enzo rispose solo con un «Bene. Oggi resta dentro fino alle ventitré».
La giornata fu più vuota delle precedenti. Niente fabbrica, niente università. Solo casa, qualche pagina di studio che non riusciva a fissare, e il corpo che le ricordava a ogni passo chi decideva. Rosa la guardò più volte con aria sospettosa ma non disse nulla. Nel pomeriggio Enzo le chiese un resoconto breve: come si sentiva a restare così anche nei giorni liberi. Lei scrisse la verità, grezza:
«Mi sembra di non avere più ore mie. Anche quando non succede niente, sento comunque la sua presenza.»
Lui non commentò. Si limitò a rispondere: «Esattamente.»
Alle ventitré le diede il permesso di toglierlo. Quando l’oggetto uscì, Margherita restò seduta sul bordo della vasca più a lungo del solito, sentendo il corpo strano, vuoto e allo stesso tempo ancora segnato.
Domenica sera, alle 20:10, il telefono di Margherita vibrò. Era una chiamata.
Rispose in silenzio.
«Ascolta con attenzione», disse Enzo senza preamboli. «Nella borsa che porterai stasera metterai: le manette di acciaio medie, il ball gag medio (non quello a forma di pene), e il piccolo flacone di lubrificante. Nient’altro di quello che abbiamo comprato. Il resto resta nascosto dove l’hai messo. Vestiti come ti ho già detto: giubbotto pesante e voluminoso, sciarpone largo, pantaloni scuri, scarpe comode. Niente borsetta piccola. Solo la borsa a tracolla. Alle ventuno sei fuori dal cancello. Conferma.»
«Confermato, Signore.»
La chiamata si interruppe. Margherita restò qualche secondo a guardare lo schermo, poi aprì l’armadio, tirò fuori la scatola e prese esattamente gli oggetti indicati. Li sistemò in fondo alla borsa, sotto una sciarpa e un paio di guanti, e chiuse la lampo. Le mani le tremavano appena.
Alle ventuno meno cinque era già fuori. Quando la macchina si fermò, salì. Enzo partì subito verso il centro. Solo dopo aver parcheggiato in una stradina laterale, poco illuminata, spense il motore e si voltò.
«Borsa.»
Lei gliela porse. Lui estrasse le manette e il ball gag, li appoggiò sulle ginocchia e la guardò.
«Gira il busto.»
Margherita obbedì. Sentì il metallo freddo chiudersi prima intorno al polso destro, poi al sinistro, dietro la schiena. Due “click” netti. Enzo tirò leggermente per verificare che fossero sicure, poi le sistemò le maniche del giubbotto. Con gesti precisi appoggió il giubbotto sulle spalle di Margherita chiudendo attentamente là zip anteriore, poifece scivolare le maniche del giubbotto dentro le tasche dello stesso in modo che le mani ammanettate non si notassero, poi aggiustò il volume del capo finché dalla forma esterna sembrava soltanto che una ragazza tenesse le mani in tasca per il freddo.
Poi prese il ball gag.
«Apri.»
Lei aprì la bocca. La palla di gomma le entrò con decisione, forzando la mandibola. Enzo chiuse la fibbia dietro la nuca, controllò che fosse salda, e solo allora le sistemò lo sciarpone. Alto fino a coprire quasi del tutto la bocca e il mento, largo ai lati, in modo che il gag sparisse sotto la lana. Alla fine le guardò negli occhi.
«Respira dal naso. Se hai bisogno di fermarti, tre colpi con il piede. Altrimenti cammini e stai zitta. Scendi.»
Margherita scese. L’aria gelida le colpì il viso scoperto. Subito Enzo le posò una mano ferma tra le scapole, proprio al centro della schiena, e la spinse lievemente in avanti. Non era un braccio offerto. Era una guida. Un controllo.
Iniziarono a camminare verso le luci del corso.
