Confessioni1. Una notte senza regole
di
samas2
genere
tradimenti
Stefania aveva capito tutto prima di me.
Aveva imparato, nelle nostre fantasie a letto, che certe cose non mi infastidivano affatto. Al contrario. Quando lasciava cadere un’allusione a un altro uomo, quando raccontava una situazione ambigua e poi si fermava proprio sul più bello, vedeva la mia attenzione cambiare.
Io cercavo di nasconderlo.
Lei no.
E quella sera aveva deciso di approfittarne.
Il cocktail, per noi abituati a bere pochissimo, aveva già fatto il suo lavoro, togliendole qualche cautela. Ma la vera disinibizione veniva da molto più lontano: trentacinque anni insieme, una confidenza conquistata lentamente e la certezza che poteva mostrarmi anche quella Stefania che avevo conosciuto soltanto attraverso qualche frammento.
— Sai perché te la voglio raccontare? Perché sei tu che vuoi sapere.
Era spietata. Aveva trovato il punto debole e non aveva nessuna intenzione di risparmiarmi.
— Allora racconta.
E cominciò.
Io ascoltavo e il presente si allontanava. La stanza in cui eravamo sembrava dissolversi. Attraverso le sue parole tornavano il caldo dell’albergo, gli odori, le voci dei ragazzi, la confusione di quella notte.
Il tempo sembrava essersi piegato.
E io mi ritrovavo improvvisamente lì, venticinque anni prima, spettatore invisibile di una storia che fino a quel momento era appartenuta soltanto a Stefania.
La parte più inquietante era che lei sembrava divertirsi proprio di questo.
— Ti ho mai raccontato davvero della gita con il terzo anno? Ero lì da pochi mesi.
— Quella della scuola infermieri?
— Proprio quella.
— Mi avevi raccontato che alcuni ragazzi ti facevano una corte sfacciata.
— Ti avevo raccontato la versione castigata.
La guardai.
— E quella non depurata?
Stefania fece una piccola digressione.
— Devo dirti che un pochino li incoraggiavo.
Mi guardò con una certa malizia.
— Voglio condividere quei momenti e renderli anche tuoi. È un piacere rievocarli e raccontarteli. In fondo siamo tutti e due morbosi.
— Ormai brucio dalla curiosità.
— E avevo trentaquattro anni.
— Mi ricordo. Eri la direttrice appena nominata. E loro?
— Giovani. Sfacciati. Convinti di essere irresistibili.
— E lo erano?
Stefania fece una piccola smorfia.
— Non proprio. Rozzi, maleducati. Bestie.
Si fermò e sorrise.
— Però era proprio quello che mi attirava in quel momento.
Poi prese il telefono.
— Guarda questa. La scattarono i ragazzi quella notte.
Era una vecchia diapositiva scannerizzata.
La stanza d’albergo era modesta, quasi squallida. Letto disfatto, mobili anonimi, una lampada accesa. Il termosifone aveva reso l’aria pesante. I colori erano scoloriti, la pellicola aveva quella grana imperfetta delle vecchie fotografie.
E c’era Stefania.
La fissai.
Nuda, raccolta sul letto, con il corpo girato di lato. Il sedere e la linea dell’inguine erano ben visibili, e la peluria, ancora naturale, apparteneva senza filtri a quella fotografia di tanti anni prima. Ma furono soprattutto i piedi a colpirmi. Erano intrecciati, quasi a chiudersi su se stessi. Un dettaglio piccolo, istintivo, che stonava con tutta quella nudità e sembrava tradire un residuo di imbarazzo.
Era come se il corpo dicesse una cosa e quei piedi ne dicessero un’altra: «So di essere guardata, ma non sono ancora completamente senza pudore.»
— Eri imbarazzata? chiesi.
Stefania sorrise.
— Un po’.
— Si vede.
Poi mi guardò con quella sua espressione maliziosa.
— Ma non abbastanza da farmi rivestire.
— Che figa eri!
Lei scoppiò a ridere.
— Mi difendo tuttora.
— E i ragazzi ti apprezzavano?
— Non puoi immaginare quanto. Mi preferivano alle loro compagne.
— E ti piaceva?
Stefania non rispose subito. Mi guardò negli occhi, come se volesse assicurarsi che avessi capito bene la domanda.
— Mi piaceva da morire.
Poi arrivarono i disegni di Gigi, uno dei quattro.
Mi fermai.
— Sono molto espliciti. Ma cosa c’entrano?
