Chi sei tu? (parte-10)

scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 17 min

di
genere
dominazione
cura
A

Il giorno dopo Margherita si svegliò con la bocca ancora indolenzita e un peso strano sul petto.
Aveva scritto il resoconto della passeggiata quasi di getto, alle due di notte, quando non riusciva a dormire. Aveva descritto la paura, il panico ogni volta che qualcuno passava vicino, la saliva, il plug, la mano di Enzo sulla schiena, e anche quella parte oscura che non aveva chiesto di smettere. Aveva inviato tutto senza rileggerlo.
La mattina Enzo le aveva risposto solo:
«Bene. Oggi riposi. Niente plug. Niente ordini particolari. Pensaci.»
Quel “pensaci” le restò addosso per ore.
Nel pomeriggio, mentre era sola in casa, qualcosa si ruppe. Forse fu il silenzio troppo lungo. Forse fu il ricordo di se stessa che camminava ammanettata in mezzo alla gente. O forse fu semplicemente la paura di quanto stesse diventando facile obbedire. Prese il telefono e, prima di potersi fermare, scrisse:
«Non so se riesco a continuare così. Ieri sera è stato troppo. Ho bisogno di fermarmi un attimo. Di ragionare.»
Il messaggio partì. Il cuore le batteva forte, ma questa volta era un battito diverso: di ribellione, di tentativo di riprendere aria.
Enzo non rispose subito. Passarono ventotto minuti. Poi arrivò una chiamata.
Margherita guardò lo schermo vibrare e per un attimo pensò di non rispondere. Alla fine lo fece.
La voce di Enzo era calma. Quasi gentile.
«Hai bisogno di fermarti.»
Non era una domanda.
«Sì», rispose lei, cercando di suonare più ferma di quanto si sentisse. «Ieri è stato troppo. Le manette, il gag, la gente… non so se voglio questo.»
Silenzio breve.
«Eppure ieri non hai dato i tre colpi. Non ti sei fermata. Hai camminato fino alla fine. E nel resoconto hai scritto che una parte di te non voleva che la mia mano si staccasse. Ti ricordi?»
Margherita chiuse gli occhi. Le parole che aveva scritto nella notte le tornarono contro come un boomerang.
«Quella era… confusione.»
«No», disse Enzo piano. «Quella era onestà. Adesso stai solo avendo paura di quello che hai scoperto di te. È normale. Ma non è una ragione sufficiente per fermarsi.»
«Io posso fermarmi quando voglio.»
La frase le uscì più debole di quanto avesse previsto.
Enzo non alzò la voce. Non minacciò. Fece qualcosa di peggio: usò la verità.
«Certo che puoi. Puoi chiudere questa chiamata, bloccarmi, buttare via tutto quello che abbiamo comprato e tornare alla tua vita di prima. Nessuno ti tiene legata. Ma tu e io sappiamo già come andrebbe a finire. Tra due giorni controlleresti il telefono. Tra quattro penseresti a come ti sei sentita in ginocchio con il collare. Tra una settimana cercheresti di nuovo quel peso che ti ho messo addosso. Perché non stai scappando da me, Margherita. Stai scappando da te stessa.»
Lei aprì la bocca e la richiuse. Le lacrime le bruciavano agli angoli degli occhi, ma non voleva che lui le sentisse nella voce.
«Non è vero.»
«Allora dimmi di no. Adesso. Chiaro e netto. Dimmi che non vuoi più sentirmi, che non vuoi più obbedire, che non vuoi più che ti costruisca. Dillo e chiudo la chiamata. E non ti cercherò più.»
Il silenzio che seguì fu lunghissimo. Margherita sentiva il cuore martellarle nelle orecchie. Aveva la ribellione ancora in bocca, pronta. Poteva dirlo. Poteva chiudere.
Invece la voce le uscì rotta, piccola, quasi un soffio.
«…Non ci riesco.»
Dall’altra parte della linea Enzo non esultò. Non rise. Disse solo, con la stessa calma di sempre:
«Lo so. Torna in ginocchio. Adesso. Dove sei.»
Margherita guardò intorno a sé. Era in camera. La porta era chiusa. Le gambe le tremavano mentre scendeva dal bordo del letto e si metteva in ginocchio sul pavimento, il telefono ancora premuto all’orecchio.
«Ci sono», sussurrò.
«Schiena dritta. Occhi a terra. Mani sulle cosce. Resta così per dieci minuti. Poi mi mandi un messaggio e aspetti istruzioni. Da questo momento non si parla più di fermarsi. Non perché non puoi. Ma perché hai scelto di not farlo. Chiaro?»
