Chi sei tu? (parte-5)
scritto il 2026-10-08 tempo di lettura 11 min
di
DootCinque
genere
dominazione
cura
A+
In fabbrica la cosa si fece più presente.
Margherita lavorava in piedi per gran parte del turno, inclinata sul bancone a controllare le cuciture delle borse. Ogni volta che si piegava in avanti sentiva il tessuto dei jeans tirare e sfregare in un modo a cui non era abituata. Non era dolore. Era una consapevolezza continua, quasi sgradevole, che non le dava tregua.
Verso metà mattina una collega le chiese se stava bene.
«Hai una faccia strana oggi.»
«Ho solo dormito poco», rispose lei, stringendo le spalle e tornando al lavoro.
Non riusciva a concentrarsi del tutto. Ogni tanto, senza volerlo, i pensieri tornavano a Enzo. A come le aveva formulato la richiesta. A quanto fosse stato facile, alla fine, dire di sì. E a quanto stesse diventando difficile ignorare la sensazione fisica che quel sì le stava procurando.
Alle tre del pomeriggio, durante la pausa, mandò il secondo messaggio come richiesto.
«Pomeriggio. Ancora niente sotto.»
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
«Bene. Come ti senti?»
Margherita restò a guardare quelle tre parole. Poteva mentire. Poteva scrivere «normale» e chiudere lì. Invece, dopo aver esitato, digitò:
«Strano. Non ci sono abituata.»
Enzo non rispose subito. Passarono quasi venti minuti prima che arrivasse il messaggio successivo.
«Lo so. Continua così fino a stasera. Non barare.»
Lei chiuse la chat e rimise il telefono in tasca. Sentiva le guance calde. Non sapeva se fosse per l’imbarazzo o per qualcos’altro.
Il resto del turno passò lento. Quando finalmente uscì dalla fabbrica erano quasi le sei. L’aria fredda le attraversò i vestiti in modo diverso dal solito. Salì in macchina e restò ferma qualche secondo con le mani sul volante prima di partire. Tra le gambe sentiva un leggero, insistente formicolio che non c’entrava nulla con il freddo.
A casa arrivò quando i genitori stavano già cenando. Disse che aveva poco appetito, prese solo un piatto di minestra e si chiuse in camera appena poté. Rosa la squadrò dalla porta ma, per una volta, non fece commenti.
Verso le dieci di sera, seduta sul letto in pigiama ancora senza nulla sotto , mandò l’ultimo messaggio.
«Sera. Ho rispettato tutto.»
La risposta di Enzo arrivò quasi subito.
«Brava. Domani alle otto puoi tornare a vestirti normalmente. Ma stanotte dormi ancora così. Niente mutande. E non ti toccare.»
Margherita lesse le ultime tre parole e chiuse gli occhi. Aveva quasi sperato che il divieto finisse a mezzanotte. Invece lui lo aveva allungato fino al mattino, e ci aveva aggiunto di nuovo il divieto di toccarsi.
Posò il telefono sul comodino e si sdraiò a pancia in su, fissando il soffitto al buio. Il corpo le pesava in un modo nuovo. L’assenza di tessuto contro la pelle, il caldo che sentiva tra le gambe nonostante il freddo della stanza, la consapevolezza di aver obbedito per un’intera giornata…
Si girò su un fianco, poi sull’altro. Chiuse gli occhi con forza.
Non si toccò. Ma ci mise molto, molto tempo ad addormentarsi.
La mattina dopo Margherita si svegliò prima della sveglia, come il giorno precedente. Per qualche secondo restò ferma a ricordare. Poi realizzò che erano passate le otto.
Poteva rimettersi le mutande.
Si alzò, aprì il cassetto e le prese. Le tenne in mano qualche istante, guardandole come se fossero diventate estranee. Poi se le infilò. Il reggiseno lo indossò subito dopo. La sensazione di tornare “normale” fu quasi straniante. Come se il corpo avesse già iniziato ad abituarsi all’assenza.
Mentre si vestiva, il telefono vibrò.
«Buongiorno. Hai rispettato fino alla fine?»
Rispose mentre si allacciava i jeans.
«Sì.»
«Bene. Come ti sei sentita stanotte?»
Margherita esitò. Poteva dire «male» o «a disagio». Invece, dopo averci pensato qualche secondo, scrisse la verità più scomoda:
«In confusione.»