Stefania sorrise.
— C’entrano eccome. Gigi era un bravo artista. Aveva un modo tutto suo di fissare quello che vedeva. I disegni sono realistici, anche se naturalmente interpretati dal suo tratto.
— Quindi quello che rappresentano è successo davvero?
— Sì.
La risposta fu secca.
Un’imprecazione mi uscì spontanea.
— Cazzo, Stefania…
— C’è un’altra cosa che non ti ho detto.
La guardai.
— I disegni furono pubblicati.
— Pubblicati dove?
Stefania fece spallucce.
— In rete, anni dopo. Su siti pornografici.
Rimasi qualche secondo senza parlare.
Tornai a guardare i fogli.
— Ma… il tuo viso?
— A un occhio attento si potrebbe riconoscere.
Quella frase mi colpì più dei disegni stessi.
Non era soltanto una donna anonima rappresentata in quelle scene. Era Stefania. I suoi tratti erano lì, somiglianti.
— Quindi avrebbero potuto riconoscerti.
— Probabilmente sarà accaduto.
Stefania mi studiò.
— E questa cosa ti fa effetto, vero?
Mi concentrai sul primo disegno.
Era una composizione affollata, costruita intorno a lei.
Mia moglie era il fulcro di un gioco plurale: era raffigurata nuda e seduta a cavalcioni di un cazzo eretto, mentre altri corpi maschili la circondavano. Concedeva loro sesso orale e stimolava manualmente un altro pene.
La guardai.
— Dimmi che c’è esagerazione.
— No, molto aderente alla realtà.
— E non ti vergognavi?
— No.
Passai al secondo.
Quello mi fece ammutolire.
Gigi aveva abbandonato quasi completamente la scena e aveva ristretto l’inquadratura fino a trasformarla in un dettaglio, uno zoom impietoso sul momento più compromettente.
Rimasi a fissarlo.
Poi alzai gli occhi verso Stefania.
Mi aspettavo di trovarla imbarazzata.
Invece no. Sembrava riconoscere ancora con piacere, in quell’immagine, la donna che era stata allora.
— Allora ti hanno anche… insomma…?
Stefania rimase qualche secondo in silenzio di fronte a quelle parole brutali e poi annuì.
— È stato doloroso?
— Lo definirei intenso.
— E tu hai lasciato che succedesse?
— Sì. Perché in quella situazione c’era anche qualcosa che mi attirava. Il sentirmi completamente esposta, il sapere che loro avevano preso il controllo totale della situazione e che io avevo scelto di non tirarmi indietro.
Fece una pausa.
— Era un piacere strano. Anche un po’ doloroso. Ma proprio quella mescolanza era emozionante.
Non riuscivo a smettere di guardarla.
Stefania se ne accorse.
— Ti sembra strano che non mi vergogni e anzi mi piaccia renderti partecipe?
— Cazzo… che troia.
Stefania mi studiò con una calma quasi divertita.
— Sei indignato?
— Sì. Ma mi piace molto, devo ammetterlo.
Più che narrarmi il passato, sembrava divertirsi a trascinarmi dentro.
— Raccontami la serata. Dall’inizio.
Stefania sorrise. Aveva capito che ormai non ero più soltanto curioso.
— Eravamo stati tutti in discoteca. Io con la classe, loro quattro sempre intorno a me.
Mi raccontò della musica assordante, delle luci, del caldo. Dei ragazzi che trovavano ogni pretesto per avvicinarsi. Un tocco fugace, una mano che indugiava un istante più del necessario, un bacio rubato, una frase sussurrata all’orecchio.
Li lasciavo fare.
— E cosa ti dicevano?
— Cose che una signora non dovrebbe sentirsi dire mai.
La guardai.
— E tu li lasciavi dire?
— Più di questo. Li lasciavo fare.
Poi il ritorno in albergo.
Sapevo cosa poteva capitarmi, ma la realtà superò di gran lunga le mie aspettative.
Eravamo in cinque in quella camera piccola e squallida, il termosifone bollente, l’aria quasi irrespirabile. C’era quell’odore particolare delle stanze troppo chiuse e affollate: tessuti, pelle, afrori.
Quello che mi stava raccontando non era soltanto il desiderio dei quattro ragazzi. Era la loro ferocia.
Essere in gruppo li aveva resi più audaci, più spregiudicati. C’era qualcosa di predatorio, persino cattivo, nel modo in cui avevano cominciato a trattarla: non più semplicemente la loro giovane direttrice, ma una donna che volevano sottomettere, umiliare insieme, sottraendola per una notte alle regole e al ruolo che aveva fuori da quella stanza.
