Un amore “legale”
scritto il 2026-10-15 tempo di lettura 95 min
di
DootCinque
genere
etero
cura
B+
Anita Covucci sedeva sul divano sformato del salotto, le gambe raccolte sotto il corpo. Indossava una canotta oversize color fucsia acceso, una di quelle che aveva comprato su Shein quando usciva ancora, stampata con una scritta dorata a caratteri cubitali che ormai si stava scrostando. Sotto non c’era niente. Solo un paio di leggings neri strettissimi che le segnavano le cosce magre e il braccialetto elettronico nero e opaco alla caviglia destra. I piedi nudi poggiavano sul pavimento freddo di linoleum.
La casa odorava di umidità e di caffè riscaldato troppe volte. Dalla stanza accanto arrivava il russare leggero della nonna, che dormiva sempre a quest’ora del pomeriggio. Anita guardava l’orologio sul muro: mancavano dodici minuti alle quattro. L’avvocato aveva detto che sarebbe arrivato puntuale.
Si morse l’interno della guancia.
Non voleva che si notasse. Non voleva che nessuno, tantomeno un uomo in giacca e cravatta, si accorgesse che aveva paura. Aveva venticinque anni, era piccola, magra, moretta, e da quando le avevano messo quel pezzo di plastica alla caviglia si sentiva ancora più piccola. Ma l’orgoglio era l’unica cosa che le era rimasta intatta. Quindi teneva la schiena dritta, le spalle basse, e fingeva di non ascoltare ogni rumore che saliva dallo scalone.
Si alzò, andò allo specchio dell’ingresso e si sistemò il caschetto nero. I capelli le arrivavano appena sotto il mento, lisci, lucidi. Si passò un dito sotto gli occhi per togliere un po’ di mascara che si era sbavato. Non si era truccata troppo. Solo il necessario. Quando era libera si preparava ore per uscire: vestitini corti, top scollati, tacchi alti anche se facevano male, tutto comprato online, tutto appariscente, quasi volgare, ma che sul suo fisico da bambina cresciuta faceva un certo effetto. Adesso non c’era più motivo. Eppure, quando aveva saputo che l’avvocato sarebbe venuto a casa, aveva cambiato tre volte canotta prima di scegliere quella fucsia.
Tornò a sedersi.
Il cuore le batteva un po’ più forte del solito. Non era solo per il processo. Era anche per il fatto che non sapeva come comportarsi con un uomo così. Leone Panizzi. Quarantacinque anni, alto, magro, occhi azzurri, capelli castani corti. L’aveva visto una sola volta in tribunale, di sfuggita, mentre parlava con il pubblico ministero. Aveva la voce calma, le mani pulite, i gesti misurati. Non sembrava uno di quelli che alzavano la voce o facevano i furbi. Sembrava uno che pensava prima di parlare. E che, quando decideva qualcosa, non tornava indietro.
Anita si passò la lingua sulle labbra.
“Che cazzo vuoi da me”, pensò. Non a lui. A se stessa. Perché sentiva già quella strana agitazione nello stomaco, quella che di solito arrivava solo quando qualcuno la guardava troppo a lungo in discoteca.
Si alzò di nuovo. Andò in cucina, aprì il frigorifero, lo richiuse senza prendere niente. Tornò al divano. Si sedette, si alzò, si sedette. Alla fine rimase in piedi vicino alla finestra, nascosta dietro la tendina giallastra, a guardare il cortile interno del palazzo popolare.
Quando sentì i passi sullo scalone, si irrigidì.
Passi fermi, regolari. Non di un vicino. Non di un carabiniere.
Si allontanò dalla finestra, si sistemò la canotta che le scivolava da una spalla, e andò ad aprire prima ancora che suonasse il citofono.
Leone Panizzi era lì, sul pianerottolo, con una cartella di pelle scura sotto il braccio. Alto quasi un metro e ottanta, fisico asciutto, camicia celeste senza cravatta, giacca aperta. Gli occhi azzurri la guardarono con calma. Non sorrideva, ma non aveva neanche l’aria severa. Solo attenta.
«Signorina Covucci», disse. Voce bassa, precisa. «Sono Leone Panizzi. Possiamo parlare?»
Anita si scostò di lato per farlo entrare.
Non rispose subito. Si limitò a chiudere la porta dietro di lui e a dire, con un tono che voleva sembrare indifferente:
«Certo. La nonna dorme, quindi dobbiamo stare un po’ bassi.»
Lui annuì e la seguì nel salotto.
Anita sentì il suo sguardo sulla schiena nuda, sulla canotta larga, sui leggings. Non si voltò. Si sedette sul divano e gli indicò la poltrona di fronte.
Leone posò la cartella sul tavolino basso e si sedette.
Aprì la cartella, tirò fuori alcuni fogli, poi alzò gli occhi su di lei.
Per un momento non parlò.
La guardò. Davvero.
E Anita, che era abituata a essere guardata, questa volta abbassò lo sguardo per un secondo. Solo un secondo. Poi lo rialzò, orgogliosa, quasi provocante.
«Allora», disse lei. «Quanto sono fregata?»
Leone non rispose subito.
Prese gli occhiali dalla taschina interna della giacca, se li mise, e solo dopo parlò.
«Dipende da quanto siamo bravi a dimostrare che non sapevi cosa c’era nello zaino.»
La voce era calma. Professionale.
Ma gli occhi azzurri rimasero su di lei un attimo più del necessario.
Anita sentì il calore salirle leggermente alle guance.
Non lo diede a vedere. Si sistemò meglio sul divano, la canotta scivolò ancora un poco sulla spalla, e incrociò le braccia sotto il seno piccolo.
«Allora cominciamo», disse. «Io non mollo facile.»
Leone la guardò ancora un istante.
Poi abbassò lo sguardo sui fogli.
«Lo so», rispose soltanto.
E in quella risposta c’era già qualcosa di diverso da un semplice avvocato che parlava con una cliente.
Leone aprì la cartella e tirò fuori un fascicolo non troppo spesso. Le pagine erano ordinate, sottolineate a matita in alcuni punti. Prese gli occhiali e se li sistemò con un gesto abitudinario.
«Ho letto tutto il fascicolo», cominciò. Voce bassa, misurata. «L’accusa è pesante. Detenzione ai fini di spaccio di un quantitativo non indifferente. Il fatto che lo zaino non fosse tuo e che tu l’abbia tenuto solo per poco tempo può contare, ma dobbiamo dimostrarlo bene. Non basta dirlo.»
Anita lo ascoltava senza interrompere. Teneva le braccia ancora incrociate, ma non per freddo. Era un modo per tenersi un po’ raccolta, per non mostrare quanto fosse tesa. La canotta fucsia le scivolava continuamente da una spalla e ogni tanto la sistemava con un movimento secco del collo.
«Quello me l’ha dato nel parcheggio e mi ha detto di tenerlo mezz’ora», rispose. «Io non l’ho aperto. Non ho guardato dentro. Non mi sono fatta domande. So che è da stupida, ma è andata così.»
Leone alzò lo sguardo dal foglio. Gli occhi azzurri si posarono su di lei con attenzione.
«Chi è “quello”?»
Anita scosse leggermente la testa.
«Non lo conosco per davvero. Era uno che vedevo spesso in discoteca. Ci scambiavamo due chiacchiere ogni tanto, niente di più. Io pensavo fosse uno di quelli che organizzano i tavoli nel locale. Quando mi ha chiesto di tenergli lo zaino mentre entrava a sistemare qualcosa, non ci ho pensato due volte. Poi sono uscita io e me lo sono ritrovata ancora in mano quando sono arrivati i carabinieri. Era una retata, credo. Hanno fermato un po’ di gente nel parcheggio.»
Leone non prese appunti. Continuò a guardarla.
«E adesso dove si trova?»
«Non lo so. Non l’ho più visto. Non mi ha cercata e io non l’ho cercato.» La risposta uscì secca. Anita si morse l’interno della guancia e aggiunse, più basso: «Non è che avessi il suo numero o qualcosa. Era solo uno del locale.»
Un silenzio breve si posò tra di loro.
Dalla stanza accanto arrivò un debole russare della nonna. Leone abbassò di nuovo lo sguardo sui documenti, ma Anita notò che le dita sulla penna restavano ferme. Non stava leggendo. Stava pensando.
«La Procura spingerà sul fatto che tu frequentassi ambienti a rischio», riprese dopo qualche secondo. «Discoteche, certe compagnie. Dovremo lavorare su questo. Far capire che eri solo una ragazza che usciva, non una che trafficava.»
Anita sentì un leggero calore alle guance.
Non era vergogna per le discoteche. Era il modo in cui lui aveva detto “una ragazza che usciva”. Neutro, professionale, eppure le era sembrato che la stesse osservando mentre lo diceva.
Si sistemò meglio sul divano, le gambe ancora raccolte. I leggings neri le segnavano le ginocchia.
«Io uscivo, sì. Mi piaceva. Ballavo, bevevo qualcosa, tornavo a casa. Non vendevo niente a nessuno. Non ho mai preso soldi da nessuno per quello zaino.»
Leone annuì lentamente.
Poi chiuse il fascicolo e lo posò sul tavolino.
«Ti credo», disse.
Due parole sole.
Anita alzò gli occhi. Non si aspettava quella frase così secca, così diretta. Di solito gli avvocati dicevano “vedremo”, “dobbiamo dimostrarlo”, “ci sono margini”. Lui aveva detto “ti credo”.
Per un attimo non seppe cosa rispondere.
Si limitò a tenergli lo sguardo.
Leone si tolse gli occhiali e li lasciò sul fascicolo. Senza di essi il viso sembrava più giovane, più scoperto. I capelli castani corti gli incorniciavano la fronte. Il fisico asciutto, sotto la camicia celeste, non aveva niente di imponente, eppure c’era una quieta determinazione nel modo in cui stava seduto, dritto, senza agitarsi.
«Adesso ti spiego come lavoreremo», continuò. «Io verrò qui almeno un paio di volte a settimana. Dobbiamo preparare bene le tue dichiarazioni, capire cosa dire e cosa non dire.»
Anita annuì.
Dentro di sé, però, qualcosa si era mosso.
Non era solo sollievo per le parole “ti credo”. Era anche il fatto che lui sarebbe venuto spesso. Qui. In quella casa piccola, un po’ malmessa, con la nonna che russava e l’odore di umidità. Un uomo così, con quegli occhi azzurri e quella voce calma, avrebbe attraversato il portone del palazzo popolare due volte a settimana solo per lei.
Si passò una mano tra i capelli neri, un gesto abitudinario.
«Va bene», disse. «Io sto sempre qui. Non è che possa andare da qualche parte.»
Leone la guardò ancora.
Questa volta lo sguardo scese per un secondo sulla canotta larga, sulla spalla scoperta, sul braccialetto nero alla caviglia, poi risalì al suo viso. Non ci fu niente di volgare in quel movimento. Solo una presa d’atto silenziosa di dove si trovava, di chi aveva davanti, di quanto quella ragazza fosse piccola e chiusa in una gabbia che non aveva scelto.
«Lo so», rispose. E di nuovo quelle due parole uscirono più basse, quasi private.
Anita sentì il cuore batterle un po’ più forte contro le costole.
Non diede a vedere nulla. Restò seduta dritta, le braccia ancora incrociate, e chiese con voce ferma:
«Quanto tempo ci vorrà?»
Leone riprese gli occhiali.
«Dipende. Se riusciamo a ottenere un rito abbreviato e a convincere il giudice, potremmo chiudere in pochi mesi. Se invece si va a dibattimento pieno… di più. Ma lavoreremo per ridurre tutto il possibile.»
Si alzò.
La poltrona scricchiolò leggermente. Anita alzò lo sguardo verso di lui. Da sotto, con lui in piedi, le sembrò ancora più alto. Il fisico asciutto, le spalle non larghissime ma diritte, le mani che sistemavano i fogli dentro la cartella con precisione.
«La prossima volta porto le copie delle dichiarazioni e dei verbali di sequestro», disse. «Dobbiamo leggerle insieme. Preferisci mattina o pomeriggio?»
«Pomeriggio», rispose Anita senza esitare. «La mattina a volte passano. Dopo le quattro è più tranquillo.»
Leone annuì.
«Allora giovedì alle quattro e mezza.»
Si diresse verso la porta. Anita si alzò e lo seguì fino all’ingresso. Mentre lui apriva, lei restò un passo indietro, la schiena contro il muro del corridoio stretto. La canotta le era scivolata di nuovo.
Leone si voltò prima di uscire.
La guardò un’ultima volta. Gli occhi azzurri restarono sui suoi un secondo più lungo del necessario.
«Riposati», disse. «E non parlare con nessuno di quello che ci siamo detti oggi.»
«Non parlo con nessuno da settimane», rispose lei. «Non è che abbia chissà quanta gente con cui chiacchierare.»
Un angolo della bocca di Leone si mosse. Non era un sorriso vero e proprio, ma qualcosa di vicino.
«Giovedì, allora.»
Chiuse la porta dietro di sé con un click leggero.
Anita restò ferma nel corridoio per qualche secondo.
Ascoltò i passi che scendevano le scale, regolari, fermi. Poi il portone del pian terreno che si chiudeva.
Tornò nel salotto.
Si sedette di nuovo sul divano, nella stessa posizione di prima. La casa era tornata silenziosa, a parte il russare lontano della nonna.
Si passò una mano sul braccio nudo, lì dove la canotta lasciava scoperta la pelle.
Non sapeva esattamente cosa stesse provando. Non era attrazione, non ancora. Era qualcosa di più sottile. Una curiosità. Una tensione leggera che le si era posata sullo stomaco e non voleva andarsene.
Si guardò le ginocchia magre strette nei leggings.
Poi alzò gli occhi verso la porta chiusa.
«Giovedì», mormorò tra sé.
E per la prima volta da quando le avevano messo il braccialetto, la prospettiva di restare chiusa in quella casa non le sembrò del tutto insopportabile.
Leone scese le scale del palazzo con passo regolare.
Il corridoio odorava di fritto e di umidità antica, le pareti erano scrostate in più punti, e a ogni piano si sentivano voci o televisioni accese. Non era il tipo di posto in cui era abituato a entrare. Di solito i suoi clienti lo ricevevano in case più ordinate, o li incontrava in carcere, o nei corridoi dei tribunali. Qui invece aveva dovuto salire quattro piani a piedi, con la cartella sotto il braccio, tra porte socchiuse e bambini che giocavano sullo scalone.
Aprì il portone e uscì nella luce del pomeriggio.
L’aria di Casoria era pesante, un po’ afosa. Si diresse verso la macchina parcheggiata un isolato più in là, ma non aveva fretta. Camminava lentamente, la mente ancora dentro quella casa.
Anita Covucci.
Venticinque anni, un metro e cinquantacinque scarso, magra come un filo, il caschetto nero liscio, la canotta fucsia troppo larga che le scivolava continuamente da una spalla. Non aveva l’aria di chi trafficava droga. Non aveva l’aria di chi sapeva cosa stava facendo. Aveva l’aria di una ragazza che era finita nel posto sbagliato al momento sbagliato, e che adesso se ne stava chiusa in un alloggio popolare con un braccialetto alla caviglia e una nonna che russava nella stanza accanto.
Leone ne aveva viste tante, in vent’anni di professione.
Aveva difeso spacciatori veri, corrieri, ragazze che sapevano esattamente quanto valeva la merce che trasportavano e quanto rischiavano. Aveva imparato a riconoscere certi sguardi: lo sguardo di chi mente per abitudine, di chi calcola, di chi ha già deciso cosa dire e cosa nascondere. Quella ragazza non aveva quello sguardo. Aveva gli occhi di chi si è sentita presa in giro, di chi ha fatto una cazzata per leggerezza, e adesso ne stava pagando il prezzo intero. E aveva anche qualcosa d’altro. Un orgoglio secco, quasi spigoloso, che le impediva di abbassare troppo la testa anche quando era evidente che aveva paura.
Si passò una mano sulla nuca mentre apriva la macchina.
Si sedette, chiuse lo sportello, ma non mise subito in moto. Restò un momento con le mani sul volante, guardando il palazzo dallo specchietto.
Non era attrazione.
O almeno non voleva chiamarla così. Era piuttosto una forma di attenzione più acuta del solito. Il modo in cui lei teneva le braccia incrociate sotto il seno piccolo. Il modo in cui sistemava la canotta ogni due minuti. Il modo in cui aveva detto “io non mollo facile” con quella voce bassa e testarda. E il modo in cui lo aveva guardato quando lui aveva detto “ti credo”. Per un secondo aveva abbassato gli occhi, poi li aveva rialzati subito, come se non potesse permettersi di mostrare sollievo.
Leone avviò il motore.
Giovedì alle quattro e mezza sarebbe tornato.
E mentre inseriva la marcia, si rese conto che non stava pensando solo al fascicolo o alla strategia processuale. Stava pensando a quella canotta fucsia, e a quanto fosse piccola quella ragazza rispetto alla casa, rispetto al braccialetto, rispetto a tutto.
Scosse leggermente la testa, come per cacciare via il pensiero, e si immise nel traffico.
Anita era rimasta seduta sul divano a lungo dopo che la porta si era chiusa.
Le gambe ancora raccolte, le braccia ancora incrociate, lo sguardo fisso sul punto vuoto dove prima c’era la poltrona con lui sopra.
Non sapeva esattamente cosa stesse provando.
Non era la solita agitazione che sentiva quando un ragazzo la guardava troppo in discoteca. Quella era facile, leggera, faceva parte del gioco. Questa era diversa. Più silenziosa. Più pesante. Si era posata sullo stomaco e non se ne andava.
Si alzò, andò in cucina, aprì il frigorifero, lo richiuse. Non aveva fame. Tornò nel salotto e si fermò davanti allo specchio dell’ingresso. Si guardò. La canotta fucsia le arrivava a metà coscia, troppo larga sulle spalle magre. I leggings neri le segnavano ogni linea delle gambe. Il braccialetto le cingeva la caviglia come un richiamo continuo a non dimenticare dove si trovava.
Si passò una mano tra i capelli.
Lui l’aveva guardata. Non nel modo in cui la guardavano i ragazzi del locale, con la voglia chiara in faccia. L’aveva guardata come se stesse cercando di capire chi fosse davvero. E quando aveva detto “ti credo”, lei aveva sentito qualcosa che non riusciva a nominare. Un leggero calore al centro del petto. Un sollievo misto a qualcos’altro.
Si allontanò dallo specchio e tornò al divano.
Si sdraiò di lato, le ginocchia al petto, e chiuse gli occhi.
Non era attrazione.
O almeno non voleva chiamarla così. Era solo che per la prima volta da settimane qualcuno l’aveva ascoltata senza interromperla, senza farle la morale, senza trattarla come una stupida che aveva combinato un casino. Le aveva detto “ti credo”. Due parole. E lei se le stava ancora repeating in testa.
Aprì gli occhi e guardò l’orologio sul muro.
Mancavano ancora tre giorni a giovedì.
Si strinse un po’ di più nelle proprie braccia.
La casa era silenziosa. La nonna russava. Fuori, in strada, passava qualche macchina.
Anita restò così, ferma, a ripensare agli occhi azzurri dell’avvocato e al modo in cui le aveva detto “lo so” quando lei aveva parlato di non poter andare da nessuna parte.
E per la prima volta da quando le avevano messo il braccialetto, si rese conto che aspettava già il suono dei suoi passi sullo scalone.
Giovedì arrivò con un caldo afoso che entrava dalle finestre socchiuse e rendeva l’aria della casa ancora più pesante.
Anita non aveva chiuso occhio per quasi tutta la notte. Aveva girato e rigirato sul letto stretto, aveva guardato il soffitto, aveva ascoltato i rumori del palazzo, e ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva gli occhi azzurri dell’avvocato e sentiva ancora il suono di quelle due parole: ti credo. Verso le cinque del mattino, esausta, si era trascinata in salotto e si era accasciata sul divano. Aveva pensato di restare lì solo un’ora. Invece il sonno l’aveva presa di sorpresa, pesante e improvviso.
Quando il campanello suonò, era quasi le quattro e mezza.
Anita aprì gli occhi di scatto, confusa. Per un secondo non capì dove fosse. Poi la memoria tornò tutta insieme e un brivido le attraversò la schiena.
«Merda.»
Si alzò di scatto, ma il corpo era ancora lento, intorpidito. Indossava solo un top corto a canotta blu con una stampa sbiadita sul petto, senza reggiseno — in casa non lo metteva mai — e un pantaloncino morbido di cotone leggero, tenuto leggermente a vita bassa. Ai piedi aveva le solite infradito nere, consumate. I capelli neri del caschetto erano un po’ spettinati da un lato.
Camminò verso la porta ancora mezzo addormentata, strisciando i piedi. Aprì senza neanche guardare dallo spioncino.
Leone Panizzi era lì, sul pianerottolo, cartella sotto il braccio, camicia chiara, giacca leggera aperta. Alto, asciutto, gli occhi azzurri già posati su di lei.
Anita sobbalzò.
Il movimento improvviso la fece inciampare nelle proprie infradito. Perse l’equilibrio in avanti, le braccia si aprirono d’istinto cercando qualcosa a cui aggrapparsi, e la mano destra andò a finire dritta, aperta, proprio tra le gambe dell’uomo.
Il contatto durò forse un secondo e mezzo.
La palma di Anita, calda e ancora un po’ intorpidita dal sonno, premette contro il tessuto dei pantaloni, proprio lì dove il corpo di Leone era più sensibile. Sentì la forma, la consistenza, il calore. Non fu un tocco leggero. Fu pieno, involontario, e per un attimo la sua mano restò lì, come se il cervello non avesse ancora processato cosa stesse toccando.
Poi la realtà la colpì come uno schiaffo.
«Oh cazzo — scusi!»
Si ritrasse di scatto, quasi saltando indietro, il viso già in fiamme. Le infradito le sfuggirono di nuovo e dovette appoggiarsi allo stipite per non cadere una seconda volta. «Scusi, non l’ho fatto apposta, stavo dormendo, non mi ricordavo che doveva arrivare, ho perso l’equilibrio—»
Leone era rimasto immobile.
Per un attimo non aveva detto niente. Solo gli occhi azzurri si erano socchiusi di una frazione, e una tensione quasi impercettibile gli aveva attraversato la mascella. Dentro i pantaloni aveva avvertito con chiarezza la pressione della mano piccola e calda di lei: le dita delicate, il palmo morbido, il contatto improvviso e pieno contro il suo sesso. Un brivido corto e netto gli era salito lungo la schiena prima ancora che riuscisse a controllarlo. Non era stato solo sorpresa. Era stato piacere. Secco, involontario, e per questo ancora più difficile da ignorare.
Si schiarì la voce.
«Non fa niente», disse. La voce uscì un po’ più bassa del solito, ma ferma. Cercò di minimizzare, di restituire subito normalità alla situazione. «Succede. Stai attenta ai passi.»
Anita teneva lo sguardo basso, le guance rosse, una mano ancora sul muro come per tenersi. Dentro di sé, però, qualcosa non si era ancora sistemato. Quella frazione di secondo in cui la sua mano aveva premuto contro di lui le era rimasta impressa con una chiarezza quasi imbarazzante. Aveva sentito la forma, il calore, la durezza già presente sotto il tessuto. Non si era aspettata… quello. E ora non riusciva a cancellare la sensazione dalla pelle del palmo.
«Davvero scusi», ripetè, più piano. «Sono una frana quando mi sveglio di colpo.»
Leone entrò, chiudendo la porta dietro di sé con calma. Posò la cartella sul tavolino del salotto senza guardarla subito. Aveva bisogno di un attimo per far tornare tutto al suo posto. Il corpo, però, aveva registrato il contatto e non sembrava disposto a dimenticarlo così in fretta. Sentiva ancora il ricordo preciso di quella mano piccola e calda premuta contro di lui.
Quando si voltò verso di lei, Anita stava sistemandosi il top blu che le era salito un po’ durante la caduta, lasciando scoperto un lembo di pancia. I pantaloncini le erano scivolati ancora un poco sui fianchi. Lei non se ne stava accorgendo. O forse sì, ma in quel momento aveva altro a cui pensare.
«Si sieda pure», disse Leone, indicando la poltrona. La voce era tornata professionale, ma gli occhi azzurri restarono su di lei un secondo più lungo del necessario. «Abbiamo parecchio da leggere oggi.»
Anita annuì, ancora arrossita, e andò a sedersi.
Si sistemò sul divano, le gambe chiuse, le mani strette tra le ginocchia. Il palmo destro le formicolava ancora. Ogni tanto, senza volerlo, lo apriva e lo richiudeva, come se potesse cancellare la memoria di quello che aveva toccato.
Leone si sedette di fronte a lei, aprì la cartella e tirò fuori i fogli.
Ma per i primi minuti non lesse nulla. Guardava le parole senza vederle. Nella mente gli restava solo la pressione calda e improvvisa di quella mano, e il modo in cui lei aveva detto «scusi» con la voce ancora impastata di sonno e di imbarazzo.
E sapeva, con una chiarezza che non gli piaceva affatto, che da quel momento in poi sarebbe stato più difficile fingere che tra di loro ci fosse solo un rapporto professionale.
Leone aprì la cartella e dispose i fogli sul tavolino in un ordine preciso. Prese gli occhiali, se li sistemò, e cominciò a parlare con la stessa voce calma di sempre, come se l’incidente di pochi minuti prima non fosse mai successo.
«Ti spiego per punti come si sviluppa da qui in avanti. Prima di tutto dobbiamo depositare le memorie difensive e chiedere il rito abbreviato. Se ce lo concedono, il processo si svolge sulla base degli atti già acquisiti, senza dibattimento pieno. È la strada più veloce e, nel tuo caso, la più conveniente. L’obiettivo principale resta il proscioglimento. Per ottenerlo dobbiamo dimostrare in modo chiaro e documentato che tu eri completamente all’oscuro sia dei movimenti di quel ragazzo sia del contenuto dello zaino. Se riusciamo a far emergere questo, le accuse cadono. Se invece il giudice non si convince del tutto, lavorerò per ridurre i danni al minimo: pena sospesa, o quantomeno una misura molto più leggera di quella che chiede adesso la Procura.»
Anita annuì.
Le parole di Leone le arrivavano chiare, professionali, e per un attimo le diedero un senso di sollievo concreto. Qualcuno stava lavorando per tirarla fuori da quel pasticcio. Non le stava dicendo che era spacciata. Le stava dicendo che c’era una strada, e che lui l’avrebbe percorsa fino in fondo.
«Quindi… potrei uscirne pulita?», chiese, la voce un po’ più bassa del solito.
Leone la guardò da sopra gli occhiali.
«Se dimostriamo che non sapevi niente, sì. È possibile. Non te lo posso garantire al cento per cento, perché in questi processi non esistono garanzie assolute. Ma è l’obiettivo su cui stiamo puntando. E se non ci riusciamo del tutto, farò in modo che il prezzo da pagare sia il più basso possibile.»
Anita sentì le spalle allentarsi un poco.
Non era ancora tranquillità piena — la paura restava lì, sotto la pelle, come un filo teso — ma era qualcosa di vicino. Qualcuno la stava ascoltando, qualcuno le credeva, qualcuno aveva un piano. Per la prima volta da quando le avevano messo il braccialetto, ebbe l’impressione di non essere completamente sola in quella storia.
«Va bene», disse. «Io farò quello che dice.»
Leone riprese a spiegare i passaggi successivi: i tempi, le udienze, le possibili eccezioni, le dichiarazioni che avrebbero dovuto preparare insieme. La voce restava bassa, precisa, senza enfasi inutili. Anita lo ascoltava. All’inizio seguiva tutto. Poi, piano piano, qualcosa cominciò a spostarsi.
Il suono delle sue parole continuava ad arrivare, ma il significato si faceva più lontano.
La mente di Anita tornava indietro di pochi minuti. Tornava a quel secondo in cui la sua mano aveva premuto, aperta e calda, proprio lì. Aveva sentito la forma sotto il tessuto. Aveva sentito il calore. E ora, mentre Leone parlava di memorie difensive e di rito abbreviato, lei sentiva ancora il ricordo di quel contatto stampato sul palmo.
Si morse leggermente il labbro interno.
Erano passati più di due mesi dall’ultima volta che era andata a letto con qualcuno. Due mesi interi. Prima dei domiciliari usciva quasi ogni fine settimana, ballava, beveva qualcosa, e non era raro che qualcuno la guardasse in un certo modo, che le si avvicinasse, che le mettesse una mano sui fianchi mentre ballavano. Le piaceva. Le piaceva essere desiderata. Le piaceva il modo in cui gli occhi degli uomini le scendevano addosso quando indossava quei vestitini corti comprati su Shein, quelli che lasciavano vedere quasi tutto. Adesso non la guardava più nessuno. Non in quel modo. Era chiusa in casa, con una canotta blu senza reggiseno e un pantaloncino a vita bassa, e l’unico uomo che entrava in quella stanza la guardava da sopra gli occhiali mentre parlava di atti processuali.
Eppure, pochi minuti prima, la sua mano era finita proprio lì.
E lui aveva sentito. Lei lo aveva capito dallo sguardo, dalla leggera tensione della mascella, dal modo in cui aveva impiegato un secondo di troppo a rispondere. Non era stato solo imbarazzo. C’era stato qualcos’altro.
Anita si sistemò meglio sul divano, le ginocchia strette, le mani ancora chiuse tra le cosce. Il top blu le era salito un poco, lasciando scoperta una striscia di pelle sopra l’ombelico. Non se ne accorse subito. Quando se ne accorse, non lo tirò giù. Restò così, a guardare Leone mentre parlava, e a sentire il formicolio leggero che le risaliva lungo le braccia ogni volta che i suoi occhi azzurri si posavano su di lei per un istante.
Lui stava spiegando qualcosa sui tempi del processo.
