Il ligneo fallo di mastro Bardo

scritto il 2026-10-24 tempo di lettura 18 min

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comici
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INTRO
Un mio quadrisavolo era famoso nel paesino come poeta e malandrino, amante delle parole e delle donne. Il suo lavoro era costruire ed aggiustare carri ma amava intrattenere la gente con le sue poesie ed i suoi racconti,che, dopo un po' di vino si facevano piccanti ma sempre proposti in modo da strappare un sorriso. Una visione leggera del sesso e del piacere di raccontarlo. Il racconto che segue vuole essere un omaggio a questa figura, ma anche alla leggerezza che a volte è necessaria, di godere col sorriso.

IL LIGNEO FALLO DI MASTRO BARDO


Il suo vero nome era Bartolomeo Domizio Spasassi, ma tutti lo conoscevano semplicemente come Bardo il legnaiuolo. Mastro d’ascia e scalpello.
Mastro Bardo era un uomo pigro. Pigro e vizioso. Non che il lavoro lo spaventasse, anzi, la cosa che preferiva sopra tutte era stare nella sua piccola bottega di falegname e dar vita ai suoi progetti. Lentamente però, coi suoi tempi e a modo suo, lasciandosi cioè traportare dall’umore e dalle varie ispirazioni del momento. Capitava che iniziasse a scolpire un pregiato tronco di ciliegio rosso che poi restava abbandonato sotto il suo bancone o in mezzo ad un mucchio di tronchi buoni solo da ardere per poi essere ripreso e completato mesi dopo. Il lavoro non gli mancava perché le sue mani erano esperte e fantasiose e riusciva ad accontentare le particolari richieste dei signorotti locali, riuscendo sempre a dilatare tempi e compensi in modo da poter restare coerente con la sua natura. Campare però spesso necessitava trovare alternative più rapide ai suoi tempi artisticamente leziosi pertanto inseriva, nelle sue attività produttive, delle proposte a basso costo ed alta richiesta utili ad ottenere soprattutto baratti con beni alimentari e di sussistenza, realizzando utensili da lavoro per i campi; manici di zappe o picconi, soprattutto, ma anche falli in legno massello.
Mastro Bardo era un uomo vizioso. Vizioso e pigro.
Si narra che ebbe una compagna talmente instancabile nelle faccende amorose che il buon Bardo, che non si sottraeva mai a tenzoni di sifatta natura, fu costretto a trovare una soluzione per poter trovare nuovamente il tempo per le sue faccende di ogni dì. Bardo era uomo di profondo ingegno e, scelto con cura un bel ciocco di faggio nero, iniziò a forgiarlo nelle fattezze del suo virile membro. Forgiarlo era il termine corretto poiché quel legno proveniva dalle faggete reali, era stato stagionato per oltre dieci anni e aveva una consistenza quasi marmorea. Il paziente artigiano impiegò tre settimane a far copia del suo stantuffo, rallentato dal fatto che la vogliosa donna che gli andava appresso, nel sorprenderlo in bottega con le braghe calate non perdeva occasione per interrompere l’opera e usufruire del modello in posa. Lui non si scomponeva troppo, soddisfaceva prima le voglie di lei con grande professionalità e poi tornava all’opera.
Beh, si, appena il guerriero di carne si riprendeva dalle fatiche e poteva mostrarsi nuovamente nel suo turgore.
Il legno compatto, dalla grana fitta e tenace, consentì a Bardo di realizzare un’opera molto fedele e ricca di dettagli, lo rese liscio e lucente applicando dell’olio di lino e ne fece dono alla donna con l’impegno che, qualora non fosse stato disponibile l’originale ella avesse potuto sollazzarsi col suo degno sostituto.
Si narra, altresì, che l’opera del mastro Bardo ebbe cosi tanto successo che la donna lo preferì all’originale membro, trovandone soddisfazione diverse volte al giorno e apprezzandone la perenne disponibilità e finendo per dimenticare il buon falegname. La donna giunse poi ad abusare in sifatta maniera del gingillo nodoso tanto da uscir di senno e dimenticare qualsiasi altra attività, compreso il mangiare ed il bere. Morì cosi consunta dall’inedia ma soddisfatta fra le gambe.