— E questa cosa non ti faceva paura?
Stefania rimase pensosa.
— Certo. Ma oscuramente mi attirava.
Fece una pausa.
Persa in quell'orgia stordente, non riuscivo più a pensare. Il piacere fisico si mescolava alla vergogna per il degrado in cui ero precipitata.
Mi sembra di udire ancora la mia voce che risuona:
— Cazzi… cazzi… ancora cazzi. Voglio perdermi stanotte!
La ascoltavo e sentivo che quella era forse la parte più difficile da accettare: Stefania non stava raccontando una donna semplicemente trascinata dagli eventi. Aveva scelto 0ªdi entrarci.
E adesso, venticinque anni dopo, sembrava quasi godere a condividere con me quella parte di sé.
Mi sembrò di essere fisicamente lì, mentre Stefania veniva travolta da ogni lato, riempita ovunque e simultaneamente trascinata da quella furia, fino a urlare il proprio piacere dissoluto. La infilavano e sfilavano come uno stivale, mai sazi. Veniva sballottata da una parte all’altra priva di volontà, in loro balia; credo che quello che le fecero fosse al limite del lecito. Neppure le sue implorazioni, quando ormai era sfinita e chiedeva per pietà che si fermassero, riuscirono a interrompere quella notte.
Quando finalmente la notte finì, restava soprattutto una sensazione di straniamento.
Stefania riprese:
— Ero sdraiata sul letto, ancora nuda. Il corpo era stanco, devastato e in fiamme lo sguardo perso. Non ero pentita, ma nemmeno semplicemente soddisfatta. Sentivo dentro di me una specie di dualità, un conflitto. Era come se convivessero due donne: quella che ero sempre stata e quella che, per qualche ora, avevo lasciato emergere. Cosa avevo fatto?
Poi, con gli occhi un po’ persi nel ricordo, mormorò:
— Però… Però, Gigi… che maschio!
Lo disse con una semplicità disarmante, quasi stesse ricordando non una delle esperienze più scandalose della sua vita, ma un dettaglio curioso che, a distanza di venticinque anni, era rimasto sorprendentemente vivo nella sua memoria.
Aveva imparato, nelle nostre fantasie a letto, che certe cose non mi infastidivano affatto. Al contrario. Quando lasciava cadere un’allusione a un altro uomo, quando raccontava una situazione ambigua e poi si fermava proprio sul più bello, vedeva la mia attenzione cambiare.
Io cercavo di nasconderlo.
Lei no.
E quella sera aveva deciso di approfittarne.
Il cocktail, per noi abituati a bere pochissimo, aveva già fatto il suo lavoro, togliendole qualche cautela. Ma la vera disinibizione veniva da molto più lontano: trentacinque anni insieme, una confidenza conquistata lentamente e la certezza che poteva mostrarmi anche quella Stefania che avevo conosciuto soltanto attraverso qualche frammento.
— Sai perché te la voglio raccontare? Perché sei tu che vuoi sapere.
Era spietata. Aveva trovato il punto debole e non aveva nessuna intenzione di risparmiarmi.
— Allora racconta.
E cominciò.
Io ascoltavo e il presente si allontanava. La stanza in cui eravamo sembrava dissolversi. Attraverso le sue parole tornavano il caldo dell’albergo, gli odori, le voci dei ragazzi, la confusione di quella notte.
Il tempo sembrava essersi piegato.
E io mi ritrovavo improvvisamente lì, venticinque anni prima, spettatore invisibile di una storia che fino a quel momento era appartenuta soltanto a Stefania.
La parte più inquietante era che lei sembrava divertirsi proprio di questo.
— Ti ho mai raccontato davvero della gita con il terzo anno? Ero lì da pochi mesi.
— Quella della scuola infermieri?
— Proprio quella.
— Mi avevi raccontato che alcuni ragazzi ti facevano una corte sfacciata.
— Ti avevo raccontato la versione castigata.
La guardai.
— E quella non depurata?
Stefania fece una piccola digressione.
— Devo dirti che un pochino li incoraggiavo.
Mi guardò con una certa malizia.
— Voglio condividere quei momenti e renderli anche tuoi. È un piacere rievocarli e raccontarteli. In fondo siamo tutti e due morbosi.
— Ormai brucio dalla curiosità.
— E avevo trentaquattro anni.