Lei annuiva di tanto in tanto, ma non stava più seguendo davvero. Stava pensando a quanto tempo era passato dall’ultima volta che qualcuno l’aveva toccata con desiderio. E a quanto strano fosse che il primo contatto fisico dopo due mesi fosse stato quello: involontario, imbarazzante, eppure impossibile da dimenticare.
Leone chiuse il fascicolo e alzò lo sguardo.
«Hai domande su quello che ti ho detto finora?»
Anita ci mise un secondo a rispondere.
Dovette sforzarsi di tornare presente.
«No», disse. Poi, dopo una piccola esitazione: «Cioè… sì. Ma dopo. Adesso mi è un po’ confuso tutto.»
Leone la osservò un attimo più a lungo.
Notò il leggero rossore che le era rimasto sulle guance, il modo in cui teneva le mani strette, il top che le si era alzato. Non disse niente. Si limitò ad annuire.
«Va bene. Possiamo riprendere la prossima volta. Oggi ti ho dato abbastanza da elaborare.»
Si alzò, raccolse i fogli e li ripose nella cartella. Anita restò seduta, lo sguardo basso, il cuore che batteva un po’ più in fretta del necessario. Non sapeva se lui avesse capito dove fosse andata a finire la sua mente. Sperava di no. O forse, in un angolo nascosto di sé, sperava di sì.
Lo studio di Leone era silenzioso.
Fuori, oltre le tende semiabbassate, la città di Napoli scendeva lentamente verso sera. Lui sedeva alla scrivania, la giacca appesa allo schienale della sedia, le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti. Davanti a sé aveva il fascicolo di Anita Covucci aperto, le pagine già segnate a matita in diversi punti.
Stava rileggendo il verbale di sequestro quando il ricordo gli tornò senza preavviso.
La mano di lei. Piccola, calda, aperta. Premuta per un secondo e mezzo proprio lì, tra le sue gambe, con una naturalezza involontaria che lo aveva colto del tutto impreparato. Aveva sentito il palmo, le dita, il leggero formicolio che gli era salito lungo la schiena prima ancora che riuscisse a controllarsi. E aveva visto il rossore salirle in faccia, il modo in cui si era ritratta quasi spaventata da se stessa.
Leone posò la penna.
Si passò una mano sulla bocca, gli occhi fissi su un punto qualsiasi del foglio. Non stava più leggendo. Stava ripensando a quanto quella ragazza fosse, in realtà, molto carina. Non in modo appariscente o costruito. Carina in un senso più semplice e più pericoloso: il viso magro, gli occhi scuri troppo grandi, il caschetto nero che le incorniciava le guance, il corpo piccolo e magro che sotto quei vestiti larghi lasciava comunque intuire tutto.
Le gambe.
Se le ricordava con precisione. Sottili, ma definite. Nei pantaloncini morbidi di cotone non aveva fatto alcun tentativo di nasconderle. Se ne stava seduta con le ginocchia strette, eppure le cosce restavano visibili, la pelle chiara, il punto in cui il tessuto saliva un poco quando si muoveva. E il sedere. Quello lo aveva notato quando lei si era alzata per accompagnarlo alla porta, la prima volta, e di nuovo quel pomeriggio mentre si sistemava dopo la caduta. Rotondo, alto, apparentemente molto sodo. Il tipo di sedere che su un fisico così piccolo e leggero risultava quasi sproporzionato, e proprio per questo ancora più evidente.
Leone restò fermo qualche secondo.
Poi, senza pensarci troppo, aprì il computer e digitò il nome di lei sulla barra di ricerca di Instagram. Il profilo era pubblico. Anita_covucci, con una foto profilo scattata in discoteca, trucco evidenziato, labbra lucide, lo sguardo diretto verso l’obiettivo. Scorrì le foto.
Outfit dopo outfit.
Vestitini cortissimi, top che lasciavano scoperta quasi tutta la schiena, shorts di pelle, body trasparenti sotto giacche aperte. Alcuni look erano semplicemente sexy. Altri erano dannatamente provocanti: scollature profonde, tessuti che aderivano a ogni curva, tacchi altissimi. Dieci, dodici centimetri. Sandali a stiletto neri, plateau, cinturini sottili intorno alle caviglie magre. Leone si soffermò su una foto in particolare: Anita di schiena, in un locale affollato, un miniabito nero che le copriva a malapena il sedere, le gambe tese sui tacchi, una mano che si passava tra i capelli. Sembrava a proprio agio. Sicura. Lontana anni luce dalla ragazza che poche ore prima era inciampata in un paio di infradito ed era finita con la mano tra le sue gambe.
Sorrise appena, senza allegria.
Era strano. Quella stessa ragazza che in casa si muoveva in modo goffo e un po’ trasandato, fuori sapeva esattamente come mettersi in mostra. E lui, adesso, stava perdendo tempo a guardare le sue foto invece di lavorare sul fascicolo.
Il telefono dello studio squillò.
Leone socchiuse gli occhi per un attimo, poi rispose. Era un altro assistito, uno dei soliti, con le solite preoccupazioni. Mentre ascoltava e rispondeva con la voce professionale di sempre, chiuse la scheda di Instagram e tornò ai documenti. Ma il corpo aveva registrato tutto. E la mente, anche se costretta a tornare al lavoro, non aveva cancellato né il tocco di quella mano né le immagini di Anita in discoteca con i tacchi altissimi e il vestito troppo corto.
A Casoria, la sera scese lenta.
Anita aveva cenato in silenzio con la nonna, poi l’aveva aiutata a sparecchiare e a lavare i piatti. Aveva asciugato, aveva riposto, aveva passato lo straccio sul tavolo. Tutto con movimenti automatici. La nonna, come sempre, non faceva troppe domande. Si limitava a guardarla ogni tanto con quegli occhi stanchi e affettuosi, e a dirle di non pensare troppo.
Quando ebbe finito, Anita si ritirò in camera.
Chiuse la porta, si tolse le infradito, e si lasciò cadere sul letto. La stanza era piccola, le pareti un po’ scrostate, un armadio a due ante e una finestra che dava sul cortile interno. Si stese a pancia in su, le braccia aperte, e fissò il soffitto.
Non voleva pensarci.
Ma ci pensava lo stesso.
Il ricordo della sua mano premuta tra le gambe di Leone le tornava con una chiarezza quasi fisica. Aveva sentito la forma. Il calore. La durezza già presente sotto il tessuto. E lui aveva cercato di fare finta di niente, ma lei aveva visto la leggera tensione della mascella, il secondo di troppo prima che rispondesse. Non era stato solo imbarazzo. C’era stato piacere. Lei lo aveva sentito, o almeno così le sembrava.
Si girò su un fianco, le ginocchia al petto.
I pensieri, però, non si fermarono. Anzi, si fecero più precisi, più sporchi. Immaginò quelle stesse mani di lui — le mani pulite, precise, da avvocato — che le aprivano le cosce. Immaginò la sua voce calma che diventava più bassa, più roca, mentre le diceva di stare ferma. Immaginò se stessa in ginocchio, in quella stessa canotta blu senza reggiseno, mentre lui la guardava dall’alto con quegli occhi azzurri.
Si portò una mano alla bocca e mormorò, a voce bassissima, quasi senza suono:
«Animì ma c’cazz t’ven n’cap? Ten 20 in più a te, cretin’.»
Si coprì il viso con il braccio.
Era una cazzata. Lui aveva quarantacinque anni, era il suo avvocato, e lei era una ragazza chiusa in casa con un braccialetto alla caviglia. Non c’era niente di sensato in quei pensieri. Eppure non riusciva a cacciarli. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva il momento in cui la sua mano era finita lì, e sentiva di nuovo quel formicolio leggero e pericoloso che le scendeva lungo la pancia.
Restò così a lungo, ferma sul letto, a litigare con se stessa in silenzio.
Fuori, il palazzo faceva i suoi rumori abituali. La nonna russava già.
Anita, alla fine, si alzò solo per spegnere la luce. Poi tornò a sdraiarsi al buio, le ginocchia strette, e lasciò che i pensieri sconci continuassero a girarle in testa senza più combatterli del tutto.
Passò una settimana intera.
Anita l’aveva contata giorno per giorno. Ogni sera, dopo aver aiutato la nonna in cucina, si chiudeva in camera e ripensava a quel pomeriggio: la mano finita nel posto sbagliato, lo sguardo di Leone, il modo in cui lui aveva cercato di far finta di niente. I pensieri erano diventati più precisi, più caldi, e lei non riusciva più a cacciarli del tutto. A volte si toccava sotto le lenzuola pensando a quegli occhi azzurri, poi si fermava di colpo e si diceva che era una cretina. Ma il corpo non ascoltava.
Quando arrivò il giorno dell’incontro successivo, si preparò con più cura del solito. Indossò un top nero a canotta, più scollato di quelli che metteva di solito, e un pantaloncino di cotone grigio chiaro a vita bassa. Sotto, senza pensarci troppo, aveva scelto un perizoma nero dai bordi sottilissimi. Mentre si guardava allo specchio si accorse che, se si piegava anche solo un poco, l’elastico sottile sporgeva chiaramente sopra il bordo del pantaloncino. Non lo sistemò. Lo lasciò così.
Quando il campanello suonò, il cuore le batteva già più in fretta.
Leone entrò con la solita cartella sotto il braccio. Camicia chiara, maniche non rimboccate, aria concentrata. La salutò in modo professionale e si sedette sulla poltrona. Anita lo seguì con lo sguardo mentre disponeva i fogli sul tavolino.
«Ho portato le bozze delle dichiarazioni», cominciò lui. «Dobbiamo rivederle insieme punto per punto.»
Anita annuì e si sedette sul divano, le gambe accavallate. Il pantaloncino le saliva un poco sui fianchi. Non se ne curò.
Ascoltò in silenzio per i primi minuti, poi, mentre Leone spiegava un passaggio tecnico, lo interruppe con una domanda che non c’entrava nulla.
«Avvocato… posso farle una domanda personale?»
Leone alzò lo sguardo dai fogli. Gli occhi azzurri si posarono su di lei con un leggero interrogativo.
«Dipende dalla domanda.»
Anita si strinse nelle spalle, fingendo nonchalance.
«Ha una moglie? O una compagna?»
Ci fu un piccolo silenzio. Leone posò la penna.
«No», rispose alla fine. «Né moglie né compagna. Da qualche tempo.»
Anita annuì lentamente, come se la risposta le interessasse davvero.
«E… fuori dal lavoro cosa fa? Cioè, ha degli interessi? Sport, libri, qualcosa?»
Leone la osservò un attimo più a lungo. Capì che non stava chiedendo per educazione. Stava cercando qualcosa. E lui, contro ogni regola professionale, rispose lo stesso.
«Leggo. Corro un paio di volte a settimana. Ogni tanto vado al cinema, quando riesco. Niente di particolare.»
Anita sorrise appena, un sorriso storto e un po’ sfacciato.
«Sembra una vita tranquilla.»
«Lo è», rispose lui. Poi, dopo una breve pausa: «E la sua, prima di tutto questo? Solo discoteche?»
La domanda la colse di sorpresa. Non si aspettava che le restituisse il servizio così in fretta. Si sistemò meglio sul divano, e nel movimento il pantaloncino scese di un altro centimetro. L’elastico sottile del perizoma nero sporse chiaramente sopra il bordo, proprio al centro della schiena.
«Discoteche, sì», disse. «Mi piaceva ballare. Uscire. Sentirmi… guardata, a dire la verità.»
Leone non rispose subito. Lo sguardo gli era sceso, quasi senza volerlo, proprio lì dove il perizoma nero spuntava dal pantaloncino. Ci restò un secondo di troppo. Anita se ne accorse. Lo sentì sulla pelle ancora prima di alzare gli occhi e coglierlo in flagrante.
Si voltò leggermente di lato, facendo finta di sistemarsi i capelli, e in realtà offrendo una visuale ancora più chiara. Poi, con voce calma, quasi divertita, disse:
«Avvocà… ma dovete spiegarmi le carte o dovete guardarmi il culo?»
Leone irrigidì la schiena. Il rossore gli salì leggermente sotto gli zigomi, anche se cercò di controllarlo. Abbassò subito lo sguardo sui fogli, poi lo rialzò con un’espressione composta.
«Non la stavo guardando», disse. La voce uscì un po’ più ferma del necessario. «Semplicemente mi è caduto l’occhio perché è proprio di fronte a me.»
Anita lo fissò. Il sorriso le si fece più aperto, più provocante. Si piegò in avanti di poco, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, e il top nero le scese abbastanza da lasciare intuire il seno piccolo senza reggiseno.
«Vabbè, ma non fa niente se me lo guardate», rispose. «Dopotutto siete uomo, no? Vi piacciono le donne, dico bene?»
Il silenzio che seguì fu spesso.
Leone non distolse lo sguardo questa volta. La guardò dritta negli occhi, e per un attimo la maschera professionale si incrinò. Qualcosa di più scuro, di più diretto, gli passò negli occhi azzurri.
«Sì», disse alla fine. Voce bassa. «Mi piacciono le donne.»
Anita sentì un brivido preciso scenderle lungo la schiena. Non abbassò gli occhi. Restò lì, a tenergli lo sguardo, consapevole che aveva appena spostato il confine di diversi centimetri.
Leone raccolse i fogli con movimenti un po’ troppo precisi.
«Forse è meglio se oggi ci fermiamo qui», disse. «Riprendiamo la prossima volta.»
Anita annuì lentamente.
Non aveva vinto. Non ancora. Ma aveva visto abbastanza da capire che lui non era rimasto indifferente. E che, da quel momento in poi, il gioco non sarebbe più stato solo suo.
Leone chiuse la porta dell’appartamento dietro di sé e scese le scale a passo più veloce del solito.
Non si fermò fino a quando non fu fuori dal portone e dentro la macchina. Solo allora lasciò andare un lungo respiro e si passò una mano sulla faccia.
«Che cazzo stai facendo», mormorò tra sé.
Aveva risposto.
Non aveva minimizzato, non aveva tagliato corto, non aveva ripreso il tono professionale come avrebbe dovuto. Aveva guardato quel perizoma nero che spuntava dal pantaloncino e, quando lei lo aveva beccato, invece di chiudere la questione aveva detto la verità. Mi piacciono le donne. Quattro parole che non avrebbe mai dovuto pronunciare. Quattro parole che avevano spostato tutto.
Si avviò, ma la mente restava lì, in quel salotto piccolo e un po’ malmesso. Rivedeva Anita piegata in avanti, il top nero sceso, gli occhi scuri fissi nei suoi mentre lo sfidava con quella calma sfacciata. Rivedeva l’elastico sottile del perizoma e il modo in cui lei non aveva fatto nulla per nasconderlo. Anzi. L’aveva usato.
Leone strinse il volante.
Era il suo avvocato. Lei era una cliente agli arresti domiciliari. Qualsiasi cosa oltre il rapporto professionale era sbagliata, pericolosa, potenzialmente disastrosa. Eppure il corpo non sembrava d’accordo con la testa. Mentre guidava verso Napoli sentiva ancora una tensione sorda e precisa tra le gambe, un’eco di quel contatto di una settimana prima e di quello sguardo di oggi.
Quando arrivò in studio chiuse la porta a chiave e restò qualche minuto in piedi vicino alla finestra, senza accendere la luce. Solo quando il telefono squillò per una chiamata di lavoro riuscì a tornare, almeno in superficie, alla normalità.
A Casoria, Anita aveva accompagnato Leone fino alla porta e l’aveva chiusa con cura.
Poi era rimasta ferma nel corridoio, la schiena contro il muro, il cuore che le batteva forte e regolare.
Aveva osato.
Aveva davvero osato.
Si portò una mano alla bocca e sorrise, un sorriso stretto e un po’ incredulo. Lui aveva risposto. Non aveva fatto finta di niente, non l’aveva rimproverata, non era scappato dietro a una scusa professionale. Le aveva detto di sì. Mi piacciono le donne. E lo sguardo che le aveva lanciato in quel momento non era lo sguardo di un avvocato. Era lo sguardo di un uomo che aveva capito il gioco e aveva deciso di non ritirarsi.
Anita tornò in salotto a passi lenti. Si lasciò cadere sul divano, le gambe aperte, e si passò le mani sul viso. Il perizoma le stringeva ancora un poco, e ogni tanto, muovendosi, sentiva l’elastico sottile contro la pelle. Non se lo tolse. Restò così, a ripensare a ogni secondo di quel colloquio, a ogni battuta, a ogni silenzio.
Più tardi, in camera, si stese sul letto al buio e questa volta non cercò di fermare i pensieri. Li lasciò correre. Immaginò cosa sarebbe successo se lui non se ne fosse andato. Immaginò se stessa che si alzava, gli andava vicino, e invece di provocarlo a parole lo toccava davvero. Il solo pensarlo le fece scendere un calore lento e insistente tra le cosce. Si toccò sopra il pantaloncino, poi sotto, e questa volta non si fermò subito. Continuò, con i movimenti lenti e silenziosi, finché il piacere non arrivò, trattenuto, quasi colpevole. Dopo restò ferma, il respiro ancora corto, e mormorò di nuovo tra sé:
«Cretin’.»
Ma il sorriso che aveva sulle labbra non era da cretina. Era da qualcuno che aveva deciso di non tirarsi indietro.
Passarono altri cinque giorni.
Quando Leone suonò di nuovo al citofono, Anita era già in piedi dietro la porta. Aveva scelto con cura. Un top bianco, sottile, quasi trasparente se presa contro luce, e un pantaloncino nero cortissimo che le lasciava completamente scoperte le cosce. Sotto, di nuovo il perizoma. Questa volta nero con i bordi ancora più sottili. Mentre aspettava sentiva il cuore batterle in gola.
Aprì.
Leone la guardò.
Non fu un’occhiata veloce e professionale. Fu un’occhiata piena, che partì dagli occhi, scese lungo il top bianco, si soffermò un secondo sulle gambe scoperte e risalì. Non disse niente per un attimo. Solo poi, con voce più bassa del solito:
«Buongiorno.»
Anita si scostò per farlo entrare. Mentre lui passava vicino a lei, sentì il leggero odore del suo dopobarba e un brivido le corse lungo le braccia.
«Buongiorno, avvocato.»
Chiuse la porta.
Questa volta non ci fu bisogno di molte parole per capire che l’aria era diversa. Più densa. Più carica. Leone posò la cartella sul tavolino ma non la aprì subito. Restò in piedi, a guardarla mentre lei andava a sedersi sul divano con movimenti lenti, consapevoli.
Anita si accavallò le gambe. Il pantaloncino salì ancora. L’elastico del perizoma spuntò di nuovo, chiaro contro la pelle.
Leone se ne accorse.
E questa volta non distolse lo sguardo in fretta.
Anita lo notò. Sorrise, piccola, quasi impercettibile, e disse con voce calma:
«Oggi mi sembra che abbiate meno fretta di tirare fuori le carte.»
Leone restò in silenzio un secondo. Poi si tolse gli occhiali e li posò sulla cartella. Gli occhi azzurri, senza la barriera delle lenti, erano più diretti, più scoperti.
«Forse», rispose soltanto.
E in quella sola parola c’era già tutta la tensione che entrambi sapevano non sarebbe più tornata indietro.
Leone restò in piedi ancora qualche secondo, la cartella abbandonata sul tavolino. Non aveva aperto un solo foglio. Gli occhi azzurri erano fissi su Anita, e per la prima volta non cercava più di nascondere dove guardava.
Anita se ne accorse. Sentì lo sguardo scenderle lungo il collo, soffermarsi sul top bianco sottile che lasciava intuire i capezzoli, poi scivolare più in basso, sulle cosce scoperte, sull’elastico nero del perizoma che spuntava di nuovo. Non si mosse. Anzi, si sistemò meglio sul divano, aprendo appena le ginocchia, e lo fissò a sua volta.
«Allora?», chiese con voce calma, quasi indolente. «Oggi le carte non le tirate fuori proprio?»
Leone si tolse la giacca e la posò sullo schienale della poltrona. I movimenti erano lenti, controllati, ma c’era una tensione nuova nelle spalle.
«Le carte possono aspettare», rispose. La voce era più bassa, più roca. «Sembra che oggi abbiate altro in mente.»
Anita sorrise. Un sorriso piccolo, sfacciato, che le arrivò fino agli occhi.
«E voi no?»
Leone non rispose subito. Si avvicinò di un passo. Poi di un altro. Non si sedette. Restò in piedi di fronte a lei, abbastanza vicino da costringerla ad alzare il mento per tenergli lo sguardo.
«Io sto cercando di ricordarmi che sono il vostro avvocato», disse. «E che questo è sbagliato.»
Anita si alzò.
Lo fece lentamente, senza fretta, e quando fu in piedi il top bianco le arrivava appena sopra l’ombelico. Era piccola rispetto a lui. Doveva alzare quasi tutto il viso per guardarlo negli occhi. L’odore leggero del suo dopobarba le arrivò dritto alle narici.
«E ci state riuscendo?», chiese. La voce era diventata un sussurro. «A ricordarvelo?»
Leone non rispose a parole.
Una mano gli salì lungo il braccio di lei, lentamente, fino a chiudersi intorno al polso. Il pollice le accarezzò l’interno del polso, proprio dove batteva il battito. Anita sentì un brivido netto scenderle lungo la schiena.
«No», ammise lui. «Non ci sto riuscendo per niente.»
Il silenzio che seguì fu denso, quasi fisico.
Anita non ritrasse il braccio. Anzi, fece un mezzo passo in avanti, abbastanza da far sì che i loro corpi quasi si sfiorassero. Il seno piccolo le premeva appena contro il petto di lui, separato solo dal tessuto sottile del top.
«Allora smettete di provarci», mormorò.
Leone chinò la testa.
Per un attimo i loro visi furono a pochi centimetri. Lei sentì il suo respiro caldo sulla bocca. Lui sentì il leggero tremore che le attraversava le labbra.
«Anita…»
Il suo nome, pronunciato così, basso e quasi avvertito, le fece chiudere gli occhi per un secondo. Quando li riaprì, lo sguardo di Leone era cambiato. Non c’era più traccia di esitazione professionale. C’era solo voglia. Chiara, diretta, quasi arrabbiata con se stesso.
Fu lei a chiudere la distanza.
Si alzò sulle punte e premette le labbra contro le sue.
Il bacio partì quasi dolce, un assaggio, un secondo di contatto incerto. Poi qualcosa si spezzò. Leone le afferrò la nuca con una mano, le dita conficcate nei capelli neri corti, e la baciò davvero. Con forza. Con una fame trattenuta troppo a lungo. La lingua le aprì la bocca senza chiedere permesso, e Anita gemette basso contro le sue labbra, aggrappandosi alla camicia di lui con entrambe le mani.
Il bacio diventò subito violento, erotico, quasi disordinato. Denti che si sfioravano, respiri corti, la mano di Leone che scendeva lungo la schiena di lei e le afferrava un fianco magro, stringendo. Anita si premeva contro di lui senza pudore, sentendo già la durezza che cresceva tra i loro corpi. Il top bianco le si era alzato, e le dita di Leone trovarono la pelle nuda della schiena, calda, liscia.
Si staccarono solo per prendere aria, le fronti ancora unite, i respiri mescolati.
«Cazzo…», mormorò Leone, la voce roca. «Non dovevo.»
Anita gli morse leggermente il labbro inferiore, gli occhi scuri e lucidi.
«E invece l’avete fatto», sussurrò. «E adesso non vi fermate.»
Leone la guardò un istante ancora. Poi la baciò di nuovo, ancora più duro, spingendola indietro fino a farla finire con la schiena contro il muro del corridoio. Una gamba di lui si infilò tra le sue, il ginocchio che le apriva le cosce, e Anita sentì il proprio corpo rispondere con una chiarezza quasi dolorosa. Il perizoma era già umido. Le mani di Leone le salivano sotto il top, trovando i seni piccoli e sodi, i pollici che le sfioravano i capezzoli già duri.
Anita gettò la testa all’indietro, offrendo il collo, e Leone lo prese con la bocca, con i denti, mentre le dita continuavano a torturarla sotto il tessuto sottile.
«Avvocato…», gemette lei, ma la parola uscì più come un invito che come un richiamo alla ragione.
Leone alzò la testa, gli occhi azzurri scuri di desiderio.
«Adesso non chiamatemi così», disse contro le sue labbra. «Non adesso.»
E la baciò di nuovo, ancora più a fondo, mentre le mani di entrambi cominciavano a cercare di più, a volere di più, e la tensione che avevano costruito pezzo dopo pezzo esplodeva finalmente in qualcosa di crudo, di urgente, di impossibile da fermare.
Il bacio non si interruppe.
Anzi, diventò più profondo, più disordinato. Leone teneva Anita premuta contro il muro del corridoio, una mano ancora sotto il top bianco a stringerle un seno, l’altra conficcata nei capelli neri. Lei gli rispondeva con la stessa urgenza, le anche che si muovevano contro di lui cercando più contatto, più pressione.
Fu Anita a fare il passo successivo.
Una mano scese lungo il petto di Leone, aprì un bottone della camicia senza neanche guardare, poi continuò più in basso. Le dita trovarono la cintura, la fibbia, e senza esitazione scivolarono oltre, dentro i pantaloni, sotto l’elastico dei boxer. La mano piccola e calda di lei avvolse il cazzo già duro, e Leone emise un suono basso, roco, contro la bocca di lei.
Anita lo massaggiò lentamente, sentendo la lunghezza, lo spessore, il calore che le bruciava il palmo. Alzò gli occhi, le labbra ancora umide del bacio, e sussurrò contro la sua bocca:
«Cazzo, avvocato… ce l’avete proprio grosso.»
Leone chiuse gli occhi per un attimo, la fronte premuta contro la sua. La mano di Anita continuava a muoversi, lenta e sicura, e lui non riusciva a trattenere i fianchi che spingevano leggermente incontro a quelle dita.
«Anita…», riuscì a dire, la voce spezzata. «Se continui così non mi fermo più.»
«E chi ve lo chiede di fermarvi?», rispose lei, sfacciata, il respiro corto. Gli strinse un po’ di più il cazzo, il pollice che gli sfiorava la punta già umida. «Sento quanto siete duro. Tutto per me?»
Leone la baciò di nuovo, quasi con rabbia, mentre una sua mano scendeva a sua volta, entrava nei pantaloncini neri di lei e trovava il perizoma già completamente bagnato. Le dita scivolarono sotto il tessuto sottile e toccarono la figa calda, aperta, e Anita gemette alto contro la sua bocca, le ginocchia che tremavano.
La passione era diventata troppa. Troppo urgente, troppo cieca. Stavano per non riuscire più a controllarla.
Poi, dalla stanza accanto, arrivò una voce rauca e assonnata.
«Anita? Sei tu che fai rumore?»
I due si immobilizzarono di colpo.
La mano di Anita restò ancora un secondo avvolta intorno al cazzo di Leone, le dita di lui ancora tra le sue cosce. Poi, come svegliati da una scarica elettrica, si staccarono.
Anita ritirò la mano in fretta, il viso rosso, il respiro ancora corto. Leone si sistemò i pantaloni con un gesto secco, la mascella contratta, gli occhi ancora scuri di eccitazione non soddisfatta.
«Anita?», richiamò la nonna, più forte. «C’è qualcuno?»
«Sto bene, nonna», rispose Anita, forzando la voce a sembrare normale. «Parlavo con l’avvocato. Stiamo finendo.»
Ci fu un grugnito soddisfatto dalla stanza accanto, poi di nuovo il silenzio del russare che riprendeva.
I due si guardarono.
L’aria era ancora carica, i corpi ancora tesi, ma il momento era spezzato. Leone si passò una mano sulla faccia, cercando di riprendere il controllo.
«Meglio che vada», disse a bassa voce. «Prima che succeda di peggio.»
Anita annuì, anche se ogni fibra del suo corpo protestava. Si sistemò il top, i pantaloncini, e lo accompagnò verso la porta. Prima che lui uscisse, gli sfiorò il braccio.
«Ci risentiamo presto», mormorò. Non era una domanda.
Leone la guardò un’ultima volta. Gli occhi azzurri erano ancora pieni di tutto quello che non avevano potuto finire.
«Sì», rispose. «Presto.»
Chiuse la porta dietro di sé.
Leone scese le scale a passi lunghi, quasi di corsa.
L’aria della sera lo colpì in faccia quando uscì dal portone, ma non bastò a spegnere il fuoco che gli bruciava ancora tra le gambe. Il cazzo era ancora semi-duro, sensibile, e ogni passo gli ricordava la mano di Anita avvolta intorno, il modo in cui gli aveva detto ce l’avete proprio grosso con quella voce da puttana dolce e sfacciata.
Salì in macchina e restò fermo qualche secondo con le mani sul volante.
Il cuore gli batteva ancora troppo in fretta. Nella mente gli si rincorrevano le immagini: il top bianco alzato, i seni piccoli nelle sue mani, la figa calda e bagnata sotto le dita, il gemito di lei contro la sua bocca. Aveva quasi scopato la sua cliente contro il muro di un alloggio popolare a Casoria, con la nonna che russava a pochi metri. Era da irresponsabili. Era da pazzi. Era il modo più veloce per rovinarsi la carriera e forse anche di più.
Eppure non riusciva a pentirsene.
Non del tutto. La voglia era ancora lì, viva, e sapeva già che non sarebbe sparita. Anzi. Ora che aveva assaggiato la bocca di quella ragazza, ora che aveva sentito quanto era bagnata per lui, sarebbe stato ancora più difficile fingere che tra di loro ci fosse solo un fascicolo e un processo. Aveva paura di quanto desiderasse tornare. Aveva paura di quanto fosse disposto a rischiare. E aveva paura, soprattutto, del fatto che non riuscisse a fermarsi.
Avviò il motore e si allontanò.
Ma mentre guidava verso Napoli, una sola cosa gli restava chiara in testa: avrebbe richiamato. Presto. Molto presto.