I primi passi furono i più difficili. Il plug grande si muoveva dentro di lei a ogni movimento. Le manette le tenevano i polsi uniti e immobili nelle tasche, e quella immobilità le dava una strana sensazione di esposizione, come se tutto il resto del corpo fosse più nudo proprio perché le braccia non potevano più fare niente. Il gag le riempiva la bocca in modo invadente: la lingua non aveva spazio, la saliva iniziava già ad accumularsi e ogni tanto doveva deglutire con fatica intorno alla palla. Lo sciarpone le copriva il volto ma non toglieva la paura. Anzi: sapeva che sotto quella lana c’era qualcosa di impossibile da spiegare se qualcuno se ne fosse accorto.
Il cuore le batteva così forte che le sembrava di sentirlo nelle tempie. Ogni persona che passava le sembrava troppo vicina. Ogni sguardo, anche distratto, le strappava una scarica di panico. Se si accorgono. Se lo sciarpone scivola. Se qualcuno mi parla e io non posso rispondere. I pensieri le correvano in testa senza ordine, mentre i piedi continuavano a camminare perché la mano di Enzo tra le scapole non le lasciava scelta.
A un certo punto un gruppo di ragazzi chiassosi passò loro accanto. Uno di loro la guardò un secondo di troppo. Margherita abbassò gli occhi di scatto e sentì le ginocchia diventare molli. La mano di Enzo premette appena più forte sulla sua schiena, un richiamo silenzioso: continua.
Camminarono. Passarono davanti a vetrine illuminate, a locali ancora aperti, a coppie braccio sotto braccio. Lei sentiva il freddo sul viso, il caldo umido della saliva che si raccoglieva intorno al gag, la pressione costante del plug, e soprattutto la consapevolezza di essere completamente alla mercé di quell’uomo che camminava mezzo passo dietro di lei, con una sola mano sulla sua schiena, come se stesse semplicemente accompagnando una ragazza in una serata qualsiasi.
E il fatto più spaventoso era che una parte di lei — piccola, oscura, e sempre più difficile da negare — non voleva che quella mano si staccasse.
Camminarono per quasi mezz’ora.
Il centro non era affollato come di sabato, ma c’era comunque gente: ragazzi fuori dai locali, qualche coppia, due o tre gruppi di amici che ridevano troppo forte. Ogni volta che qualcuno passava vicino, Margherita sentiva i muscoli della schiena tendersi sotto la mano di Enzo. Il gag le faceva male agli angoli della bocca. La saliva aveva ormai impregnato un pezzo dello sciarpone, e lei percepiva l’umidità fredda contro il mento. Il plug, a furia di camminare, era diventato una presenza sorda e calda che le imponeva un passo più corto e controllato del solito.
A un certo punto Enzo la guidò verso una piazza laterale, più quieta, con panchine e alberi spogli. Si fermò vicino a una fontana spenta e le fece fare mezzo giro, in modo da averla di fronte. La guardò a lungo, studiando il suo viso mezzo nascosto dallo sciarpone, gli occhi lucidi per lo sforzo e per la tensione.
Con la mano libera le sistemò lo sciarpone un po' più in alto, quasi con cura. Poi parlò a voce bassa, abbastanza da essere sentita solo da lei.
«Stai tremando.»
Margherita non poteva rispondere. Si limitò a guardarlo, il respiro corto che usciva solo dalle narici.
«Non è solo freddo», proseguì lui. «È paura. E sotto la paura c’è altro. Lo vedo.» Fece una piccola pausa. «Camminiamo ancora dieci minuti. Poi torniamo alla macchina. Se reggi senza fare casini, stasera ti tolgo tutto io. Se invece perdi la calma, il gag resta fino a casa. Chiaro?»
Lei annuì una volta sola, piccola, quasi imperceptible.
Enzo le rimise la mano tra le scapole e la spinse di nuovo verso le strade illuminate.
Gli ultimi dieci minuti furono i più lunghi. Margherita aveva la testa leggera. Più di una volta ebbe la sensazione che le gambe potessero cedere. I pensieri le si erano ridotti a frammenti: non cadere, non fare rumore, non attirare attenzione, respira, respira, respira. La mano di Enzo sulla schiena era diventata l’unico punto fermo. Paradossalmente, mentre tutto il resto del corpo le sembrava in bilico, quel contatto la teneva insieme.