— Mi ricordo. Eri la direttrice appena nominata. E loro?
— Giovani. Sfacciati. Convinti di essere irresistibili.
— E lo erano?
Stefania fece una piccola smorfia.
— Non proprio. Rozzi, maleducati. Bestie.
Si fermò e sorrise.
— Però era proprio quello che mi attirava in quel momento.
Poi prese il telefono.
— Guarda questa. La scattarono i ragazzi quella notte.
Era una vecchia diapositiva scannerizzata.
La stanza d’albergo era modesta, quasi squallida. Letto disfatto, mobili anonimi, una lampada accesa. Il termosifone aveva reso l’aria pesante. I colori erano scoloriti, la pellicola aveva quella grana imperfetta delle vecchie fotografie.
E c’era Stefania.
La fissai.
Nuda, raccolta sul letto, con il corpo girato di lato. Il sedere e la linea dell’inguine erano ben visibili, e la peluria, ancora naturale, apparteneva senza filtri a quella fotografia di tanti anni prima. Ma furono soprattutto i piedi a colpirmi. Erano intrecciati, quasi a chiudersi su se stessi. Un dettaglio piccolo, istintivo, che stonava con tutta quella nudità e sembrava tradire un residuo di imbarazzo.
Era come se il corpo dicesse una cosa e quei piedi ne dicessero un’altra: «So di essere guardata, ma non sono ancora completamente senza pudore.»
— Eri imbarazzata? chiesi.
Stefania sorrise.
— Un po’.
— Si vede.
Poi mi guardò con quella sua espressione maliziosa.
— Ma non abbastanza da farmi rivestire.
— Che figa eri!
Lei scoppiò a ridere.
— Mi difendo tuttora.
— E i ragazzi ti apprezzavano?
— Non puoi immaginare quanto. Mi preferivano alle loro compagne.
— E ti piaceva?
Stefania non rispose subito. Mi guardò negli occhi, come se volesse assicurarsi che avessi capito bene la domanda.
— Mi piaceva da morire.
Poi arrivarono i disegni di Gigi, uno dei quattro.
Mi fermai.
— Sono molto espliciti. Ma cosa c’entrano?
Stefania sorrise.
— C’entrano eccome. Gigi era un bravo artista. Aveva un modo tutto suo di fissare quello che vedeva. I disegni sono realistici, anche se naturalmente interpretati dal suo tratto.
— Quindi quello che rappresentano è successo davvero?
— Sì.
La risposta fu secca.
Un’imprecazione mi uscì spontanea.
— Cazzo, Stefania…
— C’è un’altra cosa che non ti ho detto.
La guardai.
— I disegni furono pubblicati.
— Pubblicati dove?
Stefania fece spallucce.
— In rete, anni dopo. Su siti pornografici.
Rimasi qualche secondo senza parlare.
Tornai a guardare i fogli.
— Ma… il tuo viso?
— A un occhio attento si potrebbe riconoscere.
Quella frase mi colpì più dei disegni stessi.
Non era soltanto una donna anonima rappresentata in quelle scene. Era Stefania. I suoi tratti erano lì, somiglianti.
— Quindi avrebbero potuto riconoscerti.
— Probabilmente sarà accaduto.
Stefania mi studiò.
— E questa cosa ti fa effetto, vero?
Mi concentrai sul primo disegno.
Era una composizione affollata, costruita intorno a lei.
Mia moglie era il fulcro di un gioco plurale: era raffigurata nuda e seduta a cavalcioni di un cazzo eretto, mentre altri corpi maschili la circondavano. Concedeva loro sesso orale e stimolava manualmente un altro pene.
La guardai.
— Dimmi che c’è esagerazione.
— No, molto aderente alla realtà.
— E non ti vergognavi?
— No.
Passai al secondo.
Quello mi fece ammutolire.
Gigi aveva abbandonato quasi completamente la scena e aveva ristretto l’inquadratura fino a trasformarla in un dettaglio, uno zoom impietoso sul momento più compromettente.
Rimasi a fissarlo.
Poi alzai gli occhi verso Stefania.
Mi aspettavo di trovarla imbarazzata.
Invece no. Sembrava riconoscere ancora con piacere, in quell’immagine, la donna che era stata allora.
— Allora ti hanno anche… insomma…?
Stefania rimase qualche secondo in silenzio di fronte a quelle parole brutali e poi annuì.
— È stato doloroso?
— Lo definirei intenso.
