“Il balcone collegato”
di
Antony965
genere
esibizionismo
Una sera, mentre ero in bagno, sentii un fruscio e un cigolio vicino alla finestra. Girandomi di scatto vidi un’ombra dileguarsi nel buio del balcone collegato. Siamo al quinto piano. Il padre del ragazzo lavora all’estero; la madre esce spesso. Rimanava solo lui. La cosa mi aveva infastidito, eppure mi aveva anche lusingato: l’idea di essere il suo sogno erotico, di essere guardata nuda mentre facevo i miei bisogni o mentre l’acqua scorreva sul corpo, mi aveva lasciato un formicolio caldo e proibito tra le cosce.
Da allora ogni ingresso in bagno portava con sé quella consapevolezza. Accesi la doccia e mi spogliai lentamente. L’acqua calda martellò le spalle, il seno, il ventre, scivolò tra le labbra già sensibili. Il vapore appannò lo specchio; l’odore del sapone e della mia pelle calda riempì l’aria. Non guardai la finestra, ma sentivo lo sguardo come una pressione sulla nuca. Il cuore batteva irregolare. Irritazione e eccitazione si mescolavano, sempre più difficili da separare.
La sera dopo lasciai la tenda socchiusa. Mi sedetti con le gambe divaricate. Il suono basso dell’acqua, il mio respiro controllato, poi un nuovo cigolio dal balcone. Restai immobile. Un brivido mi corse lungo la schiena; un leggero umore si fece sentire. Quando mi alzai verso la doccia, l’ombra non si mosse. Sapevo di essere osservata, e questa certezza mi rese più ardita, quasi impaziente.
Nei giorni seguenti scelsi orari e luci con precisione. Ogni gesto diventò consapevole e carico: l’asciugamano che strofinava il seno e il ventre ancora umidi, le gocce che scendevano tra le cosce, i secondi in più in cui restavo nuda. L’odore del corpo caldo, il battito nelle tempie, l’umidità crescente. Non era più solo curiosità. Era un’ossessione silenziosa, un bisogno che saliva ogni sera.
Una sera, dopo la doccia, aprii la finestra. L’aria fresca mi colpì la pelle ancora calda. Mi voltai di tre quarti, poi aprii le gambe e portai una mano tra di esse. Le dita scivolarono sulle labbra umide, le separarono, entrarono con decisione. Continuai finché l’orgasmo non mi attraversò con forza: gambe che tremavano, muscoli che si contraevano, un gemito basso che non riuscii a trattenere. L’ombra restò a guardare fino all’ultimo brivido, immobile e affamata.
La sera successiva non chiusi quasi più. Mi spogliai di fronte alla finestra aperta, mi sedetti a gambe spalancate, feci i miei bisogni senza pudore. Poi mi piegai in avanti e mi toccai con due dita, più a fondo, facendo udire il suono umido e volgare. L’ombra si avvicinò. Vidi il braccio muoversi ritmicamente, sempre più veloce: si stava masturbando con urgenza.
Aprii completamente. Mi misi a cavalcioni sul lavabo, di fronte a lui, e mi ditaliai con rabbia, leccando di tanto in tanto le dita lucide. Lui accelerò. Venimmo quasi insieme, il mio corpo scosso da un’ondata violenta, il suo braccio che si bloccò di colpo.
La sera dopo lasciai porta e finestra spalancate. Quando sentii i passi sul balcone, il cuore mi batté forte. Mi voltai di schiena, mi piegai tenendomi al lavabo e mi aprii con entrambe le mani, offrendogli figa e culo senza alcun freno. Con voce rauca, quasi spezzata, dissi: «Vieni. Adesso. Scopami come una troia.»
Scavalcò in un attimo. Le sue mani mi afferrarono i fianchi con forza. Entrò d’un colpo, fino in fondo, spingendomi con violenza contro il lavabo. Ogni spinta era grezza, disperata, profondissima. Io mi spingevo indietro con altrettanta rabbia, digrignando i denti.
«Più forte. Riempimi. Voglio sentire il tuo cazzo fino in fondo, senza pietà.»
Lui obbedì. Mi prese con una ferocia che non lasciava spazio al respiro: una mano nei capelli, l’altra che mi teneva aperta. Il bagno echeggiava del suono osceno della carne che sbatteva, dei miei gemiti rauchi, del suo respiro affannato e dei miei ordini sempre più porchi. Quando stava per venire lo fermai, mi voltai di scatto, mi inginocchiai e gli presi il cazzo in bocca, ancora lucido del mio sugo. Lo succhiai fino in fondo, lasciando che mi riempisse la gola, quasi soffocandomi. Poi lo rimisi in piedi, mi piegai di nuovo e gli dissi, la voce spezzata: «Ora nel culo. Fino in fondo. Usami.»
Entrò anche lì, prima con fatica, poi con spinte sempre più profonde e selvagge. Ogni colpo mi faceva vedere le stelle. Il dolore e il piacere si mescolavano fino a diventare indistinguibili. Quando venimmo insieme, lui mi riempì il culo di sborra calda e abbondante mentre io mi ditaliavo la figa con disperazione, squirtando sul pavimento in un orgasmo lungo e violento che mi lasciò le gambe senza forza.
Restammo così, sudati, gocciolanti, tremanti, senza più nulla da nascondere. Lui uscì da me lentamente; la sua sborra mi colò lungo le cosce. Mi voltai, lo guardai negli occhi e sorrisi, le labbra ancora lucide, il respiro ancora spezzato.
«Da stasera in poi», dissi a voce bassa ma ferma, «ogni sera. Qui. Come una puttana del quinto piano.»