Lei deglutì. Le lacrime le scendevano silenziose sulle guance, ma la schiena era dritta e lo sguardo basso.
«Chiaro, Signore.»
«Brava.»
La chiamata si interruppe.
Margherita restò in ginocchio sul pavimento della sua camera, sola, mentre i dieci minuti scorrevano lenti. E in quel silenzio capì che la ribellione non era stata spezzata con la forza. Era stata semplicemente… riassorbita. Come se Enzo avesse saputo da sempre che sarebbe andata così.
E adesso le spire erano appena un poco più strette.
Due ore dopo il telefono vibrò di nuovo.
Un messaggio.
«Alle ventuno sei fuori dal cancello. Stasera vieni da me. Niente intimo. Jeans, maglione scuro, giubbotto. Porta il collare e il frustino. Il resto lo prendo io qui. Non fare tardi.»
Margherita lesse e sentì lo stomaco chiudersi in un nodo freddo. Non c’era spazio per risposte. Solo l’ordine.
Alle ventuno meno cinque era fuori. Quando salì in macchina Enzo non parlò. Non la guardò nemmeno a lungo. Partì in direzione del suo quartiere. Solo quando furono fermi nel parcheggio del condominio disse, senza voltarsi:
«Sai perché sei qui.»
Non era una domanda. Margherita rispose comunque, a voce bassa.
«Sì, Signore.»
«Allora sali.»
Nell’appartamento l’aria era la stessa di sempre: pulita, ordinata, silenziosa. Enzo le fece togliere le scarpe, poi la guidò direttamente verso la camera e la scala a chiocciola. Questa volta non ci furono spiegazioni. Quando furono nella stanza di sopra, chiuse la botola con il solito click e si voltò verso di lei.
«Spogliati. Tutto. Poi inginocchiati e aspetta.»
Margherita eseguì. Le mani le tremavano mentre piegava i vestiti e li posava vicino alla scala. Si mise in ginocchio al centro della stanza, nuda, lo sguardo basso. Enzo aprì il cassetto, prese il collare e glielo sistemò intorno al collo con gesti precisi. Il click della fibbia risuonò netto.
Poi si mise seduto sulla sedia, il frustino appoggiato sulle ginocchia, e la guardò a lungo in silenzio. Quando parlò, la voce era piatta, quasi didattica.
«Oggi hai avuto l’unica occasione vera di uscire. Te l’ho messa davanti in modo chiaro. Potevi dire di no. Potevi chiudere. Non l’hai fatto. Hai scelto di restare. Da questo momento quella porta non esiste più. Non perché io la tenga chiusa con la forza. Ma perché tu l’hai già rifiutata. E io non do seconde possibilità su questo punto. Hai capito?»
Margherita deglutì. Il collare si fece sentire.
«Sì, Signore.»
«Ripeti.»
«Ho avuto l’occasione di uscire e non l’ho presa. Da adesso non esiste più. Non ci sono seconde possibilità.»
Enzo annuì una volta sola.
«Bene. Allora adesso ti punisco. Non per rabbia. Non per capriccio. Perché la mente ha bisogno di un segno chiaro quando impara una regola nuova. Ti darò venti colpi. Conterai ad alta voce ogni singolo colpo. Se sbagli il numero, ricominciamo da capo. Se ti muovi troppo, ricominciamo da capo. Se piangi, puoi piangere. Ma non ti fermi e non chiedi di fermarti. Le uniche parole che puoi usare sono i numeri e, se proprio non ce la fai più, “rosso”. Tutto il resto è proibito. Chiaro?»
«Sì, Signore.»
Enzo si alzò, le fece fare un mezzo giro e la spinse delicatamente in avanti, finché Margherita non fu a quattro zampe, schiena inarcata, sedere esposto. Le sistemò i capelli da un lato in modo che non le coprissero il viso, poi si posizionò al suo fianco.
Il primo colpo arrivò secco, preciso, sulla chiappa destra. Il bruciore fu netto.
«Uno», disse Margherita, la voce già un poco stretta.
Il secondo arrivò sulla sinistra.
«Due.»
Enzo non aveva fretta. Lasciava passare alcuni secondi tra un colpo e l'altro, abbastanza perché il bruciore si depositasse e lei potesse anticipare il successivo. A volte colpiva lo stesso punto due volte di seguito. Altre volte alternava. Il frustino fischiava breve nell’aria prima di ogni impatto.