Anita chiuse la porta e restò appoggiata allo stipite, le gambe deboli.
Sentiva ancora le dita di Leone tra le cosce, il ricordo preciso di come l’avevano toccata. Il perizoma era completamente zuppo. Ogni minimo movimento le faceva sentire l’umidità calda e l’eccitazione che non aveva avuto modo di scaricarsi. Aveva il cuore in gola e un formicolio insistente che le saliva dalla pancia fino ai seni.
Si trascinò in camera, chiuse la porta a chiave e si lasciò cadere sul letto.
Si toccò sopra i pantaloncini, poi sotto, e gemette basso nel cuscino. Era così bagnata da farle quasi impressione. Due mesi senza nessuno, e adesso un uomo di quarantacinque anni, il suo avvocato, l’aveva ridotta in quello stato con un bacio e poche mani. Non riusciva a capacitarsene. Non aveva mai pensato di potersi eccitare così tanto per qualcuno di così più grande. Eppure era successo. Il cazzo duro nella sua mano, la voce roca di lui, il modo in cui l’aveva spinta contro il muro… tutto le era piaciuto in un modo che le faceva quasi paura.
Si morsicò un labbro e chiuse gli occhi.
Il corpo chiedeva ancora. Chiedeva di più. E lei sapeva già che, alla prossima occasione, non si sarebbe fermata. Non avrebbe lasciato che la nonna, o il buon senso, o il fatto che lui fosse il suo avvocato, le togliessero quello che adesso voleva con una chiarezza quasi dolorosa.
«Cazzo…», sussurrò al buio.
E questa volta non si disse cretina. Si toccò ancora, più in fretta, più a fondo, pensando a Leone, al suo cazzo grosso, agli occhi azzurri scuri di voglia, finché il piacere non arrivò, trattenuto e intenso, lasciandola tremante e ancora più affamata di prima.
Passarono dieci giorni.
Dieci giorni in cui Anita aveva ripensato a ogni secondo di quel pomeriggio interrotto. Dieci giorni in cui si era toccata più volte al buio pensando alla mano di Leone tra le sue cosce e al cazzo duro che aveva tenuto stretto nel palmo. Dieci giorni in cui la voglia, invece di diminuire, era solo cresciuta.
Quando la nonna le disse che il giovedì successivo avrebbe dovuto andare in ospedale per una visita di controllo e che sarebbe stata fuori almeno tre o quattro ore, Anita non ci pensò due volte. Prese il telefono e compose il numero di Leone.
Lui rispose al secondo squillo.
«Avvocato Panizzi.»
«Sono Anita.» La voce le uscì un po’ più bassa del solito. «Ho bisogno di parlarle di alcune cose sul processo. Preferirei di persona. Può passare oggi pomeriggio? Verso le tre?»
Ci fu una pausa breve dall’altra parte.
«Oggi?», chiese Leone. La voce era calma, ma Anita percepì la leggera tensione. «C’è qualcosa di urgente?»
«Sì», mentì lei senza esitazione. «Ho delle domande. Preferisco farle a voce.»
Leone chiuse gli occhi per un attimo, nello studio. Sapeva che era una scusa. Lo sentiva dal tono, dalla scelta dell’orario, dal modo in cui lei aveva detto “preferisco di persona”. Sapeva anche che avrebbe dovuto rifiutare. Invece sentì la risposta uscire prima ancora che la ragione potesse fermarla.
«Va bene. Arrivo verso le tre.»
Anita chiuse la chiamata e restò ferma qualche secondo con il telefono ancora in mano. Poi sorrise, piccola e determinata, e andò a prepararsi.
Scelse con cura.
Un top backless giallo, leggero, che lasciava completamente nuda la schiena e davanti era abbastanza corto da scoprire quasi tutta la pancia. Una minigonna di jeans chiara, cortissima, che a malapena le copriva il sedere. Sotto, solo un perizoma nero striminzito, così sottile che quasi non si sentiva. Niente reggiseno. I capelli del caschetto sistemati in modo da sembrare appena disordinati. Un filo di lucidalabbra.
Si guardò allo specchio e sentì già il calore salirle tra le gambe.
Mentre aspettava, seduta sul bordo del letto, fantasticò. Immaginò Leone che entrava, che la guardava, che capiva subito. Immaginò di spogliarlo lei, di mettersi in ginocchio, di prendergli il cazzo in bocca senza preamboli. Immaginò di essere presa contro il muro, o sul divano, o sul letto, con la minigonna alzata e il perizoma spostato di lato. Il solo pensarlo la lasciò umida ancora prima che suonasse il campanello.
Quando arrivò, Anita andò ad aprire con il cuore che le batteva forte.
Leone la guardò.
Questa volta non ci fu nessun tentativo di restare professionale. Lo sguardo gli scese lungo il top giallo, sulla pancia scoperta, sulla minigonna cortissima, sulle gambe magre e toniche. Poi risalì lentamente fino agli occhi di lei.
«Buongiorno», disse. La voce era già più bassa.
Anita si scostò per farlo entrare e chiuse la porta. Mentre lui passava vicino a lei, sentì il leggero sfiorarsi delle loro braccia e un brivido le corse lungo la schiena nuda.
«La nonna è fuori», annunciò senza giri di parole. «Almeno tre ore.»
Leone posò la cartella sul tavolino senza neanche aprirla. Si voltò verso di lei.
«Immaginavo.»
Anita sorrise, sfacciata, e si appoggiò con i fianchi al tavolo della cucina, la minigonna che saliva di un altro centimetro.
«Allora… avevo delle domande sul processo», cominciò, fingendo serietà. «Per esempio… come si paga un avvocato bravo come voi? Perché io al momento non ho molti soldi, ma potrei offrire… alternative.»
Leone alzò un sopracciglio. Gli occhi azzurri erano diventati più scuri.
«Alternative?»
Anita si morse il labbro inferiore, lo sguardo dritto nel suo.
«Pompini, per esempio. Di qualità. Magari potremmo fare un accordo.»
Leone restò in silenzio un secondo. Poi fece un passo verso di lei, lento, deliberato.
«I pompini», disse con voce calma, quasi riflessiva, «vanno valutati. Non si accettano a scatola chiusa. Bisogna verificare il valore di quello che si offre.»
Anita sentì un brivido netto scenderle lungo la pancia. La provocazione le era tornata indietro più pesante, più diretta. Sorrise, gli occhi lucidi di eccitazione.
«Allora… volete verificare?»
Non aspettò risposta.
Si staccò dal tavolo, gli andò incontro e lo baciò.
Il bacio fu immediato, furioso, senza preamboli. Bocche che si aprivano, lingue che si cercavano, respiri già corti. Leone le afferrò i fianchi nudi sotto il top giallo e la sollevò quasi di peso, facendola sedere sul bordo del tavolo. Anita gli aprì la camicia a forza, i bottoni che saltavano, mentre le mani di lui le alzavano la minigonna fino a scoprire completamente il perizoma nero striminzito.
Si baciavano come se non riuscissero a staccarsi, le mani di entrambi che cercavano pelle, che tiravano vestiti. Anita gli slacciò la cintura, gli aprì i pantaloni, e di nuovo la sua mano scese a prendere il cazzo già duro. Leone gemette contro la sua bocca e le strappò quasi via il top giallo, lasciandola a seno nudo. I capezzoli piccoli e scuri erano già duri. Li prese in bocca uno dopo l’altro, mentre Anita gli teneva la testa e spingeva i fianchi incontro a lui.
Il perizoma fu spostato di lato con un gesto secco. Le dita di Leone la trovarono già zuppa, calda, aperta. Anita gettò la testa all’indietro e gemette alto, senza più preoccuparsi di trattenersi.
«Cazzo… Leone…»
Il suo nome, senza più “avvocato”, uscì rotto e pieno di voglia. Leone alzò la testa, gli occhi scuri, le labbra umide, e la baciò di nuovo mentre le dita continuavano a muoversi dentro di lei.
Erano oltre ogni freno.
I vestiti cadevano, i respiri erano corti, i corpi si cercavano con un’urgenza che non ammetteva più interruzioni.
Anita scese dal tavolo con un movimento fluido.
Il top giallo era già a terra, la minigonna di jeans alzata sui fianchi, il perizoma spostato di lato e completamente inzuppato. Si sistemò i capelli con una mano e guardò Leone dritto negli occhi, il petto che saliva e scendeva in fretta.
«Sedetevi», disse. Voce bassa, ferma, piena di voglia.
Leone obbedì. Si lasciò cadere sulla poltrona, i pantaloni ancora aperti, il cazzo duro e pulsante che spuntava fuori, lucido sulla punta. Gli occhi azzurri erano scuri, quasi neri di lussuria. La ragazza gli aveva messo addosso una fame che non riusciva più a controllare. Voleva prenderla. Voleva possederla. Voleva spingere fino in fondo e sborrarle in gola finché non riusciva più a respirare.
Anita si inginocchiò tra le sue gambe.
Le ginocchia nude sul pavimento di linoleum, la schiena nuda inarcata, il seno piccolo che si muoveva a ogni respiro. Guardò il cazzo di Leone da vicino, lo prese in mano e lo accarezzò lentamente dalla base alla punta, sentendo quanto fosse spesso, quanto fosse caldo.
«Cazzo…», mormorò, quasi per sé. «È ancora più grosso di come me lo ricordavo.»
Poi chinò la testa e lo prese in bocca.
Non ci furono preamboli.
Le labbra si chiusero intorno alla testa, la lingua girò in cerchio, e in un solo movimento lo fece scendere in gola. Leone emise un suono basso e gutturale, le mani che le afferrarono subito i capelli neri. Anita non si tirò indietro. Anzi, spinse ancora più a fondo, finché il naso non le toccò il basso ventre di lui e le lacrime le uscirono agli angoli degli occhi.
Leone non riuscì a restare gentile.
La lussuria che lei gli aveva instillato era troppo forte, troppo grezza. Le tenne la testa ferma e cominciò a spingere i fianchi in su, scopandole la bocca con colpi profondi e regolari. Il cazzo entrava e usciva dalla gola stretta di Anita, bagnato di saliva, mentre lei gemeva intorno a lui e teneva le mani appoggiate sulle sue cosce per non perdere l’equilibrio.
«Ecco così…», borbottò Leone, la voce spezzata. «Prendilo tutto. Tutta la gola.»
Anita lo prese.
Anche quando le lacrime le scorrevano sulle guance, anche quando la saliva le colava dal mento fino al seno, non si fermò. Anzi, a un certo punto si staccò solo per prendere aria, un filo di bava che collegava ancora le sue labbra alla punta del cazzo, e lo guardò dal basso con gli occhi lucidi e pieni di desiderio.
«Sborratemi in gola», disse, la voce roca e rauca. «Voglio sentirlo.»
Leone non ebbe bisogno di altre parole.
Le riprese i capelli con entrambe le mani e la risospinse in basso, questa volta senza più nessun ritegno. La scopò la bocca in modo brutale, erotico, quasi violento, i fianchi che battevano contro il suo viso, il cazzo che le riempiva la gola fino in fondo a ogni spinta. Anita si lasciò usare, le unghie conficcate nelle cosce di lui, i suoni umidi e osceni che riempivano il salotto silenzioso.
Quando Leone sentì arrivare l’orgasmo non si ritrasse.
Anzi, spinse ancora più a fondo e sborrò dritto in gola, a ondate calde e spesse. Anita deglutì tutto quello che poté, la gola che si chiudeva intorno al cazzo mentre lui continuava a pulsare, finché non restò più niente.
Solo allora Leone allentò la presa.
Anita si staccò lentamente, un filo di sborra e saliva che le colava dall’angolo della bocca. Si asciugò con il dorso della mano, ancora in ginocchio, il respiro corto, gli occhi scuri e soddisfatti.
Alzò lo sguardo su di lui.
«Allora?», chiese, la voce ancora roca. «Il valore dei miei pompini… quanto vale?»
Leone la guardò da sopra, il petto che saliva e scendeva, il cazzo ancora semi-duro e lucido. Una mano le accarezzò la guancia, il pollice che le puliva un residuo di sborra dall’angolo della bocca.
«Alto», rispose. Voce bassa, ancora carica. «Molto alto.»
Poi la tirò su di peso, la fece sedere a cavalcioni sulle sue gambe, e la baciò di nuovo, assaporando se stesso sulla lingua di lei.
Leone la tenne a cavalcioni sulle sue cosce, le mani grandi chiuse sui fianchi magri di lei. Il cazzo, ancora semi-duro e lucido della sborra e della saliva di Anita, premeva contro la stoffa umida del perizoma. La guardò negli occhi, da vicino, e la voce gli uscì bassa, roca, quasi un ringhio soddisfatto.
«Adesso ne sono certo», disse. «Sei una gran troia… ma non una che spacciava.»
Anita restò immobile un secondo.
In discoteca, una frase del genere le sarebbe costata uno schiaffo secco e sonoro. Ne aveva dati più di uno, a ragazzi che l’avevano chiamata puttana o troia pensando di farla sentire piccola. Quella parola, detta così, di solito le accendeva solo rabbia.
Ma detta da lui, con quegli occhi azzurri ancora scuri di lussuria, con il cazzo che le pulsava tra le cosce e le mani che le stringevano i fianchi… era diversa. Dannatamente diversa. Le scese dritta nello stomaco come un brivido caldo, e invece di offenderla la eccitò in un modo che non si sarebbe mai aspettata. Quasi fosse un complimento. Quasi fosse esattamente quello che voleva sentire in quel momento.
Sorrise, piccola e sfacciata, e si morsicò il labbro inferiore.
«Una gran troia, eh?», ripetè, la voce ancora roca dal pompino. «Allora dimostratemi quanto vi piace.»
Si sollevò appena sulle ginocchia.
Con un gesto lento e deliberato si sfilò il perizoma nero, lo fece scivolare lungo le cosce e lo lasciò cadere a terra. Rimase nuda dalla vita in giù, a cavalcioni su di lui, e aprì un poco le gambe. La figa liscia, completamente depilata, era a pochi centimetri dal cazzo di Leone: le labbra gonfie, lucide, già aperte e gocciolanti.
Leone abbassò lo sguardo.
Vide tutto da vicino. La pelle liscia, il buco stretto che si contraeva leggermente, il clitoride gonfio. Un suono basso gli uscì dalla gola. Non aspettò oltre.
La prese per i fianchi, la sollevò di poco e la fece scendere dritta sul suo cazzo.
Entrò in un colpo solo.
Fino in fondo. Anita gettò la testa all’indietro e gemette alto, le unghie conficcate nelle spalle di lui. Era stretta, calda, zuppa, e il cazzo grosso di Leone la riempì completamente, spingendo contro ogni parete.
«Cazzo…», ansimò lei, gli occhi socchiusi. «Come siete grosso dentro…»
Leone non le diede tempo di abituarsi.
Le tenne i fianchi e cominciò a spingere dal basso, scopandola con colpi profondi e regolari mentre lei era ancora a cavalcioni. Ogni spinta faceva sbattere le cosce di Anita contro le sue, faceva muovere i seni piccoli, faceva uscire da lei suoni umidi e osceni. Il tavolo della cucina tremava leggermente a ogni movimento.
Anita si lasciò andare.
Si muoveva incontro a lui, i fianchi che ruotavano, cercando di prenderlo ancora più a fondo. I capelli neri le cascavano sul viso, la bocca aperta, e ogni tanto si chinava a baciarlo, leccandogli le labbra, mordendole.
«Scopatemi…», gemette contro la sua bocca. «Scopatemi forte…»
Leone le obbedì.
Aumentò il ritmo, le mani che le stringevano il culo sodo e lo aprivano leggermente mentre la scopava dal basso. Il suono della pelle che batteva contro la pelle riempiva il salotto, mescolato ai gemiti di Anita e al respiro pesante di lui.
Era solo l’inizio.
E entrambi lo sapevano.
Rimasero così per quasi cinque minuti.
Anita a cavalcioni, i fianchi che si alzavano e scendevano sul cazzo di Leone con un ritmo lento e volutamente trattenuto. Ogni volta che lui entrava fino in fondo lei chiudeva gli occhi e stringeva i denti, cercando di non cedere. Leone teneva i fianchi di lei e spingeva dal basso con la stessa volontà di controllo, i muscoli delle cosce tesi, il respiro corto. Entrambi lottavano contro il piacere. Non volevano venire. Non ancora. Quello che stavano provando era troppo perverso, troppo intenso, troppo buono per farlo finire così presto. Ogni spinta era un assaggio di qualcosa di più grande, e tutti e due volevano prolungarlo, succhiarlo fino all’ultima goccia.
Anita gemmeva basso contro il collo di lui, le unghie conficcate nella schiena nuda sotto la camicia aperta. Sentiva il cazzo grosso che le apriva le pareti, che le strofinava il punto più sensibile a ogni discesa, e doveva trattenersi con tutte le forze per non lasciarsi andare. Leone, da parte sua, sentiva la figa stretta e calda che lo stringeva come una morsa, e doveva pensare a qualsiasi cosa — al processo, agli atti, alla nonna fuori casa — solo per non esplodere dentro di lei.
Poi, di colpo, Leone decise che non bastava più.
La sollevò di peso, facendola scivolare fuori dal suo cazzo con un suono umido e osceno. Anita gemette per la perdita improvvisa, le gambe tremanti. Leone la girò senza troppa delicatezza e la spinse contro il tavolo della cucina. Le fece piegare il busto in avanti finché il torace non le fu quasi parallelo al piano di legno, le braccia distese, le mani che si aggrappavano ai bordi. Il culo alto, le gambe leggermente divaricate, la schiena inarcata. Quasi a novanta gradi.
«Restate così», ordinò, la voce roca.
Non aspettò risposta.
Si piazzò dietro di lei, le afferrò i fianchi magri e le rientrò dentro con una spinta secca e profonda. Anita gridò, un suono alto e rotto che riempì la cucina. Leone non le diede tempo di abituarsi. Cominciò a scoparla con un ritmo duro, regolare, quasi meccanico nella sua violenza erotica. Ogni colpo faceva sbattere le cosce di Anita contro il bordo del tavolo, faceva ondeggiare i seni piccoli, faceva uscire da lei gemiti sempre più alti e disperati.
Il cazzo entrava fino in fondo, ritraeva solo quanto bastava, e spingeva di nuovo, più forte. Il suono della pelle che batteva contro la pelle era umido, ritmico, osceno. La figa di Anita faceva rumore a ogni penetrazione, succhiava e rilasciava, e un filo di liquidi le scendeva già lungo l’interno di una coscia.
[POV Anita]
Sentiva tutto.
Il legno freddo del tavolo contro le braccia e il petto. Le mani di Leone che le stringevano i fianchi fino a farle quasi male. E soprattutto il cazzo. Grosso, duro, implacabile. Le entrava così a fondo che le toglieva il respiro a ogni spinta. Le pareti della figa bruciavano in un modo delizioso e quasi doloroso, allargate oltre quello che era abituata a sentire. Ogni colpo le mandava una scarica diretta al basso ventre, un piacere così intenso da farle venire le lacrime agli occhi.
Non riusciva a pensare.
Riusciva solo a sentire. La figa che veniva devastata, aperta, presa senza pietà. Il suono umido e sporco che produceva il corpo di lui contro il suo. La voce di Leone che ogni tanto mormorava qualcosa di basso e volgare dietro di lei — “prendilo… tutta… così” — e che le accendeva ancora di più. Le gambe le tremavano. Se non fosse stata aggrappata al tavolo sarebbe crollata. Eppure non voleva che si fermasse. Voleva che continuasse a sfondarla così, più forte, più a fondo, finché non sarebbe riuscita più a stare in piedi.
Un orgasmo stava salendo. Lo sentiva arrivare dal basso, caldo e inarrestabile. Chiuse gli occhi e spinse il culo all’indietro, incontrando le spinte di Leone, cercando di prenderlo ancora di più.
«Non fermatevi…», gemette, la voce spezzata. «Scopatemi… scopatemi così…»
Leone accelerò.
Il ritmo diventò quasi brutale. Il tavolo scricchiolava. Anita non riusciva più a trattenere i suoni. Gridava, ansimava, piangeva di piacere mentre la figa veniva usata come non l’aveva mai usata nessuno.
E sapeva già che non avrebbe resistito ancora a lungo.
Leone non rallentò.
Anzi, aumentò ancora la forza delle spinte, i fianchi che battevano contro il culo di Anita con un ritmo quasi crudele. Il tavolo scricchiolava sotto i colpi, le gambe di lei tremavano sempre di più, e i gemiti che le uscivano dalla bocca erano diventati alti, rotti, impossibili da contenere.
Anita sentiva l’orgasmo arrivare come un’onda che non poteva più fermare. La figa le pulsava intorno al cazzo di Leone, stretta, calda, e ogni penetrazione le mandava scariche di piacere così intense da farle chiudere gli occhi e aprire la bocca in un grido. Le unghie graffiavano il legno del tavolo. Le ginocchia stavano per cedere.
Poi si sciolse.
L’orgasmo la colpì forte, rumoroso, quasi violento. Un grido lungo e disperato le uscì dalla gola mentre la figa si contraeva a spasmi intorno al cazzo di Leone, stringendolo a ondate. Il corpo le tremò tutto, dalla schiena nuda fino alle cosce, e un filo di liquidi le scese ancora più abbondante lungo le gambe. Non riusciva a controllarsi. Gemmeva, ansimava, piangeva di piacere mentre le scariche continuavano a seguirsi una dopo l’altra, lasciandola sfinita e ancora aggrappata al tavolo solo per non cadere.
Leone la scopò attraverso tutto, senza pietà, godendo di ogni contrazione che gli stringeva il cazzo. Solo quando i gemiti di lei cominciarono a spegnersi in respiri corti e tremanti rallentò un poco, restando sepolto fino in fondo dentro di lei.
Passarono alcuni minuti così.
Anita ancora piegata sul tavolo, il respiro che cercava di tornare regolare, il corpo percorso da brividi residui. Leone dietro di lei, il cazzo ancora duro e pulsante, le mani che le accarezzavano i fianchi con una possessività nuova.
Poi, quando sentì di non potersi più trattenere, accelerò di nuovo.
Qualche spinta secca, profonda, quasi disperata. Il respiro gli si fece più corto, più roco. All’ultimo istante uscì di scatto da lei.
Il cazzo, lucido e gonfio, esplose contro la schiena nuda di Anita.
Sborrò a ondate abbondanti, calde, spesse. La sborra le schizzò sulla pelle liscia, le colò lungo la colonna vertebrale, le scese fino al solco del culo e oltre. Leone continuò a pompare con la mano, svuotandosi completamente su di lei, fino a quando non restò più niente.
Restò fermo qualche secondo, il petto che saliva e scendeva, guardando il proprio sperma che luccicava sulla schiena piccola e sudata della ragazza. Anita non si mosse. Restò piegata sul tavolo, ansimante, con la sborra calda che le scendeva lentamente sulla pelle.
Solo dopo, con voce ancora spezzata, mormorò:
«Cazzo…»
E in quella sola parola c’era tutto: lo sfinimento, il piacere, e la consapevolezza che non sarebbe bastato.
Rimasero immobili per quasi cinque minuti.
Anita ancora piegata sul tavolo, la fronte appoggiata al legno, la sborra di Leone che le colava lentamente lungo la schiena. Leone dietro di lei, le mani sui fianchi, il respiro che cercava di tornare regolare. Nessuno dei two parlava. Il silenzio era pieno solo dei respiri e del ticchettio lontano di un orologio.
Poi Anita, con voce ancora roca e soddisfatta, mormorò:
«Siete l’uomo che mi ha chiavata meglio nella vita.»
Lo disse senza giri di parole, piatta e sincera, ancora con il viso contro il tavolo. I bassi istinti erano pieni, sazi, e quella frase le uscì naturale come un sospiro.
Leone non rispose subito.
Un angolo della bocca però si mosse, quasi contro la sua volontà. Cercò di restare composto, di non mostrare quanto quel complimento gli facesse piacere, ma gli occhi azzurri si illuminarono di una soddisfazione quieta e maschile. Si chinò un poco e le accarezzò la schiena nuda, evitando la sborra, con un gesto che era quasi tenero.
«Grazie», disse soltanto. Ma il tono tradiva tutto.
Anita si raddrizzò lentamente, le gambe ancora tremanti, e si voltò verso di lui. Il sorriso era stanco e sfacciato allo stesso tempo.
«Andiamo a pulirci. Prima che diventi tutto appiccicoso.»
Lo prese per mano e lo trascinò verso il piccolo bagno di casa. Aprì l’acqua della doccia, aspettò che diventasse calda, e entrarono insieme nella cabina stretta. L’acqua scorreva sui corpi sudati, lavava via la sborra, il sudore, i residui di quello che avevano appena fatto. Anita gli passò il sapone sulla schiena, lui glielo passò sui fianchi e sul seno. I gesti erano lenti, quasi pigri, ma l’aria tra di loro non si era ancora spenta.
Poi Anita abbassò lo sguardo.
Il cazzo di Leone, che sembrava essersi calmato, stava di nuovo indurendosi sotto il getto d’acqua. Non completamente, ma abbastanza da mostrare chiaramente che non aveva finito. Anzi. Sembrava già pronto a ricominciare.
Anita alzò le sopracciglia e lasciò uscire una risata corta, incredula.
«Ua, avvocà… addirittura avete ancora voglia?»
Leone non rispose a parole.
La prese per la nuca e la baciò. Un bacio famelico, caldo, pieno di acqua e di desiderio ancora vivo. Lingua, denti, respiro corto. Quando si staccò, le tenne il viso tra le mani e la guardò dritto negli occhi.
«Sì», disse. Voce bassa, sicura. «Tengo ancora voglia. Perché c’è una cosa che voglio provare assolutamente.»
Anita capì immediatamente.
Lo sguardo di lui era sceso, anche se solo per un istante, più in basso della figa. Il sorriso le si fece malizioso, sfacciato, quasi divertito.
«Pensate di farcela a scoparmi di nuovo?», provocò, inclinando la testa. «Non siete un guagliuncello.»
Leone sorrise a sua volta, lento, e le strinse un fianco con più forza sotto l’acqua.
«Vedremo chi dei due non ce la fa», rispose soltanto.
E l’acqua continuava a scorrere sui loro corpi, mentre la voglia, invece di spegnersi, si riaccendeva di nuovo.
Uscirono dalla doccia ancora mezzi bagnati, l’acqua che gocciolava dai capelli e scendeva lungo i corpi. Non si asciugarono del tutto. Leone prese Anita per un polso e la riportò in cucina, poi oltre, fino al divano del salotto. Quello era diventato il loro terreno di sfida, il posto dove tutto era cominciato e dove adesso avrebbe continuato.
«In ginocchio», ordinò. Voce bassa, ferma. «A pecora.»
Anita obbedì senza esitare.
Si mise a quattro zampe sul divano, la schiena inarcata, il culo alto e offerto. I capelli neri ancora umidi le cascavano sul viso. Aprì le ginocchia e spinse indietro i fianchi, offrendo a Leone una visuale netta, precisa, quasi spudorata. Il buco del culo, stretto e rosa, e sotto la figa ancora gonfia e lucida di prima.
Si voltò a guardarlo da sopra la spalla, il sorriso sfacciato e provocante.
«Allora, avvocato? Pensate di riuscire a entrarci con quello? O avete bisogno di una mano?»
Leone restò in piedi dietro di lei per un attimo, guardando.
Il cazzo era di nuovo completamente duro, grosso, le vene in rilievo, la testa lucida. La sfida di Anita gli era arrivata dritta allo stomaco. Non rispose a parole. Si mise in ginocchio sul divano, le afferrò le chiappe con entrambe le mani e le aprì, esponendo ancora di più quel buco stretto che voleva sfondare.
Sputò sulla punta del cazzo, poi un altro po’ direttamente sul buco di Anita. Ci passò il pollice, girandolo piano, sentendo quanto fosse stretto. Anita tremò, ma non si tirò indietro. Anzi, spinse ancora di più il culo contro la mano di lui.
«Fatevelo», provocò di nuovo, la voce già un po’ più bassa. «Se vi sentite abbastanza uomo.»
Leone non ebbe bisogno di altro.
Si allineò, premette la testa del cazzo contro il buco e cominciò a spingere.
All’inizio entrò solo la punta.
Anita strinse i denti e emise un suono lungo, mezzo gemito mezzo lamento. Il cazzo era grosso, massiccio, e le carni del culo opponevano resistenza. Leone non forzò di colpo. Spinse piano, costante, con una determinazione quasi crudele, sentendo ogni millimetro di quella strettezza che lo avvolgeva.
«Respirate», mormorò lui. «Apritevi.»
Anita obbedì come poté.
Il cazzo avanzava lentamente, inesorabile, aprendola senza darle scampo. Sentiva la carne che si stirava, che bruciava in un modo misto di dolore e di un piacere oscuro e perverso. Ogni centimetro in più le toglieva il respiro. Le unghie si conficcarono nei cuscini del divano. Quando Leone fu a metà, si fermò un attimo, lasciandola abituare, poi riprese a spingere finché non fu dentro fino in fondo.
Anita gettò la testa in avanti e gemette alto, quasi un grido.
Si sentiva piena in un modo che non aveva mai provato. Il cazzo di Leone le riempiva il culo completamente, pulsava dentro di lei, e non c’era spazio per nient’altro.
Leone cominciò a muoversi.
All’inizio con spinte corte e profonde, poi sempre più lunghe, più decise. Il cazzo entrava e usciva dal buco stretto di Anita con un ritmo lento e pesante, aprendo le carni a ogni colpo. Il suono era umido, osceno, misto ai gemiti rotti di lei.
Anita sentiva tutto.
Il bruciore iniziale che si trasformava in un piacere denso e sporco. Il cazzo grosso le sfondava il culo senza tregua, senza pietà. Ogni spinta le arrivava dritta allo stomaco, le faceva tremare le cosce, le faceva uscire suoni che non riconosceva come suoi. Leone le teneva i fianchi e la scopava con una concentrazione quasi feroce, guardando il proprio cazzo sparire dentro quel buco stretto e poi riemergere lucido.