Enzo impiegò diversi minuti a rispondere.
«È normale. La prossima volta sarà più chiaro.»
Lei fissò quella frase. La prossima volta. Non «se ci sarà». Dava per scontato che ci sarebbe stata.
Non rispose. Chiuse la chat e scese in cucina con il viso ancora un po’ tirato. Rosa la guardò sopra la tazza di latte.
«Di nuovo faccia da funerale. Ma che ti combina sto pensionato?»
«Stai zitta.»
«Dico sul serio. Stai diventando strana.»
Margherita non replicò. Bevve il caffè in silenzio e uscì di casa prima del solito.
Nel pomeriggio, mentre era ancora in fabbrica, arrivò un nuovo messaggio.
«Stasera voglio vederti. Ti passo a prendere alle otto. Vestiti come ti ho dico: scegli un top corto, una minigonna e tacchi abbastanza alti, colori scuri, e niente intimo sotto. Solo i vestiti.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi. Non erano passate nemmeno dodici ore dalla fine del divieto precedente, e lui ne stava già imponendo uno nuovo, più breve ma più esplicito, e in aggiunta voleva vederla.
Restò a guardare lo schermo mentre le mani continuavano a lavorare in automatico. Poteva rifiutare. Poteva scrivere che era stanca, che aveva da studiare, che non gliene fregava niente.
Invece, dopo quasi dieci minuti, rispose solo:
«Va bene.»
Alle otto meno dieci Margherita era già fuori dal cancello. Aveva obbedito.
Portava un top corto nero che le scopriva un pezzo di pancia, una minigonna scura che non metteva da mesi e un paio di tacchi alti che usava solo quando usciva in discoteca. Sotto, niente. L’aria di novembre le arrivava diretta sulla pelle. Si sentiva esposta, ridicola e, in un angolo della testa che non voleva ascoltare, anche eccitata.
La macchina di Enzo si fermò lungo il marciapiede. Lui abbassò il finestrino e la guardò con calma, dall’alto in basso, senza sorridere.
«Sali.»
Margherita aprì la portiera e salì. L’interno era caldo. Enzo non partì subito. Restò fermo a osservarla per qualche secondo.
«Gira un po’ le gambe.»
Lei esitò, poi obbedì. La minigonna salì di qualche centimetro. Enzo abbassò lo sguardo, studiò il punto in cui la stoffa incontrava la pelle, poi risalì fino agli occhi di lei.
«Bene. Possiamo partire i.»
Si misero in viaggio. Guidò verso una zona che lei non conosceva bene, più periferica, silenziosa. A un certo punto si fermò in un parcheggio semi-deserto vicino a un piccolo parco. Spense il motore. Per qualche secondo restarono in silenzio, solo il ticchettio del motore che si raffreddava.
«Stasera non andiamo in nessun locale», disse lui. «Restiamo qui. Parliamo.»
Margherita sentì il cuore accelerare. «Parlare di cosa?»
«Di te. Di quanto ti sta costando dire di sì.»
Lei girò il viso verso il finestrino. Fuori c’era solo buio e qualche lampione lontano. «Non mi sta costando niente.»
«Bugia.» Enzo parlava a voce bassa, quasi gentile. «Ti sta costando l’orgoglio. E ti sta piacendo più di quanto vorresti.»
Margherita strinse le mani sulla borsetta. La tensione le era salita di colpo alla gola. Si voltò di scatto verso di lui.
«Ma chi sei?»
La domanda uscì più dura di quanto avesse previsto. Enzo la guardò senza battere ciglio. Il volto restò impassibile, ma negli occhi c’era qualcosa di più intenso del solito.
«Lo capirai quando sarà il momento.»
Silenzio. Solo il respiro di lei, un po’ troppo veloce.
Poi Enzo allungò una mano e le toccò leggermente il ginocchio scoperto. Non fu una carezza. Fu un contatto preciso, fermo.
«Adesso apri le gambe. Solo un poco.»
Margherita lo fissò. Per un attimo pensò di aprirgli la portiera e scendere. Invece, dopo alcuni secondi che le sembrarono lunghissimi, obbedì. Le ginocchia si separarono di una spanna. L’aria fredda dell’abitacolo le arrivò tra le cosce.