Al decimo colpo Margherita aveva gli occhi pieni di lacrime e la voce roca. Al quindicesimo le braccia le tremavano e doveva fare uno sforzo consapevole per non crollare in avanti. Al diciottesimo una lacrima le cadde sul pavimento di resina.
«Diciannove.»
L’ultimo colpo fu il più forte. Lei strinse i denti e riuscì comunque a dire:
«Venti.»
Enzo posò il frustino sul tavolo. Restò in silenzio alcuni secondi, solo il suono del respiro affannoso di lei nella stanza. Poi le posò una mano calda e ferma sulla nuca, non in carezza, ma in possesso.
«Alzati. Inginocchiati di nuovo. Guardami.»
Margherita obbedì. Il sedere le pulsava con un dolore vivo, caldo, impossibile da ignorare. Le lacrime le solcavano ancora il viso, ma lo sguardo era basso solo finché lui non glielo fece alzare.
Enzo le studiò gli occhi rossi, le guance bagnate, il collare nero contro la gola.
«Da stasera la regola è semplice. Non esiste più “non so se riesco”. Non esiste più “ho bisogno di fermarmi”. Esiste solo “Sì, Signore”. E quando la mente ti dirà di nuovo di scappare, ti ricorderai di questi venti colpi e del fatto che sei stata tu a scegliere di restare. Hai capito?»
Margherita annuì, poi si corresse subito.
«Sì, Signore. Ho capito.»
Enzo le passò un pollice sulle labbra, asciugando una traccia di saliva e di lacrime.
«Bene. Adesso resta in ginocchio e aspetta. La punizione è finita. La lezione no.»
Enzo si allontanò di un passo e la osservò ancora per qualche secondo, nuda, in ginocchio, il sedere ancora acceso dai colpi.
«Alzati.»
Margherita si alzò. Le gambe le tremavano leggermente.
«Posizione base. Quella che ti ho insegnato la prima sera.»
Lei sistemò i piedi uniti, schiena dritta, spalle basse, petto in fuori, occhi a terra, mani lungo i fianchi con i palmi aperti. Enzo girò intorno al suo corpo, correggendo con il frustino due piccole imperfezioni: una spalla che tendeva a salire, una mano che si chiudeva quasi senza che lei se ne accorgesse. Ogni correzione era un colpetto secco, preciso, non forte come i venti precedenti, ma sufficiente a richiamare all’ordine.
«Adesso una posizione nuova», disse. «Gambe divaricate alla larghezza delle spalle. Schiena dritta. Mani dietro la nuca, dita intrecciate. Gomiti aperti. Occhi avanti, non a terra. Questa si chiama “esposizione”. Quando ti dico questa parola, assumi questa posizione e la mantieni finché non ti dico altrimenti. Prova.»
Margherita eseguì. Sentì subito quanto fosse più vulnerabile: il seno più esposto, il sesso scoperto dall’apertura delle cosce, le braccia sollevate che le impedivano qualsiasi copertura istintiva. Enzo sistemò i suoi gomiti con due dita, poi le fece allargare ancora di un poco le gambe.
«Così. Resta.»
La lasciò in quella posizione per diversi minuti, camminando lentamente intorno a lei, a volte sfiorandola con il frustino lungo la schiena, i fianchi, l’interno delle cosce, senza colpire. Solo ricordandole che poteva farlo quando voleva.
Poi si fermò davanti a lei.
«Ultima prova di stasera. Resistenza. Ti metterai sulle punte dei piedi. Talloni sollevati da terra. Braccia lungo i fianchi. Schiena dritta. Io ti toccherò. Ti masturberò. Tu resterai sulle punte per cinque minuti interi. Se appoggi anche solo un tallone, anche per un secondo, ricominciamo i cinque minuti da capo e ti aggiungo dieci colpi. Se vieni senza permesso, altri dieci colpi. Il tempo inizia quando ti dico “ora”. Chiaro?»
Margherita sentì un brivido salirle lungo la schiena. La voce le uscì bassa ma chiara.
«Chiaro, Signore.»
«Sulle punte.»
Si sollevò. I polpacci entrarono subito in tensione. Enzo guardò l’orologio, poi le fece un cenno.
«Ora.»
La sua mano scese tra le cosce di lei con la stessa precisione di sempre. Non fu gentile né crudele: fu metodica. Dita esperte che sapevano già dove premere, quanta pressione usare, come alternare i ritmi. Margherita strinse i denti. Il piacere arrivò in fretta, mescolato al bruciore ancora vivo del sedere e alla fatica crescente delle punte dei piedi.