«Cazzo… che culo stretto…», borbottò lui, la voce spezzata. «Lo sto sentendo tutto.»
Anita non riusciva più a provocarlo a parole.
Riusciva solo a gemere, a spingere il culo all’indietro incontro alle spinte, a prendere tutto quello che lui le stava dando. Il dolore e il piacere si erano fusi in una sola cosa, intensa, quasi insopportabile, e lei non voleva che si fermasse.
Leone accelerò.
Le spinte diventarono più profonde, più dure. Il divano scricchiolava. Anita gridava contro i cuscini, il viso affondato, mentre il cazzo massiccio dell’avvocato le devastava il culo senza darle tregua.
Leone andò avanti per quasi dieci minuti.
Colpi forti, continui, cadenzati. Non troppo lenti da risultare gentili, non troppo veloci da bruciare tutto in pochi secondi. Un ritmo pesante, misurato, quasi implacabile. Voleva che Anita sentisse ogni centimetro del suo cazzo. Voleva che sentisse la sua mascolinità entrare fino in fondo, che le arrivasse non solo nel corpo ma più in profondità, come se la stesse scopando anche nell’anima.
Le afferrò i capelli neri del caschetto con una mano e tirò indietro la testa, tendendola come un arco. La schiena di Anita si inarcò di più, il collo esposto, la bocca aperta. Leone la teneva così mentre continuava a spingere, il cazzo che entrava e usciva dal culo stretto con quella stessa cadenza dura e regolare. Ogni colpo faceva tremare le cosce di lei, faceva uscire gemiti rotti e alti, faceva ondeggiare i seni piccoli.
Anita non riusciva più a pensare in modo chiaro.
Il dolore iniziale si era trasformato in un piacere denso, sporco, quasi ipnotico. Il cazzo grosso le riempiva il culo senza tregua, le apriva le carni, le mandava scariche che le arrivavano fino allo stomaco. Essere tenuta per i capelli, tesa come un arco, le toglieva ogni residuo di controllo. Si sentiva usata, posseduta, e quello la eccitava in un modo che non aveva mai provato così a fondo.
Verso la fine Leone accelerò leggermente.
Il ritmo diventò un poco più serrato, più urgente. Il respiro gli era corto, la voce gli uscì rotta, ansimante, mentre continuava a scoparla e a tenerle i capelli tirati:
«Ammettilo… che sei una zoccola… che sei una grande puttana… questo è il tuo unico reato… ammettilo… e vedi come ti assolvo… te lo assicuro…»
Anita, in preda alla lussuria che le aveva conquistato il cervello e spento ogni razionalità, non esitò. La voce le uscì spezzata, alta, quasi un grido tra una spinta e l’altra:
«Sì… sono una zoccola… una grande puttana… scopami… assolvimi…»
Quelle parole bastarono.
Leone strinse i denti e aumentò ancora il ritmo, questa volta senza più misura. Colpi serrati, profondi, quasi brutali. Il cazzo batteva dentro il culo di Anita con una violenza erotica che la faceva gridare contro i cuscini. La teneva ancora per i capelli, il corpo teso all’indietro, mentre la scopava per portarla al limite.
Anita ci arrivò per prima.
L’orgasmo le esplose addosso forte, diverso da quello di prima, più oscuro, più profondo. Il culo si strinse a spasmi intorno al cazzo di Leone, le cosce tremarono violentemente, e un grido lungo e disperato le uscì dalla gola mentre godeva. Leone la scopò attraverso tutto, senza rallentare, finché non sentì arrivare il proprio orgasmo.
Con un ultimo gemito roco spinse fino in fondo e sborrò dentro di lei.
A ondate calde e spesse, il cazzo che pulsava in profondità mentre si svuotava nel culo stretto di Anita. Continuò a spingere piano, fino all’ultima goccia, tenendola ancora tesa per i capelli.
Solo dopo allentò la presa.
Anita si lasciò cadere in avanti sul divano, ansimante, il corpo percorso da brividi, il culo ancora pieno della sborra di lui. Leone restò dietro di lei qualche secondo, il respiro pesante, una mano che le accarezzava la schiena sudata con un gesto quasi involontario.
Nessuno dei two parlò subito.
C’era solo il suono dei respiri e la consapevolezza di quello che avevano appena fatto.
Si ripresero lentamente.
Anita era ancora sdraiata a pancia in giù sul divano, il viso affondato contro un cuscino, il corpo percorso da brividi residui. Leone sedeva sul bordo, una mano che le accarezzava distratta la schiena nuda, lo sguardo perso da qualche parte tra il pavimento e la finestra. Nessuno dei due parlava. L’aria era piena solo dei respiri che piano piano tornavano regolari e dell’odore di sesso che aleggiava ancora pesante nel salotto.
Poi Anita alzò la testa di scatto.
«Che ore sono?»
Leone guardò l’orologio al polso. Gli occhi si socchiusero.
«Quasi le sei.»
Un silenzio breve, carico di allarme.
«La nonna», disse Anita, già in piedi. «Torna a momenti.»
Si mossero in fretta.
Niente più carezze, niente più sguardi lunghi. Solo la necessità di cancellare ogni traccia. Leone raccolse i vestiti sparsi — la camicia, i pantaloni, le scarpe — e si rivestì con movimenti rapidi ma ancora un po’ impacciati. Anita recuperò il top giallo, la minigonna, il perizoma, e se li infilò alla meno peggio, i capelli ancora umidi e spettinati. Non c’era tempo per sistemarsi davvero.
Lo accompagnò alla porta quasi spingendolo.
Sul pianerottolo Leone si fermò un attimo, la mano sulla maniglia, e la guardò. Aveva ancora lo sguardo un po’ frastornato, come se faticasse a riconnettersi con la realtà. Il pomeriggio lo aveva scosso più di quanto volesse ammettere. Il corpo era sazio, ma la testa era ancora lì, sul divano, con Anita a pecora e il suo cazzo sepolto fino in fondo.
«Ci sentiamo», riuscì a dire soltanto.
Anita annuì, già con una mano sulla porta.
«Andate. Presto.»
Leone scese le scale.
Ad ogni gradino cercava di rimettere insieme i pezzi: l’avvocato, il fascicolo, il processo, la ragazza chiusa in casa con il braccialetto. Ma le immagini di quello che avevano appena fatto continuavano a sovrapporsi, vivide e precise, e per un lungo tratto di strada guidò quasi in automatico, ancora mezzo dentro quel salotto.
Appena la porta si chiuse, Anita si mise al lavoro.
Aprì le finestre per far cambiare aria. Raccolse i cuscini del divano, li sistemò, passò un panno umido dove c’erano macchie. Controllò il tavolo della cucina, il pavimento, ogni angolo dove potessero essere rimaste tracce. Gettò il perizoma striminzito nel cesto della biancheria e ne prese uno pulito. Si passò in fretta un pettine tra i capelli e si guardò allo specchio: le labbra erano ancora un po’ gonfie, gli occhi un po’ lucidi, ma avrebbe retto.
Mentre puliva, però, le scene le tornavano davanti con una chiarezza quasi fisica.
Leone che la spingeva sul tavolo. Il cazzo che le entrava in gola. Lei a pecora sul divano, i capelli tirati, mentre lui le sfondava il culo e le diceva di ammettere di essere una puttana. La sborra calda sulla schiena. L’orgasmo che l’aveva fatta gridare.
A un certo punto, chinata a sistemare un cuscino, Anita si fermò.
Un sorriso le spuntò sulle labbra, piccolo, istintivo, quasi colpevole. Non riuscì a trattenerlo. Scosse appena la testa, come per cacciare via il pensiero, ma il sorriso restò ancora un attimo prima di spegnersi.
«Cretin’», mormorò tra sé, ma senza vera convinzione.
Poi riprese a sistemare in fretta.
Quando sentì i passi della nonna sullo scalone, la casa era di nuovo in ordine. L’odore di sesso era stato coperto da quello di detersivo e di aria aperta. Anita andò ad aprire con un’espressione quasi normale.
Solo gli occhi, se qualcuno li avesse guardati con attenzione, tradivano ancora tutto.
Era passato quasi un mese.
Leone aveva cercato di tenere le distanze. Telefonate brevi, solo lo stretto necessario, nessun altro incontro a casa di lei. Ogni volta che sentiva la voce di Anita al telefono qualcosa gli si muoveva nello stomaco, e sapeva che se fosse tornato in quella casa piccola di Casoria non sarebbe più riuscito a controllarsi. Quindi minimizzava. Lavorava sul fascicolo, preparava le memorie, e cercava di ricordarsi che era solo il suo avvocato. Non ci riusciva del tutto. La chimica tra di loro era troppo forte, troppo vera, e ogni tentativo di rimetterla nel cassetto falliva.
Quel mattino arrivò in tribunale alle otto e mezza in punto.
Indossava un abito grigio scuro, taglio classico, camicia bianca impeccabile, cravatta blu navy. I capelli castani corti erano pettinati con cura, gli occhiali nella taschina interna della giacca. Sembrava lo stesso avvocato di sempre, quello che da anni entrava in aula con passo sicuro. Ma dentro non lo era.
Controllò le carte per la terza volta, seduto su una panchina del corridoio.
Aveva un’ansia che non gli apparteneva. Una tensione sottile e costante che gli stringeva lo stomaco. Non era paura di perdere la causa: il fascicolo era solido, le argomentazioni chiare. Era altro. Era il coinvolgimento. Sapeva che non era corretto. Sapeva che un avvocato non avrebbe dovuto andare a letto con la propria cliente, tanto meno in quel modo grezzo e totale. Eppure non riusciva a trovare sbagliata quella passione. Non era stata premeditata, non era stata artefatta. Era stata genuina, violenta, vera. E proprio per questo lo spaventava ancora di più.
Bevve un caffè al volo al bar del tribunale, amaro e troppo caldo, e si diresse verso l’aula.
Anita arrivò alle nove e un quarto.
Leone la vide da lontano, mentre scendeva dal corridoio laterale, e per un secondo non la riconobbe. Indossava una blusa chiara con ricami floreali delicati, una gonna lunga e ampia che le arrivava al polpaccio, e sandali alti — otto, forse dieci centimetri — che le allungavano le gambe e le davano un’andatura diversa. Da lontano, con quel vestito sobrio e i capelli ordinati, sembrava quasi una bambina che giocava a fare l’adulta. Solo quando si avvicinò e vide i tacchi, e poi gli occhi scuri, capì che era lei.
Anita Covucci.
Venticinque anni, un metro e cinquantacinque, più i tacchi. Quella mattina sembrava un’altra.
Si fermò a pochi passi da lui. Non sorrisero. Si guardarono soltanto.
«Buongiorno, avvocato», disse lei, la voce un po’ più bassa del solito.
«Buongiorno», rispose Leone. E per un attimo gli occhi azzurri restarono sui suoi più a lungo del necessario.
Il processo iniziò alle nove e mezza in punto.
Leone si alzò in piedi e comincià a parlare. La voce era calma, precisa, professionale. Non alzò mai il tono, non fece teatralità inutili. Smontò pezzo per pezzo la tesi dell’accusa: il sequestro nel parcheggio, la mancanza di qualsiasi elemento che dimostrasse la consapevolezza di Anita sul contenuto dello zaino, le dichiarazioni contraddittorie dei testi. Parlò della retata, del contesto, della ragazza che aveva semplicemente tenuto uno zaino per mezz’ora senza sapere cosa ci fosse dentro.
Anita lo ascoltava seduta al posto della difesa, le mani strette in grembo.
Non riusciva a distogliere lo sguardo. Lo vedeva muoversi con naturalezza, citare articoli, rispondere alle obiezioni del pubblico ministero con una lucidità che la affascinava. C’era cura in quello che faceva. C’era dedizione. E lei, che lo aveva visto nudo e sudato mentre la scopava contro un tavolo, adesso lo vedeva così: impeccabile, concentrato, che combatteva per lei. Il contrasto le faceva salire qualcosa di caldo e confuso nello stomaco.
Leone, da parte sua, sentiva la sua presenza.
Non aveva bisogno di voltarsi. Percepiva l’angoscia di Anita come una pressione sottile sulla schiena. Quella consapevolezza lo spingeva a dare il massimo, a non lasciare nessun margine. Ogni argomento doveva essere inattaccabile. Ogni parola doveva contare.
Quando ebbe finito, la corte si ritirò in camera di consiglio.
Restarono soli nel corridoio.
Anita era in piedi, le braccia strette al petto, lo sguardo fisso sul pavimento. Leone le si avvicinò.
«Andrà bene», disse a bassa voce. «Abbiamo fatto tutto quello che si poteva.»
Anita alzò gli occhi. Non rispose. Leone, quasi senza pensarci, le prese le mani tra le sue. Le tenne con una delicatezza quasi paterna, i pollici che le accarezzavano il dorso. Era un gesto di conforto, niente di più. Eppure ad Anita arrivò dritto al centro del petto, denso, forte. Nonostante la tensione, nonostante il posto sbagliato e il momento sbagliato, i pensieri le scivolarono di nuovo verso di lui. Verso le sue mani che adesso erano così gentili e che poche settimane prima le avevano tenuto i fianchi mentre la sfondava. Verso la bocca che adesso pronunciava parole rassicuranti e che le aveva detto di ammettere di essere una puttana. Una caldana lasciva le salì lungo la schiena, e dovette abbassare lo sguardo per non far vedere quanto quelle mani, in quel momento, la stessero scuotendo.
Leone se ne accorse solo in parte. Continuò a tenerle le mani e a parlare a bassa voce, cercando di tenerla ancorata al presente.
Passarono quasi due ore.
Quando la corte rientrò, il silenzio in aula fu totale. Il presidente lesse la sentenza con voce piatta, burocratica. Proscioglimento. Piena innocenza. Nessuna responsabilità penale a carico di Anita Covucci.
Per un secondo Anita non reagì.
Poi il pianto arrivò, improvviso e liberatorio. Non erano lacrime discrete. Erano lacrime di scarico, di sollievo, di tutto quello che aveva tenuto dentro per mesi. Si coprì il viso con le mani e lasciò che venissero, mentre Leone, accanto a lei, restava in piedi, la mascella tesa, gli occhi fissi sul banco della corte.
Era finita.
Almeno quella parte.
Appena uscirono dall’aula, Anita si fermò nel corridoio.
Il pianto l’aveva lasciata con gli occhi gonfi e il respiro ancora corto, ma dentro di sé c’era un sollievo così grande da farle quasi male al petto. Era finita. Davvero finita. Niente più braccialetto, niente più paura di finire in carcere, niente più notti a fissare il soffitto chiedendosi quanto avrebbe pagato per una cazzata fatta senza pensarci. Si sentiva leggera, quasi euforica, e allo stesso tempo svuotata.
Leone le stava accanto.
La soddisfazione professionale era chiara: aveva vinto, aveva smontato l’accusa pezzo per pezzo, aveva riportato a casa una cliente che rischiava anni. Ma c’era anche qualcos’altro, più umano, più privato. Quella ragazza magra e orgogliosa che aveva conosciuto chiusa in un alloggio di Casoria adesso era libera. E lui, nonostante tutto quello che era successo tra di loro, ne era contento in un modo che andava oltre il fascicolo.
Anita lo guardò.
Senza dire niente si avvicinò e lo abbracciò. Non fu un abbraccio timido. Fu stretto, quasi disperato, il viso premuto contro il petto della sua giacca, le braccia che gli cingevano la vita. Leone esitò un secondo, poi le ricambiò, una mano sulla schiena, l’altra tra i capelli. Restarono così per qualche istante, nel corridoio del tribunale, mentre la gente passava intorno a loro senza badarci troppo.
Quando si staccarono, Anita si asciugò gli occhi con il dorso della mano e fece una smorfia.
«Ho la matita tutta spalmata. Devo sistemarmi.»
Leone annuì.
«Vieni. So di un bagno più isolato, al piano di sotto. Quasi nessuno lo usa.»
La condusse lungo un corridoio laterale, poi giù per una scala di servizio. Il bagno era piccolo, pulito, con piastrelle chiare e uno specchio grande sopra i lavandini. Leone le aprì la porta e restò fuori.
«Io aspetto qui.»
Anita entrò e chiuse.
Passarono diversi minuti. Leone guardò l’orologio, poi il corridoio deserto. L’ansia cominciò a risalirgli. Bussò piano.
«Anita? Tutto bene?»
Nessuna risposta.
Aprì con circospezione, abbastanza da mettere dentro la testa.
Non fece in tempo a vedere niente.
Anita gli fu addosso in un attimo.
Lo afferrò per la giacca, lo trascinò dentro e chiuse la porta a chiave con un click secco. Poi lo baciò. Non ci fu preambolo. Bocca aperta, lingua, denti, una fame improvvisa e totale. Leone restò immobile un secondo, colto di sorpresa, poi rispose con la stessa frenesia. La premette contro il muro, le mani che le salivano lungo i fianchi, il bacio che diventava subito erotico, umido, quasi violento.
Anita gemette contro la sua bocca mentre lui le sollevava la blusa.
I seni piccoli e sodi comparvero, i capezzoli già duri. Leone non perse tempo. Le prese un seno intero in mano, lo strinse, e chinò la testa. La bocca si chiuse intorno al capezzolo e lo succhiò a fondo, la lingua che girava, che premeva, che lo tormentava con movimenti lenti e precisi. Anita gettò la testa all’indietro e ansimò, una mano conficcata nei suoi capelli. Leone passò all’altro seno, lo prese altrettanto a fondo, i denti che sfioravano appena la pelle sensibile mentre la lingua continuava a lavorare. La torturava di piacere, alternando succhiate profonde a leccate veloci e insistenti, finché Anita non tremava contro il muro.
Sentì chiaramente il cazzo di Leone indurirsi contro la sua coscia.
Grosso, caldo, già pronto. Quella sensazione le tolse ogni residuo di esitazione. Si staccò da lui, scese in ginocchio sul pavimento del bagno e con mani veloci gli slacciò la cintura, aprì i pantaloni e glieli tirò giù insieme alle mutande. Il cazzo le spuntò fuori, già duro e pulsante. Anita lo guardò un secondo, poi lo prese in mano e lo portò alla bocca.
Lo succhiò con avidità.
Le labbra si chiusero intorno alla testa, la lingua girò in cerchio, e in pochi movimenti lo fece scendere in gola. Pensava mentre lo faceva. Pensava a quanto quel cazzo l’avesse scopata contro il tavolo, a quanto le avesse riempito il culo, a quanto quell’uomo — il suo avvocato, il suo eroe di quella mattina — l’avesse difesa in aula e adesso stesse gemendo per la sua bocca. La voglia di ricompensarlo, di prenderlo tutto, le bruciava tra le gambe. Succhiava a fondo, saliva e saliva che le colavano dal mento, le mani che gli tenevano le cosce mentre la testa si muoveva avanti e indietro con ritmo deciso.
Leone le tenne i capelli e ansimò, la voce già spezzata:
«Dio mio… Anì… sei una puttana succhiacazzi spettacolare… non fermarti… continua a prendermelo tutto in bocca…»
Quelle parole la accesero ancora di più.
Anita spinse fino in fondo, le labbra che arrivarono a toccare la base del cazzo, chiuse intorno come una guarnizione ermetica. Restò lì, la gola stretta e calda, mentre Leone gemeva sopra di lei e i fianchi iniziavano a muoversi, scopandole piano la bocca.
Il bagno del tribunale era silenzioso, a parte i suoni umidi e osceni di Anita che succhiava e dei respiri corti di Leone.
E nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi.
Anita non si fermò.
Continuò a succhiare con dedizione totale, la testa che andava avanti e indietro, le labbra strette, la lingua che lavorava la parte inferiore del cazzo mentre lo prendeva sempre più a fondo. Ogni tanto emetteva versi soffocati di piacere, umidi e rochi, che vibravano intorno alla carne dura di Leone. Lui teneva i fianchi tesi, le mani conficcate nei capelli neri di lei, e riusciva a malapena a trattenersi. I suoni che gli uscivano dalla gola erano gutturali, profondi, quasi animali. Il piacere era troppo intenso, troppo grezzo.
Poi bussarono.
Tre colpi netti sulla porta del bagno.
«Tutto bene in bagno? Serve aiuto?»
Leone riconobbe subito la voce. Orazio. Un collega. Il sangue gli si gelò per un secondo, ma Anita non si fermò. Anzi. Come se avesse aspettato proprio quel momento per vendicarsi della tortura sui capezzoli, cominciò a lavorare il cazzo in modo ancora più preciso e cattivo: la lingua che premeva sul frenulo, le labbra che succhiavano solo la testa con ritmo veloce e stretto, una mano che gli massaggiava le palle. Leone dovette stringere i denti per non gemere ad alta voce.
«Orazio caro… sono Panizzi», riuscì a dire, la voce che gli tremava leggermente nonostante lo sforzo. «Non ti preoccupare… va tutto bene… ho un po’ di gastrite…»
Anita, inginocchiata, alzò gli occhi verso di lui e continuò a succhiare ancora più a fondo, godendosi ogni piccola incrinatura nella voce di Leone. Orazio rispose qualcosa di generico dall’altra parte della porta e i passi si allontanarono.
Il pericolo era passato.
Leone non aspettò oltre.
Tirò su Anita di peso, la girò e la fece piegare in avanti contro il lavandino. Le sollevò di scatto la gonna ampia fino in vita e le strappò via il perizoma. Lo sentì in mano: zuppo, fradicio, pesante del desiderio di lei. Lo gettò a terra. Il cazzo, ancora lucido di saliva, lo passò lentamente tra le cosce di Anita, strofinandolo avanti e indietro sulla figa calda e aperta.
«Bucchina…», ansimò contro il suo orecchio, «dimmi dove lo vuoi il mio cazzo… eh? Dimmi, puttana.»
Anita, già tremante, spinse il culo all’indietro.
«Leó… t’voglj dentro il culo… chiavami il culo!»
Non fece in tempo a finire la frase.
Leone le aprì le chiappe con una mano e le entrò nel culo con un movimento deciso, netto, fino in fondo. L’ultima sillaba di Anita si strozzò in gola e diventò un urlo lungo e rotto, il nome di lui gridato ad alta voce in un momento di pura estasi lussuriosa.
«Leone…!»
Cominciò a scoparla con ferocia erotica.
Colpi profondi, pesanti, senza pietà. Il cazzo grosso apriva le carni strette del culo di Anita a ogni spinta, la riempiva completamente, le faceva sentire ogni centimetro della sua virilità. Non c’era delicatezza. C’era solo il bisogno di prenderla, di farle apprezzare fino in fondo quanto fosse sua in quel momento.
Anita affondò le mani sul bordo del lavandino e spinse il culo incontro alle spinte. Sentiva il cazzo conquistarle il buco senza appello, aprirle la carne, dominarla. Amava quello che stava succedendo. Amava Leone in quel momento con una chiarezza quasi dolorosa, e amava il suo cazzo che le sfondava il culo con quella forza grezza e totale. Ogni colpo le mandava scariche di piacere oscuro lungo la schiena, le faceva tremare le cosce, le faceva uscire gemiti sempre più alti e disperati.
Andarono avanti così per dieci minuti interi.
Una battaglia erotica e sessuale senza tregua. Leone aumentò progressivamente forza e velocità, poi le afferrò il caschetto nero e tirò indietro la testa, inarcandole la schiena finché i loro sguardi non si incontrarono nello specchio sopra il lavandino. Si videro. L’eccitazione era dipinta su entrambi i volti: gli occhi scuri di Anita socchiusi e lucidi, la bocca aperta; quelli di Leone intensi, quasi feroci, mentre la scopava.
«Vuoi venire, eh, troia?», ansimò guardandola attraverso lo specchio. «Vuoi che ti sborri nel culo e ti riempia l’intestino, zoccola?»
Anita, quasi assuefatta al piacere che lui le stava impartendo, riuscì a malapena a rispondere:
«Sì…»
Leone strinse i denti e le diede gli ultimi dieci colpi, ancora più forti, ancora più profondi.
L’orgasmo conquistò Anita in modo totale. I gemiti le uscirono incontrollati, alti, quasi gridati, mentre il culo si contraeva a spasmi intorno al cazzo di Leone e il corpo intero le tremava. Pochi attimi dopo Leone la seguì. Con un grugnito gutturale, basso e lungo, spinse fino in fondo e sborrò. La sborra bollente le invase il culo e l’intestino a ondate spesse, mentre lui continuava a pulsare dentro di lei, percorso da spasmi di piacere puro.
Restarono così, uniti, ansimanti, lo sguardo ancora incrociato nello specchio, mentre il bagno del tribunale tornava lentamente al silenzio.
Rimasero fermi ancora qualche minuto, uniti.
Leone le accarezzava piano la schiena nuda sotto la blusa rialzata, le dita lente, quasi premurose. Anita aveva la fronte appoggiata al petto di lui, gli occhi chiusi, e ogni tanto alzava il viso per cercare la sua bocca. I baci adesso erano diversi: più delicati, più lunghi, senza la furia di prima. Solo labbra che si sfioravano, respiro caldo, la consapevolezza quieta di quello che si erano appena dati.
Sapevano entrambi che non potevano restare lì.
Prima o poi qualcuno sarebbe passato di nuovo.
Si staccarono con un ultimo bacio, più breve, e cominciarono a rivestirsi in silenzio. Leone si riallacciò la cintura, sistemò la camicia e la cravatta. Anita recuperò il perizoma strappato, lo nascose nella borsetta, e si sistemò come poteva la gonna e la blusa. Mentre si vestivano, parlarono a bassa voce del futuro prossimo.
Lei disse che voleva cercare lavoro, forse qualcosa nell’alberghiero, e che per la prima volta da mesi si sentiva libera di pensarlo sul serio. Lui rispose che avrebbe continuato a seguire qualche pratica in sospeso, e che forse, dopo tutto quello che era successo, avrebbe avuto bisogno di qualche giorno di distacco. Non dissero tutto. Non serviva. Gli sguardi bastavano.
Quando furono presentabili, Leone aprì la porta del bagno con circospezione. Il corridoio era vuoto. Uscirono insieme.
Camminarono affiancati verso l’uscita del tribunale. Ogni tanto i loro occhi si cercavano. Quando si soffermavano un secondo di troppo, a entrambi scappava un sorriso piccolo, complice, quasi incredulo. Non c’era bisogno di parole. Sapevano cosa avevano fatto, e sapevano quanto fosse stato vero.
Fuori, la luce del pomeriggio era chiara.
Leone la accompagnò fino all’auto. Si fermarono vicino allo sportello. Lui le sistemò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio con un gesto quasi automatico, poi la guardò dritto negli occhi.
«Allora, signorina Covucci… è andata bene. Mi raccomando: se vai a ballare, non fare piaceri a nessuno.»
Lo disse con un sorriso vero, affettuoso, e le fece un occhiolino leggero.
Anita rise piano, la testa inclinata di lato, e rispose con tono scherzoso ma con un sorriso furbo che non lasciava dubbi:
«No no, avvocà, basta fare piaceri per carità. Al massimo, se proprio devo fare un piacere a qualcuno… lo faccio a lei.»
Leone scosse appena la testa, ma gli occhi gli si illuminarono. Non aggiunse altro. Aprì lo sportello per lei e aspettò che salisse.
Anita avviò la macchina, gli fece un piccolo cenno con la mano e partì. Leone restò a guardare l’auto allontanarsi fino a quando non sparì dietro l’angolo.
Poi si sistemò la giacca, tirò un lungo respiro e si diresse verso il parcheggio.
Doveva tornare in studio. Doveva tornare alle pratiche, alle udienze, alla vita di sempre.
Ma mentre camminava sapeva già che quella vita di sempre, da quel pomeriggio in poi, non sarebbe più stata esattamente la stessa.
Due mesi dopo
Leone era seduto alla scrivania del suo studio, immerso nella lettura di un fascicolo, quando il telefono squillò. Un numero che non aveva in rubrica. Rispose con la solita voce professionale.
«Studio legale Panizzi.»
Dall’altra parte arrivò una voce chiara, squillante, inconfondibile.
«Avvocato? Sono Anita.»
Leone si raddrizzò sulla poltrona. Un sorriso gli sfiorò le labbra prima ancora che potesse controllarlo.
«Anita. Ciao. Come stai?»
«Bene. Finalmente bene. E lei? Cosa sta facendo? È molto impegnato in questi giorni?»
Rispose volentieri. Le raccontò un po’ del lavoro, di qualche udienza, di quanto la routine fosse tornata a riempire le giornate. Lei ascoltava, rideva piano ogni tanto, e lui si accorse di quanto gli facesse piacere sentirla di nuovo.
Poi il tono di Anita cambiò, diventò più basso, malizioso.
«Avvocato… ma si ricorda che devo pagarla?»
Leone restò un secondo in silenzio, spiazzato.
«Scusa? No, aspetta… il tuo era gratuito patrocinio. Non mi devi niente.»
Anita ridacchiò dall’altra parte del telefono.
«Non si ricorda? A casa mia abbiamo concordato come pagarla.»
Leone chiuse gli occhi.
I ricordi arrivarono tutti insieme, vivi e precisi: la canotta, il perizoma, la bocca di lei, le parole dette contro il tavolo e sul divano. Sentì il calore salirgli lentamente lungo la schiena.
«Sì…», rispose, la voce un po’ più roca. «Sì, mi ricordo bene, signorina Covucci. Ma eravamo d’accordo che il valore lo avrei stabilito io… dopo aver visionato il tutto.»
Anita rise di nuovo, questa volta più aperta, più furba.
«E allora mi dica quando devo passare per darle un anticipo.»
Leone si appoggiò allo schienale della poltrona, lo sguardo perso verso la finestra, e sorrise.
«Quando vuole, signorina. Quando vuole.»