Quando finalmente rientrarono nella stradina buia dove era parcheggiata la macchina, le ginocchia le tremavano davvero. Enzo aprì la portiera lato passeggero, la fece sedere, chiuse e girò intorno al veicolo. Solo quando fu dentro e le portiere furono chiuse, le tolse prima lo sciarpone e poi il gag.
L’aria fredda le investì la bocca dolorante. Margherita inspirò a fondo, a labbra aperte, sentendo la mandibola indolenzita e il mento bagnato di saliva. Enzo non commentò. Le sbloccò le manette con due click precisi, gliele sfilò e le ripose nella borsa. Poi le prese il viso tra le mani, obbligandola a guardarlo.
«Hai retto. Bene.»
La voce era calma, ma c’era qualcosa di più intenso del solito negli occhi. Le passò un pollice sugli angoli della bocca, dove il gag aveva lasciato due segni rossi.
«Adesso ti porto a casa. Domani parleremo di quello che hai sentito stasera. Voglio ogni dettaglio. E non mentire.»
Margherita deglutì. La voce le uscì roca, bassa.
«Sì, Signore.»
Enzo annuì, avviò il motore e partì. Durante il tragitto lei restò in silenzio, le mani libere ma ancora pesanti, il corpo intero percorso da un tremito sottile che non riusciva a far passare. Fuori scorrevano le luci della città. Dentro di lei, per la prima volta con tanta chiarezza, c’era una sola certezza:
Aveva camminato in mezzo alla gente, ammanettata e imbavagliata, e non aveva chiesto di smettere.
E una parte di lei — piccola, oscura e sempre più difficile da tacere — era già in attesa della prossima prova.
Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva il pacco aperto sul letto, gli oggetti allineati, la faccia del corriere, la voce di Rosa che diceva «Vado io!». E sotto a tutto questo c’era la frase di Enzo: «Da lunedì iniziamo un nuovo esercizio.»
Non riusciva più a raccontarsi di stare solo “provando”. Quella giustificazione era diventata troppo sottile. Adesso c’erano manette, ball gag, plug, una cintura di castità nascosta in fondo al suo armadio. C’erano segni che aveva fotografato e inviato. C’era una parola — Signore — che le usciva con una naturalezza che la spaventava più di qualsiasi divieto.
Si girò più volte nel letto. A un certo punto si ritrovò con una mano tra le cosce e la ritrasse di scatto, come se Enzo potesse vederla anche al buio. Non si toccò. Ma il corpo, di nuovo, non le diede tregua.
Venerdì e sabato passarono in uno stato di quieta allerta. Enzo la teneva su un filo corto: messaggi brevi, orari precisi, nessun incontro. La faceva sentire osservata anche quando non c’era. Domenica sera, mentre sistemava i vestiti per il giorno dopo, aprì di nuovo la scatola. Prese il plug più piccolo. Lo girò tra le dita. Era liscio, non troppo grande, ma l’idea di portarlo dentro di sé per intere ore, al lavoro, tra la gente, le strinse lo stomaco in un nodo di paura e di qualcosa che non voleva ancora chiamare eccitazione.
Alle ventidue e quindici Enzo le scrisse.
«Domani mattina ti spiego come metterlo. Alle sette e mezza voglio che tu sia sveglia e pronta. Niente fretta. Lo fai bene o non lo fai. Conferma.»
«Confermato, Signore.»
Lunedì. 7:28.
Margherita era già sveglia. Seduta sul bordo del letto, nuda dalla vita in giù, con il plug più piccolo e un flaconcino di lubrificante che aveva preso dalla scatola. Il telefono era acceso davanti a lei.
Alle 7:30 in punto arrivò la chiamata. Non un messaggio. Una chiamata.
Rispose in silenzio.
La voce di Enzo era calma, quasi didattica.
«Buongiorno. Sei pronta?»
«Sì, Signore.»
«Bene. Ascolta e fai esattamente quello che ti dico. Prima lubrifica bene le dita. Poi lubrifica il plug per bene. Adesso mettiti a quattro zampe sul letto, schiena inarcata, e inseriscilo lentamente. Se senti resistenza, non forzare. Respira e spingi fuori mentre lo fai entrare. Quando è dentro fino alla base, fermati e dimmi.»