Al primo minuto i polpacci già bruciavano. Al secondo iniziò a tremare. Al terzo il piacere stava diventando troppo netto, troppo difficile da tenere a bada, e i talloni urgevano di abbassarsi. Chiuse gli occhi.
«Occhi aperti», disse Enzo con calma. «Guardami.»
Obbedì. Lo guardò mentre le sue dita continuavano a lavorare, mentre i minuti scorrevano lentissimi e il tremore delle gambe diventava sempre più violento. Al quarto minuto una lacrima le scese lungo la guancia. Non sapeva più se fosse per lo sforzo, per il piacere trattenuto o per entrambe le cose.
Negli ultimi trenta secondi pensò di non farcela. I talloni scesero di un millimetro. Enzo se ne accorse immediatamente e fermò la mano.
«Talloni.»
Lei li sollevò di nuovo, con uno sforzo che le strappò un gemito soffocato. Enzo riprese a toccarla, più deciso di prima.
«Cinque.»
Solo allora ritirò la mano. Margherita restò sulle punte ancora un secondo in più, come se non riuscisse a credere che fosse finita, poi abbassà i talloni e quasi barcollò. Enzo la prese per un braccio, stabilizzandola.
«Hai retto. A malapena. Ma hai retto.»
La guidò di nuovo in ginocchio. Le sistemò i capelli bagnati di sudore e di lacrime dietro le orecchie, poi le sollevò il viso.
«Questa è la differenza da stasera in poi. Prima potevi ancora pensare di avere una via d’uscita. Adesso sai che non ce l’hai più. E il tuo corpo sta già imparando a stare dove io lo metto, anche quando trema, anche quando vuole cedere. Hai capito?»
Margherita respirava ancora a fatica. Gli occhi erano lucidi, ma lo sguardo non scappava più.
«Sì, Signore. Ho capito.»
Enzo le passò un pollice sulle labbra, lento.
«Bene. Allora la lezione di stasera è finita. Adesso ti vesto, ti riporto a casa, e da domani ricominciamo con regole nuove. Più strette. Perché adesso posso.»
Il rientro a casa quella notte fu silenzioso.
Enzo la lasciò davanti al cancello senza baci, senza carezze, solo con un ultimo ordine basso:
«Domani mattina mi scrivi appena sveglia. Niente intimo fino a nuovo ordine. I segni li tieni coperti. E se qualcuno ti chiede perché cammini in un certo modo, inventi una scusa. Non existe altra versione.»
Margherita salì in camera come una sonnambula. Si spogliò, si sdraiò a pancia in giù e restò ferma al buio. Il sedere le pulsava con un calore sordo e continuo. Ogni volta che faceva anche solo un piccolo movimento, i venti colpi tornavano presenti. Ma più dei colpi, le restava addosso la frase che aveva ripetuto in ginocchio:
Ho avuto l’occasione di uscire e non l’ho presa. Da adesso non esiste più.
Si addormentò così, con il collare ancora stampato nella memoria della pelle e la certezza nuova, pesante, di non avere più una via di fuga da raccontarsi.
I giorni successivi
Enzo non le lasciò tempo per riprendere fiato.
Già dalla mattina dopo le regole si fecero più strette e più invasive.
• Niente intimo per giorni interi, non più solo in certi momenti.
• Resoconti obbligatori tre volte al giorno: mattina, pausa pranzo, sera. Non più solo “sono arrivata”, ma cosa stava facendo, con chi aveva parlato, se aveva avuto pensieri “fuori posto”.
• Permesso obbligatorio per qualsiasi uscita che non fosse lavoro o università, anche solo un caffè con Angela.
• Orario di rientro a casa fissato e non negoziabile.
• Ogni sera, prima di dormire, doveva mettersi in ginocchio in camera (porta chiusa) per cinque minuti in posizione base e mandargli conferma.
I segni dei venti colpi rimasero visibili per quasi quattro giorni. Margherita li copriva con jeans scuri e movimenti attenti. Rosa notò di nuovo la camminata strana ma, dopo la prima battuta, non insistette. Forse aveva intuito che non era il momento di prendere in giro.
Le lezioni in appartamento, invece, iniziarono a diventare regolari.
Non ogni giorno, ma con una frequenza nuova: due, a volte tre volte a settimana. Enzo non aspettava più una mancanza. La faceva semplicemente venire. A volte per un’ora. A volte per meno. La stanza di sopra diventava il luogo dove le regole quotidiane venivano ribadite sul corpo.