Alla morte della donna il ligneo fallo fu restituito al mastro Bardo che, affranto per quanto accaduto pensò in primo luogo di gettarlo nel fuoco e porne fine, ma… poteva forse gettare in pasto alle fiamme il suo membro? In un impeto di mascolino orgoglio e di intraprendente abilità commerciale decise di appenderlo ben in vista, inserendo fra le sue offerte produttive la realizzazione di falli in legno.
Alcuni lo presero per pazzo, convinti che fosse uscito di senno in seguito agli accadimenti della donna che si era consumata attorno a quel feticcio, ma in realtà la voce si sparse nelle contee vicine, mischiandosi nell’aria col fumo della fantasia e con i refoli di esagerazione e fu cosi che, in giro per il regno, si vociferava dei magici falli di legno di mastro Bardo, capaci di regalare più piacere di dieci uomini in carne ed ossa, sempre disponibili alle necessità femminili e instancabili come tori da monta.
E cosi mastro Bardo framezzava la realizzazione di una trave decorata per la sala del iudex Manfredo alla produzione di manici di piccone e di solidi falli in faggio.
Le donne non gli erano mai mancate, non sentiva necessità di prendere moglie, qualche sottana che rassettava la casa si trovava sempre, e quelle per sollazzarsi ancor di più. La faccenda del fallo di legno non aggiunse più fama di quella che già aveva come amante focoso e di gran piglio, d’altronde lui era valido discendente di Gottardo Spasassi, meglio noto come “spaccasassi” che non era pietraiuolo ma la “mazza” la portava sempre con se.
***
Capitò un giorno che un’ avvenente donzella, evidentemente di qualche contea distante perché nessuno l’ebbe mai vista prima, si recò presso la bottega di mastro Bardo. Ella si presentava con vesti da serva ma dava l’impressione di una donna da castello. La tunica di color bruno presentava una larga apertura a forma di “U” sul collo che lasciava in vista una soddisfacente porzione di due seni di buona misura, rotondi e sodi come due meloni d’estate e altri due parevano spuntare nel basso delle vesti, dietro, con le fattezze di due natiche di artistica rotondità. Il viso era etereo, dalla carnagione rosea e delicata, adornato da dei folti capelli castani che teneva a bada in due trecce ordinate e chiuse da due nastri vermigli.
Sifatta visione lasciò mastro Bardo un po’ stupito tanto da domandare alla giovane se per caso non avesse fallato la sua ricerca in quei luoghi. Lei rispose con voce decisa e melodiosa che andava cercando il mastro Bardo e che aveva ordine dalla sua signora di prenotare la realizzazione di un manufatto dalle sue abili mani. Presentatosi come il titolare della bottega il Bardo domandò che necessità avesse la signora. La giovane rispose arrossendo in volto che la sua signora aveva il desiderio di un fallo ligneo, ed in particolare di quello che il maestro realizzò illo tempore e che teneva esposto in bottega. Bardo, che non voleva separarsi del suo secondo membro ma altresì non voleva apparire screanzato, comunicò che quel gingillo non era più utilizzabile poiché usato con troppa frequenza in precedenza ma che poteva realizzarne uno sulle richieste anche specifiche della sua signora.
La ragazza allora si avvicino verso mastro Bardo, il suo incedere era felino nelle movenze, in un istante gli fu a pochi centimetri dal viso come fosse comparsa li dal nulla. I suoi occhi si fecero languidi e la voce che uscì da quelle labbra vellutate sembrava essere ancor più melodiosa: “La mia signora necessita di quel fallo, ed io son qui per verificare che sia l’effettiva copia del vostro membro messer Bardo. Vogliate ordunque darmi prova di questa richiesta”- e mentre pronunciava quelle parole la tunica si aprì mostrando un corpo completamente nudo, sovrastato da due seni monumentali che aprivano la strada verso il ventre appena accennato che proseguiva sul dolcissimo acclivio del monte di venere dove attendeva un rigoglioso boschetto castano, quasi fulvo, che faceva da anticamera ad una vulva che già tradiva umidi desideri. Lei appoggiò le mani sul bancone e si offrì in posizione d’angolo retto, lui non si fece pregare oltre e, calate le braghe e liberato il famoso membro non si perse in tediosi azioni preliminari penetrando con gesto rapido e deciso la donzella.
Mastro Bardo non era certo uomo sprovveduto e tutta quella situazione appariva pregna d’un olezzo di menzogna, ma si sa, essendo pigro e vizioso non fece nulla per impedire il proseguire degli eventi.
Se non prendere il suo membro ligneo da dove stava appeso.