Margherita eseguì. Le mani le tremavano leggermente. La sensazione della penetrazione fu strana, invasiva, non dolorosa ma impossibile da ignorare. Quando il plug fu a posto, rimase ferma a quattro zampe, il respiro corto.
«È dentro, Signore.»
«Bene. Adesso alzati. Cammina un poco per la stanza. Dimmi come ti senti.»
Si alzò. I primi passi furono goffi. Sentiva il corpo che si adattava a un peso e a una presenza estranea.
«Strano… pieno. Mi rendo conto di averlo dentro in ogni movimento.»
«È normale. Vestiti. Jeans o pantaloni, niente gonne oggi. Niente mutande. Il plug resta fino a quando non ti dico io. A mezzogiorno mi scrivi. Se durante il giorno senti che sta per uscire, vai in bagno e sistemalo. Non lo devi togliere. Chiaro?»
«Chiaro, Signore.»
«Brava. Vai a lavorare.»
La chiamata si interruppe.
Margherita restò qualche secondo immobile al centro della stanza. Poi si vestì. I jeans chiusi sopra il plug le resero ogni passo una piccola consapevolezza. Scese le scale con cautela. In cucina Rosa stava già mangiando e alzò appena lo sguardo.
«Di nuovo faccia da sonnambula.»
Margherita non rispose. Prese solo un caffè e uscì. Nella macchina, mentre metteva in moto, strinse le mani sul volante e sentì il plug muoversi appena dentro di lei. Non era dolore. Era peggio: era una presenza continua, un promemoria che non poteva spegnere.
Per tutto il tragitto verso la fabbrica una sola frase le girava in testa, insistente e scomoda:
Sto diventando una cosa che lui costruisce. E io sto collaborando.
In fabbrica la presenza del plug diventò il centro di tutto.
Margherita lavorava in piedi, chinata sul bancone a controllare le cuciture. Ogni volta che si piegava in avanti sentiva lo spostamento interno, lieve ma impossibile da ignorare. Quando restava ferma per più di qualche minuto, il corpo iniziava a scaldarsi intorno all’oggetto. Non era un piacere netto: era una pressione sorda, costante, che le teneva la mente agganciata a sé stessa in un modo nuovo e scomodo.
Verso metà mattina dovette andare in bagno. Chiuse la porta a chiave, abbassò i jeans e controllò. Il plug era ancora a posto. Si sistemò, si rivestì e tornò al lavoro con le guance calde. Una collega le chiese se avesse la febbre. Rispose di no e cambiò discorso.
A mezzogiorno mandò il messaggio.
«Mezzogiorno. È ancora dentro. Si sente a ogni movimento.»
Enzo rispose dopo pochi minuti.
«Bene. Continua. Non toccarti, non stringere le cosce per cercarne di più. Lascia che il tuo corpo si adatti. A stasera.»
Il pomeriggio fu più duro. La stanchezza del lavoro si mescolava alla consapevolezza continua del corpo. Più di una volta si ritrovò a trattenere il respiro quando doveva chinarsi in profondità. Ogni passo verso il magazzino, ogni volta che saliva o scendeva le poche scale interne della fabbrica, le ricordava chi aveva deciso come avrebbe passato quella giornata.
Tornò a casa alle 18:40. Cena in silenzio. Rosa parlava di scuola, i genitori di cose banali. Lei annuiva e sentiva il plug a ogni minimo spostamento sulla sedia.
Alle 22:00 in punto il telefono vibrò.
«Puoi toglierlo. Lubrifica di nuovo se serve, tiralo fuori lentamente. Poi lavalo, rimettilo nella scatola e mandami conferma. Stanotte niente intimo. Domani mattina stesso orario, stesso plug.»
Margherita andò in bagno, chiuse a chiave, eseguì. Quando l’oggetto uscì sentì uno strano mix di sollievo e di mancanza. Si lavò le mani, pulì il plug con cura quasi eccessiva, lo rimise al suo posto nell’armadio e scrisse:
«Tolto e sistemato. Confermo.»
Enzo rispose solo:
«Brava. Dormi.»
Martedì passò nello stesso modo. Stesso plug piccolo. Stesse sensazioni, solo un po' meno acute perché il corpo iniziava ad abituarsi. Enzo mantenne il controllo a distanza: messaggi precisi, nessun incontro, solo la presenza costante dell’oggetto e delle regole.
