Chi sei tu? (parte-3)

scritto il 2026-10-07 tempo di lettura 10 min

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Il locale era un caffè sobrio in una laterale del centro, quasi vuoto a quell’ora. Enzo era già seduto a un tavolo vicino alla vetrata quando Margherita entrò. Si alzò appena la vide, con quel gesto cortese e misurato che la caratterizzava.
«Ciao», disse lui.
«Ciao.»
Si sedettero. Ordinarono due caffè. Per i primi minuti la conversazione scorse come sempre: lavoro, università, il freddo che si stava facendo più insistente. Enzo ascoltava, annuiva, ogni tanto faceva una domanda precisa. Margherita rispondeva con la sua solita franchezza, ma dentro di sé sentiva una leggera tensione che non c’era mai stata nelle volte precedenti.
A un certo punto, mentre girava il cucchiaino nella tazza, Enzo la guardò con più attenzione.
«Hai scelto quel maglione apposta?»
Lei alzò lo sguardo, un po’ sorpresa. «No. Perché?»
«Ti sta bene. Ma il colore è un po’ spento su di te.» Lo disse con calma, senza sorridere, come se stesse constatando un fatto. «La prossima volta metti qualcosa di più scuro. Nero, o grigio scuro. Ti dona di più.»
Margherita restò ferma un secondo. Non era un complimento. Non era nemmeno una critica aperta. Era una richiesta mascherata da osservazione.
«Non sapevo di dover chiedere il permesso su cosa mettermi», rispose, con un filo di ironia per coprire il leggero disagio.
Enzo non reagì alla punta. Bevve un sorso di caffè, poi posò la tazza con precisione.
«Non è una questione di permesso. È una questione di come ti vedo.» Fece una piccola pausa. «E a me piace vederti in un certo modo.»
Il tono era sempre lo stesso: calmo, quasi distaccato. Niente di aggressivo. Eppure qualcosa era cambiato.
Margherita abbassò lo sguardo sulla propria tazza. Sentì il calore salirle leggermente al viso, ma non seppe dire se fosse fastidio o qualcos’altro. Non rispose subito. Quando rialzò gli occhi, lui la stava ancora guardando, paziente.
«Vedremo», disse solo.
Enzo annuì, come se quella risposta gli bastasse per il momento.
Parlarono ancora per una mezz’ora di cose più leggere. Quando si alzarono per andare, lui l’accompagnò fino alla porta del locale. Fuori l’aria era fredda.
«Messaggio quando arrivi a casa», disse prima che lei si allontanasse. Non era una richiesta. Era quasi un’istruzione detta a voce bassa.
Margherita lo guardò un attimo, poi annuì una volta sola.
«Va bene.»
Camminò verso la macchina senza voltarsi. Solo quando fu seduta al posto di guida si rese conto di aver accettato entrambe le cose — il commento sui vestiti e il messaggio — senza davvero opporre resistenza.
Accese il motore e partì. Il telefono, sul sedile accanto, restò muto per tutto il tragitto.
Passarono cinque giorni.
Margherita aveva mandato il messaggio come richiesto la sera dell’incontro. Enzo aveva risposto solo con un «Bene» e poi silenzio. Nei giorni successivi si erano scambiati qualche messaggio breve, niente di particolare. Lei aveva quasi ricominciato a pensare che forse stava esagerando, che quelle frasi sul maglione e sul messaggio fossero state solo una stranezza passeggera.
Il giovedì sera, mentre era in camera a ripassare, arrivò un messaggio.
«Domani sera sei libera?»
Rispose dopo qualche minuto:
«Avevo pensato di uscire con le amiche. Perché?»
La risposta di Enzo arrivò quasi subito.
«Vorrei vederti io. Non uscire con loro.»
Margherita restò a guardare lo schermo. Non c’era un punto interrogativo. Non c’era un “se ti va” o un “solo se ti va”. Era una frase netta, detta con la stessa calma di sempre.
Digitò, cancellò, ridigitò.
«Avevo già detto di sì alle ragazze.»
«Allora digli di no. Preferisco vederti io.»
Questa volta ci mise di più a rispondere. Sentiva un misto strano di irritazione e di qualcosa che non sapeva nominare. Alla fine scrisse:
«Va bene. A che ora?»