La risposta a quella mossa da parte della giovane fu singolare e tradì la natura mendace dei suoi intenti: Si ritrasse, o meglio cerco di farlo, e urlò a Bardo: “Dammi il fallo!”
“Ben mi pare che io te lo stia già dando a sufficienza”- rispose lui con prontezza- “ O vorresti anche questo vecchio manico di piccone a trivellar il tuo budello?”
La ragazza chinò il capo, irrigidì le spalle e la sua pelle prese ad assumere toni cupi, quella pelle liscia poi mostrava d’improvviso rughe e ripiegamenti- “Chi sei tu, donna? Non certo chi dicevi di essere!”
In risposta a quelle parole ella voltò il capo e mostrò un volto da vecchia, con la pelle tirata e macchiata dal tempo, rughe profonde attorno agli occhi, il naso che s’era fatto adunco e i capelli corvini e arruffati. Non v’era più dubbio che si trattasse d’una megera. Il motivo di tanta lascivia mascherata da donna piacente era presto spiegato, l’oggetto del suo desiderio non poteva essere preso, doveva essere a lei donato dal proprietario.
In tutto lo svilupparsi del sorprendente cambiamento una cosa restò immutata però: il reale membro del prode Bardo che non si fece cogliere dalla sorpresa e non perse un solo millimetro di turgore immerso nell’ormai ottuagenario corpo che stava possedendo.
La strega fissò le sue terga poi fissò Bardo, per poi far rimbalzare i suoi occhi fra quei due punti. “Ancora continui a riempire i miei orifizi mastro Bardo, non ti disgusta ciò che vedi?”
Ma non sia mai detto che Bartolomeo Domizio Spasassi si sia tirato fuori da una tenzone amorosa, fosse anche con vecchia di poco gradevole aspetto. In tutta risposta nemmeno aprì bocca, fece un cenno con le spalle e, senza fermare quel movimento col bacino che stantuffava la megera, sputò sul fallo ligneo e glielo presentò all’ingresso dell’anale pertugio. E la possedette così, coi suoi due falli, riempiendola fino a farla scoppiare di piacere, sentendola fremere e vibrare sotto il suo virile armeggiare nei suoi interni da sembrare una vecchia gatta che fa le fusa. La conclusione non ebbe grandi picchi di fantasia, Bardo le schizzò dentro due fiotti corposi del suo caldo seme e si rallegrò quando estrasse quei due gemelli diversi e due voragini soddisfatte e slabbrate si presentavano a riprova dell’ennesimo buon lavoro concluso.
La strega gli confessò che avrebbe voluto riprendere le sembianze della leggiadra ragazza ma che non riusciva a trovare concentrazione mentre lui la sbatteva come dei panni sporchi sul lavatoio. Ne ottenne solo altre spallucce e un sorrisetto mentre Bardo si tirava su le braghe riponendo dentro il grezzo tessuto di orbace il gocciolante guerriero.
Poi si rivolse alla strega che, da parte sua, sembrava stesse imparando nuovamente l’arte del camminare tanto si trovava indolenzita in tutta l’area del bacino.
“Mi dispiace vecchia, o quello che sei, ma non posso darti questo fallo, credo che quella donna ne risucchiò l’anima legnosa a forza di usarlo, tanto da lasciarci sopra, oltre tutti i suoi succhi femminili, anche una discreta maledizione. Ma se hai necessità, per una modica cifra posso fartene uno a misura e forma che preferisci”
Cordelia, questo si scoprì essere il nome della strega, cercando di ricomporsi fissò Bardo negli occhi con languido sguardo e gli disse: “Mio caro Bardo sarò ben felice di divenire tua cliente ma per ringraziarti del trattamento ringiovanente alla quale mi hai sottoposta, voglio farti un dono!”
“Che dono?” – chiese lui- mentre poggiava il ligneo attrezzo sul bancone.
“Voglio trasformare la maledizione che grava sul tuo secondo fallo in una grazia. Anziché portare morte per eccesso di desiderio porterà solo godimento e piacere, come è giusto che sia. E per renderti grazie quel godimento sarà condiviso dal tuo vero membro, cosicché tu possa godere di mille amplessi senza sforzo e senza fatica”
Mastro Bardo trovò la proposta interessante: “E sia, fa pure la tua magia, di che necessiti?”