Chiuse la chiamata e restò fermo qualche secondo, il telefono ancora in mano.
Nella mente vedeva già Anita entrare in quello studio, con quel suo modo sfacciato e diretto, e sapeva che da lì a poco la routine sarebbe di nuovo andata a farsi benedire.
Sorrise ancora, più largo.
E aspettò.
La casa odorava di umidità e di caffè riscaldato troppe volte. Dalla stanza accanto arrivava il russare leggero della nonna, che dormiva sempre a quest’ora del pomeriggio. Anita guardava l’orologio sul muro: mancavano dodici minuti alle quattro. L’avvocato aveva detto che sarebbe arrivato puntuale.
Si morse l’interno della guancia.
Non voleva che si notasse. Non voleva che nessuno, tantomeno un uomo in giacca e cravatta, si accorgesse che aveva paura. Aveva venticinque anni, era piccola, magra, moretta, e da quando le avevano messo quel pezzo di plastica alla caviglia si sentiva ancora più piccola. Ma l’orgoglio era l’unica cosa che le era rimasta intatta. Quindi teneva la schiena dritta, le spalle basse, e fingeva di non ascoltare ogni rumore che saliva dallo scalone.
Si alzò, andò allo specchio dell’ingresso e si sistemò il caschetto nero. I capelli le arrivavano appena sotto il mento, lisci, lucidi. Si passò un dito sotto gli occhi per togliere un po’ di mascara che si era sbavato. Non si era truccata troppo. Solo il necessario. Quando era libera si preparava ore per uscire: vestitini corti, top scollati, tacchi alti anche se facevano male, tutto comprato online, tutto appariscente, quasi volgare, ma che sul suo fisico da bambina cresciuta faceva un certo effetto. Adesso non c’era più motivo. Eppure, quando aveva saputo che l’avvocato sarebbe venuto a casa, aveva cambiato tre volte canotta prima di scegliere quella fucsia.
Tornò a sedersi.
Il cuore le batteva un po’ più forte del solito. Non era solo per il processo. Era anche per il fatto che non sapeva come comportarsi con un uomo così. Leone Panizzi. Quarantacinque anni, alto, magro, occhi azzurri, capelli castani corti. L’aveva visto una sola volta in tribunale, di sfuggita, mentre parlava con il pubblico ministero. Aveva la voce calma, le mani pulite, i gesti misurati. Non sembrava uno di quelli che alzavano la voce o facevano i furbi. Sembrava uno che pensava prima di parlare. E che, quando decideva qualcosa, non tornava indietro.
Anita si passò la lingua sulle labbra.
“Che cazzo vuoi da me”, pensò. Non a lui. A se stessa. Perché sentiva già quella strana agitazione nello stomaco, quella che di solito arrivava solo quando qualcuno la guardava troppo a lungo in discoteca.
Si alzò di nuovo. Andò in cucina, aprì il frigorifero, lo richiuse senza prendere niente. Tornò al divano. Si sedette, si alzò, si sedette. Alla fine rimase in piedi vicino alla finestra, nascosta dietro la tendina giallastra, a guardare il cortile interno del palazzo popolare.
Quando sentì i passi sullo scalone, si irrigidì.
Passi fermi, regolari. Non di un vicino. Non di un carabiniere.
Si allontanò dalla finestra, si sistemò la canotta che le scivolava da una spalla, e andò ad aprire prima ancora che suonasse il citofono.
Leone Panizzi era lì, sul pianerottolo, con una cartella di pelle scura sotto il braccio. Alto quasi un metro e ottanta, fisico asciutto, camicia celeste senza cravatta, giacca aperta. Gli occhi azzurri la guardarono con calma. Non sorrideva, ma non aveva neanche l’aria severa. Solo attenta.
«Signorina Covucci», disse. Voce bassa, precisa. «Sono Leone Panizzi. Possiamo parlare?»
Anita si scostò di lato per farlo entrare.
Non rispose subito. Si limitò a chiudere la porta dietro di lui e a dire, con un tono che voleva sembrare indifferente:
«Certo. La nonna dorme, quindi dobbiamo stare un po’ bassi.»
Lui annuì e la seguì nel salotto.
Anita sentì il suo sguardo sulla schiena nuda, sulla canotta larga, sui leggings. Non si voltò. Si sedette sul divano e gli indicò la poltrona di fronte.
Leone posò la cartella sul tavolino basso e si sedette.
Aprì la cartella, tirò fuori alcuni fogli, poi alzò gli occhi su di lei.
Per un momento non parlò.
La guardò. Davvero.
E Anita, che era abituata a essere guardata, questa volta abbassò lo sguardo per un secondo. Solo un secondo. Poi lo rialzò, orgogliosa, quasi provocante.
«Allora», disse lei. «Quanto sono fregata?»
Leone non rispose subito.
Prese gli occhiali dalla taschina interna della giacca, se li mise, e solo dopo parlò.
«Dipende da quanto siamo bravi a dimostrare che non sapevi cosa c’era nello zaino.»
La voce era calma. Professionale.
Ma gli occhi azzurri rimasero su di lei un attimo più del necessario.
Anita sentì il calore salirle leggermente alle guance.
Non lo diede a vedere. Si sistemò meglio sul divano, la canotta scivolò ancora un poco sulla spalla, e incrociò le braccia sotto il seno piccolo.
«Allora cominciamo», disse. «Io non mollo facile.»
Leone la guardò ancora un istante.
Poi abbassò lo sguardo sui fogli.
«Lo so», rispose soltanto.
E in quella risposta c’era già qualcosa di diverso da un semplice avvocato che parlava con una cliente.
Leone aprì la cartella e tirò fuori un fascicolo non troppo spesso. Le pagine erano ordinate, sottolineate a matita in alcuni punti. Prese gli occhiali e se li sistemò con un gesto abitudinario.
«Ho letto tutto il fascicolo», cominciò. Voce bassa, misurata. «L’accusa è pesante. Detenzione ai fini di spaccio di un quantitativo non indifferente. Il fatto che lo zaino non fosse tuo e che tu l’abbia tenuto solo per poco tempo può contare, ma dobbiamo dimostrarlo bene. Non basta dirlo.»
Anita lo ascoltava senza interrompere. Teneva le braccia ancora incrociate, ma non per freddo. Era un modo per tenersi un po’ raccolta, per non mostrare quanto fosse tesa. La canotta fucsia le scivolava continuamente da una spalla e ogni tanto la sistemava con un movimento secco del collo.
«Quello me l’ha dato nel parcheggio e mi ha detto di tenerlo mezz’ora», rispose. «Io non l’ho aperto. Non ho guardato dentro. Non mi sono fatta domande. So che è da stupida, ma è andata così.»
Leone alzò lo sguardo dal foglio. Gli occhi azzurri si posarono su di lei con attenzione.
«Chi è “quello”?»
Anita scosse leggermente la testa.
«Non lo conosco per davvero. Era uno che vedevo spesso in discoteca. Ci scambiavamo due chiacchiere ogni tanto, niente di più. Io pensavo fosse uno di quelli che organizzano i tavoli nel locale. Quando mi ha chiesto di tenergli lo zaino mentre entrava a sistemare qualcosa, non ci ho pensato due volte. Poi sono uscita io e me lo sono ritrovata ancora in mano quando sono arrivati i carabinieri. Era una retata, credo. Hanno fermato un po’ di gente nel parcheggio.»
Leone non prese appunti. Continuò a guardarla.
«E adesso dove si trova?»
«Non lo so. Non l’ho più visto. Non mi ha cercata e io non l’ho cercato.» La risposta uscì secca. Anita si morse l’interno della guancia e aggiunse, più basso: «Non è che avessi il suo numero o qualcosa. Era solo uno del locale.»
Un silenzio breve si posò tra di loro.
Dalla stanza accanto arrivò un debole russare della nonna. Leone abbassò di nuovo lo sguardo sui documenti, ma Anita notò che le dita sulla penna restavano ferme. Non stava leggendo. Stava pensando.
«La Procura spingerà sul fatto che tu frequentassi ambienti a rischio», riprese dopo qualche secondo. «Discoteche, certe compagnie. Dovremo lavorare su questo. Far capire che eri solo una ragazza che usciva, non una che trafficava.»
Anita sentì un leggero calore alle guance.
Non era vergogna per le discoteche. Era il modo in cui lui aveva detto “una ragazza che usciva”. Neutro, professionale, eppure le era sembrato che la stesse osservando mentre lo diceva.
Si sistemò meglio sul divano, le gambe ancora raccolte. I leggings neri le segnavano le ginocchia.
«Io uscivo, sì. Mi piaceva. Ballavo, bevevo qualcosa, tornavo a casa. Non vendevo niente a nessuno. Non ho mai preso soldi da nessuno per quello zaino.»
Leone annuì lentamente.
Poi chiuse il fascicolo e lo posò sul tavolino.
«Ti credo», disse.
Due parole sole.
Anita alzò gli occhi. Non si aspettava quella frase così secca, così diretta. Di solito gli avvocati dicevano “vedremo”, “dobbiamo dimostrarlo”, “ci sono margini”. Lui aveva detto “ti credo”.
Per un attimo non seppe cosa rispondere.
Si limitò a tenergli lo sguardo.
Leone si tolse gli occhiali e li lasciò sul fascicolo. Senza di essi il viso sembrava più giovane, più scoperto. I capelli castani corti gli incorniciavano la fronte. Il fisico asciutto, sotto la camicia celeste, non aveva niente di imponente, eppure c’era una quieta determinazione nel modo in cui stava seduto, dritto, senza agitarsi.
«Adesso ti spiego come lavoreremo», continuò. «Io verrò qui almeno un paio di volte a settimana. Dobbiamo preparare bene le tue dichiarazioni, capire cosa dire e cosa non dire.»
Anita annuì.
Dentro di sé, però, qualcosa si era mosso.
Non era solo sollievo per le parole “ti credo”. Era anche il fatto che lui sarebbe venuto spesso. Qui. In quella casa piccola, un po’ malmessa, con la nonna che russava e l’odore di umidità. Un uomo così, con quegli occhi azzurri e quella voce calma, avrebbe attraversato il portone del palazzo popolare due volte a settimana solo per lei.
Si passò una mano tra i capelli neri, un gesto abitudinario.
«Va bene», disse. «Io sto sempre qui. Non è che possa andare da qualche parte.»
Leone la guardò ancora.
Questa volta lo sguardo scese per un secondo sulla canotta larga, sulla spalla scoperta, sul braccialetto nero alla caviglia, poi risalì al suo viso. Non ci fu niente di volgare in quel movimento. Solo una presa d’atto silenziosa di dove si trovava, di chi aveva davanti, di quanto quella ragazza fosse piccola e chiusa in una gabbia che non aveva scelto.
«Lo so», rispose. E di nuovo quelle due parole uscirono più basse, quasi private.
Anita sentì il cuore batterle un po’ più forte contro le costole.
Non diede a vedere nulla. Restò seduta dritta, le braccia ancora incrociate, e chiese con voce ferma:
«Quanto tempo ci vorrà?»
Leone riprese gli occhiali.
«Dipende. Se riusciamo a ottenere un rito abbreviato e a convincere il giudice, potremmo chiudere in pochi mesi. Se invece si va a dibattimento pieno… di più. Ma lavoreremo per ridurre tutto il possibile.»
Si alzò.
La poltrona scricchiolò leggermente. Anita alzò lo sguardo verso di lui. Da sotto, con lui in piedi, le sembrò ancora più alto. Il fisico asciutto, le spalle non larghissime ma diritte, le mani che sistemavano i fogli dentro la cartella con precisione.
«La prossima volta porto le copie delle dichiarazioni e dei verbali di sequestro», disse. «Dobbiamo leggerle insieme. Preferisci mattina o pomeriggio?»
«Pomeriggio», rispose Anita senza esitare. «La mattina a volte passano. Dopo le quattro è più tranquillo.»
Leone annuì.
«Allora giovedì alle quattro e mezza.»
Si diresse verso la porta. Anita si alzò e lo seguì fino all’ingresso. Mentre lui apriva, lei restò un passo indietro, la schiena contro il muro del corridoio stretto. La canotta le era scivolata di nuovo.
Leone si voltò prima di uscire.
La guardò un’ultima volta. Gli occhi azzurri restarono sui suoi un secondo più lungo del necessario.
«Riposati», disse. «E non parlare con nessuno di quello che ci siamo detti oggi.»
«Non parlo con nessuno da settimane», rispose lei. «Non è che abbia chissà quanta gente con cui chiacchierare.»
Un angolo della bocca di Leone si mosse. Non era un sorriso vero e proprio, ma qualcosa di vicino.
«Giovedì, allora.»
Chiuse la porta dietro di sé con un click leggero.
Anita restò ferma nel corridoio per qualche secondo.
Ascoltò i passi che scendevano le scale, regolari, fermi. Poi il portone del pian terreno che si chiudeva.
Tornò nel salotto.
Si sedette di nuovo sul divano, nella stessa posizione di prima. La casa era tornata silenziosa, a parte il russare lontano della nonna.
Si passò una mano sul braccio nudo, lì dove la canotta lasciava scoperta la pelle.
Non sapeva esattamente cosa stesse provando. Non era attrazione, non ancora. Era qualcosa di più sottile. Una curiosità. Una tensione leggera che le si era posata sullo stomaco e non voleva andarsene.
Si guardò le ginocchia magre strette nei leggings.
Poi alzò gli occhi verso la porta chiusa.
«Giovedì», mormorò tra sé.
E per la prima volta da quando le avevano messo il braccialetto, la prospettiva di restare chiusa in quella casa non le sembrò del tutto insopportabile.
Leone scese le scale del palazzo con passo regolare.
Il corridoio odorava di fritto e di umidità antica, le pareti erano scrostate in più punti, e a ogni piano si sentivano voci o televisioni accese. Non era il tipo di posto in cui era abituato a entrare. Di solito i suoi clienti lo ricevevano in case più ordinate, o li incontrava in carcere, o nei corridoi dei tribunali. Qui invece aveva dovuto salire quattro piani a piedi, con la cartella sotto il braccio, tra porte socchiuse e bambini che giocavano sullo scalone.
Aprì il portone e uscì nella luce del pomeriggio.
L’aria di Casoria era pesante, un po’ afosa. Si diresse verso la macchina parcheggiata un isolato più in là, ma non aveva fretta. Camminava lentamente, la mente ancora dentro quella casa.
Anita Covucci.
Venticinque anni, un metro e cinquantacinque scarso, magra come un filo, il caschetto nero liscio, la canotta fucsia troppo larga che le scivolava continuamente da una spalla. Non aveva l’aria di chi trafficava droga. Non aveva l’aria di chi sapeva cosa stava facendo. Aveva l’aria di una ragazza che era finita nel posto sbagliato al momento sbagliato, e che adesso se ne stava chiusa in un alloggio popolare con un braccialetto alla caviglia e una nonna che russava nella stanza accanto.
Leone ne aveva viste tante, in vent’anni di professione.
Aveva difeso spacciatori veri, corrieri, ragazze che sapevano esattamente quanto valeva la merce che trasportavano e quanto rischiavano. Aveva imparato a riconoscere certi sguardi: lo sguardo di chi mente per abitudine, di chi calcola, di chi ha già deciso cosa dire e cosa nascondere. Quella ragazza non aveva quello sguardo. Aveva gli occhi di chi si è sentita presa in giro, di chi ha fatto una cazzata per leggerezza, e adesso ne stava pagando il prezzo intero. E aveva anche qualcosa d’altro. Un orgoglio secco, quasi spigoloso, che le impediva di abbassare troppo la testa anche quando era evidente che aveva paura.
Si passò una mano sulla nuca mentre apriva la macchina.
Si sedette, chiuse lo sportello, ma non mise subito in moto. Restò un momento con le mani sul volante, guardando il palazzo dallo specchietto.
Non era attrazione.
O almeno non voleva chiamarla così. Era piuttosto una forma di attenzione più acuta del solito. Il modo in cui lei teneva le braccia incrociate sotto il seno piccolo. Il modo in cui sistemava la canotta ogni due minuti. Il modo in cui aveva detto “io non mollo facile” con quella voce bassa e testarda. E il modo in cui lo aveva guardato quando lui aveva detto “ti credo”. Per un secondo aveva abbassato gli occhi, poi li aveva rialzati subito, come se non potesse permettersi di mostrare sollievo.
Leone avviò il motore.
Giovedì alle quattro e mezza sarebbe tornato.
E mentre inseriva la marcia, si rese conto che non stava pensando solo al fascicolo o alla strategia processuale. Stava pensando a quella canotta fucsia, e a quanto fosse piccola quella ragazza rispetto alla casa, rispetto al braccialetto, rispetto a tutto.
Scosse leggermente la testa, come per cacciare via il pensiero, e si immise nel traffico.
Anita era rimasta seduta sul divano a lungo dopo che la porta si era chiusa.
Le gambe ancora raccolte, le braccia ancora incrociate, lo sguardo fisso sul punto vuoto dove prima c’era la poltrona con lui sopra.
Non sapeva esattamente cosa stesse provando.
Non era la solita agitazione che sentiva quando un ragazzo la guardava troppo in discoteca. Quella era facile, leggera, faceva parte del gioco. Questa era diversa. Più silenziosa. Più pesante. Si era posata sullo stomaco e non se ne andava.
Si alzò, andò in cucina, aprì il frigorifero, lo richiuse. Non aveva fame. Tornò nel salotto e si fermò davanti allo specchio dell’ingresso. Si guardò. La canotta fucsia le arrivava a metà coscia, troppo larga sulle spalle magre. I leggings neri le segnavano ogni linea delle gambe. Il braccialetto le cingeva la caviglia come un richiamo continuo a non dimenticare dove si trovava.
Si passò una mano tra i capelli.
Lui l’aveva guardata. Non nel modo in cui la guardavano i ragazzi del locale, con la voglia chiara in faccia. L’aveva guardata come se stesse cercando di capire chi fosse davvero. E quando aveva detto “ti credo”, lei aveva sentito qualcosa che non riusciva a nominare. Un leggero calore al centro del petto. Un sollievo misto a qualcos’altro.
Si allontanò dallo specchio e tornò al divano.
Si sdraiò di lato, le ginocchia al petto, e chiuse gli occhi.
Non era attrazione.
O almeno non voleva chiamarla così. Era solo che per la prima volta da settimane qualcuno l’aveva ascoltata senza interromperla, senza farle la morale, senza trattarla come una stupida che aveva combinato un casino. Le aveva detto “ti credo”. Due parole. E lei se le stava ancora repeating in testa.
Aprì gli occhi e guardò l’orologio sul muro.
Mancavano ancora tre giorni a giovedì.
Si strinse un po’ di più nelle proprie braccia.
La casa era silenziosa. La nonna russava. Fuori, in strada, passava qualche macchina.
Anita restò così, ferma, a ripensare agli occhi azzurri dell’avvocato e al modo in cui le aveva detto “lo so” quando lei aveva parlato di non poter andare da nessuna parte.
E per la prima volta da quando le avevano messo il braccialetto, si rese conto che aspettava già il suono dei suoi passi sullo scalone.
Giovedì arrivò con un caldo afoso che entrava dalle finestre socchiuse e rendeva l’aria della casa ancora più pesante.
Anita non aveva chiuso occhio per quasi tutta la notte. Aveva girato e rigirato sul letto stretto, aveva guardato il soffitto, aveva ascoltato i rumori del palazzo, e ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva gli occhi azzurri dell’avvocato e sentiva ancora il suono di quelle due parole: ti credo. Verso le cinque del mattino, esausta, si era trascinata in salotto e si era accasciata sul divano. Aveva pensato di restare lì solo un’ora. Invece il sonno l’aveva presa di sorpresa, pesante e improvviso.
Quando il campanello suonò, era quasi le quattro e mezza.
Anita aprì gli occhi di scatto, confusa. Per un secondo non capì dove fosse. Poi la memoria tornò tutta insieme e un brivido le attraversò la schiena.
«Merda.»
Si alzò di scatto, ma il corpo era ancora lento, intorpidito. Indossava solo un top corto a canotta blu con una stampa sbiadita sul petto, senza reggiseno — in casa non lo metteva mai — e un pantaloncino morbido di cotone leggero, tenuto leggermente a vita bassa. Ai piedi aveva le solite infradito nere, consumate. I capelli neri del caschetto erano un po’ spettinati da un lato.
Camminò verso la porta ancora mezzo addormentata, strisciando i piedi. Aprì senza neanche guardare dallo spioncino.
Leone Panizzi era lì, sul pianerottolo, cartella sotto il braccio, camicia chiara, giacca leggera aperta. Alto, asciutto, gli occhi azzurri già posati su di lei.
Anita sobbalzò.
Il movimento improvviso la fece inciampare nelle proprie infradito. Perse l’equilibrio in avanti, le braccia si aprirono d’istinto cercando qualcosa a cui aggrapparsi, e la mano destra andò a finire dritta, aperta, proprio tra le gambe dell’uomo.
Il contatto durò forse un secondo e mezzo.
La palma di Anita, calda e ancora un po’ intorpidita dal sonno, premette contro il tessuto dei pantaloni, proprio lì dove il corpo di Leone era più sensibile. Sentì la forma, la consistenza, il calore. Non fu un tocco leggero. Fu pieno, involontario, e per un attimo la sua mano restò lì, come se il cervello non avesse ancora processato cosa stesse toccando.
Poi la realtà la colpì come uno schiaffo.
«Oh cazzo — scusi!»
Si ritrasse di scatto, quasi saltando indietro, il viso già in fiamme. Le infradito le sfuggirono di nuovo e dovette appoggiarsi allo stipite per non cadere una seconda volta. «Scusi, non l’ho fatto apposta, stavo dormendo, non mi ricordavo che doveva arrivare, ho perso l’equilibrio—»
Leone era rimasto immobile.
Per un attimo non aveva detto niente. Solo gli occhi azzurri si erano socchiusi di una frazione, e una tensione quasi impercettibile gli aveva attraversato la mascella. Dentro i pantaloni aveva avvertito con chiarezza la pressione della mano piccola e calda di lei: le dita delicate, il palmo morbido, il contatto improvviso e pieno contro il suo sesso. Un brivido corto e netto gli era salito lungo la schiena prima ancora che riuscisse a controllarlo. Non era stato solo sorpresa. Era stato piacere. Secco, involontario, e per questo ancora più difficile da ignorare.
Si schiarì la voce.
«Non fa niente», disse. La voce uscì un po’ più bassa del solito, ma ferma. Cercò di minimizzare, di restituire subito normalità alla situazione. «Succede. Stai attenta ai passi.»
Anita teneva lo sguardo basso, le guance rosse, una mano ancora sul muro come per tenersi. Dentro di sé, però, qualcosa non si era ancora sistemato. Quella frazione di secondo in cui la sua mano aveva premuto contro di lui le era rimasta impressa con una chiarezza quasi imbarazzante. Aveva sentito la forma, il calore, la durezza già presente sotto il tessuto. Non si era aspettata… quello. E ora non riusciva a cancellare la sensazione dalla pelle del palmo.
«Davvero scusi», ripetè, più piano. «Sono una frana quando mi sveglio di colpo.»
Leone entrò, chiudendo la porta dietro di sé con calma. Posò la cartella sul tavolino del salotto senza guardarla subito. Aveva bisogno di un attimo per far tornare tutto al suo posto. Il corpo, però, aveva registrato il contatto e non sembrava disposto a dimenticarlo così in fretta. Sentiva ancora il ricordo preciso di quella mano piccola e calda premuta contro di lui.
Quando si voltò verso di lei, Anita stava sistemandosi il top blu che le era salito un po’ durante la caduta, lasciando scoperto un lembo di pancia. I pantaloncini le erano scivolati ancora un poco sui fianchi. Lei non se ne stava accorgendo. O forse sì, ma in quel momento aveva altro a cui pensare.
«Si sieda pure», disse Leone, indicando la poltrona. La voce era tornata professionale, ma gli occhi azzurri restarono su di lei un secondo più lungo del necessario. «Abbiamo parecchio da leggere oggi.»
Anita annuì, ancora arrossita, e andò a sedersi.
Si sistemò sul divano, le gambe chiuse, le mani strette tra le ginocchia. Il palmo destro le formicolava ancora. Ogni tanto, senza volerlo, lo apriva e lo richiudeva, come se potesse cancellare la memoria di quello che aveva toccato.
Leone si sedette di fronte a lei, aprì la cartella e tirò fuori i fogli.
Ma per i primi minuti non lesse nulla. Guardava le parole senza vederle. Nella mente gli restava solo la pressione calda e improvvisa di quella mano, e il modo in cui lei aveva detto «scusi» con la voce ancora impastata di sonno e di imbarazzo.
E sapeva, con una chiarezza che non gli piaceva affatto, che da quel momento in poi sarebbe stato più difficile fingere che tra di loro ci fosse solo un rapporto professionale.
Leone aprì la cartella e dispose i fogli sul tavolino in un ordine preciso. Prese gli occhiali, se li sistemò, e cominciò a parlare con la stessa voce calma di sempre, come se l’incidente di pochi minuti prima non fosse mai successo.
«Ti spiego per punti come si sviluppa da qui in avanti. Prima di tutto dobbiamo depositare le memorie difensive e chiedere il rito abbreviato. Se ce lo concedono, il processo si svolge sulla base degli atti già acquisiti, senza dibattimento pieno. È la strada più veloce e, nel tuo caso, la più conveniente. L’obiettivo principale resta il proscioglimento. Per ottenerlo dobbiamo dimostrare in modo chiaro e documentato che tu eri completamente all’oscuro sia dei movimenti di quel ragazzo sia del contenuto dello zaino. Se riusciamo a far emergere questo, le accuse cadono. Se invece il giudice non si convince del tutto, lavorerò per ridurre i danni al minimo: pena sospesa, o quantomeno una misura molto più leggera di quella che chiede adesso la Procura.»
Anita annuì.
Le parole di Leone le arrivavano chiare, professionali, e per un attimo le diedero un senso di sollievo concreto. Qualcuno stava lavorando per tirarla fuori da quel pasticcio. Non le stava dicendo che era spacciata. Le stava dicendo che c’era una strada, e che lui l’avrebbe percorsa fino in fondo.
«Quindi… potrei uscirne pulita?», chiese, la voce un po’ più bassa del solito.
Leone la guardò da sopra gli occhiali.
«Se dimostriamo che non sapevi niente, sì. È possibile. Non te lo posso garantire al cento per cento, perché in questi processi non esistono garanzie assolute. Ma è l’obiettivo su cui stiamo puntando. E se non ci riusciamo del tutto, farò in modo che il prezzo da pagare sia il più basso possibile.»
Anita sentì le spalle allentarsi un poco.
Non era ancora tranquillità piena — la paura restava lì, sotto la pelle, come un filo teso — ma era qualcosa di vicino. Qualcuno la stava ascoltando, qualcuno le credeva, qualcuno aveva un piano. Per la prima volta da quando le avevano messo il braccialetto, ebbe l’impressione di non essere completamente sola in quella storia.
«Va bene», disse. «Io farò quello che dice.»
Leone riprese a spiegare i passaggi successivi: i tempi, le udienze, le possibili eccezioni, le dichiarazioni che avrebbero dovuto preparare insieme. La voce restava bassa, precisa, senza enfasi inutili. Anita lo ascoltava. All’inizio seguiva tutto. Poi, piano piano, qualcosa cominciò a spostarsi.
Il suono delle sue parole continuava ad arrivare, ma il significato si faceva più lontano.
La mente di Anita tornava indietro di pochi minuti. Tornava a quel secondo in cui la sua mano aveva premuto, aperta e calda, proprio lì. Aveva sentito la forma sotto il tessuto. Aveva sentito il calore. E ora, mentre Leone parlava di memorie difensive e di rito abbreviato, lei sentiva ancora il ricordo di quel contatto stampato sul palmo.
Si morse leggermente il labbro interno.
Erano passati più di due mesi dall’ultima volta che era andata a letto con qualcuno. Due mesi interi. Prima dei domiciliari usciva quasi ogni fine settimana, ballava, beveva qualcosa, e non era raro che qualcuno la guardasse in un certo modo, che le si avvicinasse, che le mettesse una mano sui fianchi mentre ballavano. Le piaceva. Le piaceva essere desiderata. Le piaceva il modo in cui gli occhi degli uomini le scendevano addosso quando indossava quei vestitini corti comprati su Shein, quelli che lasciavano vedere quasi tutto. Adesso non la guardava più nessuno. Non in quel modo. Era chiusa in casa, con una canotta blu senza reggiseno e un pantaloncino a vita bassa, e l’unico uomo che entrava in quella stanza la guardava da sopra gli occhiali mentre parlava di atti processuali.
Eppure, pochi minuti prima, la sua mano era finita proprio lì.
E lui aveva sentito. Lei lo aveva capito dallo sguardo, dalla leggera tensione della mascella, dal modo in cui aveva impiegato un secondo di troppo a rispondere. Non era stato solo imbarazzo. C’era stato qualcos’altro.
Anita si sistemò meglio sul divano, le ginocchia strette, le mani ancora chiuse tra le cosce. Il top blu le era salito un poco, lasciando scoperta una striscia di pelle sopra l’ombelico. Non se ne accorse subito. Quando se ne accorse, non lo tirò giù. Restò così, a guardare Leone mentre parlava, e a sentire il formicolio leggero che le risaliva lungo le braccia ogni volta che i suoi occhi azzurri si posavano su di lei per un istante.
Lui stava spiegando qualcosa sui tempi del processo.
Lei annuiva di tanto in tanto, ma non stava più seguendo davvero. Stava pensando a quanto tempo era passato dall’ultima volta che qualcuno l’aveva toccata con desiderio. E a quanto strano fosse che il primo contatto fisico dopo due mesi fosse stato quello: involontario, imbarazzante, eppure impossibile da dimenticare.
Leone chiuse il fascicolo e alzò lo sguardo.