«Ti faccio sapere domani.»
Posò il telefono sul comodino e restò seduta sul bordo del letto, guardando il muro. Non aveva senso. Poteva semplicemente rispondere di no. Poteva dire che aveva già un impegno e punto. Invece aveva accettato.
Si passò una mano sul viso.
«Che cazzo sto facendo», mormorò.
Ma non riscrisse per cambiare idea.
Il giorno dopo, verso le sei del pomeriggio, Enzo le mandò l’orario e il posto. Un altro caffè, stavolta in una zona un po’ più defilata. Margherita si preparò in silenzio. Rosa non era in casa, e per una volta fu contenta di non dover dare spiegazioni.
Quando arrivò, Enzo era già lì. Si alzò, la salutò con un cenno del capo e la guardò con attenzione per qualche secondo.
« Hai scelto colori scuri», disse. Non era una domanda.
Margherita abbassò lo sguardo sul maglione nero che aveva scelto quella mattina senza pensarci troppo. Annuì una volta sola.
«Sì.»
Enzo fece un piccolo cenno di approvazione, quasi impercettibile, e le indicò la sedia.
«Bene.»
Il caffè era quasi deserto. Fuori stava iniziando a piovere in modo leggero e fitto, tipico di novembre.
Si sedettero. Enzo non parlò subito del fatto che lei avesse cancellato l’uscita con le amiche. Non la ringraziò, non fece commenti. Sembrava dare per scontato che avesse obbedito.
Ordinarono. Per i primi dieci minuti parlarono di cose normali: il lavoro, un esame che Margherita aveva in programma la settimana successiva, il fatto che la pioggia stesse rovinando i piani di mezza città. Poi, mentre lei stava bevendo, lui disse con tono piano:
«Quando ti chiedo qualcosa, preferisco che non ci siano trattative.»
Margherita posò la tazza. Lo guardò.
«Non è stata una trattativa. Ti ho detto che avevo già un impegno.»
«E poi hai accettato.» Enzo non alzò la voce. Restò calmo, quasi gentile. «È questo che conta. La prossima volta sarà più semplice se parti già dal sì.»
Lei sentì una leggera stretta allo stomaco. Non era paura. Era più una forma di disorientamento. Quella frase era detta con troppa naturalezza, come se stesse parlando del tempo.
«Non sono abituata a dover dire di sì a prescindere», rispose, cercando di mantenere il tono leggero.
Enzo la studiò per un secondo.
«Lo so. È una delle cose che mi piacciono di te.» Fece una piccola pausa. «Ma le cose possono cambiare.»
Non aggiunse altro. Tornò a parlare di argomenti più neutri, come se non fosse successo niente. Margherita rispondeva, ma parte della sua attenzione restava agganciata a quella frase. Le cose possono cambiare.
Quando fu il momento di andare, uscirono sotto la pioggia leggera. Enzo aprì l’ombrello e lo tenne in modo da coprire entrambi. Camminarono fino alla macchina di lei in silenzio. Arrivati, lui si fermò.
«Stasera, quando sei a casa, voglio un messaggio. Non solo “sono arrivata”. Dimmi cosa fai. Se studi, se guardi qualcosa, se vai a letto. Breve, ma preciso.»
Margherita alzò gli occhi su di lui. La pioggia batteva piano sull’ombrello.
«Perché?»
«Perché voglio saperlo.»
Non c’era spazio per altre domande nel modo in cui lo aveva detto. Lei aprì la bocca, poi la richiuse. Annuì una volta.
«Va bene.»
Salì in macchina. Enzo chiuse l’ombrello, fece un piccolo cenno di saluto e si allontanò sotto la pioggia senza voltarsi.
Margherita restò ferma qualche secondo con le mani sul volante prima di partire. Aveva accettato di nuovo. E stavolta la richiesta era un po’ più invasiva della precedente.
Il lunedì successivo Margherita uscì dall’università verso le sette. Stava mettendo via i libri nella cartella quando sentì qualcuno chiamarla.
«Ehi, Marghe!»
