Io e Sara

di
genere
gay

Il sapore della resa
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Io sono Luisa Damore e il mio libro erotico sentimentale autobiografico è "Fame", dove parlo di me e di Sara.
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La porta dell'ufficio si chiuse con un clic sommesso. Luisa alzò lo sguardo dalla scrivania, la penna ancora sospesa a metà sopra il modulo che stava compilando. Sara era lì, sulla soglia, con il cappotto ancora abbottonato e una borsa a tracolla che le attraversava il petto. Trentadue anni, capelli castani raccolti in una coda laterale, quel sorriso che le sollevava solo l'angolo sinistro della bocca.

«Ti disturbo?» chiese Sara, anche se era già entrata. I suoi tacchi producevano un suono secco sul pavimento di ceramica. L'ufficio di Luisa era piccolo: una scrivania, due sedie, una finestra che dava sul cortile interno del palazzo. Le veneziane erano abbassate a metà, e la luce del tardo pomeriggio filtrava a strisce oblique.

«Non sto facendo nulla di importante.» Luisa posò la penna. Indossava una gonna grigia, appena sopra il ginocchio, e una camicetta bianca con il primo bottone slacciato. Le calze erano color carne, le scarpe nere con il tacco medio, quelle che metteva sempre quando aveva riunioni con i fornitori.

Sara appoggiò la borsa sulla sedia davanti alla scrivania. Non si sedette. Rimase in piedi, e i suoi occhi scesero lungo il corpo di Luisa con una lentezza che non lasciava spazio a interpretazioni. Lo sguardo si fermò sulle gambe, sulla gonna, sull'orlo che copriva appena le ginocchia. Poi risalì.

«Sei venuta a trovarmi,» disse Luisa. Non era una domanda.

Sara annuì. Fece il giro della scrivania. Luisa non si mosse sulla sedia, ma le sue dita si strinsero sui braccioli quando Sara le si fermò davanti, così vicina che il tessuto del suo cappotto sfiorò le ginocchia di Luisa.

«Ho pensato a questo momento per tutto il tragitto,» mormorò Sara. Le sue mani raggiunsero le ginocchia di Luisa. I palmi erano caldi attraverso la stoffa delle calze. Le dita si curvarono, scivolarono dietro le ginocchia, e Luisa sentì un brivido risalire lungo la parte interna delle cosce.

Sara si inginocchiò. Il suono delle sue ginocchia che toccavano il pavimento fu quasi assordante nel silenzio dell'ufficio. Le mani salirono, seguendo la linea delle cosce, spingendo l'orlo della gonna verso l'alto. Il tessuto grigio si raccolse in pieghe che si ammonticchiavano sui fianchi di Luisa.

«Alzati un momento,» disse Sara.

Luisa obbedì. Si sollevò dalla sedia abbastanza da permettere a Sara di afferrare l'elastico degli slip. Erano di cotone bianco, semplici, funzionali. Sara li tirò giù con un gesto lento e deliberato. Il tessuto scivolò lungo le cosce, oltre le ginocchia, giù fino alle caviglie. Luisa sollevò un piede, poi l'altro, e Sara appallottolò gli slip e li posò sulla scrivania, accanto al modulo compilato a metà.

«Siediti,» disse Sara. «Sul bordo.»

Luisa si sedette. Il legno freddo della sedia premette contro la parte posteriore delle cosce, ora nude. Sara le afferrò le ginocchia e le aprì. Le mani erano ferme, sicure, come se avessero fatto quel gesto mille volte. La gonna risalì del tutto, scoprendo il bacino di Luisa. Nient'altro la copriva, adesso.

Sara non si lanciò subito. Si chinò in avanti e posò un bacio sull'interno coscia di Luisa, a sinistra, appena sopra il ginocchio. Poi un altro, più in alto. E un altro ancora. Ogni bacio lasciava una scia di umidità che si raffreddava rapidamente nell'aria condizionata dell'ufficio. Luisa strinse le mani sulle ginocchia, le nocche bianche.

La lingua di Sara raggiunse l'inguine. Leccò la piega tra la coscia e il bacino, quel solco sensibile dove la pelle diventava più sottile. Luisa emise un suono strozzato, qualcosa che le si fermò in gola. Sara ripeté il gesto sull'altro lato, tracciando una linea lenta e bagnata con la punta della lingua.