Enzo non scese lo sguardo. Continuò a guardarla negli occhi.
«Così. Resta così mentre parliamo.»
Margherita restò con le ginocchia semiaperte e la mano di Enzo ferma sul suo ginocchio. Si aspettava che scendesse più in alto, che facesse qualcosa, che finalmente smettesse di parlare e passasse ai fatti. Invece lui non si mosse. Continuò a guardarla negli occhi, calmo, mentre il pollice le sfiorava appena la pelle in un gesto quasi assente.
«Ti aspettavi altro», disse dopo un po’. Non era una domanda.
Lei sentì le guance bruciare. «Non lo so.»
«Sì che lo sai. Pensavi che ti avrei toccata. O che ti avrei chiesto di toccarmi.» Enzo parlava piano, senza alcuna fretta. «Invece no. Non ancora.»
La mano restò dove era. Il contatto era leggero, ma sufficiente a ricordarle che non poteva richiudere le gambe senza che lui se ne accorgesse.
«Perché stai facendo questo?», chiese Margherita. La voce le uscì meno ferma di quanto avrebbe voluto.
«Perché posso.» Fece una piccola pausa. «E perché tu stai permettendo che lo faccia.»
Lei abbassò lo sguardo. Lui alzò leggermente il mento con l’altra mano, costringendola a rialzare gli occhi.
«No. Guardami.»
Obbedì. Si odiò un poco per quanto fosse stato automatico.
Enzo la studiò per alcuni secondi in silenzio. Poi parlò di nuovo, sempre con quella voce bassa e precisa.
«Dimmi la verità. Da quando ti ho detto di non metterti niente sotto, quante volte hai pensato a toccarti?»
Margherita sentì lo stomaco chiudersi. Voleva mentire. Le parole le uscirono comunque.
«Parecchie.»
«E lo hai fatto?»
«No.»
«Perché?»
Lei restò in silenzio. Enzo non ritirò la mano. Aspettò.
«Perché me l’avevi proibito», rispose alla fine, quasi in un soffio.
Enzo annuì lentamente, come se quella risposta fosse esattamente quello che voleva sentire.
«Bene. Allora continua ad ascoltarmi. Stasera non ti toccherò. Non ti chiederò di spogliarti. Non faremo niente di quello che stai immaginando. Però resterai così, con le gambe aperte, e mi risponderai a tutto quello che ti chiedo. Chiaro?»
Margherita deglutì. La delusione e il sollievo si mescolarono in un nodo solo al centro del petto. Annuì una volta sola.
«A voce», disse lui.
«Chiaro.»
«Brava.»
La mano sul ginocchio si fece appena più pesante, non abbastanza da far male, solo abbastanza da far sentire il controllo.
«Allora dimmi…», proseguì Enzo con calma, «quando sei sola e inizi a pensare a me, cosa ti fa più confusione: il fatto che abbia l’età di tuo padre, o il fatto che tu stia obbedendo?»
Margherita restò in silenzio per alcuni secondi. La domanda le si era conficcata sotto la pelle.
«Non lo so», rispose alla fine.
Enzo non accettò la risposta. Il pollice le fece una pressione appena più ferma sul ginocchio.
«Non mentire e non mentirmi. Sì che lo sai. Scegli.»
Lei sentì la gola secca. Guardarlo negli occhi mentre rispondeva era più difficile di qualsiasi cosa le avesse chiesto fino a quel momento.
«Il fatto che ti stia obbedendo», disse a voce bassa. «Quello mi confonde di più.»
Enzo annuì una volta sola, lento. Non sorrise. Non mostrò soddisfazione. Sembrava solo registrare l’informazione.
«Perché ti confonde?»
«Perché non sono fatta così.» La voce le uscì più dura, quasi difensiva. «Non sono il tipo che dice di sì e basta. Non l’ho mai fatto.»
«E invece lo stai facendo.» La mano sul ginocchio non si mosse. «Da settimane. Un pezzo alla volta.»
Margherita abbassò lo sguardo. Lui glielo fece rialzare di nuovo, con due dita sotto il mento.
«Non guardare altrove quando ti parlo. Hai capito?»
«Sì.»
«A voce intera.»
«Sì.»