«Hai domande su quello che ti ho detto finora?»
Anita ci mise un secondo a rispondere.
Dovette sforzarsi di tornare presente.
«No», disse. Poi, dopo una piccola esitazione: «Cioè… sì. Ma dopo. Adesso mi è un po’ confuso tutto.»
Leone la osservò un attimo più a lungo.
Notò il leggero rossore che le era rimasto sulle guance, il modo in cui teneva le mani strette, il top che le si era alzato. Non disse niente. Si limitò ad annuire.
«Va bene. Possiamo riprendere la prossima volta. Oggi ti ho dato abbastanza da elaborare.»
Si alzò, raccolse i fogli e li ripose nella cartella. Anita restò seduta, lo sguardo basso, il cuore che batteva un po’ più in fretta del necessario. Non sapeva se lui avesse capito dove fosse andata a finire la sua mente. Sperava di no. O forse, in un angolo nascosto di sé, sperava di sì.
Lo studio di Leone era silenzioso.
Fuori, oltre le tende semiabbassate, la città di Napoli scendeva lentamente verso sera. Lui sedeva alla scrivania, la giacca appesa allo schienale della sedia, le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti. Davanti a sé aveva il fascicolo di Anita Covucci aperto, le pagine già segnate a matita in diversi punti.
Stava rileggendo il verbale di sequestro quando il ricordo gli tornò senza preavviso.
La mano di lei. Piccola, calda, aperta. Premuta per un secondo e mezzo proprio lì, tra le sue gambe, con una naturalezza involontaria che lo aveva colto del tutto impreparato. Aveva sentito il palmo, le dita, il leggero formicolio che gli era salito lungo la schiena prima ancora che riuscisse a controllarsi. E aveva visto il rossore salirle in faccia, il modo in cui si era ritratta quasi spaventata da se stessa.
Leone posò la penna.
Si passò una mano sulla bocca, gli occhi fissi su un punto qualsiasi del foglio. Non stava più leggendo. Stava ripensando a quanto quella ragazza fosse, in realtà, molto carina. Non in modo appariscente o costruito. Carina in un senso più semplice e più pericoloso: il viso magro, gli occhi scuri troppo grandi, il caschetto nero che le incorniciava le guance, il corpo piccolo e magro che sotto quei vestiti larghi lasciava comunque intuire tutto.
Le gambe.
Se le ricordava con precisione. Sottili, ma definite. Nei pantaloncini morbidi di cotone non aveva fatto alcun tentativo di nasconderle. Se ne stava seduta con le ginocchia strette, eppure le cosce restavano visibili, la pelle chiara, il punto in cui il tessuto saliva un poco quando si muoveva. E il sedere. Quello lo aveva notato quando lei si era alzata per accompagnarlo alla porta, la prima volta, e di nuovo quel pomeriggio mentre si sistemava dopo la caduta. Rotondo, alto, apparentemente molto sodo. Il tipo di sedere che su un fisico così piccolo e leggero risultava quasi sproporzionato, e proprio per questo ancora più evidente.
Leone restò fermo qualche secondo.
Poi, senza pensarci troppo, aprì il computer e digitò il nome di lei sulla barra di ricerca di Instagram. Il profilo era pubblico. Anita_covucci, con una foto profilo scattata in discoteca, trucco evidenziato, labbra lucide, lo sguardo diretto verso l’obiettivo. Scorrì le foto.
Outfit dopo outfit.
Vestitini cortissimi, top che lasciavano scoperta quasi tutta la schiena, shorts di pelle, body trasparenti sotto giacche aperte. Alcuni look erano semplicemente sexy. Altri erano dannatamente provocanti: scollature profonde, tessuti che aderivano a ogni curva, tacchi altissimi. Dieci, dodici centimetri. Sandali a stiletto neri, plateau, cinturini sottili intorno alle caviglie magre. Leone si soffermò su una foto in particolare: Anita di schiena, in un locale affollato, un miniabito nero che le copriva a malapena il sedere, le gambe tese sui tacchi, una mano che si passava tra i capelli. Sembrava a proprio agio. Sicura. Lontana anni luce dalla ragazza che poche ore prima era inciampata in un paio di infradito ed era finita con la mano tra le sue gambe.
Sorrise appena, senza allegria.
Era strano. Quella stessa ragazza che in casa si muoveva in modo goffo e un po’ trasandato, fuori sapeva esattamente come mettersi in mostra. E lui, adesso, stava perdendo tempo a guardare le sue foto invece di lavorare sul fascicolo.
Il telefono dello studio squillò.
Leone socchiuse gli occhi per un attimo, poi rispose. Era un altro assistito, uno dei soliti, con le solite preoccupazioni. Mentre ascoltava e rispondeva con la voce professionale di sempre, chiuse la scheda di Instagram e tornò ai documenti. Ma il corpo aveva registrato tutto. E la mente, anche se costretta a tornare al lavoro, non aveva cancellato né il tocco di quella mano né le immagini di Anita in discoteca con i tacchi altissimi e il vestito troppo corto.
A Casoria, la sera scese lenta.
Anita aveva cenato in silenzio con la nonna, poi l’aveva aiutata a sparecchiare e a lavare i piatti. Aveva asciugato, aveva riposto, aveva passato lo straccio sul tavolo. Tutto con movimenti automatici. La nonna, come sempre, non faceva troppe domande. Si limitava a guardarla ogni tanto con quegli occhi stanchi e affettuosi, e a dirle di non pensare troppo.
Quando ebbe finito, Anita si ritirò in camera.
Chiuse la porta, si tolse le infradito, e si lasciò cadere sul letto. La stanza era piccola, le pareti un po’ scrostate, un armadio a due ante e una finestra che dava sul cortile interno. Si stese a pancia in su, le braccia aperte, e fissò il soffitto.
Non voleva pensarci.
Ma ci pensava lo stesso.
Il ricordo della sua mano premuta tra le gambe di Leone le tornava con una chiarezza quasi fisica. Aveva sentito la forma. Il calore. La durezza già presente sotto il tessuto. E lui aveva cercato di fare finta di niente, ma lei aveva visto la leggera tensione della mascella, il secondo di troppo prima che rispondesse. Non era stato solo imbarazzo. C’era stato piacere. Lei lo aveva sentito, o almeno così le sembrava.
Si girò su un fianco, le ginocchia al petto.
I pensieri, però, non si fermarono. Anzi, si fecero più precisi, più sporchi. Immaginò quelle stesse mani di lui — le mani pulite, precise, da avvocato — che le aprivano le cosce. Immaginò la sua voce calma che diventava più bassa, più roca, mentre le diceva di stare ferma. Immaginò se stessa in ginocchio, in quella stessa canotta blu senza reggiseno, mentre lui la guardava dall’alto con quegli occhi azzurri.
Si portò una mano alla bocca e mormorò, a voce bassissima, quasi senza suono:
«Animì ma c’cazz t’ven n’cap? Ten 20 in più a te, cretin’.»
Si coprì il viso con il braccio.
Era una cazzata. Lui aveva quarantacinque anni, era il suo avvocato, e lei era una ragazza chiusa in casa con un braccialetto alla caviglia. Non c’era niente di sensato in quei pensieri. Eppure non riusciva a cacciarli. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva il momento in cui la sua mano era finita lì, e sentiva di nuovo quel formicolio leggero e pericoloso che le scendeva lungo la pancia.
Restò così a lungo, ferma sul letto, a litigare con se stessa in silenzio.
Fuori, il palazzo faceva i suoi rumori abituali. La nonna russava già.
Anita, alla fine, si alzò solo per spegnere la luce. Poi tornò a sdraiarsi al buio, le ginocchia strette, e lasciò che i pensieri sconci continuassero a girarle in testa senza più combatterli del tutto.
Passò una settimana intera.
Anita l’aveva contata giorno per giorno. Ogni sera, dopo aver aiutato la nonna in cucina, si chiudeva in camera e ripensava a quel pomeriggio: la mano finita nel posto sbagliato, lo sguardo di Leone, il modo in cui lui aveva cercato di far finta di niente. I pensieri erano diventati più precisi, più caldi, e lei non riusciva più a cacciarli del tutto. A volte si toccava sotto le lenzuola pensando a quegli occhi azzurri, poi si fermava di colpo e si diceva che era una cretina. Ma il corpo non ascoltava.
Quando arrivò il giorno dell’incontro successivo, si preparò con più cura del solito. Indossò un top nero a canotta, più scollato di quelli che metteva di solito, e un pantaloncino di cotone grigio chiaro a vita bassa. Sotto, senza pensarci troppo, aveva scelto un perizoma nero dai bordi sottilissimi. Mentre si guardava allo specchio si accorse che, se si piegava anche solo un poco, l’elastico sottile sporgeva chiaramente sopra il bordo del pantaloncino. Non lo sistemò. Lo lasciò così.
Quando il campanello suonò, il cuore le batteva già più in fretta.
Leone entrò con la solita cartella sotto il braccio. Camicia chiara, maniche non rimboccate, aria concentrata. La salutò in modo professionale e si sedette sulla poltrona. Anita lo seguì con lo sguardo mentre disponeva i fogli sul tavolino.
«Ho portato le bozze delle dichiarazioni», cominciò lui. «Dobbiamo rivederle insieme punto per punto.»
Anita annuì e si sedette sul divano, le gambe accavallate. Il pantaloncino le saliva un poco sui fianchi. Non se ne curò.
Ascoltò in silenzio per i primi minuti, poi, mentre Leone spiegava un passaggio tecnico, lo interruppe con una domanda che non c’entrava nulla.
«Avvocato… posso farle una domanda personale?»
Leone alzò lo sguardo dai fogli. Gli occhi azzurri si posarono su di lei con un leggero interrogativo.
«Dipende dalla domanda.»
Anita si strinse nelle spalle, fingendo nonchalance.
«Ha una moglie? O una compagna?»
Ci fu un piccolo silenzio. Leone posò la penna.
«No», rispose alla fine. «Né moglie né compagna. Da qualche tempo.»
Anita annuì lentamente, come se la risposta le interessasse davvero.
«E… fuori dal lavoro cosa fa? Cioè, ha degli interessi? Sport, libri, qualcosa?»
Leone la osservò un attimo più a lungo. Capì che non stava chiedendo per educazione. Stava cercando qualcosa. E lui, contro ogni regola professionale, rispose lo stesso.
«Leggo. Corro un paio di volte a settimana. Ogni tanto vado al cinema, quando riesco. Niente di particolare.»
Anita sorrise appena, un sorriso storto e un po’ sfacciato.
«Sembra una vita tranquilla.»
«Lo è», rispose lui. Poi, dopo una breve pausa: «E la sua, prima di tutto questo? Solo discoteche?»
La domanda la colse di sorpresa. Non si aspettava che le restituisse il servizio così in fretta. Si sistemò meglio sul divano, e nel movimento il pantaloncino scese di un altro centimetro. L’elastico sottile del perizoma nero sporse chiaramente sopra il bordo, proprio al centro della schiena.
«Discoteche, sì», disse. «Mi piaceva ballare. Uscire. Sentirmi… guardata, a dire la verità.»
Leone non rispose subito. Lo sguardo gli era sceso, quasi senza volerlo, proprio lì dove il perizoma nero spuntava dal pantaloncino. Ci restò un secondo di troppo. Anita se ne accorse. Lo sentì sulla pelle ancora prima di alzare gli occhi e coglierlo in flagrante.
Si voltò leggermente di lato, facendo finta di sistemarsi i capelli, e in realtà offrendo una visuale ancora più chiara. Poi, con voce calma, quasi divertita, disse:
«Avvocà… ma dovete spiegarmi le carte o dovete guardarmi il culo?»
Leone irrigidì la schiena. Il rossore gli salì leggermente sotto gli zigomi, anche se cercò di controllarlo. Abbassò subito lo sguardo sui fogli, poi lo rialzò con un’espressione composta.
«Non la stavo guardando», disse. La voce uscì un po’ più ferma del necessario. «Semplicemente mi è caduto l’occhio perché è proprio di fronte a me.»
Anita lo fissò. Il sorriso le si fece più aperto, più provocante. Si piegò in avanti di poco, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, e il top nero le scese abbastanza da lasciare intuire il seno piccolo senza reggiseno.
«Vabbè, ma non fa niente se me lo guardate», rispose. «Dopotutto siete uomo, no? Vi piacciono le donne, dico bene?»
Il silenzio che seguì fu spesso.
Leone non distolse lo sguardo questa volta. La guardò dritta negli occhi, e per un attimo la maschera professionale si incrinò. Qualcosa di più scuro, di più diretto, gli passò negli occhi azzurri.
«Sì», disse alla fine. Voce bassa. «Mi piacciono le donne.»
Anita sentì un brivido preciso scenderle lungo la schiena. Non abbassò gli occhi. Restò lì, a tenergli lo sguardo, consapevole che aveva appena spostato il confine di diversi centimetri.
Leone raccolse i fogli con movimenti un po’ troppo precisi.
«Forse è meglio se oggi ci fermiamo qui», disse. «Riprendiamo la prossima volta.»
Anita annuì lentamente.
Non aveva vinto. Non ancora. Ma aveva visto abbastanza da capire che lui non era rimasto indifferente. E che, da quel momento in poi, il gioco non sarebbe più stato solo suo.
Leone chiuse la porta dell’appartamento dietro di sé e scese le scale a passo più veloce del solito.
Non si fermò fino a quando non fu fuori dal portone e dentro la macchina. Solo allora lasciò andare un lungo respiro e si passò una mano sulla faccia.
«Che cazzo stai facendo», mormorò tra sé.
Aveva risposto.
Non aveva minimizzato, non aveva tagliato corto, non aveva ripreso il tono professionale come avrebbe dovuto. Aveva guardato quel perizoma nero che spuntava dal pantaloncino e, quando lei lo aveva beccato, invece di chiudere la questione aveva detto la verità. Mi piacciono le donne. Quattro parole che non avrebbe mai dovuto pronunciare. Quattro parole che avevano spostato tutto.
Si avviò, ma la mente restava lì, in quel salotto piccolo e un po’ malmesso. Rivedeva Anita piegata in avanti, il top nero sceso, gli occhi scuri fissi nei suoi mentre lo sfidava con quella calma sfacciata. Rivedeva l’elastico sottile del perizoma e il modo in cui lei non aveva fatto nulla per nasconderlo. Anzi. L’aveva usato.
Leone strinse il volante.
Era il suo avvocato. Lei era una cliente agli arresti domiciliari. Qualsiasi cosa oltre il rapporto professionale era sbagliata, pericolosa, potenzialmente disastrosa. Eppure il corpo non sembrava d’accordo con la testa. Mentre guidava verso Napoli sentiva ancora una tensione sorda e precisa tra le gambe, un’eco di quel contatto di una settimana prima e di quello sguardo di oggi.
Quando arrivò in studio chiuse la porta a chiave e restò qualche minuto in piedi vicino alla finestra, senza accendere la luce. Solo quando il telefono squillò per una chiamata di lavoro riuscì a tornare, almeno in superficie, alla normalità.
A Casoria, Anita aveva accompagnato Leone fino alla porta e l’aveva chiusa con cura.
Poi era rimasta ferma nel corridoio, la schiena contro il muro, il cuore che le batteva forte e regolare.
Aveva osato.
Aveva davvero osato.
Si portò una mano alla bocca e sorrise, un sorriso stretto e un po’ incredulo. Lui aveva risposto. Non aveva fatto finta di niente, non l’aveva rimproverata, non era scappato dietro a una scusa professionale. Le aveva detto di sì. Mi piacciono le donne. E lo sguardo che le aveva lanciato in quel momento non era lo sguardo di un avvocato. Era lo sguardo di un uomo che aveva capito il gioco e aveva deciso di non ritirarsi.
Anita tornò in salotto a passi lenti. Si lasciò cadere sul divano, le gambe aperte, e si passò le mani sul viso. Il perizoma le stringeva ancora un poco, e ogni tanto, muovendosi, sentiva l’elastico sottile contro la pelle. Non se lo tolse. Restò così, a ripensare a ogni secondo di quel colloquio, a ogni battuta, a ogni silenzio.
Più tardi, in camera, si stese sul letto al buio e questa volta non cercò di fermare i pensieri. Li lasciò correre. Immaginò cosa sarebbe successo se lui non se ne fosse andato. Immaginò se stessa che si alzava, gli andava vicino, e invece di provocarlo a parole lo toccava davvero. Il solo pensarlo le fece scendere un calore lento e insistente tra le cosce. Si toccò sopra il pantaloncino, poi sotto, e questa volta non si fermò subito. Continuò, con i movimenti lenti e silenziosi, finché il piacere non arrivò, trattenuto, quasi colpevole. Dopo restò ferma, il respiro ancora corto, e mormorò di nuovo tra sé:
«Cretin’.»
Ma il sorriso che aveva sulle labbra non era da cretina. Era da qualcuno che aveva deciso di non tirarsi indietro.
Passarono altri cinque giorni.
Quando Leone suonò di nuovo al citofono, Anita era già in piedi dietro la porta. Aveva scelto con cura. Un top bianco, sottile, quasi trasparente se presa contro luce, e un pantaloncino nero cortissimo che le lasciava completamente scoperte le cosce. Sotto, di nuovo il perizoma. Questa volta nero con i bordi ancora più sottili. Mentre aspettava sentiva il cuore batterle in gola.
Aprì.
Leone la guardò.
Non fu un’occhiata veloce e professionale. Fu un’occhiata piena, che partì dagli occhi, scese lungo il top bianco, si soffermò un secondo sulle gambe scoperte e risalì. Non disse niente per un attimo. Solo poi, con voce più bassa del solito:
«Buongiorno.»
Anita si scostò per farlo entrare. Mentre lui passava vicino a lei, sentì il leggero odore del suo dopobarba e un brivido le corse lungo le braccia.
«Buongiorno, avvocato.»
Chiuse la porta.
Questa volta non ci fu bisogno di molte parole per capire che l’aria era diversa. Più densa. Più carica. Leone posò la cartella sul tavolino ma non la aprì subito. Restò in piedi, a guardarla mentre lei andava a sedersi sul divano con movimenti lenti, consapevoli.
Anita si accavallò le gambe. Il pantaloncino salì ancora. L’elastico del perizoma spuntò di nuovo, chiaro contro la pelle.
Leone se ne accorse.
E questa volta non distolse lo sguardo in fretta.
Anita lo notò. Sorrise, piccola, quasi impercettibile, e disse con voce calma:
«Oggi mi sembra che abbiate meno fretta di tirare fuori le carte.»
Leone restò in silenzio un secondo. Poi si tolse gli occhiali e li posò sulla cartella. Gli occhi azzurri, senza la barriera delle lenti, erano più diretti, più scoperti.
«Forse», rispose soltanto.
E in quella sola parola c’era già tutta la tensione che entrambi sapevano non sarebbe più tornata indietro.
Leone restò in piedi ancora qualche secondo, la cartella abbandonata sul tavolino. Non aveva aperto un solo foglio. Gli occhi azzurri erano fissi su Anita, e per la prima volta non cercava più di nascondere dove guardava.
Anita se ne accorse. Sentì lo sguardo scenderle lungo il collo, soffermarsi sul top bianco sottile che lasciava intuire i capezzoli, poi scivolare più in basso, sulle cosce scoperte, sull’elastico nero del perizoma che spuntava di nuovo. Non si mosse. Anzi, si sistemò meglio sul divano, aprendo appena le ginocchia, e lo fissò a sua volta.
«Allora?», chiese con voce calma, quasi indolente. «Oggi le carte non le tirate fuori proprio?»
Leone si tolse la giacca e la posò sullo schienale della poltrona. I movimenti erano lenti, controllati, ma c’era una tensione nuova nelle spalle.
«Le carte possono aspettare», rispose. La voce era più bassa, più roca. «Sembra che oggi abbiate altro in mente.»
Anita sorrise. Un sorriso piccolo, sfacciato, che le arrivò fino agli occhi.
«E voi no?»
Leone non rispose subito. Si avvicinò di un passo. Poi di un altro. Non si sedette. Restò in piedi di fronte a lei, abbastanza vicino da costringerla ad alzare il mento per tenergli lo sguardo.
«Io sto cercando di ricordarmi che sono il vostro avvocato», disse. «E che questo è sbagliato.»
Anita si alzò.
Lo fece lentamente, senza fretta, e quando fu in piedi il top bianco le arrivava appena sopra l’ombelico. Era piccola rispetto a lui. Doveva alzare quasi tutto il viso per guardarlo negli occhi. L’odore leggero del suo dopobarba le arrivò dritto alle narici.
«E ci state riuscendo?», chiese. La voce era diventata un sussurro. «A ricordarvelo?»
Leone non rispose a parole.
Una mano gli salì lungo il braccio di lei, lentamente, fino a chiudersi intorno al polso. Il pollice le accarezzò l’interno del polso, proprio dove batteva il battito. Anita sentì un brivido netto scenderle lungo la schiena.
«No», ammise lui. «Non ci sto riuscendo per niente.»
Il silenzio che seguì fu denso, quasi fisico.
Anita non ritrasse il braccio. Anzi, fece un mezzo passo in avanti, abbastanza da far sì che i loro corpi quasi si sfiorassero. Il seno piccolo le premeva appena contro il petto di lui, separato solo dal tessuto sottile del top.
«Allora smettete di provarci», mormorò.
Leone chinò la testa.
Per un attimo i loro visi furono a pochi centimetri. Lei sentì il suo respiro caldo sulla bocca. Lui sentì il leggero tremore che le attraversava le labbra.
«Anita…»
Il suo nome, pronunciato così, basso e quasi avvertito, le fece chiudere gli occhi per un secondo. Quando li riaprì, lo sguardo di Leone era cambiato. Non c’era più traccia di esitazione professionale. C’era solo voglia. Chiara, diretta, quasi arrabbiata con se stesso.
Fu lei a chiudere la distanza.
Si alzò sulle punte e premette le labbra contro le sue.
Il bacio partì quasi dolce, un assaggio, un secondo di contatto incerto. Poi qualcosa si spezzò. Leone le afferrò la nuca con una mano, le dita conficcate nei capelli neri corti, e la baciò davvero. Con forza. Con una fame trattenuta troppo a lungo. La lingua le aprì la bocca senza chiedere permesso, e Anita gemette basso contro le sue labbra, aggrappandosi alla camicia di lui con entrambe le mani.
Il bacio diventò subito violento, erotico, quasi disordinato. Denti che si sfioravano, respiri corti, la mano di Leone che scendeva lungo la schiena di lei e le afferrava un fianco magro, stringendo. Anita si premeva contro di lui senza pudore, sentendo già la durezza che cresceva tra i loro corpi. Il top bianco le si era alzato, e le dita di Leone trovarono la pelle nuda della schiena, calda, liscia.
Si staccarono solo per prendere aria, le fronti ancora unite, i respiri mescolati.
«Cazzo…», mormorò Leone, la voce roca. «Non dovevo.»
Anita gli morse leggermente il labbro inferiore, gli occhi scuri e lucidi.
«E invece l’avete fatto», sussurrò. «E adesso non vi fermate.»
Leone la guardò un istante ancora. Poi la baciò di nuovo, ancora più duro, spingendola indietro fino a farla finire con la schiena contro il muro del corridoio. Una gamba di lui si infilò tra le sue, il ginocchio che le apriva le cosce, e Anita sentì il proprio corpo rispondere con una chiarezza quasi dolorosa. Il perizoma era già umido. Le mani di Leone le salivano sotto il top, trovando i seni piccoli e sodi, i pollici che le sfioravano i capezzoli già duri.
Anita gettò la testa all’indietro, offrendo il collo, e Leone lo prese con la bocca, con i denti, mentre le dita continuavano a torturarla sotto il tessuto sottile.
«Avvocato…», gemette lei, ma la parola uscì più come un invito che come un richiamo alla ragione.
Leone alzò la testa, gli occhi azzurri scuri di desiderio.
«Adesso non chiamatemi così», disse contro le sue labbra. «Non adesso.»
E la baciò di nuovo, ancora più a fondo, mentre le mani di entrambi cominciavano a cercare di più, a volere di più, e la tensione che avevano costruito pezzo dopo pezzo esplodeva finalmente in qualcosa di crudo, di urgente, di impossibile da fermare.
Il bacio non si interruppe.
Anzi, diventò più profondo, più disordinato. Leone teneva Anita premuta contro il muro del corridoio, una mano ancora sotto il top bianco a stringerle un seno, l’altra conficcata nei capelli neri. Lei gli rispondeva con la stessa urgenza, le anche che si muovevano contro di lui cercando più contatto, più pressione.
Fu Anita a fare il passo successivo.
Una mano scese lungo il petto di Leone, aprì un bottone della camicia senza neanche guardare, poi continuò più in basso. Le dita trovarono la cintura, la fibbia, e senza esitazione scivolarono oltre, dentro i pantaloni, sotto l’elastico dei boxer. La mano piccola e calda di lei avvolse il cazzo già duro, e Leone emise un suono basso, roco, contro la bocca di lei.
Anita lo massaggiò lentamente, sentendo la lunghezza, lo spessore, il calore che le bruciava il palmo. Alzò gli occhi, le labbra ancora umide del bacio, e sussurrò contro la sua bocca:
«Cazzo, avvocato… ce l’avete proprio grosso.»
Leone chiuse gli occhi per un attimo, la fronte premuta contro la sua. La mano di Anita continuava a muoversi, lenta e sicura, e lui non riusciva a trattenere i fianchi che spingevano leggermente incontro a quelle dita.
«Anita…», riuscì a dire, la voce spezzata. «Se continui così non mi fermo più.»
«E chi ve lo chiede di fermarvi?», rispose lei, sfacciata, il respiro corto. Gli strinse un po’ di più il cazzo, il pollice che gli sfiorava la punta già umida. «Sento quanto siete duro. Tutto per me?»
Leone la baciò di nuovo, quasi con rabbia, mentre una sua mano scendeva a sua volta, entrava nei pantaloncini neri di lei e trovava il perizoma già completamente bagnato. Le dita scivolarono sotto il tessuto sottile e toccarono la figa calda, aperta, e Anita gemette alto contro la sua bocca, le ginocchia che tremavano.
La passione era diventata troppa. Troppo urgente, troppo cieca. Stavano per non riuscire più a controllarla.
Poi, dalla stanza accanto, arrivò una voce rauca e assonnata.
«Anita? Sei tu che fai rumore?»
I due si immobilizzarono di colpo.
La mano di Anita restò ancora un secondo avvolta intorno al cazzo di Leone, le dita di lui ancora tra le sue cosce. Poi, come svegliati da una scarica elettrica, si staccarono.
Anita ritirò la mano in fretta, il viso rosso, il respiro ancora corto. Leone si sistemò i pantaloni con un gesto secco, la mascella contratta, gli occhi ancora scuri di eccitazione non soddisfatta.
«Anita?», richiamò la nonna, più forte. «C’è qualcuno?»
«Sto bene, nonna», rispose Anita, forzando la voce a sembrare normale. «Parlavo con l’avvocato. Stiamo finendo.»
Ci fu un grugnito soddisfatto dalla stanza accanto, poi di nuovo il silenzio del russare che riprendeva.
I due si guardarono.
L’aria era ancora carica, i corpi ancora tesi, ma il momento era spezzato. Leone si passò una mano sulla faccia, cercando di riprendere il controllo.
«Meglio che vada», disse a bassa voce. «Prima che succeda di peggio.»
Anita annuì, anche se ogni fibra del suo corpo protestava. Si sistemò il top, i pantaloncini, e lo accompagnò verso la porta. Prima che lui uscisse, gli sfiorò il braccio.
«Ci risentiamo presto», mormorò. Non era una domanda.
Leone la guardò un’ultima volta. Gli occhi azzurri erano ancora pieni di tutto quello che non avevano potuto finire.
«Sì», rispose. «Presto.»
Chiuse la porta dietro di sé.
Leone scese le scale a passi lunghi, quasi di corsa.
L’aria della sera lo colpì in faccia quando uscì dal portone, ma non bastò a spegnere il fuoco che gli bruciava ancora tra le gambe. Il cazzo era ancora semi-duro, sensibile, e ogni passo gli ricordava la mano di Anita avvolta intorno, il modo in cui gli aveva detto ce l’avete proprio grosso con quella voce da puttana dolce e sfacciata.
Salì in macchina e restò fermo qualche secondo con le mani sul volante.
Il cuore gli batteva ancora troppo in fretta. Nella mente gli si rincorrevano le immagini: il top bianco alzato, i seni piccoli nelle sue mani, la figa calda e bagnata sotto le dita, il gemito di lei contro la sua bocca. Aveva quasi scopato la sua cliente contro il muro di un alloggio popolare a Casoria, con la nonna che russava a pochi metri. Era da irresponsabili. Era da pazzi. Era il modo più veloce per rovinarsi la carriera e forse anche di più.
Eppure non riusciva a pentirsene.
Non del tutto. La voglia era ancora lì, viva, e sapeva già che non sarebbe sparita. Anzi. Ora che aveva assaggiato la bocca di quella ragazza, ora che aveva sentito quanto era bagnata per lui, sarebbe stato ancora più difficile fingere che tra di loro ci fosse solo un fascicolo e un processo. Aveva paura di quanto desiderasse tornare. Aveva paura di quanto fosse disposto a rischiare. E aveva paura, soprattutto, del fatto che non riuscisse a fermarsi.
Avviò il motore e si allontanò.
Ma mentre guidava verso Napoli, una sola cosa gli restava chiara in testa: avrebbe richiamato. Presto. Molto presto.
Anita chiuse la porta e restò appoggiata allo stipite, le gambe deboli.
Sentiva ancora le dita di Leone tra le cosce, il ricordo preciso di come l’avevano toccata. Il perizoma era completamente zuppo. Ogni minimo movimento le faceva sentire l’umidità calda e l’eccitazione che non aveva avuto modo di scaricarsi. Aveva il cuore in gola e un formicolio insistente che le saliva dalla pancia fino ai seni.
