Spiare dal buco serratura (capito successivo)
di
Antony965
genere
voyeur
Anni dopo Luca tornò in città per una visita a Marco. Aveva superato i trent’anni, lavorava stabilmente e la routine quotidiana aveva smussato molti degli slanci di un tempo. Marco abitava ancora nella casa di famiglia. Elena vi passava solo qualche giorno alla settimana; il resto del tempo lo trascorreva in un piccolo appartamento in centro.
Quella sera, dopo cena, Marco dovette uscire per un impegno improvviso. Luca rimase solo in salotto. Poco dopo sentì la chiave girare nella serratura. Elena entrò con un’aria stanca, la borsa ancora in mano. Lo salutò con un cenno della testa.
«Marco mi aveva detto che saresti passato», disse, posando le chiavi sul mobile. «Stai bene?»
«Sì. Grazie.»
Preparò del tè senza troppa cerimonia e gliene porse una tazza. Si sedettero al tavolo della cucina. Il silenzio si allungò più del necessario. Elena lo osservò di sbieco, poi abbassò lo sguardo sulla tazza.
«A volte mi chiedo se ci pensi ancora», disse a voce bassa. «A quella volta. Alla porta. A tutto quello che è successo dopo.»
Luca non rispose subito. Il ricordo era rimasto, ma non era più nitido come un tempo.
Elena si alzò. «Devo andare in bagno.»
Lasciò la porta socchiusa. Luca esitò qualche secondo, poi si avvicinò. Attraverso lo spiraglio la vide sollevare l’abito fino alla vita, infilare i pollici sotto l’elastico dei collant e delle mutandine e abbassarli insieme fino alle ginocchia. Si sedette sul water. Le cosce si aprirono. Il getto dorato uscì deciso, colpendo l’acqua con un suono prolungato. Bagnò i peli neri corti e ordinati che incorniciavano la vulva, scorrendo sulle labbra prima di cadere. Lei non si voltò subito. Solo quando ebbe finito e si fu asciugata con calma alzò lo sguardo verso la porta.
«Se vuoi entrare, entra», disse. La voce era pratica, quasi stanca. «Ma chiudi.»
Luca entrò e chiuse. Elena rimase seduta, le mutandine e i collant alle caviglie. La figa era ancora umida di pipì, le labbra leggermente aperte, i peli corti lucidi. Fece un piccolo gesto con la mano.
«Vieni qui. Lecca.»
Si inginocchiò tra le sue gambe. La lingua partì dalla base, risalì lungo le labbra interne ancora calde e salate, poi si concentrò sul clitoride. Assaporò il residuo di urina mescolato al sapore naturale della pelle. Elena respirò più profondamente. Dopo un paio di minuti posò le dita tra i suoi capelli e lo premette più forte contro di sé, facendo scorrere il bacino in avanti perché la lingua entrasse più a fondo. Luca leccò con lentezza, aprendo le labbra con la punta della lingua, succhiando piano il clitoride, tornando ogni tanto a raccogliere l’umidità che scendeva.
Quando lo fece alzare, gli sbottonò i pantaloni e gli abbassò boxer. Il cazzo era già duro. Lo prese in mano, lo strinse alla base e lo strofinò lentamente su e giù, il pollice che passava sulla testa già umida. Poi lo condusse nella camera ospiti.
Si tolse l’abito e si sdraiò sul letto, le gambe divaricate. Con due dita si aprì le labbra, mostrando l’interno rosa e lucido.
«Guardala bene. Poi mettilo dentro.»
Luca si posizionò tra le sue cosce e spinse il glande contro l’ingresso. Entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, sentendo le pareti calde e strette che si aprivano intorno a lui. Quando fu completamente dentro si fermò un momento. Elena muoveva il bacino con piccoli cerchi, facendolo sentire più a fondo. Poi iniziò a spingere con ritmo regolare. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempì la stanza. A ogni spinta i peli neri corti di Elena sfregavano contro la base del suo cazzo.
Dopo alcuni minuti si girò e si mise a carponi. Allargò le ginocchia e abbassò la schiena. Luca la prese dai fianchi e rientrò con una spinta più decisa. Da quella posizione vedeva tutto: le labbra che si aprivano intorno al suo membro, i peli bagnati di saliva e dei loro umori, il modo in cui la figa lo stringeva a ogni ingresso. Accelerò. Il battito delle cosce contro il suo bacino diventò più forte. Elena spingeva indietro incontro a lui, emettendo respiri bassi e rochi.
Quando sentì di essere vicino, le strinse i fianchi e venne dentro, scaricando a scatti profondi. Elena chiuse gli occhi e tenne le cosce strette, sentendo il calore spargersi al suo interno. Rimasero fermi così per alcuni secondi, poi si distesero di fianco.
Elena gli passò una mano sul petto, senza guardarlo negli occhi.
«Non sarà come prima», disse. «Non possiamo farlo spesso. E nessuno deve sapere niente. Se una volta non ti va, o a me non va, si ferma lì.»
Luca annuì.
Si rivestirono in silenzio. Elena tornò in cucina e finì il tè ormai freddo. Quando Marco rientrò, li trovò seduti al tavolo che parlavano del lavoro e del tempo. Niente di strano.
Negli anni seguenti gli incontri si ripeterono a intervalli irregolari. A volte la porta del bagno restava socchiusa e Luca poteva vedere il getto bagnare di nuovo i peli neri corti prima di entrare e leccarla ancora umida. Altre volte lei lo faceva entrare subito, lo metteva in ginocchio e gli teneva la testa premuta contro la figa finché non era soddisfatta, poi lo faceva salire sul letto e lo cavalcava o si faceva prendere da dietro. Non c’era più l’intensità febbrile dei vent’anni. C’era piuttosto una complicità adulta, esplicita, limitata e consapevole dei rischi.
Quando si separavano, ciascuno tornava al proprio ruolo senza drammi. Il segreto rimaneva chiuso tra loro, concreto e discreto, e ogni tanto, senza troppe parole, riprendeva forma.
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