Chi sei tu? (parte-4)

scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 9 min

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A

Guidarono per circa venti minuti. Enzo non scelse un caffè del centro stavolta. Si fermò in una zona più quieta, quasi residenziale, davanti a un piccolo locale con poche luci e tavoli di legno scuro. Dentro c’erano solo due coppie anziane e un uomo solo al bancone.
Si sedettero in un angolo. Enzo ordinò per entrambi senza chiedere a Margherita cosa volesse: un tè per lei, un caffè lungo per sé. Lei lo notò, ma non disse niente.
Quando il cameriere si allontanò, Enzo si appoggiò allo schienale e la guardò con calma.
«Da quanto tempo non vai a letto con qualcuno?»
La domanda arrivò senza preavviso, detta con lo stesso tono con cui avrebbe potuto chiedere l’ora. Margherita sentì il calore salirle al viso. Aprì la bocca, la richiuse, poi rispose con un filo di voce più basso del solito.
«Qualche mese. Perché?»
«Curiosità.» Enzo girò la tazza tra le dita. «E quando lo fai, ti piace decidere tu i tempi? O ti è mai capitato di lasciar fare?»
Margherita abbassò lo sguardo sul tavolo. La domanda era diretta, ma non volgare. E lui la stava guardando senza sorridere, senza l’aria di chi sta giocando.
«Di solito… decido io», rispose dopo qualche secondo. «O comunque non mi piace sentirmi pressata.»
Enzo annuì lentamente, come se quella risposta confermasse qualcosa che aveva già intuito.
«Capita. Però a volte è liberatorio non dover decidere.» Fece una piccola pausa. «Un giorno dovresti provarci i. Se ti va.»
Non era una proposta concreta. Era un semi-lavorato lasciato lì, sul tavolo, tra loro. Margherita non rispose. Si limitò a bere un sorso di tè, sentendo il cuore battere un po’ più veloce del normale.
Per il resto della serata Enzo non toccò più l’argomento. Parlarono di lavoro, di un libro che lui stava leggendo, di quanto fosse monotona la vita in banca. Ogni tanto la guardava in un modo che non era sessuale, ma attento, quasi valutativo. Quando uscirono, la riaccompagnò fino a casa e la lasciò vicino al cancello.
Prima che lei scendesse, disse solo:
«Messaggio quando sei in camera tua . E stanotte non ti toccare. Dormi e basta.»
Margherita lo fissò. La frase era detta a voce bassa, quasi delicata, ma non lasciava spazio a repliche.
«…Va bene.»
Scese dalla macchina e chiuse la portiera. Enzo partì senza aspettare che lei entrasse. Margherita restò qualche secondo ferma sul marciapiede, con le chiavi in mano, prima di aprire il cancello.
Dentro casa c’era silenzio. Rosa dormiva già. I genitori pure. Si chiuse in camera, mandò il messaggio come richiesto, poi si sdraiò sul letto a fissare il soffitto.
Stanotte non ti toccare.
Era la prima volta che lui entrava in quel territorio. E lei aveva detto di sì.
Margherita restò sdraiata a fissare il soffitto.
Il messaggio lo aveva mandato come richiesto. Enzo aveva risposto solo con un «Bene» e poi silenzio. La casa era immersa nel buio e nel silenzio. Lei avrebbe dovuto addormentarsi. Invece la frase continuava a girarle in testa.
Stanotte non ti toccare.
Fino a pochi minuti prima non ci aveva nemmeno pensato. Non aveva voglia, non era eccitata, non stava rimuginando su niente di particolare. Era solo stanca. Eppure, dal momento in cui lui glielo aveva proibito, qualcosa si era acceso. Un restlessness sottile, fastidioso, che partiva dalla pancia e saliva su.
Si girò su un fianco. Poi sull’altro. Chiuse gli occhi con forza. Aprì di nuovo.
Era ridicolo. Una frase detta a voce bassa, da un uomo che non l’aveva nemmeno sfiorata, e adesso lei stava lì a combattere con un impulso che prima non esisteva.
A un certo punto, quasi per sfida, scese una mano lungo il corpo. Si fermò sull’orlo del pigiama. Restò così per diversi secondi, sentendo il cuore battere più forte. Poi ritirò la mano, come se si fosse scottata, e si voltò a pancia in giù premendo il viso contro il cuscino.
Non lo fece. Ma ci mise quasi due ore ad addormentarsi.
La mattina dopo scese in cucina con il viso un po’ tirato. Aveva dormito poco e male. I genitori erano già usciti. Rosa era seduta a tavola in pigiama, intento a spalmare la nutella su una fetta di pane, quando alzò lo sguardo e la vide.
«Cazzo, sembri uno zombie. Che hai fatto stanotte, orgia con il nonno?»
Margherita non rispose. Prese una tazza, versò il caffè e si sedette di fronte a lei senza guardarla.
Rosa non si arrese. «Allora? Com’è andata la tua liaison geriatrica?»
«Fatti i cazzi tuoi.»
«Oh, scusa se mi interesso alla vita sentimentale di mia sorella maggiore.» Rosa fece un sorrisetto e morse il pane. «Dai, dimmi almeno se ti ha portato al ristorante o se vi siete limitati al caffè della pensione.»