Si trascinò in camera, chiuse la porta a chiave e si lasciò cadere sul letto.
Si toccò sopra i pantaloncini, poi sotto, e gemette basso nel cuscino. Era così bagnata da farle quasi impressione. Due mesi senza nessuno, e adesso un uomo di quarantacinque anni, il suo avvocato, l’aveva ridotta in quello stato con un bacio e poche mani. Non riusciva a capacitarsene. Non aveva mai pensato di potersi eccitare così tanto per qualcuno di così più grande. Eppure era successo. Il cazzo duro nella sua mano, la voce roca di lui, il modo in cui l’aveva spinta contro il muro… tutto le era piaciuto in un modo che le faceva quasi paura.
Si morsicò un labbro e chiuse gli occhi.
Il corpo chiedeva ancora. Chiedeva di più. E lei sapeva già che, alla prossima occasione, non si sarebbe fermata. Non avrebbe lasciato che la nonna, o il buon senso, o il fatto che lui fosse il suo avvocato, le togliessero quello che adesso voleva con una chiarezza quasi dolorosa.
«Cazzo…», sussurrò al buio.
E questa volta non si disse cretina. Si toccò ancora, più in fretta, più a fondo, pensando a Leone, al suo cazzo grosso, agli occhi azzurri scuri di voglia, finché il piacere non arrivò, trattenuto e intenso, lasciandola tremante e ancora più affamata di prima.
Passarono dieci giorni.
Dieci giorni in cui Anita aveva ripensato a ogni secondo di quel pomeriggio interrotto. Dieci giorni in cui si era toccata più volte al buio pensando alla mano di Leone tra le sue cosce e al cazzo duro che aveva tenuto stretto nel palmo. Dieci giorni in cui la voglia, invece di diminuire, era solo cresciuta.
Quando la nonna le disse che il giovedì successivo avrebbe dovuto andare in ospedale per una visita di controllo e che sarebbe stata fuori almeno tre o quattro ore, Anita non ci pensò due volte. Prese il telefono e compose il numero di Leone.
Lui rispose al secondo squillo.
«Avvocato Panizzi.»
«Sono Anita.» La voce le uscì un po’ più bassa del solito. «Ho bisogno di parlarle di alcune cose sul processo. Preferirei di persona. Può passare oggi pomeriggio? Verso le tre?»
Ci fu una pausa breve dall’altra parte.
«Oggi?», chiese Leone. La voce era calma, ma Anita percepì la leggera tensione. «C’è qualcosa di urgente?»
«Sì», mentì lei senza esitazione. «Ho delle domande. Preferisco farle a voce.»
Leone chiuse gli occhi per un attimo, nello studio. Sapeva che era una scusa. Lo sentiva dal tono, dalla scelta dell’orario, dal modo in cui lei aveva detto “preferisco di persona”. Sapeva anche che avrebbe dovuto rifiutare. Invece sentì la risposta uscire prima ancora che la ragione potesse fermarla.
«Va bene. Arrivo verso le tre.»
Anita chiuse la chiamata e restò ferma qualche secondo con il telefono ancora in mano. Poi sorrise, piccola e determinata, e andò a prepararsi.
Scelse con cura.
Un top backless giallo, leggero, che lasciava completamente nuda la schiena e davanti era abbastanza corto da scoprire quasi tutta la pancia. Una minigonna di jeans chiara, cortissima, che a malapena le copriva il sedere. Sotto, solo un perizoma nero striminzito, così sottile che quasi non si sentiva. Niente reggiseno. I capelli del caschetto sistemati in modo da sembrare appena disordinati. Un filo di lucidalabbra.
Si guardò allo specchio e sentì già il calore salirle tra le gambe.
Mentre aspettava, seduta sul bordo del letto, fantasticò. Immaginò Leone che entrava, che la guardava, che capiva subito. Immaginò di spogliarlo lei, di mettersi in ginocchio, di prendergli il cazzo in bocca senza preamboli. Immaginò di essere presa contro il muro, o sul divano, o sul letto, con la minigonna alzata e il perizoma spostato di lato. Il solo pensarlo la lasciò umida ancora prima che suonasse il campanello.
Quando arrivò, Anita andò ad aprire con il cuore che le batteva forte.
Leone la guardò.
Questa volta non ci fu nessun tentativo di restare professionale. Lo sguardo gli scese lungo il top giallo, sulla pancia scoperta, sulla minigonna cortissima, sulle gambe magre e toniche. Poi risalì lentamente fino agli occhi di lei.
«Buongiorno», disse. La voce era già più bassa.
Anita si scostò per farlo entrare e chiuse la porta. Mentre lui passava vicino a lei, sentì il leggero sfiorarsi delle loro braccia e un brivido le corse lungo la schiena nuda.
«La nonna è fuori», annunciò senza giri di parole. «Almeno tre ore.»
Leone posò la cartella sul tavolino senza neanche aprirla. Si voltò verso di lei.
«Immaginavo.»
Anita sorrise, sfacciata, e si appoggiò con i fianchi al tavolo della cucina, la minigonna che saliva di un altro centimetro.
«Allora… avevo delle domande sul processo», cominciò, fingendo serietà. «Per esempio… come si paga un avvocato bravo come voi? Perché io al momento non ho molti soldi, ma potrei offrire… alternative.»
Leone alzò un sopracciglio. Gli occhi azzurri erano diventati più scuri.
«Alternative?»
Anita si morse il labbro inferiore, lo sguardo dritto nel suo.
«Pompini, per esempio. Di qualità. Magari potremmo fare un accordo.»
Leone restò in silenzio un secondo. Poi fece un passo verso di lei, lento, deliberato.
«I pompini», disse con voce calma, quasi riflessiva, «vanno valutati. Non si accettano a scatola chiusa. Bisogna verificare il valore di quello che si offre.»
Anita sentì un brivido netto scenderle lungo la pancia. La provocazione le era tornata indietro più pesante, più diretta. Sorrise, gli occhi lucidi di eccitazione.
«Allora… volete verificare?»
Non aspettò risposta.
Si staccò dal tavolo, gli andò incontro e lo baciò.
Il bacio fu immediato, furioso, senza preamboli. Bocche che si aprivano, lingue che si cercavano, respiri già corti. Leone le afferrò i fianchi nudi sotto il top giallo e la sollevò quasi di peso, facendola sedere sul bordo del tavolo. Anita gli aprì la camicia a forza, i bottoni che saltavano, mentre le mani di lui le alzavano la minigonna fino a scoprire completamente il perizoma nero striminzito.
Si baciavano come se non riuscissero a staccarsi, le mani di entrambi che cercavano pelle, che tiravano vestiti. Anita gli slacciò la cintura, gli aprì i pantaloni, e di nuovo la sua mano scese a prendere il cazzo già duro. Leone gemette contro la sua bocca e le strappò quasi via il top giallo, lasciandola a seno nudo. I capezzoli piccoli e scuri erano già duri. Li prese in bocca uno dopo l’altro, mentre Anita gli teneva la testa e spingeva i fianchi incontro a lui.
Il perizoma fu spostato di lato con un gesto secco. Le dita di Leone la trovarono già zuppa, calda, aperta. Anita gettò la testa all’indietro e gemette alto, senza più preoccuparsi di trattenersi.
«Cazzo… Leone…»
Il suo nome, senza più “avvocato”, uscì rotto e pieno di voglia. Leone alzò la testa, gli occhi scuri, le labbra umide, e la baciò di nuovo mentre le dita continuavano a muoversi dentro di lei.
Erano oltre ogni freno.
I vestiti cadevano, i respiri erano corti, i corpi si cercavano con un’urgenza che non ammetteva più interruzioni.
Anita scese dal tavolo con un movimento fluido.
Il top giallo era già a terra, la minigonna di jeans alzata sui fianchi, il perizoma spostato di lato e completamente inzuppato. Si sistemò i capelli con una mano e guardò Leone dritto negli occhi, il petto che saliva e scendeva in fretta.
«Sedetevi», disse. Voce bassa, ferma, piena di voglia.
Leone obbedì. Si lasciò cadere sulla poltrona, i pantaloni ancora aperti, il cazzo duro e pulsante che spuntava fuori, lucido sulla punta. Gli occhi azzurri erano scuri, quasi neri di lussuria. La ragazza gli aveva messo addosso una fame che non riusciva più a controllare. Voleva prenderla. Voleva possederla. Voleva spingere fino in fondo e sborrarle in gola finché non riusciva più a respirare.
Anita si inginocchiò tra le sue gambe.
Le ginocchia nude sul pavimento di linoleum, la schiena nuda inarcata, il seno piccolo che si muoveva a ogni respiro. Guardò il cazzo di Leone da vicino, lo prese in mano e lo accarezzò lentamente dalla base alla punta, sentendo quanto fosse spesso, quanto fosse caldo.
«Cazzo…», mormorò, quasi per sé. «È ancora più grosso di come me lo ricordavo.»
Poi chinò la testa e lo prese in bocca.
Non ci furono preamboli.
Le labbra si chiusero intorno alla testa, la lingua girò in cerchio, e in un solo movimento lo fece scendere in gola. Leone emise un suono basso e gutturale, le mani che le afferrarono subito i capelli neri. Anita non si tirò indietro. Anzi, spinse ancora più a fondo, finché il naso non le toccò il basso ventre di lui e le lacrime le uscirono agli angoli degli occhi.
Leone non riuscì a restare gentile.
La lussuria che lei gli aveva instillato era troppo forte, troppo grezza. Le tenne la testa ferma e cominciò a spingere i fianchi in su, scopandole la bocca con colpi profondi e regolari. Il cazzo entrava e usciva dalla gola stretta di Anita, bagnato di saliva, mentre lei gemeva intorno a lui e teneva le mani appoggiate sulle sue cosce per non perdere l’equilibrio.
«Ecco così…», borbottò Leone, la voce spezzata. «Prendilo tutto. Tutta la gola.»
Anita lo prese.
Anche quando le lacrime le scorrevano sulle guance, anche quando la saliva le colava dal mento fino al seno, non si fermò. Anzi, a un certo punto si staccò solo per prendere aria, un filo di bava che collegava ancora le sue labbra alla punta del cazzo, e lo guardò dal basso con gli occhi lucidi e pieni di desiderio.
«Sborratemi in gola», disse, la voce roca e rauca. «Voglio sentirlo.»
Leone non ebbe bisogno di altre parole.
Le riprese i capelli con entrambe le mani e la risospinse in basso, questa volta senza più nessun ritegno. La scopò la bocca in modo brutale, erotico, quasi violento, i fianchi che battevano contro il suo viso, il cazzo che le riempiva la gola fino in fondo a ogni spinta. Anita si lasciò usare, le unghie conficcate nelle cosce di lui, i suoni umidi e osceni che riempivano il salotto silenzioso.
Quando Leone sentì arrivare l’orgasmo non si ritrasse.
Anzi, spinse ancora più a fondo e sborrò dritto in gola, a ondate calde e spesse. Anita deglutì tutto quello che poté, la gola che si chiudeva intorno al cazzo mentre lui continuava a pulsare, finché non restò più niente.
Solo allora Leone allentò la presa.
Anita si staccò lentamente, un filo di sborra e saliva che le colava dall’angolo della bocca. Si asciugò con il dorso della mano, ancora in ginocchio, il respiro corto, gli occhi scuri e soddisfatti.
Alzò lo sguardo su di lui.
«Allora?», chiese, la voce ancora roca. «Il valore dei miei pompini… quanto vale?»
Leone la guardò da sopra, il petto che saliva e scendeva, il cazzo ancora semi-duro e lucido. Una mano le accarezzò la guancia, il pollice che le puliva un residuo di sborra dall’angolo della bocca.
«Alto», rispose. Voce bassa, ancora carica. «Molto alto.»
Poi la tirò su di peso, la fece sedere a cavalcioni sulle sue gambe, e la baciò di nuovo, assaporando se stesso sulla lingua di lei.
Leone la tenne a cavalcioni sulle sue cosce, le mani grandi chiuse sui fianchi magri di lei. Il cazzo, ancora semi-duro e lucido della sborra e della saliva di Anita, premeva contro la stoffa umida del perizoma. La guardò negli occhi, da vicino, e la voce gli uscì bassa, roca, quasi un ringhio soddisfatto.
«Adesso ne sono certo», disse. «Sei una gran troia… ma non una che spacciava.»
Anita restò immobile un secondo.
In discoteca, una frase del genere le sarebbe costata uno schiaffo secco e sonoro. Ne aveva dati più di uno, a ragazzi che l’avevano chiamata puttana o troia pensando di farla sentire piccola. Quella parola, detta così, di solito le accendeva solo rabbia.
Ma detta da lui, con quegli occhi azzurri ancora scuri di lussuria, con il cazzo che le pulsava tra le cosce e le mani che le stringevano i fianchi… era diversa. Dannatamente diversa. Le scese dritta nello stomaco come un brivido caldo, e invece di offenderla la eccitò in un modo che non si sarebbe mai aspettata. Quasi fosse un complimento. Quasi fosse esattamente quello che voleva sentire in quel momento.
Sorrise, piccola e sfacciata, e si morsicò il labbro inferiore.
«Una gran troia, eh?», ripetè, la voce ancora roca dal pompino. «Allora dimostratemi quanto vi piace.»
Si sollevò appena sulle ginocchia.
Con un gesto lento e deliberato si sfilò il perizoma nero, lo fece scivolare lungo le cosce e lo lasciò cadere a terra. Rimase nuda dalla vita in giù, a cavalcioni su di lui, e aprì un poco le gambe. La figa liscia, completamente depilata, era a pochi centimetri dal cazzo di Leone: le labbra gonfie, lucide, già aperte e gocciolanti.
Leone abbassò lo sguardo.
Vide tutto da vicino. La pelle liscia, il buco stretto che si contraeva leggermente, il clitoride gonfio. Un suono basso gli uscì dalla gola. Non aspettò oltre.
La prese per i fianchi, la sollevò di poco e la fece scendere dritta sul suo cazzo.
Entrò in un colpo solo.
Fino in fondo. Anita gettò la testa all’indietro e gemette alto, le unghie conficcate nelle spalle di lui. Era stretta, calda, zuppa, e il cazzo grosso di Leone la riempì completamente, spingendo contro ogni parete.
«Cazzo…», ansimò lei, gli occhi socchiusi. «Come siete grosso dentro…»
Leone non le diede tempo di abituarsi.
Le tenne i fianchi e cominciò a spingere dal basso, scopandola con colpi profondi e regolari mentre lei era ancora a cavalcioni. Ogni spinta faceva sbattere le cosce di Anita contro le sue, faceva muovere i seni piccoli, faceva uscire da lei suoni umidi e osceni. Il tavolo della cucina tremava leggermente a ogni movimento.
Anita si lasciò andare.
Si muoveva incontro a lui, i fianchi che ruotavano, cercando di prenderlo ancora più a fondo. I capelli neri le cascavano sul viso, la bocca aperta, e ogni tanto si chinava a baciarlo, leccandogli le labbra, mordendole.
«Scopatemi…», gemette contro la sua bocca. «Scopatemi forte…»
Leone le obbedì.
Aumentò il ritmo, le mani che le stringevano il culo sodo e lo aprivano leggermente mentre la scopava dal basso. Il suono della pelle che batteva contro la pelle riempiva il salotto, mescolato ai gemiti di Anita e al respiro pesante di lui.
Era solo l’inizio.
E entrambi lo sapevano.
Rimasero così per quasi cinque minuti.
Anita a cavalcioni, i fianchi che si alzavano e scendevano sul cazzo di Leone con un ritmo lento e volutamente trattenuto. Ogni volta che lui entrava fino in fondo lei chiudeva gli occhi e stringeva i denti, cercando di non cedere. Leone teneva i fianchi di lei e spingeva dal basso con la stessa volontà di controllo, i muscoli delle cosce tesi, il respiro corto. Entrambi lottavano contro il piacere. Non volevano venire. Non ancora. Quello che stavano provando era troppo perverso, troppo intenso, troppo buono per farlo finire così presto. Ogni spinta era un assaggio di qualcosa di più grande, e tutti e due volevano prolungarlo, succhiarlo fino all’ultima goccia.
Anita gemmeva basso contro il collo di lui, le unghie conficcate nella schiena nuda sotto la camicia aperta. Sentiva il cazzo grosso che le apriva le pareti, che le strofinava il punto più sensibile a ogni discesa, e doveva trattenersi con tutte le forze per non lasciarsi andare. Leone, da parte sua, sentiva la figa stretta e calda che lo stringeva come una morsa, e doveva pensare a qualsiasi cosa — al processo, agli atti, alla nonna fuori casa — solo per non esplodere dentro di lei.
Poi, di colpo, Leone decise che non bastava più.
La sollevò di peso, facendola scivolare fuori dal suo cazzo con un suono umido e osceno. Anita gemette per la perdita improvvisa, le gambe tremanti. Leone la girò senza troppa delicatezza e la spinse contro il tavolo della cucina. Le fece piegare il busto in avanti finché il torace non le fu quasi parallelo al piano di legno, le braccia distese, le mani che si aggrappavano ai bordi. Il culo alto, le gambe leggermente divaricate, la schiena inarcata. Quasi a novanta gradi.
«Restate così», ordinò, la voce roca.
Non aspettò risposta.
Si piazzò dietro di lei, le afferrò i fianchi magri e le rientrò dentro con una spinta secca e profonda. Anita gridò, un suono alto e rotto che riempì la cucina. Leone non le diede tempo di abituarsi. Cominciò a scoparla con un ritmo duro, regolare, quasi meccanico nella sua violenza erotica. Ogni colpo faceva sbattere le cosce di Anita contro il bordo del tavolo, faceva ondeggiare i seni piccoli, faceva uscire da lei gemiti sempre più alti e disperati.
Il cazzo entrava fino in fondo, ritraeva solo quanto bastava, e spingeva di nuovo, più forte. Il suono della pelle che batteva contro la pelle era umido, ritmico, osceno. La figa di Anita faceva rumore a ogni penetrazione, succhiava e rilasciava, e un filo di liquidi le scendeva già lungo l’interno di una coscia.
[POV Anita]
Sentiva tutto.
Il legno freddo del tavolo contro le braccia e il petto. Le mani di Leone che le stringevano i fianchi fino a farle quasi male. E soprattutto il cazzo. Grosso, duro, implacabile. Le entrava così a fondo che le toglieva il respiro a ogni spinta. Le pareti della figa bruciavano in un modo delizioso e quasi doloroso, allargate oltre quello che era abituata a sentire. Ogni colpo le mandava una scarica diretta al basso ventre, un piacere così intenso da farle venire le lacrime agli occhi.
Non riusciva a pensare.
Riusciva solo a sentire. La figa che veniva devastata, aperta, presa senza pietà. Il suono umido e sporco che produceva il corpo di lui contro il suo. La voce di Leone che ogni tanto mormorava qualcosa di basso e volgare dietro di lei — “prendilo… tutta… così” — e che le accendeva ancora di più. Le gambe le tremavano. Se non fosse stata aggrappata al tavolo sarebbe crollata. Eppure non voleva che si fermasse. Voleva che continuasse a sfondarla così, più forte, più a fondo, finché non sarebbe riuscita più a stare in piedi.
Un orgasmo stava salendo. Lo sentiva arrivare dal basso, caldo e inarrestabile. Chiuse gli occhi e spinse il culo all’indietro, incontrando le spinte di Leone, cercando di prenderlo ancora di più.
«Non fermatevi…», gemette, la voce spezzata. «Scopatemi… scopatemi così…»
Leone accelerò.
Il ritmo diventò quasi brutale. Il tavolo scricchiolava. Anita non riusciva più a trattenere i suoni. Gridava, ansimava, piangeva di piacere mentre la figa veniva usata come non l’aveva mai usata nessuno.
E sapeva già che non avrebbe resistito ancora a lungo.
Leone non rallentò.
Anzi, aumentò ancora la forza delle spinte, i fianchi che battevano contro il culo di Anita con un ritmo quasi crudele. Il tavolo scricchiolava sotto i colpi, le gambe di lei tremavano sempre di più, e i gemiti che le uscivano dalla bocca erano diventati alti, rotti, impossibili da contenere.
Anita sentiva l’orgasmo arrivare come un’onda che non poteva più fermare. La figa le pulsava intorno al cazzo di Leone, stretta, calda, e ogni penetrazione le mandava scariche di piacere così intense da farle chiudere gli occhi e aprire la bocca in un grido. Le unghie graffiavano il legno del tavolo. Le ginocchia stavano per cedere.
Poi si sciolse.
L’orgasmo la colpì forte, rumoroso, quasi violento. Un grido lungo e disperato le uscì dalla gola mentre la figa si contraeva a spasmi intorno al cazzo di Leone, stringendolo a ondate. Il corpo le tremò tutto, dalla schiena nuda fino alle cosce, e un filo di liquidi le scese ancora più abbondante lungo le gambe. Non riusciva a controllarsi. Gemmeva, ansimava, piangeva di piacere mentre le scariche continuavano a seguirsi una dopo l’altra, lasciandola sfinita e ancora aggrappata al tavolo solo per non cadere.
Leone la scopò attraverso tutto, senza pietà, godendo di ogni contrazione che gli stringeva il cazzo. Solo quando i gemiti di lei cominciarono a spegnersi in respiri corti e tremanti rallentò un poco, restando sepolto fino in fondo dentro di lei.
Passarono alcuni minuti così.
Anita ancora piegata sul tavolo, il respiro che cercava di tornare regolare, il corpo percorso da brividi residui. Leone dietro di lei, il cazzo ancora duro e pulsante, le mani che le accarezzavano i fianchi con una possessività nuova.
Poi, quando sentì di non potersi più trattenere, accelerò di nuovo.
Qualche spinta secca, profonda, quasi disperata. Il respiro gli si fece più corto, più roco. All’ultimo istante uscì di scatto da lei.
Il cazzo, lucido e gonfio, esplose contro la schiena nuda di Anita.
Sborrò a ondate abbondanti, calde, spesse. La sborra le schizzò sulla pelle liscia, le colò lungo la colonna vertebrale, le scese fino al solco del culo e oltre. Leone continuò a pompare con la mano, svuotandosi completamente su di lei, fino a quando non restò più niente.
Restò fermo qualche secondo, il petto che saliva e scendeva, guardando il proprio sperma che luccicava sulla schiena piccola e sudata della ragazza. Anita non si mosse. Restò piegata sul tavolo, ansimante, con la sborra calda che le scendeva lentamente sulla pelle.
Solo dopo, con voce ancora spezzata, mormorò:
«Cazzo…»
E in quella sola parola c’era tutto: lo sfinimento, il piacere, e la consapevolezza che non sarebbe bastato.
Rimasero immobili per quasi cinque minuti.
Anita ancora piegata sul tavolo, la fronte appoggiata al legno, la sborra di Leone che le colava lentamente lungo la schiena. Leone dietro di lei, le mani sui fianchi, il respiro che cercava di tornare regolare. Nessuno dei two parlava. Il silenzio era pieno solo dei respiri e del ticchettio lontano di un orologio.
Poi Anita, con voce ancora roca e soddisfatta, mormorò:
«Siete l’uomo che mi ha chiavata meglio nella vita.»
Lo disse senza giri di parole, piatta e sincera, ancora con il viso contro il tavolo. I bassi istinti erano pieni, sazi, e quella frase le uscì naturale come un sospiro.
Leone non rispose subito.
Un angolo della bocca però si mosse, quasi contro la sua volontà. Cercò di restare composto, di non mostrare quanto quel complimento gli facesse piacere, ma gli occhi azzurri si illuminarono di una soddisfazione quieta e maschile. Si chinò un poco e le accarezzò la schiena nuda, evitando la sborra, con un gesto che era quasi tenero.
«Grazie», disse soltanto. Ma il tono tradiva tutto.
Anita si raddrizzò lentamente, le gambe ancora tremanti, e si voltò verso di lui. Il sorriso era stanco e sfacciato allo stesso tempo.
«Andiamo a pulirci. Prima che diventi tutto appiccicoso.»
Lo prese per mano e lo trascinò verso il piccolo bagno di casa. Aprì l’acqua della doccia, aspettò che diventasse calda, e entrarono insieme nella cabina stretta. L’acqua scorreva sui corpi sudati, lavava via la sborra, il sudore, i residui di quello che avevano appena fatto. Anita gli passò il sapone sulla schiena, lui glielo passò sui fianchi e sul seno. I gesti erano lenti, quasi pigri, ma l’aria tra di loro non si era ancora spenta.
Poi Anita abbassò lo sguardo.
Il cazzo di Leone, che sembrava essersi calmato, stava di nuovo indurendosi sotto il getto d’acqua. Non completamente, ma abbastanza da mostrare chiaramente che non aveva finito. Anzi. Sembrava già pronto a ricominciare.
Anita alzò le sopracciglia e lasciò uscire una risata corta, incredula.
«Ua, avvocà… addirittura avete ancora voglia?»
Leone non rispose a parole.
La prese per la nuca e la baciò. Un bacio famelico, caldo, pieno di acqua e di desiderio ancora vivo. Lingua, denti, respiro corto. Quando si staccò, le tenne il viso tra le mani e la guardò dritto negli occhi.
«Sì», disse. Voce bassa, sicura. «Tengo ancora voglia. Perché c’è una cosa che voglio provare assolutamente.»
Anita capì immediatamente.
Lo sguardo di lui era sceso, anche se solo per un istante, più in basso della figa. Il sorriso le si fece malizioso, sfacciato, quasi divertito.
«Pensate di farcela a scoparmi di nuovo?», provocò, inclinando la testa. «Non siete un guagliuncello.»
Leone sorrise a sua volta, lento, e le strinse un fianco con più forza sotto l’acqua.
«Vedremo chi dei due non ce la fa», rispose soltanto.
E l’acqua continuava a scorrere sui loro corpi, mentre la voglia, invece di spegnersi, si riaccendeva di nuovo.
Uscirono dalla doccia ancora mezzi bagnati, l’acqua che gocciolava dai capelli e scendeva lungo i corpi. Non si asciugarono del tutto. Leone prese Anita per un polso e la riportò in cucina, poi oltre, fino al divano del salotto. Quello era diventato il loro terreno di sfida, il posto dove tutto era cominciato e dove adesso avrebbe continuato.
«In ginocchio», ordinò. Voce bassa, ferma. «A pecora.»
Anita obbedì senza esitare.
Si mise a quattro zampe sul divano, la schiena inarcata, il culo alto e offerto. I capelli neri ancora umidi le cascavano sul viso. Aprì le ginocchia e spinse indietro i fianchi, offrendo a Leone una visuale netta, precisa, quasi spudorata. Il buco del culo, stretto e rosa, e sotto la figa ancora gonfia e lucida di prima.
Si voltò a guardarlo da sopra la spalla, il sorriso sfacciato e provocante.
«Allora, avvocato? Pensate di riuscire a entrarci con quello? O avete bisogno di una mano?»
Leone restò in piedi dietro di lei per un attimo, guardando.
Il cazzo era di nuovo completamente duro, grosso, le vene in rilievo, la testa lucida. La sfida di Anita gli era arrivata dritta allo stomaco. Non rispose a parole. Si mise in ginocchio sul divano, le afferrò le chiappe con entrambe le mani e le aprì, esponendo ancora di più quel buco stretto che voleva sfondare.
Sputò sulla punta del cazzo, poi un altro po’ direttamente sul buco di Anita. Ci passò il pollice, girandolo piano, sentendo quanto fosse stretto. Anita tremò, ma non si tirò indietro. Anzi, spinse ancora di più il culo contro la mano di lui.
«Fatevelo», provocò di nuovo, la voce già un po’ più bassa. «Se vi sentite abbastanza uomo.»
Leone non ebbe bisogno di altro.
Si allineò, premette la testa del cazzo contro il buco e cominciò a spingere.
All’inizio entrò solo la punta.
Anita strinse i denti e emise un suono lungo, mezzo gemito mezzo lamento. Il cazzo era grosso, massiccio, e le carni del culo opponevano resistenza. Leone non forzò di colpo. Spinse piano, costante, con una determinazione quasi crudele, sentendo ogni millimetro di quella strettezza che lo avvolgeva.
«Respirate», mormorò lui. «Apritevi.»
Anita obbedì come poté.
Il cazzo avanzava lentamente, inesorabile, aprendola senza darle scampo. Sentiva la carne che si stirava, che bruciava in un modo misto di dolore e di un piacere oscuro e perverso. Ogni centimetro in più le toglieva il respiro. Le unghie si conficcarono nei cuscini del divano. Quando Leone fu a metà, si fermò un attimo, lasciandola abituare, poi riprese a spingere finché non fu dentro fino in fondo.
Anita gettò la testa in avanti e gemette alto, quasi un grido.
Si sentiva piena in un modo che non aveva mai provato. Il cazzo di Leone le riempiva il culo completamente, pulsava dentro di lei, e non c’era spazio per nient’altro.
Leone cominciò a muoversi.
All’inizio con spinte corte e profonde, poi sempre più lunghe, più decise. Il cazzo entrava e usciva dal buco stretto di Anita con un ritmo lento e pesante, aprendo le carni a ogni colpo. Il suono era umido, osceno, misto ai gemiti rotti di lei.
Anita sentiva tutto.
Il bruciore iniziale che si trasformava in un piacere denso e sporco. Il cazzo grosso le sfondava il culo senza tregua, senza pietà. Ogni spinta le arrivava dritta allo stomaco, le faceva tremare le cosce, le faceva uscire suoni che non riconosceva come suoi. Leone le teneva i fianchi e la scopava con una concentrazione quasi feroce, guardando il proprio cazzo sparire dentro quel buco stretto e poi riemergere lucido.
«Cazzo… che culo stretto…», borbottò lui, la voce spezzata. «Lo sto sentendo tutto.»
Anita non riusciva più a provocarlo a parole.