Lui annuì, ancora ansimante. Non servivano altre parole.
Da quella notte il balcone collegato non fu più un confine. Fu solo il passaggio obbligato verso un bagno dove ogni sera una casalinga e il ragazzo dei vicini si prendevano con una intensità sempre più selvaggia, senza freni, senza pudore, senza limiti.
Da allora ogni ingresso in bagno portava con sé quella consapevolezza. Accesi la doccia e mi spogliai lentamente. L’acqua calda martellò le spalle, il seno, il ventre, scivolò tra le labbra già sensibili. Il vapore appannò lo specchio; l’odore del sapone e della mia pelle calda riempì l’aria. Non guardai la finestra, ma sentivo lo sguardo come una pressione sulla nuca. Il cuore batteva irregolare. Irritazione e eccitazione si mescolavano, sempre più difficili da separare.
La sera dopo lasciai la tenda socchiusa. Mi sedetti con le gambe divaricate. Il suono basso dell’acqua, il mio respiro controllato, poi un nuovo cigolio dal balcone. Restai immobile. Un brivido mi corse lungo la schiena; un leggero umore si fece sentire. Quando mi alzai verso la doccia, l’ombra non si mosse. Sapevo di essere osservata, e questa certezza mi rese più ardita, quasi impaziente.
Nei giorni seguenti scelsi orari e luci con precisione. Ogni gesto diventò consapevole e carico: l’asciugamano che strofinava il seno e il ventre ancora umidi, le gocce che scendevano tra le cosce, i secondi in più in cui restavo nuda. L’odore del corpo caldo, il battito nelle tempie, l’umidità crescente. Non era più solo curiosità. Era un’ossessione silenziosa, un bisogno che saliva ogni sera.
Una sera, dopo la doccia, aprii la finestra. L’aria fresca mi colpì la pelle ancora calda. Mi voltai di tre quarti, poi aprii le gambe e portai una mano tra di esse. Le dita scivolarono sulle labbra umide, le separarono, entrarono con decisione. Continuai finché l’orgasmo non mi attraversò con forza: gambe che tremavano, muscoli che si contraevano, un gemito basso che non riuscii a trattenere. L’ombra restò a guardare fino all’ultimo brivido, immobile e affamata.
La sera successiva non chiusi quasi più. Mi spogliai di fronte alla finestra aperta, mi sedetti a gambe spalancate, feci i miei bisogni senza pudore. Poi mi piegai in avanti e mi toccai con due dita, più a fondo, facendo udire il suono umido e volgare. L’ombra si avvicinò. Vidi il braccio muoversi ritmicamente, sempre più veloce: si stava masturbando con urgenza.
Aprii completamente. Mi misi a cavalcioni sul lavabo, di fronte a lui, e mi ditaliai con rabbia, leccando di tanto in tanto le dita lucide. Lui accelerò. Venimmo quasi insieme, il mio corpo scosso da un’ondata violenta, il suo braccio che si bloccò di colpo.
La sera dopo lasciai porta e finestra spalancate. Quando sentii i passi sul balcone, il cuore mi batté forte. Mi voltai di schiena, mi piegai tenendomi al lavabo e mi aprii con entrambe le mani, offrendogli figa e culo senza alcun freno. Con voce rauca, quasi spezzata, dissi: «Vieni. Adesso. Scopami come una troia.»
Scavalcò in un attimo. Le sue mani mi afferrarono i fianchi con forza. Entrò d’un colpo, fino in fondo, spingendomi con violenza contro il lavabo. Ogni spinta era grezza, disperata, profondissima. Io mi spingevo indietro con altrettanta rabbia, digrignando i denti.
«Più forte. Riempimi. Voglio sentire il tuo cazzo fino in fondo, senza pietà.»
Lui obbedì. Mi prese con una ferocia che non lasciava spazio al respiro: una mano nei capelli, l’altra che mi teneva aperta. Il bagno echeggiava del suono osceno della carne che sbatteva, dei miei gemiti rauchi, del suo respiro affannato e dei miei ordini sempre più porchi. Quando stava per venire lo fermai, mi voltai di scatto, mi inginocchiai e gli presi il cazzo in bocca, ancora lucido del mio sugo. Lo succhiai fino in fondo, lasciando che mi riempisse la gola, quasi soffocandomi. Poi lo rimisi in piedi, mi piegai di nuovo e gli dissi, la voce spezzata: «Ora nel culo. Fino in fondo. Usami.»
Entrò anche lì, prima con fatica, poi con spinte sempre più profonde e selvagge. Ogni colpo mi faceva vedere le stelle. Il dolore e il piacere si mescolavano fino a diventare indistinguibili. Quando venimmo insieme, lui mi riempì il culo di sborra calda e abbondante mentre io mi ditaliavo la figa con disperazione, squirtando sul pavimento in un orgasmo lungo e violento che mi lasciò le gambe senza forza.
Restammo così, sudati, gocciolanti, tremanti, senza più nulla da nascondere. Lui uscì da me lentamente; la sua sborra mi colò lungo le cosce. Mi voltai, lo guardai negli occhi e sorrisi, le labbra ancora lucide, il respiro ancora spezzato.
«Da stasera in poi», dissi a voce bassa ma ferma, «ogni sera. Qui. Come una puttana del quinto piano.»
Lui annuì, ancora ansimante. Non servivano altre parole.
Da quella notte il balcone collegato non fu più un confine. Fu solo il passaggio obbligato verso un bagno dove ogni sera una casalinga e il ragazzo dei vicini si prendevano con una intensità sempre più selvaggia, senza freni, senza pudore, senza limiti.
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