“Non ti crucciare, ho già ciò che serve e tu mi hai già dato quanto mancava!” – e cosi dicendo prese una sorta di sacchetto dalle nere vesti che si erano materializzate dopo il suo mutamento, ne estrasse una sorta di grezza scodellina e vi versò dentro un paio di polveri colorate, alcune vermiglie altre sul verdastro, poi con un gesto grezzo che ben si addiceva alla sua scabrosa figura si infilò un dito nella vulva ancora gocciolante e dolorante, i suoi umori, necessari all’unguento che andava preparando si erano mischiati con il seme del mastro e ciò era sufficiente, in addizione a qualche goccia di olio di lino che trovò ben disponibile sul bancone, a preparare una sorta di balsamo.
“ Cospargi il fallo con questo”- gli disse- “ e vedrai che quel pezzo di legno prenderà vita” e cosi dicendo si allontanò. Lentamente, con incedere claudicante e saggiando ogni tanto che il suo deretano fosse ancora intero.
***
Mastro Bardo era uomo pigro e vizioso. Ma anche curioso. Decise di verificare se il dono di Cordelia fosse effettivamente reale.
Lasciò viziosamente cadere il ciocco falliforme nella sporta della donna che andava a rassettargli ogni tanto la casa e poi tornò tranquillamente alle sue faccende.
La notte si svegliò con un sussulto, il suo membro si era fatto di marmo e non erano idrauliche necessità fisiologiche. Non gli capitava di svegliarsi nel cuore della notte, dormiva come un ciuco fino al canto del gallo, aiutato anche da qualche bicchiere di corposo vino rosso. La cosa strana poi era che iniziò a percepire sul suo fallo come un andamento ritmico quasi che stesse possedendo una donzella ma senza che ce ne fosse una nei paraggi.
La strega! Allora era vero, la maledizione era divenuta un dono.
Il suo membro seguì ogni millimetrico movimento di donna Irilde, che, trovato il ligneo fallo nella sporta non perse tempo e la sera stessa procedette a darsene una buona dose.
Il mattino dopo la donna si recò da Bardo e gli riconsegnò l’attrezzo: “Questo vi appartiene mastro Bardo”
“ Credo proprio di si donna Irilde, e mi pare lo abbiate preferito a quello in ciliegio che vi ho realizzato in cambio sei vostri servigi…”
“ Beh avete lesinato sulle misure su quello, o forse sono stata io a sottovalutare le mie voglie”- e cosi dicendo si allontanò, paonazza in volto.
***
Mastro Bardo si rese conto che la sua pigrizia ed il suo essere vizioso avevano trovato una soluzione comune, e, quando non aveva troppa voglia di recarsi alla locanda la sera, a cercar compagnia, provvedeva a far ritrovare quel virile ciocco di faggio nelle vicinanze di qualche interessante fruitrice. Nessuna resisteva a quel gingillo ligneo. E tutte procedevano alla restituzione dopo l’uso.
Bardo trovò ampie soddisfazioni dal gioco malandrino che aveva escogitato e parecchie donzelle gli si donarono in quel modo etereo ed innaturale, rendendolo partecipe delle proprie preferenze. C’era chi iniziava lentamente e passava lunghi minuti a titillarsi la vulva, passando quel nodoso giocattolo fra le grandi labbra, puntandolo con forza sul clitoride per poi spingerlo dentro pian piano e godersi il riempimento con un metodico stantuffare, altre erano più dirette, probabilmente già fradice di desiderio si impalavano con quel toppo e se lo menavano con rapidità e decisione, cosa che lo scuoteva particolarmente perché l’eiaculazione che giungeva era fortissima quasi che esplodesse dall’interno di tutta l’area del bacino e non solo dai testicoli.
Una delle sue preferite, proprio poiché avvezza a tale modalità di utilizzo, era donna Fresiana, che di recente era entrata addirittura fra la servitù della contessa Dionigia.
E li Bardo mise in atto il suo piano malandrino. Collocò il fallo nella sporta delle verdure di donna Fresiana, fra le grosse pastinache e le algide barbabietole, avendo cura di avvolgerlo in un drappo rosso chiuso con una sorta di molletta in legno recante l’iscrizione “regium obsequium” di modo chè fosse palese la destinazione della fallica missiva.
Giunta presso la tenuta dei conti di Fabralla, Fresiana accedette come suo solito dai locali della cucina, ma fece appena in tempo a posare la sporta delle verdure che fu richiamata dalla sua signora nelle stanze soprastanti.