Poi Sara soffiò. Un soffio leggero, diretto, che colpì le labbra già gonfie della figa di Luisa. Il respiro caldo seguito dall'aria fredda fece contrarre i muscoli delle cosce di Luisa in uno spasmo involontario.

«Sei già bagnata,» disse Sara. Non era una domanda. Le sue dita raggiunsero la fessura e la percorsero dal basso verso l'alto, raccogliendo l'umidità. Luisa vide le dita di Sara luccicare quando le sollevò alla luce della lampada da scrivania.

Sara si avvicinò. La sua lingua toccò il clitoride di Luisa con un contatto così leggero da essere quasi impercettibile. Poi ritirò. Toccò di nuovo, questa volta con più pressione, e il bocciolo turgido rispose con un fremito che si propagò fino in fondo al ventre di Luisa.

La terza volta, Sara non si ritirò. La sua lingua si mosse in cerchi lenti attorno al clitoride, stendendo la saliva e i fluidi di Luisa in una pellicola scivolosa. Ogni giro completava il cerchio con una leggera pressione della punta della lingua sul lato superiore del clitoride, quel punto dove i nervi convergevano e dove Luisa sentiva ogni terminazione accendersi come un fiammifero sfregato.

Luisa gettò la testa all'indietro. Il soffitto dell'ufficio era bianco, anonimo, con una plafoniera quadrata che ronzava piano. Le mani di Sara le afferrarono i fianchi, tenendola ferma mentre la sua bocca lavorava con crescente intensità. La lingua scese, si insinuò tra le labbra inferiori, le separò. Entrò dentro, appena un centimetro, e i muscoli interni di Luisa si contrassero attorno a quella lingua che esplorava l'ingresso della sua figa.

Sara la scopò con la lingua. Dentro e fuori, un ritmo lento e profondo che faceva rumore, un suono umido e osceno che rimbalzava sulle pareti dell'ufficio. Luisa sollevò le mani e se le portò al viso, premendo i palmi sugli occhi. Le dita le tremavano.

Le dita di Sara sostituirono la lingua. Due dita scivolarono dentro Luisa con una facilità che la fece gemere, un suono basso e gutturale che le salì dal petto. Le dita si curvarono, cercarono il punto sulla parete anteriore, quella zona ruvida che pulsava sotto il tocco. La lingua di Sara tornò al clitoride, e ora lavorava in sincrono con le dita: cerchi lenti sopra, spinte costanti dentro.

Luisa sentì il piacere accumularsi. Non era un'onda, era una costruzione lenta, mattone su mattone, ogni giro di lingua e ogni spinta di dita che aggiungeva peso e pressione. Le cosce le tremavano. I talloni premevano contro le gambe della sedia. Sara aumentò il ritmo, le dita che entravano e uscivano con suoni liquidi, la lingua che ora batteva direttamente sul clitoride con colpi rapidi e regolari.

L'orgasmo la colpì come un crampo che si trasformava in estasi. I muscoli interni si strinsero attorno alle dita di Sara con pulsazioni violente, e Luisa inarcò la schiena, le mani che scivolavano dalla faccia per aggrapparsi ai bordi della scrivania. Il modulo compilato a metà cadde a terra. La penna rotolò. Sara non si fermò, leccò attraverso l'orgasmo con movimenti più leggeri, prolungando ogni contrazione finché Luisa non si abbandonò sulla sedia con un respiro spezzato.

Sara si rialzò. Le ginocchia dei suoi pantaloni erano segnate dal pavimento. Si pulì le labbra con il dorso della mano, un gesto quasi casuale, e guardò Luisa con quell'espressione che era metà sorriso e metà qualcos'altro, qualcosa che non aveva nome.

Fuori dalla finestra, le veneziane oscillavano piano nella corrente dell'aria condizionata. Il modulo giaceva a terra, capovolto, e la penna era rotolata sotto lo schedario. Luisa rimase seduta, le gambe ancora aperte, la gonna raccolta sui fianchi come un fazzoletto spiegazzato. Gli slip bianchi erano ancora sulla scrivania, accanto al portapenne e al bicchiere di plastica mezzo vuoto. Sara non disse nulla. Si limitò a prendere una sedia, a sedersi di fronte a Luisa, e ad aspettare.
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Io sono Luisa Damore e il mio libro erotico sentimentale autobiografico è "Fame", dove parlo di me e di Sara.
scritto il
2026-09-27
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