— E tu hai lasciato che succedesse?
— Sì. Perché in quella situazione c’era anche qualcosa che mi attirava. Il sentirmi completamente esposta, il sapere che loro avevano preso il controllo totale della situazione e che io avevo scelto di non tirarmi indietro.
Fece una pausa.
— Era un piacere strano. Anche un po’ doloroso. Ma proprio quella mescolanza era emozionante.
Non riuscivo a smettere di guardarla.
Stefania se ne accorse.
— Ti sembra strano che non mi vergogni e anzi mi piaccia renderti partecipe?
— Cazzo… che troia.
Stefania mi studiò con una calma quasi divertita.
— Sei indignato?
— Sì. Ma mi piace molto, devo ammetterlo.
Più che narrarmi il passato, sembrava divertirsi a trascinarmi dentro.
— Raccontami la serata. Dall’inizio.
Stefania sorrise. Aveva capito che ormai non ero più soltanto curioso.
— Eravamo stati tutti in discoteca. Io con la classe, loro quattro sempre intorno a me.
Mi raccontò della musica assordante, delle luci, del caldo. Dei ragazzi che trovavano ogni pretesto per avvicinarsi. Un tocco fugace, una mano che indugiava un istante più del necessario, un bacio rubato, una frase sussurrata all’orecchio.
Li lasciavo fare.
— E cosa ti dicevano?
— Cose che una signora non dovrebbe sentirsi dire mai.
La guardai.
— E tu li lasciavi dire?
— Più di questo. Li lasciavo fare.
Poi il ritorno in albergo.
Sapevo cosa poteva capitarmi, ma la realtà superò di gran lunga le mie aspettative.
Eravamo in cinque in quella camera piccola e squallida, il termosifone bollente, l’aria quasi irrespirabile. C’era quell’odore particolare delle stanze troppo chiuse e affollate: tessuti, pelle, afrori.
Quello che mi stava raccontando non era soltanto il desiderio dei quattro ragazzi. Era la loro ferocia.
Essere in gruppo li aveva resi più audaci, più spregiudicati. C’era qualcosa di predatorio, persino cattivo, nel modo in cui avevano cominciato a trattarla: non più semplicemente la loro giovane direttrice, ma una donna che volevano sottomettere, umiliare insieme, sottraendola per una notte alle regole e al ruolo che aveva fuori da quella stanza.
— E questa cosa non ti faceva paura?
Stefania rimase pensosa.
— Certo. Ma oscuramente mi attirava.
Fece una pausa.
Persa in quell'orgia stordente, non riuscivo più a pensare. Il piacere fisico si mescolava alla vergogna per il degrado in cui ero precipitata.
Mi sembra di udire ancora la mia voce che risuona:
— Cazzi… cazzi… ancora cazzi. Voglio perdermi stanotte!
La ascoltavo e sentivo che quella era forse la parte più difficile da accettare: Stefania non stava raccontando una donna semplicemente trascinata dagli eventi. Aveva scelto 0ªdi entrarci.
E adesso, venticinque anni dopo, sembrava quasi godere a condividere con me quella parte di sé.
Mi sembrò di essere fisicamente lì, mentre Stefania veniva travolta da ogni lato, riempita ovunque e simultaneamente trascinata da quella furia, fino a urlare il proprio piacere dissoluto. La infilavano e sfilavano come uno stivale, mai sazi. Veniva sballottata da una parte all’altra priva di volontà, in loro balia; credo che quello che le fecero fosse al limite del lecito. Neppure le sue implorazioni, quando ormai era sfinita e chiedeva per pietà che si fermassero, riuscirono a interrompere quella notte.
Quando finalmente la notte finì, restava soprattutto una sensazione di straniamento.
Stefania riprese:
— Ero sdraiata sul letto, ancora nuda. Il corpo era stanco, devastato e in fiamme lo sguardo perso. Non ero pentita, ma nemmeno semplicemente soddisfatta. Sentivo dentro di me una specie di dualità, un conflitto. Era come se convivessero due donne: quella che ero sempre stata e quella che, per qualche ora, avevo lasciato emergere. Cosa avevo fatto?
Poi, con gli occhi un po’ persi nel ricordo, mormorò:
— Però… Però, Gigi… che maschio!
Lo disse con una semplicità disarmante, quasi stesse ricordando non una delle esperienze più scandalose della sua vita, ma un dettaglio curioso che, a distanza di venticinque anni, era rimasto sorprendentemente vivo nella sua memoria.
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