Udito tale movimento, una figura si apprestò con rapidità e silenzioso passo verso la cucina, e, alla ricerca di una turgida e nodosa pastinaca restò di stucco nel vedere quell’involucro di tessuto con quella scritta. Saggiò con le mani la consistenza e la forma del contenuto di quel fardello, e, divorata sempre più dalla curiosità, quella guardinga figura dovette trattenersi per non urlare dalla gioia quando i suoi languidi occhi vogliosi si posarono su quella scultura legnosa, scura, nodosa e pesante che riproduceva il massimo oggetto del suo desiderio.
Quella notte mastro Bardo non indugiò col vino e restò vigile in attesa che la sua fantasia prendesse corpo. D’un tratto senti un formicolio sulla punta del glande, poi più nulla. Dall’altra parte una lingua curiosa aveva dato un colpetto a quel feticcio. Dopo poco un altro colpetto, rapido, curioso ma timido. E prosegui cosi per qualche istante prima che il membro di Bardo si senti scaldare per tutta la cappella. “Lo ha messo in bocca” pensò Bardo, “Malandrina, non indugiare, vai al sodo!”
Ma il lavoro di bocca fu lungo e dalle sensazioni altalenanti. Finché la sensazione percepita da Bardo cambiò. “Eccoci! Dai finalmente, dacci dentro bella Dionigia!”
Ma l’azione era sempre timida, quasi timorosa e pareva al vizioso falegname che quel membro di legno stesse alle soglie di un pertugio più stretto e asciutto di una vogliosa e nobile passera. “Il culo! Ah brutta sgualdrina che non sei altra, non vuoi insozzare la tua vulva cocente e cerchi refrigerio dal meno nobile pertugio! Eh sia, dammi soddisfazione di deretano!”
L’azione si fece via via più decisa e scorrevole, ed il fruitore del fallo gemello indugiò per svariati minuti a sollazzarsi di quel ciocco inanimato ma cosi soddisfacente. Tanto tuonò che piovve. L’orgasmo colse mastro Bardo con gran soddisfazione, e mentre si tirava su le braghe da notte percepì un nuovo formicolio. “Ancora? Ma allora non è sazia la giumenta! “ e giù un'altra corsa sfrenata di quel faggio nodoso nel deretano, spinto con veemenza nella profondità più buia. E così prosegui per diverse volte in quella notte tanto da lasciare Bardo spossato con un membro che pareva giocattolo masticato dai cani.
Fu svegliato da un regale suono di tromba e dal rumore di una carrozza e dei cavalli. “Messere Bardo!” –si sentì chiamare- “Messere Bardo uscite per cortesia!”
Si ricompose alla bene e meglio e si affrettò alla porta. Era la carrozza dei conti di Fabralla.
Come da consuetudine il fallo tornava da lui.
Un sorrisetto malandrino si piantò sul suo volto, mentre attendeva di vedere scendere la godereccia Dionigia, ma si mutò in stupore quando, all’apertura della porticina del mezzo, ne vide uscire il conte Oddone di Fabralla in persona!
Ed il conte faticò non poco a discendere i due scalini della carrozza, sorretto dal paggio conquistò il suolo ma non la retta postura. Cercò di ricomporre la nobile figura e di avanzare verso mastro Bardo, ma il suo incedere ricordava quello sconnesso ed errabondo delle marionette, e ogni piccolo passo era seguito da uno sbuffo di dolore malandrino. Giunto faticosamente vicino al padrone di casa, il paggio gli avvicinò sopra un cuscino di raso verde un involucro, un pacchetto realizzato con un drappo rosso che recava un foglietto di carta di lino con su vergato a mano la scritta “Rex gaudebat”.
“Questo deve essere suo maestro Bardo” – disse il conte con la voce tremante.
Bardo realizzò quanto accaduto nella movimentata serata ma rispose solamente : ” Grazie”
“Grazie a te”- gli fece eco il conte- prima di voltarsi e riconquistare a gran fatica la via per la carrozza.
Mastro Bardo apri l’involucro, il fallo gemello era stato pulito e profumato, lo prese e istintivamente fece per gettarlo nella brace del fuoco che ardeva ancora viva.
Poi però si bloccò, scosse le spalle e lo ripose in un cassetto :
“va beh, non si butta via niente dai” - e un sorrisetto vizioso gli solcò il viso.
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