Mercoledì mattina, alle 7:30, la chiamata fu diversa.
«Oggi passiamo a quello intermedio. Stessa procedura. Usa più lubrificante se serve ed inseriscilo con calma. Dimmi quando è dentro.»
L’inserimento fu più impegnativo. Margherita dovette respirare a fondo e fermarsi due volte. Quando finalmente fu a posto, restò a quattro zampe qualche secondo in più, la fronte appoggiata al materasso.
«È dentro, Signore.»
«Come ti senti?»
«Più piena. Più… è presente, si fa sentire.»
«Bene. Vestiti e vai. Oggi il corpo imparerà a stare così anche quando sei stanca e quando parli con la gente. A mezzogiorno mi aggiorni.»
Il plug intermedio rese la giornata sensibilmente più dura. In fabbrica ogni movimento era più marcato. A lezione, nel pomeriggio, dovette restare seduta per due ore e la pressione diventò quasi ipnotica. Più di una volta si accorse di aver perso il filo di quello che il professore stava dicendo.
Giovedì fu uguale. Stesso plug intermedio. Stessa disciplina silenziosa. La sera, quando Enzo le diede il permesso di toglierlo, Margherita notò che le mani le tremavano meno. Stava imparando i gesti. E questo, in un angolo buio della testa, la spaventava più del bruciore iniziale.
Venerdì mattina la voce di Enzo fu ancora più calma.
«Oggi quello grande. Non forzare. Se non entra tutto al primo tentativo, fermati, respira, riprova. Hai tempo. Dimmi solo quando è completamente dentro.»
Ci volle più di quanto pensasse. A un certo punto ebbe gli occhi umidi per lo sforzo e per la sensazione invasiva. Quando finalmente il plug più grande fu a posto, restò immobile a quattro zampe, respirando a bocca aperta.
«È dentro, Signore.»
«Brava. Oggi sarà più difficile. Non dimenticarlo. Voglio che tu lo senta per tutte le ore. A stasera.»
Quel venerdì Margherita camminò, lavorò e studiò con una presenza dentro di sé che non le lasciò un solo momento di tregua. Ogni passo era un promemoria. Ogni volta che si sedeva era un’altra piccola resa. E sotto la fatica e l’imbarazzo, qualcosa di sordo e caldo continuava a crescere, senza che lei riuscisse ancora a dargli un nome chiaro.
Sabato
Il plug grande era ormai una presenza familiare e allo stesso tempo ancora invasiva. Margherita si svegliò alle sette e mezza, eseguì la routine ormai collaudata e mandò la conferma. Enzo rispose solo con un «Bene. Oggi resta dentro fino alle ventitré».
La giornata fu più vuota delle precedenti. Niente fabbrica, niente università. Solo casa, qualche pagina di studio che non riusciva a fissare, e il corpo che le ricordava a ogni passo chi decideva. Rosa la guardò più volte con aria sospettosa ma non disse nulla. Nel pomeriggio Enzo le chiese un resoconto breve: come si sentiva a restare così anche nei giorni liberi. Lei scrisse la verità, grezza:
«Mi sembra di non avere più ore mie. Anche quando non succede niente, sento comunque la sua presenza.»
Lui non commentò. Si limitò a rispondere: «Esattamente.»
Alle ventitré le diede il permesso di toglierlo. Quando l’oggetto uscì, Margherita restò seduta sul bordo della vasca più a lungo del solito, sentendo il corpo strano, vuoto e allo stesso tempo ancora segnato.
Domenica sera, alle 20:10, il telefono di Margherita vibrò. Era una chiamata.
Rispose in silenzio.
«Ascolta con attenzione», disse Enzo senza preamboli. «Nella borsa che porterai stasera metterai: le manette di acciaio medie, il ball gag medio (non quello a forma di pene), e il piccolo flacone di lubrificante. Nient’altro di quello che abbiamo comprato. Il resto resta nascosto dove l’hai messo. Vestiti come ti ho già detto: giubbotto pesante e voluminoso, sciarpone largo, pantaloni scuri, scarpe comode. Niente borsetta piccola. Solo la borsa a tracolla. Alle ventuno sei fuori dal cancello. Conferma.»