«Bene.» Enzo ritirò la mano dal mento, ma lasciò quella sul ginocchio. «Adesso dimmi un’altra cosa. Quando ti ho proibito di toccarti, e tu hai obbedito… mentre stavi a letto a combattere con la voglia, hai pensato di smettere tutto? Di mandarmi a fanculo e chiudere?»
Lei deglutì. «Sì.»
«E perché non l’hai fatto?»
Il silenzio che seguì fu più lungo. Margherita sentiva il calore salirle dal collo al viso. La minigonna le era salita ancora un poco con il movimento, e l’aria dell’abitacolo le arrivava diretta sulla pelle nuda. Si sentiva ridicola, esposta, e allo stesso tempo incapace di richiudere le gambe.
«Non lo so», ripetè, ma questa volta la voce le tremò appena.
Enzo la studiò. Poi parlò con la stessa calma di sempre.
«Lo sai. Semplicemente non vuoi dirlo. Va bene. Non forzerò quella risposta stasera. Ma ci arriveremo.»
Tolse finalmente la mano dal ginocchio. Margherita sentì quasi un bruciore dove c’era stato il contatto, come se la pelle avesse tenuto a mente il peso delle dita.
«Adesso richiudi le gambe», disse lui. «E sistemati la gonna.»
Lei obbedì in silenzio. Le mani le tremavano leggermente mentre tirava giù il tessuto.
Enzo mise in moto. «Ti riaccompagno. Stasera è abbastanza.»
Durante il tragitto non parlarono. Solo quando arrivarono davanti al cancello di casa lei posò la mano sulla portiera per scendere. Lui la fermò con una frase detta a voce bassa.
«Domani non ti toccherai. Neanche un secondo. E quando ti svegli, mi scrivi “buongiorno” e aspetti istruzioni. Chiaro?»
Margherita girò la testa verso di lui. Negli occhi di Enzo non c’era lussuria o qualche pensiero “viscido”. C’era solo quella stessa attenzione ferma e paziente.
«Chiaro», rispose.
Scese dalla macchina. L’aria fredda le investì le gambe scoperte. Enzo partì senza aspettare che lei entrasse.
Margherita restò qualche secondo sul marciapiede, con i tacchi che le facevano male e il cuore che le batteva troppo forte, prima di aprire il cancello e sparire dentro casa.
Margherita lavorava in piedi per gran parte del turno, inclinata sul bancone a controllare le cuciture delle borse. Ogni volta che si piegava in avanti sentiva il tessuto dei jeans tirare e sfregare in un modo a cui non era abituata. Non era dolore. Era una consapevolezza continua, quasi sgradevole, che non le dava tregua.
Verso metà mattina una collega le chiese se stava bene.
«Hai una faccia strana oggi.»
«Ho solo dormito poco», rispose lei, stringendo le spalle e tornando al lavoro.
Non riusciva a concentrarsi del tutto. Ogni tanto, senza volerlo, i pensieri tornavano a Enzo. A come le aveva formulato la richiesta. A quanto fosse stato facile, alla fine, dire di sì. E a quanto stesse diventando difficile ignorare la sensazione fisica che quel sì le stava procurando.
Alle tre del pomeriggio, durante la pausa, mandò il secondo messaggio come richiesto.
«Pomeriggio. Ancora niente sotto.»
La risposta arrivò dopo pochi minuti.
«Bene. Come ti senti?»
Margherita restò a guardare quelle tre parole. Poteva mentire. Poteva scrivere «normale» e chiudere lì. Invece, dopo aver esitato, digitò:
«Strano. Non ci sono abituata.»
Enzo non rispose subito. Passarono quasi venti minuti prima che arrivasse il messaggio successivo.
«Lo so. Continua così fino a stasera. Non barare.»
Lei chiuse la chat e rimise il telefono in tasca. Sentiva le guance calde. Non sapeva se fosse per l’imbarazzo o per qualcos’altro.
Il resto del turno passò lento. Quando finalmente uscì dalla fabbrica erano quasi le sei. L’aria fredda le attraversò i vestiti in modo diverso dal solito. Salì in macchina e restò ferma qualche secondo con le mani sul volante prima di partire. Tra le gambe sentiva un leggero, insistente formicolio che non c’entrava nulla con il freddo.
A casa arrivò quando i genitori stavano già cenando. Disse che aveva poco appetito, prese solo un piatto di minestra e si chiuse in camera appena poté. Rosa la squadrò dalla porta ma, per una volta, non fece commenti.