Margherita alzò gli occhi, prese il cuscino del divano dietro di sé e glielo lanciò contro con precisione. Rosa lo prese in pieno viso e scoppiò a ridere, quasi strozzandosi col boccone.
«Mamma mia, sorella… ma scopa ogni tanto che stai diventando acida.»
Margherita non rispose. Bevve il caffè in silenzio, sentendo ancora il peso di quella notte sulla schiena. Rosa, dopo averla studiata un secondo di troppo, scrollò le spalle e tornò a mangiare, ma il sorrisetto non le era del tutto passato di bocca.
Passarono tre giorni.
Enzo rispose ai messaggi di Margherita in modo rarefatto, quasi distaccato. Una parola, due al massimo. Niente proposte di vedersi, niente domande. Lei se ne accorse il secondo giorno. Il terzo iniziò a controllare il telefono più spesso di quanto avrebbe voluto ammettere, irritata con se stessa.
La sera del terzo giorno, mentre era in camera a ripassare, arrivò il messaggio.
«Hai detto che se uno vuole fare una cosa, la fa. Ti ricordi?»
Margherita lesse e sentì una leggera stretta. Era una frase che aveva usato lei, settimane prima, in uno dei loro caffè. Rispose dopo qualche minuto, cercando di mantenere il tono leggero:
«Sì. E quindi?»
La risposta di Enzo arrivò subito.
«Quindi da domani mattina alle otto fino a dopodomani alle otto non indosserai nulla sotto i vestiti. Niente mutande, niente reggiseno. Per ventiquattro ore. Se vuoi davvero fare una cosa, la fai. Altrimenti dimmi pure che non sei capace e chiudiamo qui.»
Margherita restò immobile a guardare lo schermo. Il cuore le aveva accelerato di colpo. Non era una richiesta ambigua. Non era un “vediamo” o un “se ti va”. Era una sfida diretta, costruita proprio sul suo orgoglio.
Digitò, cancellò, ridigitò. Alla fine scrisse solo:
«Sei serio?»
«Assolutamente. Decidi.»
Posò il telefono sul letto e si passò le mani sul viso. Sentiva le guance calde. Poteva rispondere di no. Poteva dirgli di andare a farsi fottere. Poteva chiudere tutto lì.
Invece restò a fissare quelle parole, sentendo che il solo fatto di esitare era già una forma di resa.
Margherita restò seduta sul letto a lungo, con il telefono ancora acceso sulla coperta.
Poteva chiudere la conversazione. Poteva scrivere «non mi interessa» e bloccarlo. Poteva anche non rispondere affatto. Invece continuava a rileggere quella frase: altrimenti dimmi pure che non sei capace e chiudiamo qui.
Era una trappola e lo sapeva. Lui stava usando proprio il suo modo di essere contro di lei. L’orgoglio, la smania di non tirarsi indietro, il «se uno vuole fare una cosa, la fa».
Alla fine, quasi con rabbia, digitò:
«Va bene. Domani dalle otto.»
Inviò il messaggio e gettò il telefono sull’altro lato del letto, come se bruciasse. Si coprì il viso con le mani e restò così per diversi minuti, sentendo il cuore battere troppo forte.
Enzo rispose solo dopo un quarto d’ora.
«Bene. Domani mattina, quando esci di casa, voglio un messaggio che conferma che non indossi nulla sotto. Poi un altro nel pomeriggio. E uno la sera prima di andare a letto. Solo quello.»
Niente altro. Niente complimenti, niente spiegazioni. Solo istruzioni.
La mattina dopo Margherita si svegliò prima della sveglia. Restò ferma a guardare il soffitto per alcuni minuti, poi si alzò e andò in bagno.
Si spogliò. Guardò le mutande e il reggiseno appoggiati sul bordo del lavandino. Li prese, li piegò con cura e li rimise nel cassetto. Quando indossò i jeans e il maglione, la sensazione fu immediata e strana: il tessuto ruvido dei jeans contro la pelle, il maglione che le sfiorava il petto a ogni movimento. Niente di doloroso. Solo… presente. Continuo.
Si guardò allo specchio. Dall’esterno non si notava quasi niente. Solo lei sapeva.
Prima di uscire dalla camera mandò il messaggio.
«Confermato. Niente sotto.»
Enzo rispose dopo pochi minuti con un semplice «Bene».
In cucina Rosa stava già facendo colazione. La squadrò mentre Margherita versava il caffè.
«Hai una faccia strana stamattina.»
«Ho dormito male.»
«Come al solito.» Rosa scrollò le spalle e non indagò oltre.
Margherita mangiò in fretta, prese la borsa e uscì. L’aria di novembre era fredda. Camminando verso la macchina sentiva ogni passo in modo diverso. I jeans le aderivano in un modo a cui non era abituata. Quando salì in auto e sistemò la cintura, il contatto del tessuto le strappò un piccolo brivido involontario.
Per tutto il tragitto verso la fabbrica tenne lo sguardo fisso sulla strada, cercando di non pensare a niente. Ma il corpo non leene dava tregua. Ogni volta che si muoveva, ogni volta che si chinava o si alzava, la mancanza di indumenti intimi le ricordava esattamente cosa aveva accettato.
E il fatto peggiore era che, sotto l’imbarazzo e l’irritazione, c’era anche qualcos’altro. Qualcosa di basso e insistente che non voleva nominare.
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