«Confermato, Signore.»
La chiamata si interruppe. Margherita restò qualche secondo a guardare lo schermo, poi aprì l’armadio, tirò fuori la scatola e prese esattamente gli oggetti indicati. Li sistemò in fondo alla borsa, sotto una sciarpa e un paio di guanti, e chiuse la lampo. Le mani le tremavano appena.
Alle ventuno meno cinque era già fuori. Quando la macchina si fermò, salì. Enzo partì subito verso il centro. Solo dopo aver parcheggiato in una stradina laterale, poco illuminata, spense il motore e si voltò.
«Borsa.»
Lei gliela porse. Lui estrasse le manette e il ball gag, li appoggiò sulle ginocchia e la guardò.
«Gira il busto.»
Margherita obbedì. Sentì il metallo freddo chiudersi prima intorno al polso destro, poi al sinistro, dietro la schiena. Due “click” netti. Enzo tirò leggermente per verificare che fossero sicure, poi le sistemò le maniche del giubbotto. Con gesti precisi appoggió il giubbotto sulle spalle di Margherita chiudendo attentamente là zip anteriore, poifece scivolare le maniche del giubbotto dentro le tasche dello stesso in modo che le mani ammanettate non si notassero, poi aggiustò il volume del capo finché dalla forma esterna sembrava soltanto che una ragazza tenesse le mani in tasca per il freddo.
Poi prese il ball gag.
«Apri.»
Lei aprì la bocca. La palla di gomma le entrò con decisione, forzando la mandibola. Enzo chiuse la fibbia dietro la nuca, controllò che fosse salda, e solo allora le sistemò lo sciarpone. Alto fino a coprire quasi del tutto la bocca e il mento, largo ai lati, in modo che il gag sparisse sotto la lana. Alla fine le guardò negli occhi.
«Respira dal naso. Se hai bisogno di fermarti, tre colpi con il piede. Altrimenti cammini e stai zitta. Scendi.»
Margherita scese. L’aria gelida le colpì il viso scoperto. Subito Enzo le posò una mano ferma tra le scapole, proprio al centro della schiena, e la spinse lievemente in avanti. Non era un braccio offerto. Era una guida. Un controllo.
Iniziarono a camminare verso le luci del corso.
I primi passi furono i più difficili. Il plug grande si muoveva dentro di lei a ogni movimento. Le manette le tenevano i polsi uniti e immobili nelle tasche, e quella immobilità le dava una strana sensazione di esposizione, come se tutto il resto del corpo fosse più nudo proprio perché le braccia non potevano più fare niente. Il gag le riempiva la bocca in modo invadente: la lingua non aveva spazio, la saliva iniziava già ad accumularsi e ogni tanto doveva deglutire con fatica intorno alla palla. Lo sciarpone le copriva il volto ma non toglieva la paura. Anzi: sapeva che sotto quella lana c’era qualcosa di impossibile da spiegare se qualcuno se ne fosse accorto.
Il cuore le batteva così forte che le sembrava di sentirlo nelle tempie. Ogni persona che passava le sembrava troppo vicina. Ogni sguardo, anche distratto, le strappava una scarica di panico. Se si accorgono. Se lo sciarpone scivola. Se qualcuno mi parla e io non posso rispondere. I pensieri le correvano in testa senza ordine, mentre i piedi continuavano a camminare perché la mano di Enzo tra le scapole non le lasciava scelta.
A un certo punto un gruppo di ragazzi chiassosi passò loro accanto. Uno di loro la guardò un secondo di troppo. Margherita abbassò gli occhi di scatto e sentì le ginocchia diventare molli. La mano di Enzo premette appena più forte sulla sua schiena, un richiamo silenzioso: continua.
Camminarono. Passarono davanti a vetrine illuminate, a locali ancora aperti, a coppie braccio sotto braccio. Lei sentiva il freddo sul viso, il caldo umido della saliva che si raccoglieva intorno al gag, la pressione costante del plug, e soprattutto la consapevolezza di essere completamente alla mercé di quell’uomo che camminava mezzo passo dietro di lei, con una sola mano sulla sua schiena, come se stesse semplicemente accompagnando una ragazza in una serata qualsiasi.