Riusciva solo a gemere, a spingere il culo all’indietro incontro alle spinte, a prendere tutto quello che lui le stava dando. Il dolore e il piacere si erano fusi in una sola cosa, intensa, quasi insopportabile, e lei non voleva che si fermasse.
Leone accelerò.
Le spinte diventarono più profonde, più dure. Il divano scricchiolava. Anita gridava contro i cuscini, il viso affondato, mentre il cazzo massiccio dell’avvocato le devastava il culo senza darle tregua.
Leone andò avanti per quasi dieci minuti.
Colpi forti, continui, cadenzati. Non troppo lenti da risultare gentili, non troppo veloci da bruciare tutto in pochi secondi. Un ritmo pesante, misurato, quasi implacabile. Voleva che Anita sentisse ogni centimetro del suo cazzo. Voleva che sentisse la sua mascolinità entrare fino in fondo, che le arrivasse non solo nel corpo ma più in profondità, come se la stesse scopando anche nell’anima.
Le afferrò i capelli neri del caschetto con una mano e tirò indietro la testa, tendendola come un arco. La schiena di Anita si inarcò di più, il collo esposto, la bocca aperta. Leone la teneva così mentre continuava a spingere, il cazzo che entrava e usciva dal culo stretto con quella stessa cadenza dura e regolare. Ogni colpo faceva tremare le cosce di lei, faceva uscire gemiti rotti e alti, faceva ondeggiare i seni piccoli.
Anita non riusciva più a pensare in modo chiaro.
Il dolore iniziale si era trasformato in un piacere denso, sporco, quasi ipnotico. Il cazzo grosso le riempiva il culo senza tregua, le apriva le carni, le mandava scariche che le arrivavano fino allo stomaco. Essere tenuta per i capelli, tesa come un arco, le toglieva ogni residuo di controllo. Si sentiva usata, posseduta, e quello la eccitava in un modo che non aveva mai provato così a fondo.
Verso la fine Leone accelerò leggermente.
Il ritmo diventò un poco più serrato, più urgente. Il respiro gli era corto, la voce gli uscì rotta, ansimante, mentre continuava a scoparla e a tenerle i capelli tirati:
«Ammettilo… che sei una zoccola… che sei una grande puttana… questo è il tuo unico reato… ammettilo… e vedi come ti assolvo… te lo assicuro…»
Anita, in preda alla lussuria che le aveva conquistato il cervello e spento ogni razionalità, non esitò. La voce le uscì spezzata, alta, quasi un grido tra una spinta e l’altra:
«Sì… sono una zoccola… una grande puttana… scopami… assolvimi…»
Quelle parole bastarono.
Leone strinse i denti e aumentò ancora il ritmo, questa volta senza più misura. Colpi serrati, profondi, quasi brutali. Il cazzo batteva dentro il culo di Anita con una violenza erotica che la faceva gridare contro i cuscini. La teneva ancora per i capelli, il corpo teso all’indietro, mentre la scopava per portarla al limite.
Anita ci arrivò per prima.
L’orgasmo le esplose addosso forte, diverso da quello di prima, più oscuro, più profondo. Il culo si strinse a spasmi intorno al cazzo di Leone, le cosce tremarono violentemente, e un grido lungo e disperato le uscì dalla gola mentre godeva. Leone la scopò attraverso tutto, senza rallentare, finché non sentì arrivare il proprio orgasmo.
Con un ultimo gemito roco spinse fino in fondo e sborrò dentro di lei.
A ondate calde e spesse, il cazzo che pulsava in profondità mentre si svuotava nel culo stretto di Anita. Continuò a spingere piano, fino all’ultima goccia, tenendola ancora tesa per i capelli.
Solo dopo allentò la presa.
Anita si lasciò cadere in avanti sul divano, ansimante, il corpo percorso da brividi, il culo ancora pieno della sborra di lui. Leone restò dietro di lei qualche secondo, il respiro pesante, una mano che le accarezzava la schiena sudata con un gesto quasi involontario.
Nessuno dei two parlò subito.
C’era solo il suono dei respiri e la consapevolezza di quello che avevano appena fatto.
Si ripresero lentamente.
Anita era ancora sdraiata a pancia in giù sul divano, il viso affondato contro un cuscino, il corpo percorso da brividi residui. Leone sedeva sul bordo, una mano che le accarezzava distratta la schiena nuda, lo sguardo perso da qualche parte tra il pavimento e la finestra. Nessuno dei due parlava. L’aria era piena solo dei respiri che piano piano tornavano regolari e dell’odore di sesso che aleggiava ancora pesante nel salotto.
Poi Anita alzò la testa di scatto.
«Che ore sono?»
Leone guardò l’orologio al polso. Gli occhi si socchiusero.
«Quasi le sei.»
Un silenzio breve, carico di allarme.
«La nonna», disse Anita, già in piedi. «Torna a momenti.»
Si mossero in fretta.
Niente più carezze, niente più sguardi lunghi. Solo la necessità di cancellare ogni traccia. Leone raccolse i vestiti sparsi — la camicia, i pantaloni, le scarpe — e si rivestì con movimenti rapidi ma ancora un po’ impacciati. Anita recuperò il top giallo, la minigonna, il perizoma, e se li infilò alla meno peggio, i capelli ancora umidi e spettinati. Non c’era tempo per sistemarsi davvero.
Lo accompagnò alla porta quasi spingendolo.
Sul pianerottolo Leone si fermò un attimo, la mano sulla maniglia, e la guardò. Aveva ancora lo sguardo un po’ frastornato, come se faticasse a riconnettersi con la realtà. Il pomeriggio lo aveva scosso più di quanto volesse ammettere. Il corpo era sazio, ma la testa era ancora lì, sul divano, con Anita a pecora e il suo cazzo sepolto fino in fondo.
«Ci sentiamo», riuscì a dire soltanto.
Anita annuì, già con una mano sulla porta.
«Andate. Presto.»
Leone scese le scale.
Ad ogni gradino cercava di rimettere insieme i pezzi: l’avvocato, il fascicolo, il processo, la ragazza chiusa in casa con il braccialetto. Ma le immagini di quello che avevano appena fatto continuavano a sovrapporsi, vivide e precise, e per un lungo tratto di strada guidò quasi in automatico, ancora mezzo dentro quel salotto.
Appena la porta si chiuse, Anita si mise al lavoro.
Aprì le finestre per far cambiare aria. Raccolse i cuscini del divano, li sistemò, passò un panno umido dove c’erano macchie. Controllò il tavolo della cucina, il pavimento, ogni angolo dove potessero essere rimaste tracce. Gettò il perizoma striminzito nel cesto della biancheria e ne prese uno pulito. Si passò in fretta un pettine tra i capelli e si guardò allo specchio: le labbra erano ancora un po’ gonfie, gli occhi un po’ lucidi, ma avrebbe retto.
Mentre puliva, però, le scene le tornavano davanti con una chiarezza quasi fisica.
Leone che la spingeva sul tavolo. Il cazzo che le entrava in gola. Lei a pecora sul divano, i capelli tirati, mentre lui le sfondava il culo e le diceva di ammettere di essere una puttana. La sborra calda sulla schiena. L’orgasmo che l’aveva fatta gridare.
A un certo punto, chinata a sistemare un cuscino, Anita si fermò.
Un sorriso le spuntò sulle labbra, piccolo, istintivo, quasi colpevole. Non riuscì a trattenerlo. Scosse appena la testa, come per cacciare via il pensiero, ma il sorriso restò ancora un attimo prima di spegnersi.
«Cretin’», mormorò tra sé, ma senza vera convinzione.
Poi riprese a sistemare in fretta.
Quando sentì i passi della nonna sullo scalone, la casa era di nuovo in ordine. L’odore di sesso era stato coperto da quello di detersivo e di aria aperta. Anita andò ad aprire con un’espressione quasi normale.
Solo gli occhi, se qualcuno li avesse guardati con attenzione, tradivano ancora tutto.
Era passato quasi un mese.
Leone aveva cercato di tenere le distanze. Telefonate brevi, solo lo stretto necessario, nessun altro incontro a casa di lei. Ogni volta che sentiva la voce di Anita al telefono qualcosa gli si muoveva nello stomaco, e sapeva che se fosse tornato in quella casa piccola di Casoria non sarebbe più riuscito a controllarsi. Quindi minimizzava. Lavorava sul fascicolo, preparava le memorie, e cercava di ricordarsi che era solo il suo avvocato. Non ci riusciva del tutto. La chimica tra di loro era troppo forte, troppo vera, e ogni tentativo di rimetterla nel cassetto falliva.
Quel mattino arrivò in tribunale alle otto e mezza in punto.
Indossava un abito grigio scuro, taglio classico, camicia bianca impeccabile, cravatta blu navy. I capelli castani corti erano pettinati con cura, gli occhiali nella taschina interna della giacca. Sembrava lo stesso avvocato di sempre, quello che da anni entrava in aula con passo sicuro. Ma dentro non lo era.
Controllò le carte per la terza volta, seduto su una panchina del corridoio.
Aveva un’ansia che non gli apparteneva. Una tensione sottile e costante che gli stringeva lo stomaco. Non era paura di perdere la causa: il fascicolo era solido, le argomentazioni chiare. Era altro. Era il coinvolgimento. Sapeva che non era corretto. Sapeva che un avvocato non avrebbe dovuto andare a letto con la propria cliente, tanto meno in quel modo grezzo e totale. Eppure non riusciva a trovare sbagliata quella passione. Non era stata premeditata, non era stata artefatta. Era stata genuina, violenta, vera. E proprio per questo lo spaventava ancora di più.
Bevve un caffè al volo al bar del tribunale, amaro e troppo caldo, e si diresse verso l’aula.
Anita arrivò alle nove e un quarto.
Leone la vide da lontano, mentre scendeva dal corridoio laterale, e per un secondo non la riconobbe. Indossava una blusa chiara con ricami floreali delicati, una gonna lunga e ampia che le arrivava al polpaccio, e sandali alti — otto, forse dieci centimetri — che le allungavano le gambe e le davano un’andatura diversa. Da lontano, con quel vestito sobrio e i capelli ordinati, sembrava quasi una bambina che giocava a fare l’adulta. Solo quando si avvicinò e vide i tacchi, e poi gli occhi scuri, capì che era lei.
Anita Covucci.
Venticinque anni, un metro e cinquantacinque, più i tacchi. Quella mattina sembrava un’altra.
Si fermò a pochi passi da lui. Non sorrisero. Si guardarono soltanto.
«Buongiorno, avvocato», disse lei, la voce un po’ più bassa del solito.
«Buongiorno», rispose Leone. E per un attimo gli occhi azzurri restarono sui suoi più a lungo del necessario.
Il processo iniziò alle nove e mezza in punto.
Leone si alzò in piedi e comincià a parlare. La voce era calma, precisa, professionale. Non alzò mai il tono, non fece teatralità inutili. Smontò pezzo per pezzo la tesi dell’accusa: il sequestro nel parcheggio, la mancanza di qualsiasi elemento che dimostrasse la consapevolezza di Anita sul contenuto dello zaino, le dichiarazioni contraddittorie dei testi. Parlò della retata, del contesto, della ragazza che aveva semplicemente tenuto uno zaino per mezz’ora senza sapere cosa ci fosse dentro.
Anita lo ascoltava seduta al posto della difesa, le mani strette in grembo.
Non riusciva a distogliere lo sguardo. Lo vedeva muoversi con naturalezza, citare articoli, rispondere alle obiezioni del pubblico ministero con una lucidità che la affascinava. C’era cura in quello che faceva. C’era dedizione. E lei, che lo aveva visto nudo e sudato mentre la scopava contro un tavolo, adesso lo vedeva così: impeccabile, concentrato, che combatteva per lei. Il contrasto le faceva salire qualcosa di caldo e confuso nello stomaco.
Leone, da parte sua, sentiva la sua presenza.
Non aveva bisogno di voltarsi. Percepiva l’angoscia di Anita come una pressione sottile sulla schiena. Quella consapevolezza lo spingeva a dare il massimo, a non lasciare nessun margine. Ogni argomento doveva essere inattaccabile. Ogni parola doveva contare.
Quando ebbe finito, la corte si ritirò in camera di consiglio.
Restarono soli nel corridoio.
Anita era in piedi, le braccia strette al petto, lo sguardo fisso sul pavimento. Leone le si avvicinò.
«Andrà bene», disse a bassa voce. «Abbiamo fatto tutto quello che si poteva.»
Anita alzò gli occhi. Non rispose. Leone, quasi senza pensarci, le prese le mani tra le sue. Le tenne con una delicatezza quasi paterna, i pollici che le accarezzavano il dorso. Era un gesto di conforto, niente di più. Eppure ad Anita arrivò dritto al centro del petto, denso, forte. Nonostante la tensione, nonostante il posto sbagliato e il momento sbagliato, i pensieri le scivolarono di nuovo verso di lui. Verso le sue mani che adesso erano così gentili e che poche settimane prima le avevano tenuto i fianchi mentre la sfondava. Verso la bocca che adesso pronunciava parole rassicuranti e che le aveva detto di ammettere di essere una puttana. Una caldana lasciva le salì lungo la schiena, e dovette abbassare lo sguardo per non far vedere quanto quelle mani, in quel momento, la stessero scuotendo.
Leone se ne accorse solo in parte. Continuò a tenerle le mani e a parlare a bassa voce, cercando di tenerla ancorata al presente.
Passarono quasi due ore.
Quando la corte rientrò, il silenzio in aula fu totale. Il presidente lesse la sentenza con voce piatta, burocratica. Proscioglimento. Piena innocenza. Nessuna responsabilità penale a carico di Anita Covucci.
Per un secondo Anita non reagì.
Poi il pianto arrivò, improvviso e liberatorio. Non erano lacrime discrete. Erano lacrime di scarico, di sollievo, di tutto quello che aveva tenuto dentro per mesi. Si coprì il viso con le mani e lasciò che venissero, mentre Leone, accanto a lei, restava in piedi, la mascella tesa, gli occhi fissi sul banco della corte.
Era finita.
Almeno quella parte.
Appena uscirono dall’aula, Anita si fermò nel corridoio.
Il pianto l’aveva lasciata con gli occhi gonfi e il respiro ancora corto, ma dentro di sé c’era un sollievo così grande da farle quasi male al petto. Era finita. Davvero finita. Niente più braccialetto, niente più paura di finire in carcere, niente più notti a fissare il soffitto chiedendosi quanto avrebbe pagato per una cazzata fatta senza pensarci. Si sentiva leggera, quasi euforica, e allo stesso tempo svuotata.
Leone le stava accanto.
La soddisfazione professionale era chiara: aveva vinto, aveva smontato l’accusa pezzo per pezzo, aveva riportato a casa una cliente che rischiava anni. Ma c’era anche qualcos’altro, più umano, più privato. Quella ragazza magra e orgogliosa che aveva conosciuto chiusa in un alloggio di Casoria adesso era libera. E lui, nonostante tutto quello che era successo tra di loro, ne era contento in un modo che andava oltre il fascicolo.
Anita lo guardò.
Senza dire niente si avvicinò e lo abbracciò. Non fu un abbraccio timido. Fu stretto, quasi disperato, il viso premuto contro il petto della sua giacca, le braccia che gli cingevano la vita. Leone esitò un secondo, poi le ricambiò, una mano sulla schiena, l’altra tra i capelli. Restarono così per qualche istante, nel corridoio del tribunale, mentre la gente passava intorno a loro senza badarci troppo.
Quando si staccarono, Anita si asciugò gli occhi con il dorso della mano e fece una smorfia.
«Ho la matita tutta spalmata. Devo sistemarmi.»
Leone annuì.
«Vieni. So di un bagno più isolato, al piano di sotto. Quasi nessuno lo usa.»
La condusse lungo un corridoio laterale, poi giù per una scala di servizio. Il bagno era piccolo, pulito, con piastrelle chiare e uno specchio grande sopra i lavandini. Leone le aprì la porta e restò fuori.
«Io aspetto qui.»
Anita entrò e chiuse.
Passarono diversi minuti. Leone guardò l’orologio, poi il corridoio deserto. L’ansia cominciò a risalirgli. Bussò piano.
«Anita? Tutto bene?»
Nessuna risposta.
Aprì con circospezione, abbastanza da mettere dentro la testa.
Non fece in tempo a vedere niente.
Anita gli fu addosso in un attimo.
Lo afferrò per la giacca, lo trascinò dentro e chiuse la porta a chiave con un click secco. Poi lo baciò. Non ci fu preambolo. Bocca aperta, lingua, denti, una fame improvvisa e totale. Leone restò immobile un secondo, colto di sorpresa, poi rispose con la stessa frenesia. La premette contro il muro, le mani che le salivano lungo i fianchi, il bacio che diventava subito erotico, umido, quasi violento.
Anita gemette contro la sua bocca mentre lui le sollevava la blusa.
I seni piccoli e sodi comparvero, i capezzoli già duri. Leone non perse tempo. Le prese un seno intero in mano, lo strinse, e chinò la testa. La bocca si chiuse intorno al capezzolo e lo succhiò a fondo, la lingua che girava, che premeva, che lo tormentava con movimenti lenti e precisi. Anita gettò la testa all’indietro e ansimò, una mano conficcata nei suoi capelli. Leone passò all’altro seno, lo prese altrettanto a fondo, i denti che sfioravano appena la pelle sensibile mentre la lingua continuava a lavorare. La torturava di piacere, alternando succhiate profonde a leccate veloci e insistenti, finché Anita non tremava contro il muro.
Sentì chiaramente il cazzo di Leone indurirsi contro la sua coscia.
Grosso, caldo, già pronto. Quella sensazione le tolse ogni residuo di esitazione. Si staccò da lui, scese in ginocchio sul pavimento del bagno e con mani veloci gli slacciò la cintura, aprì i pantaloni e glieli tirò giù insieme alle mutande. Il cazzo le spuntò fuori, già duro e pulsante. Anita lo guardò un secondo, poi lo prese in mano e lo portò alla bocca.
Lo succhiò con avidità.
Le labbra si chiusero intorno alla testa, la lingua girò in cerchio, e in pochi movimenti lo fece scendere in gola. Pensava mentre lo faceva. Pensava a quanto quel cazzo l’avesse scopata contro il tavolo, a quanto le avesse riempito il culo, a quanto quell’uomo — il suo avvocato, il suo eroe di quella mattina — l’avesse difesa in aula e adesso stesse gemendo per la sua bocca. La voglia di ricompensarlo, di prenderlo tutto, le bruciava tra le gambe. Succhiava a fondo, saliva e saliva che le colavano dal mento, le mani che gli tenevano le cosce mentre la testa si muoveva avanti e indietro con ritmo deciso.
Leone le tenne i capelli e ansimò, la voce già spezzata:
«Dio mio… Anì… sei una puttana succhiacazzi spettacolare… non fermarti… continua a prendermelo tutto in bocca…»
Quelle parole la accesero ancora di più.
Anita spinse fino in fondo, le labbra che arrivarono a toccare la base del cazzo, chiuse intorno come una guarnizione ermetica. Restò lì, la gola stretta e calda, mentre Leone gemeva sopra di lei e i fianchi iniziavano a muoversi, scopandole piano la bocca.
Il bagno del tribunale era silenzioso, a parte i suoni umidi e osceni di Anita che succhiava e dei respiri corti di Leone.
E nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi.
Anita non si fermò.
Continuò a succhiare con dedizione totale, la testa che andava avanti e indietro, le labbra strette, la lingua che lavorava la parte inferiore del cazzo mentre lo prendeva sempre più a fondo. Ogni tanto emetteva versi soffocati di piacere, umidi e rochi, che vibravano intorno alla carne dura di Leone. Lui teneva i fianchi tesi, le mani conficcate nei capelli neri di lei, e riusciva a malapena a trattenersi. I suoni che gli uscivano dalla gola erano gutturali, profondi, quasi animali. Il piacere era troppo intenso, troppo grezzo.
Poi bussarono.
Tre colpi netti sulla porta del bagno.
«Tutto bene in bagno? Serve aiuto?»
Leone riconobbe subito la voce. Orazio. Un collega. Il sangue gli si gelò per un secondo, ma Anita non si fermò. Anzi. Come se avesse aspettato proprio quel momento per vendicarsi della tortura sui capezzoli, cominciò a lavorare il cazzo in modo ancora più preciso e cattivo: la lingua che premeva sul frenulo, le labbra che succhiavano solo la testa con ritmo veloce e stretto, una mano che gli massaggiava le palle. Leone dovette stringere i denti per non gemere ad alta voce.
«Orazio caro… sono Panizzi», riuscì a dire, la voce che gli tremava leggermente nonostante lo sforzo. «Non ti preoccupare… va tutto bene… ho un po’ di gastrite…»
Anita, inginocchiata, alzò gli occhi verso di lui e continuò a succhiare ancora più a fondo, godendosi ogni piccola incrinatura nella voce di Leone. Orazio rispose qualcosa di generico dall’altra parte della porta e i passi si allontanarono.
Il pericolo era passato.
Leone non aspettò oltre.
Tirò su Anita di peso, la girò e la fece piegare in avanti contro il lavandino. Le sollevò di scatto la gonna ampia fino in vita e le strappò via il perizoma. Lo sentì in mano: zuppo, fradicio, pesante del desiderio di lei. Lo gettò a terra. Il cazzo, ancora lucido di saliva, lo passò lentamente tra le cosce di Anita, strofinandolo avanti e indietro sulla figa calda e aperta.
«Bucchina…», ansimò contro il suo orecchio, «dimmi dove lo vuoi il mio cazzo… eh? Dimmi, puttana.»
Anita, già tremante, spinse il culo all’indietro.
«Leó… t’voglj dentro il culo… chiavami il culo!»
Non fece in tempo a finire la frase.
Leone le aprì le chiappe con una mano e le entrò nel culo con un movimento deciso, netto, fino in fondo. L’ultima sillaba di Anita si strozzò in gola e diventò un urlo lungo e rotto, il nome di lui gridato ad alta voce in un momento di pura estasi lussuriosa.
«Leone…!»
Cominciò a scoparla con ferocia erotica.
Colpi profondi, pesanti, senza pietà. Il cazzo grosso apriva le carni strette del culo di Anita a ogni spinta, la riempiva completamente, le faceva sentire ogni centimetro della sua virilità. Non c’era delicatezza. C’era solo il bisogno di prenderla, di farle apprezzare fino in fondo quanto fosse sua in quel momento.
Anita affondò le mani sul bordo del lavandino e spinse il culo incontro alle spinte. Sentiva il cazzo conquistarle il buco senza appello, aprirle la carne, dominarla. Amava quello che stava succedendo. Amava Leone in quel momento con una chiarezza quasi dolorosa, e amava il suo cazzo che le sfondava il culo con quella forza grezza e totale. Ogni colpo le mandava scariche di piacere oscuro lungo la schiena, le faceva tremare le cosce, le faceva uscire gemiti sempre più alti e disperati.
Andarono avanti così per dieci minuti interi.
Una battaglia erotica e sessuale senza tregua. Leone aumentò progressivamente forza e velocità, poi le afferrò il caschetto nero e tirò indietro la testa, inarcandole la schiena finché i loro sguardi non si incontrarono nello specchio sopra il lavandino. Si videro. L’eccitazione era dipinta su entrambi i volti: gli occhi scuri di Anita socchiusi e lucidi, la bocca aperta; quelli di Leone intensi, quasi feroci, mentre la scopava.
«Vuoi venire, eh, troia?», ansimò guardandola attraverso lo specchio. «Vuoi che ti sborri nel culo e ti riempia l’intestino, zoccola?»
Anita, quasi assuefatta al piacere che lui le stava impartendo, riuscì a malapena a rispondere:
«Sì…»
Leone strinse i denti e le diede gli ultimi dieci colpi, ancora più forti, ancora più profondi.
L’orgasmo conquistò Anita in modo totale. I gemiti le uscirono incontrollati, alti, quasi gridati, mentre il culo si contraeva a spasmi intorno al cazzo di Leone e il corpo intero le tremava. Pochi attimi dopo Leone la seguì. Con un grugnito gutturale, basso e lungo, spinse fino in fondo e sborrò. La sborra bollente le invase il culo e l’intestino a ondate spesse, mentre lui continuava a pulsare dentro di lei, percorso da spasmi di piacere puro.
Restarono così, uniti, ansimanti, lo sguardo ancora incrociato nello specchio, mentre il bagno del tribunale tornava lentamente al silenzio.
Rimasero fermi ancora qualche minuto, uniti.
Leone le accarezzava piano la schiena nuda sotto la blusa rialzata, le dita lente, quasi premurose. Anita aveva la fronte appoggiata al petto di lui, gli occhi chiusi, e ogni tanto alzava il viso per cercare la sua bocca. I baci adesso erano diversi: più delicati, più lunghi, senza la furia di prima. Solo labbra che si sfioravano, respiro caldo, la consapevolezza quieta di quello che si erano appena dati.
Sapevano entrambi che non potevano restare lì.
Prima o poi qualcuno sarebbe passato di nuovo.
Si staccarono con un ultimo bacio, più breve, e cominciarono a rivestirsi in silenzio. Leone si riallacciò la cintura, sistemò la camicia e la cravatta. Anita recuperò il perizoma strappato, lo nascose nella borsetta, e si sistemò come poteva la gonna e la blusa. Mentre si vestivano, parlarono a bassa voce del futuro prossimo.
Lei disse che voleva cercare lavoro, forse qualcosa nell’alberghiero, e che per la prima volta da mesi si sentiva libera di pensarlo sul serio. Lui rispose che avrebbe continuato a seguire qualche pratica in sospeso, e che forse, dopo tutto quello che era successo, avrebbe avuto bisogno di qualche giorno di distacco. Non dissero tutto. Non serviva. Gli sguardi bastavano.
Quando furono presentabili, Leone aprì la porta del bagno con circospezione. Il corridoio era vuoto. Uscirono insieme.
Camminarono affiancati verso l’uscita del tribunale. Ogni tanto i loro occhi si cercavano. Quando si soffermavano un secondo di troppo, a entrambi scappava un sorriso piccolo, complice, quasi incredulo. Non c’era bisogno di parole. Sapevano cosa avevano fatto, e sapevano quanto fosse stato vero.
Fuori, la luce del pomeriggio era chiara.
Leone la accompagnò fino all’auto. Si fermarono vicino allo sportello. Lui le sistemò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio con un gesto quasi automatico, poi la guardò dritto negli occhi.
«Allora, signorina Covucci… è andata bene. Mi raccomando: se vai a ballare, non fare piaceri a nessuno.»
Lo disse con un sorriso vero, affettuoso, e le fece un occhiolino leggero.
Anita rise piano, la testa inclinata di lato, e rispose con tono scherzoso ma con un sorriso furbo che non lasciava dubbi:
«No no, avvocà, basta fare piaceri per carità. Al massimo, se proprio devo fare un piacere a qualcuno… lo faccio a lei.»
Leone scosse appena la testa, ma gli occhi gli si illuminarono. Non aggiunse altro. Aprì lo sportello per lei e aspettò che salisse.
Anita avviò la macchina, gli fece un piccolo cenno con la mano e partì. Leone restò a guardare l’auto allontanarsi fino a quando non sparì dietro l’angolo.
Poi si sistemò la giacca, tirò un lungo respiro e si diresse verso il parcheggio.
Doveva tornare in studio. Doveva tornare alle pratiche, alle udienze, alla vita di sempre.
Ma mentre camminava sapeva già che quella vita di sempre, da quel pomeriggio in poi, non sarebbe più stata esattamente la stessa.
Due mesi dopo
Leone era seduto alla scrivania del suo studio, immerso nella lettura di un fascicolo, quando il telefono squillò. Un numero che non aveva in rubrica. Rispose con la solita voce professionale.
«Studio legale Panizzi.»
Dall’altra parte arrivò una voce chiara, squillante, inconfondibile.
«Avvocato? Sono Anita.»
Leone si raddrizzò sulla poltrona. Un sorriso gli sfiorò le labbra prima ancora che potesse controllarlo.
«Anita. Ciao. Come stai?»
«Bene. Finalmente bene. E lei? Cosa sta facendo? È molto impegnato in questi giorni?»
Rispose volentieri. Le raccontò un po’ del lavoro, di qualche udienza, di quanto la routine fosse tornata a riempire le giornate. Lei ascoltava, rideva piano ogni tanto, e lui si accorse di quanto gli facesse piacere sentirla di nuovo.
Poi il tono di Anita cambiò, diventò più basso, malizioso.
«Avvocato… ma si ricorda che devo pagarla?»
Leone restò un secondo in silenzio, spiazzato.
«Scusa? No, aspetta… il tuo era gratuito patrocinio. Non mi devi niente.»
Anita ridacchiò dall’altra parte del telefono.
«Non si ricorda? A casa mia abbiamo concordato come pagarla.»
Leone chiuse gli occhi.
I ricordi arrivarono tutti insieme, vivi e precisi: la canotta, il perizoma, la bocca di lei, le parole dette contro il tavolo e sul divano. Sentì il calore salirgli lentamente lungo la schiena.
«Sì…», rispose, la voce un po’ più roca. «Sì, mi ricordo bene, signorina Covucci. Ma eravamo d’accordo che il valore lo avrei stabilito io… dopo aver visionato il tutto.»
Anita rise di nuovo, questa volta più aperta, più furba.
«E allora mi dica quando devo passare per darle un anticipo.»
Leone si appoggiò allo schienale della poltrona, lo sguardo perso verso la finestra, e sorrise.
«Quando vuole, signorina. Quando vuole.»
Chiuse la chiamata e restò fermo qualche secondo, il telefono ancora in mano.
Nella mente vedeva già Anita entrare in quello studio, con quel suo modo sfacciato e diretto, e sapeva che da lì a poco la routine sarebbe di nuovo andata a farsi benedire.
Sorrise ancora, più largo.
E aspettò.
di
DootCinque
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