Verso le dieci di sera, seduta sul letto in pigiama ancora senza nulla sotto , mandò l’ultimo messaggio.
«Sera. Ho rispettato tutto.»
La risposta di Enzo arrivò quasi subito.
«Brava. Domani alle otto puoi tornare a vestirti normalmente. Ma stanotte dormi ancora così. Niente mutande. E non ti toccare.»
Margherita lesse le ultime tre parole e chiuse gli occhi. Aveva quasi sperato che il divieto finisse a mezzanotte. Invece lui lo aveva allungato fino al mattino, e ci aveva aggiunto di nuovo il divieto di toccarsi.
Posò il telefono sul comodino e si sdraiò a pancia in su, fissando il soffitto al buio. Il corpo le pesava in un modo nuovo. L’assenza di tessuto contro la pelle, il caldo che sentiva tra le gambe nonostante il freddo della stanza, la consapevolezza di aver obbedito per un’intera giornata…
Si girò su un fianco, poi sull’altro. Chiuse gli occhi con forza.
Non si toccò. Ma ci mise molto, molto tempo ad addormentarsi.
La mattina dopo Margherita si svegliò prima della sveglia, come il giorno precedente. Per qualche secondo restò ferma a ricordare. Poi realizzò che erano passate le otto.
Poteva rimettersi le mutande.
Si alzò, aprì il cassetto e le prese. Le tenne in mano qualche istante, guardandole come se fossero diventate estranee. Poi se le infilò. Il reggiseno lo indossò subito dopo. La sensazione di tornare “normale” fu quasi straniante. Come se il corpo avesse già iniziato ad abituarsi all’assenza.
Mentre si vestiva, il telefono vibrò.
«Buongiorno. Hai rispettato fino alla fine?»
Rispose mentre si allacciava i jeans.
«Sì.»
«Bene. Come ti sei sentita stanotte?»
Margherita esitò. Poteva dire «male» o «a disagio». Invece, dopo averci pensato qualche secondo, scrisse la verità più scomoda:
«In confusione.»
Enzo impiegò diversi minuti a rispondere.
«È normale. La prossima volta sarà più chiaro.»
Lei fissò quella frase. La prossima volta. Non «se ci sarà». Dava per scontato che ci sarebbe stata.
Non rispose. Chiuse la chat e scese in cucina con il viso ancora un po’ tirato. Rosa la guardò sopra la tazza di latte.
«Di nuovo faccia da funerale. Ma che ti combina sto pensionato?»
«Stai zitta.»
«Dico sul serio. Stai diventando strana.»
Margherita non replicò. Bevve il caffè in silenzio e uscì di casa prima del solito.
Nel pomeriggio, mentre era ancora in fabbrica, arrivò un nuovo messaggio.
«Stasera voglio vederti. Ti passo a prendere alle otto. Vestiti come ti ho dico: scegli un top corto, una minigonna e tacchi abbastanza alti, colori scuri, e niente intimo sotto. Solo i vestiti.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi. Non erano passate nemmeno dodici ore dalla fine del divieto precedente, e lui ne stava già imponendo uno nuovo, più breve ma più esplicito, e in aggiunta voleva vederla.
Restò a guardare lo schermo mentre le mani continuavano a lavorare in automatico. Poteva rifiutare. Poteva scrivere che era stanca, che aveva da studiare, che non gliene fregava niente.
Invece, dopo quasi dieci minuti, rispose solo:
«Va bene.»
Alle otto meno dieci Margherita era già fuori dal cancello. Aveva obbedito.
Portava un top corto nero che le scopriva un pezzo di pancia, una minigonna scura che non metteva da mesi e un paio di tacchi alti che usava solo quando usciva in discoteca. Sotto, niente. L’aria di novembre le arrivava diretta sulla pelle. Si sentiva esposta, ridicola e, in un angolo della testa che non voleva ascoltare, anche eccitata.
La macchina di Enzo si fermò lungo il marciapiede. Lui abbassò il finestrino e la guardò con calma, dall’alto in basso, senza sorridere.
«Sali.»
Margherita aprì la portiera e salì. L’interno era caldo. Enzo non partì subito. Restò fermo a osservarla per qualche secondo.