Era Angela. Compagna di corso, una delle ragazze con cui usciva più spesso. Capelli ricci tirati su in fretta, borsa a tracolla, aria di chi ha passato il pomeriggio a prendere appunti senza troppa convinzione.
Si avvicinò con un sorriso storto.
«Allora, mi spieghi perché venerdì hai dato buca all’ultimo?»
Margherita chiuse la cartella con calma. «Mi è capitato un imprevisto.»
«Un imprevisto.» Angela la guardò in modo compiaciuto. «Tipo un imprevisto alto, magari con la barba fatta bene e che ti ha scritto su Instagram dopo la serata di tre sabati fa?»
Margherita alzò gli occhi al cielo, ma non riuscì a trattenere un mezzo sorriso. Il ragazzo della discoteca. Se lo ricordava: carino, insistente quel tanto che bastava, si erano scambiati l’Instagram e lui le aveva scritto due o tre volte. Lei aveva risposto in modo tiepido e poi aveva lasciato perdere.
«No. Non c’entra niente con lui.»
«Ah no? Perché io ero convinta che avessi finalmente deciso di dargli corda. Era carino, dai.»
«Non faceva per me.»
Angela scrollò le spalle, non del tutto convinta. «Come vuoi. Però la prossima volta avvisa prima, che abbiamo aspettato mezz’ora come due sceme.»
«Scusa. La prossima volta avviso.»
Si separarono davanti all’ingresso. Angela la salutò con un gesto della mano e si allontanò verso la fermata del tram. Margherita restò ferma un momento sotto la luce del lampione.
Il ragazzo della discoteca. Se avesse voluto, avrebbe potuto rispondere a quei messaggi. Avrebbe potuto uscire, divertirsi, tenere le cose leggere come aveva sempre fatto. Invece venerdì sera era stata seduta in un caffè con un uomo di cinquantasei anni che le diceva come vestirsi e le chiedeva di mandare resoconti della serata.
Infilò le mani nelle tasche del cappotto e iniziò a camminare verso la macchina. Il telefono le pesava in tasca. Enzo non le aveva ancora scritto quel giorno. E lei, senza ammetterlo del tutto, lo stava notando.
Il giovedì sera Enzo le mandò un messaggio verso le nove.
«Domani pomeriggio sei libera dopo le cinque?»
Margherita stava studiando a letto. Rispose dopo qualche minuto:
«Sì. Perché?»
«Passo a prenderti alle cinque e mezza. Mandami l’indirizzo.»
Lei restò a guardare le parole. Era la prima volta che lui proponeva di passarala a prendere. Fino a quel momento si erano sempre visti in posti neutri, scelti da lui ma raggiunti separatamente.
Digitò:
«Posso arrivare io con la macchina.»
La risposta arrivò quasi subito.
«Preferisco venire io. Mandami l’indirizzo.»
Margherita sentì di nuovo quella stretta familiare allo stomaco. Irritazione e qualcos’altro. Alla fine scrisse il nome della via e il numero. Non il citofono, solo l’indirizzo. Come se tenersi quel piccolo dettaglio le desse ancora un minimo di controllo.
Il giorno dopo, alle cinque e venticinque, era già fuori dal cancello di casa. Aveva detto ai genitori che usciva con un’amica. Rosa non c’era. Quando la macchina di Enzo — una berlina scura, ordinata, anonima — si fermò lungo il marciapiede, Margherita aprì la portiera e salì senza dire niente.
Enzo la guardò di lato mentre si allacciava la cintura.
«Hai seguito quello che ti ho detto sui colori.»
Non era una domanda. Lei indossava un cappotto nero e un maglione scuro sotto.
«Sì.»
Lui annuì e ripartì. Guidò in silenzio per alcuni minuti, poi disse:
«Stasera non voglio che tu usi il telefono mentre sei con me. Chiaro?»
Margherita girò la testa verso di lui. «E se mi cercano da casa?»
«Allora risponderai. Ma solo in quel caso. Per il resto, il telefono sta in borsa.»
Il tono era lo stesso di sempre: calmo, quasi gentile, ma senza spazio per discussioni. Margherita aprì la bocca, poi la richiuse. Alla fine annuì una volta sola e infilò il telefono nella borsetta.
Enzo non commentò. Continuò a guidare.
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