E il fatto più spaventoso era che una parte di lei — piccola, oscura, e sempre più difficile da negare — non voleva che quella mano si staccasse.
Camminarono per quasi mezz’ora.
Il centro non era affollato come di sabato, ma c’era comunque gente: ragazzi fuori dai locali, qualche coppia, due o tre gruppi di amici che ridevano troppo forte. Ogni volta che qualcuno passava vicino, Margherita sentiva i muscoli della schiena tendersi sotto la mano di Enzo. Il gag le faceva male agli angoli della bocca. La saliva aveva ormai impregnato un pezzo dello sciarpone, e lei percepiva l’umidità fredda contro il mento. Il plug, a furia di camminare, era diventato una presenza sorda e calda che le imponeva un passo più corto e controllato del solito.
A un certo punto Enzo la guidò verso una piazza laterale, più quieta, con panchine e alberi spogli. Si fermò vicino a una fontana spenta e le fece fare mezzo giro, in modo da averla di fronte. La guardò a lungo, studiando il suo viso mezzo nascosto dallo sciarpone, gli occhi lucidi per lo sforzo e per la tensione.
Con la mano libera le sistemò lo sciarpone un po' più in alto, quasi con cura. Poi parlò a voce bassa, abbastanza da essere sentita solo da lei.
«Stai tremando.»
Margherita non poteva rispondere. Si limitò a guardarlo, il respiro corto che usciva solo dalle narici.
«Non è solo freddo», proseguì lui. «È paura. E sotto la paura c’è altro. Lo vedo.» Fece una piccola pausa. «Camminiamo ancora dieci minuti. Poi torniamo alla macchina. Se reggi senza fare casini, stasera ti tolgo tutto io. Se invece perdi la calma, il gag resta fino a casa. Chiaro?»
Lei annuì una volta sola, piccola, quasi imperceptible.
Enzo le rimise la mano tra le scapole e la spinse di nuovo verso le strade illuminate.
Gli ultimi dieci minuti furono i più lunghi. Margherita aveva la testa leggera. Più di una volta ebbe la sensazione che le gambe potessero cedere. I pensieri le si erano ridotti a frammenti: non cadere, non fare rumore, non attirare attenzione, respira, respira, respira. La mano di Enzo sulla schiena era diventata l’unico punto fermo. Paradossalmente, mentre tutto il resto del corpo le sembrava in bilico, quel contatto la teneva insieme.
Quando finalmente rientrarono nella stradina buia dove era parcheggiata la macchina, le ginocchia le tremavano davvero. Enzo aprì la portiera lato passeggero, la fece sedere, chiuse e girò intorno al veicolo. Solo quando fu dentro e le portiere furono chiuse, le tolse prima lo sciarpone e poi il gag.
L’aria fredda le investì la bocca dolorante. Margherita inspirò a fondo, a labbra aperte, sentendo la mandibola indolenzita e il mento bagnato di saliva. Enzo non commentò. Le sbloccò le manette con due click precisi, gliele sfilò e le ripose nella borsa. Poi le prese il viso tra le mani, obbligandola a guardarlo.
«Hai retto. Bene.»
La voce era calma, ma c’era qualcosa di più intenso del solito negli occhi. Le passò un pollice sugli angoli della bocca, dove il gag aveva lasciato due segni rossi.
«Adesso ti porto a casa. Domani parleremo di quello che hai sentito stasera. Voglio ogni dettaglio. E non mentire.»
Margherita deglutì. La voce le uscì roca, bassa.
«Sì, Signore.»
Enzo annuì, avviò il motore e partì. Durante il tragitto lei restò in silenzio, le mani libere ma ancora pesanti, il corpo intero percorso da un tremito sottile che non riusciva a far passare. Fuori scorrevano le luci della città. Dentro di lei, per la prima volta con tanta chiarezza, c’era una sola certezza:
Aveva camminato in mezzo alla gente, ammanettata e imbavagliata, e non aveva chiesto di smettere.
E una parte di lei — piccola, oscura e sempre più difficile da tacere — era già in attesa della prossima prova.
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