«Gira un po’ le gambe.»
Lei esitò, poi obbedì. La minigonna salì di qualche centimetro. Enzo abbassò lo sguardo, studiò il punto in cui la stoffa incontrava la pelle, poi risalì fino agli occhi di lei.
«Bene. Possiamo partire i.»
Si misero in viaggio. Guidò verso una zona che lei non conosceva bene, più periferica, silenziosa. A un certo punto si fermò in un parcheggio semi-deserto vicino a un piccolo parco. Spense il motore. Per qualche secondo restarono in silenzio, solo il ticchettio del motore che si raffreddava.
«Stasera non andiamo in nessun locale», disse lui. «Restiamo qui. Parliamo.»
Margherita sentì il cuore accelerare. «Parlare di cosa?»
«Di te. Di quanto ti sta costando dire di sì.»
Lei girò il viso verso il finestrino. Fuori c’era solo buio e qualche lampione lontano. «Non mi sta costando niente.»
«Bugia.» Enzo parlava a voce bassa, quasi gentile. «Ti sta costando l’orgoglio. E ti sta piacendo più di quanto vorresti.»
Margherita strinse le mani sulla borsetta. La tensione le era salita di colpo alla gola. Si voltò di scatto verso di lui.
«Ma chi sei?»
La domanda uscì più dura di quanto avesse previsto. Enzo la guardò senza battere ciglio. Il volto restò impassibile, ma negli occhi c’era qualcosa di più intenso del solito.
«Lo capirai quando sarà il momento.»
Silenzio. Solo il respiro di lei, un po’ troppo veloce.
Poi Enzo allungò una mano e le toccò leggermente il ginocchio scoperto. Non fu una carezza. Fu un contatto preciso, fermo.
«Adesso apri le gambe. Solo un poco.»
Margherita lo fissò. Per un attimo pensò di aprirgli la portiera e scendere. Invece, dopo alcuni secondi che le sembrarono lunghissimi, obbedì. Le ginocchia si separarono di una spanna. L’aria fredda dell’abitacolo le arrivò tra le cosce.
Enzo non scese lo sguardo. Continuò a guardarla negli occhi.
«Così. Resta così mentre parliamo.»
Margherita restò con le ginocchia semiaperte e la mano di Enzo ferma sul suo ginocchio. Si aspettava che scendesse più in alto, che facesse qualcosa, che finalmente smettesse di parlare e passasse ai fatti. Invece lui non si mosse. Continuò a guardarla negli occhi, calmo, mentre il pollice le sfiorava appena la pelle in un gesto quasi assente.
«Ti aspettavi altro», disse dopo un po’. Non era una domanda.
Lei sentì le guance bruciare. «Non lo so.»
«Sì che lo sai. Pensavi che ti avrei toccata. O che ti avrei chiesto di toccarmi.» Enzo parlava piano, senza alcuna fretta. «Invece no. Non ancora.»
La mano restò dove era. Il contatto era leggero, ma sufficiente a ricordarle che non poteva richiudere le gambe senza che lui se ne accorgesse.
«Perché stai facendo questo?», chiese Margherita. La voce le uscì meno ferma di quanto avrebbe voluto.
«Perché posso.» Fece una piccola pausa. «E perché tu stai permettendo che lo faccia.»
Lei abbassò lo sguardo. Lui alzò leggermente il mento con l’altra mano, costringendola a rialzare gli occhi.
«No. Guardami.»
Obbedì. Si odiò un poco per quanto fosse stato automatico.
Enzo la studiò per alcuni secondi in silenzio. Poi parlò di nuovo, sempre con quella voce bassa e precisa.
«Dimmi la verità. Da quando ti ho detto di non metterti niente sotto, quante volte hai pensato a toccarti?»
Margherita sentì lo stomaco chiudersi. Voleva mentire. Le parole le uscirono comunque.
«Parecchie.»
«E lo hai fatto?»
«No.»
«Perché?»
Lei restò in silenzio. Enzo non ritirò la mano. Aspettò.
«Perché me l’avevi proibito», rispose alla fine, quasi in un soffio.
Enzo annuì lentamente, come se quella risposta fosse esattamente quello che voleva sentire.