In una di queste sere le insegnò a restare in posizione “esposizione” per tempi sempre più lunghi mentre lui leggeva o lavorava al computer, quasi non badando a lei. In un’altra le fece indossare il collare e le manette dietro la schiena per tutto il tempo dell’incontro, senza toccarla, solo abituandola al peso e all’immobilità. In un’altra ancora usò di nuovo il frustino, ma non in modo punitivo: pochi colpi precisi, dettati solo dal bisogno di correggere una postura o un’esitazione.
Margherita iniziava a riconoscere i segnali prima ancora di arrivare. Il giubbotto che lui le diceva di mettere. Il modo in cui le diceva “stasera vieni”. La leggera nausea di anticipazione che le veniva già nel tardo pomeriggio.
E ogni volta che scendeva dalla scala a chiocciola e sentiva il click della botola alle sue spalle, una parte di lei — sempre più grande — sapeva già di essere esattamente dove doveva stare.
Anche se ogni tanto, la notte, quando i segni pulsavano e la casa era silenziosa, una voce piccola e stanca le sussurrava ancora che stava scomparendo.
Solo che adesso quella voce non trovava più nessuno disposto ad ascoltarla.
Lezione intermedia – Giovedì sera
Enzo la fece salire in appartamento alle ventuno e quindici. Nessuna spiegazione. Nella stanza di sopra le ordinò di spogliarsi e di mettersi in posizione “esposizione”: gambe divaricate, mani dietro la nuca, gomiti aperti, occhi avanti.
Poi prese la sedia, la sistemò di fronte a lei, aprì il computer portatile e iniziò a lavorare.
Non la toccò. Non le parlò. Ogni tanto alzava lo sguardo, verificava che la posizione fosse ancora corretta, e tornava allo schermo. Se le spalle di Margherita salivano anche solo di un centimetro, o se i gomiti tendevano a chiudersi, diceva soltanto:
«Correggi.»
Lei correggeva. Il tempo scorreva lento. Dopo venti minuti le braccia le dolevano. Dopo trenta i piedi iniziavano a bruciare. Dopo quaranta aveva le cosce che tremavano leggermente per lo sforzo di restare ferma e aperta.
Enzo non commentava. Continuava a digitare. Solo quando fu trascorsa un’ora esatta chiuse il computer, si alzò e le girò intorno.
«Abbassa le braccia. Piano.»
Margherita obbedì. Le braccia le caddero pesanti lungo i fianchi, formicolio forte fino alle dita.
«Questa è la lezione di stasera», disse lui con calma. «Imparare a stare dove ti metto anche quando non succede niente. Anche quando ti ignoro. Anche quando il corpo chiede di chiudersi. Hai capito?»
«Sì, Signore.»
La riaccompagnò a casa poco dopo. Sul sedile della macchina Margherita sentiva ancora il formicolio alle braccia e la sensazione di essere stata osservata e allo stesso tempo ignorata per un’ora intera. Era una forma di possesso più sottile dei colpi. E forse, per questo, più difficile da scuotere.
Lezione intermedia – Sabato pomeriggio
Questa volta Enzo la fece venire nel primo pomeriggio. Quando furono nella stanza le sistemò il collare, poi le chiuse i polsi con le manette dietro la schiena e le fece inginocchiare vicino al muro, di profilo.
«Resta così. Non parlare. Non guardarmi. Se ti muovi, aggiungo tempo.»
Si sedette sulla sedia e prese un libro. Iniziò a leggere in silenzio.
Margherita restò in ginocchio, le manette che le tenevano i polsi fermi, il collare caldo contro la gola, lo sguardo basso sul pavimento di resina. I minuti passavano senza riferimenti. Non sapeva se fossero passati dieci minuti o trenta. Le ginocchia iniziarono a dolere. Le spalle, tirate indietro dalle manette, mandavano piccoli segnali di protesta.
A un certo punto sentì Enzo alzarsi. I suoi passi si avvicinarono. Lei non alzò lo sguardo. Lui le passò una mano nei capelli, non in carezza, ma come si fa per verificare che qualcosa sia ancora al suo posto. Poi tornò a sedersi e riprese a leggere.
Quando finalmente la liberò, le manette le lasciarono due segni rosati intorno ai polsi. Enzo li guardò con attenzione, poi le fece alzare lo sguardo.
«Stasera non ti ho toccata per punirti. Ti ho solo tenuta. Perché adesso posso tenerti quanto voglio, anche senza fare altro. E tu resti. Chiaro?»
Margherita annuì, la voce un poco roca per il lungo silenzio.
«Chiaro, Signore.»
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