«Bene. Allora continua ad ascoltarmi. Stasera non ti toccherò. Non ti chiederò di spogliarti. Non faremo niente di quello che stai immaginando. Però resterai così, con le gambe aperte, e mi risponderai a tutto quello che ti chiedo. Chiaro?»
Margherita deglutì. La delusione e il sollievo si mescolarono in un nodo solo al centro del petto. Annuì una volta sola.
«A voce», disse lui.
«Chiaro.»
«Brava.»
La mano sul ginocchio si fece appena più pesante, non abbastanza da far male, solo abbastanza da far sentire il controllo.
«Allora dimmi…», proseguì Enzo con calma, «quando sei sola e inizi a pensare a me, cosa ti fa più confusione: il fatto che abbia l’età di tuo padre, o il fatto che tu stia obbedendo?»
Margherita restò in silenzio per alcuni secondi. La domanda le si era conficcata sotto la pelle.
«Non lo so», rispose alla fine.
Enzo non accettò la risposta. Il pollice le fece una pressione appena più ferma sul ginocchio.
«Non mentire e non mentirmi. Sì che lo sai. Scegli.»
Lei sentì la gola secca. Guardarlo negli occhi mentre rispondeva era più difficile di qualsiasi cosa le avesse chiesto fino a quel momento.
«Il fatto che ti stia obbedendo», disse a voce bassa. «Quello mi confonde di più.»
Enzo annuì una volta sola, lento. Non sorrise. Non mostrò soddisfazione. Sembrava solo registrare l’informazione.
«Perché ti confonde?»
«Perché non sono fatta così.» La voce le uscì più dura, quasi difensiva. «Non sono il tipo che dice di sì e basta. Non l’ho mai fatto.»
«E invece lo stai facendo.» La mano sul ginocchio non si mosse. «Da settimane. Un pezzo alla volta.»
Margherita abbassò lo sguardo. Lui glielo fece rialzare di nuovo, con due dita sotto il mento.
«Non guardare altrove quando ti parlo. Hai capito?»
«Sì.»
«A voce intera.»
«Sì.»
«Bene.» Enzo ritirò la mano dal mento, ma lasciò quella sul ginocchio. «Adesso dimmi un’altra cosa. Quando ti ho proibito di toccarti, e tu hai obbedito… mentre stavi a letto a combattere con la voglia, hai pensato di smettere tutto? Di mandarmi a fanculo e chiudere?»
Lei deglutì. «Sì.»
«E perché non l’hai fatto?»
Il silenzio che seguì fu più lungo. Margherita sentiva il calore salirle dal collo al viso. La minigonna le era salita ancora un poco con il movimento, e l’aria dell’abitacolo le arrivava diretta sulla pelle nuda. Si sentiva ridicola, esposta, e allo stesso tempo incapace di richiudere le gambe.
«Non lo so», ripetè, ma questa volta la voce le tremò appena.
Enzo la studiò. Poi parlò con la stessa calma di sempre.
«Lo sai. Semplicemente non vuoi dirlo. Va bene. Non forzerò quella risposta stasera. Ma ci arriveremo.»
Tolse finalmente la mano dal ginocchio. Margherita sentì quasi un bruciore dove c’era stato il contatto, come se la pelle avesse tenuto a mente il peso delle dita.
«Adesso richiudi le gambe», disse lui. «E sistemati la gonna.»
Lei obbedì in silenzio. Le mani le tremavano leggermente mentre tirava giù il tessuto.
Enzo mise in moto. «Ti riaccompagno. Stasera è abbastanza.»
Durante il tragitto non parlarono. Solo quando arrivarono davanti al cancello di casa lei posò la mano sulla portiera per scendere. Lui la fermò con una frase detta a voce bassa.
«Domani non ti toccherai. Neanche un secondo. E quando ti svegli, mi scrivi “buongiorno” e aspetti istruzioni. Chiaro?»
Margherita girò la testa verso di lui. Negli occhi di Enzo non c’era lussuria o qualche pensiero “viscido”. C’era solo quella stessa attenzione ferma e paziente.
«Chiaro», rispose.
Scese dalla macchina. L’aria fredda le investì le gambe scoperte. Enzo partì senza aspettare che lei entrasse.
Margherita restò qualche secondo sul marciapiede, con i tacchi che le facevano male e il cuore che le batteva troppo forte, prima di aprire il cancello e sparire dentro casa.
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