Il nostro amore è la nostra rovina
di
Michael035
genere
sentimentali
È l'inizio di maggio qui a Melbourne, il che significa che l'autunno australiano è già entrato nella fase in cui il cielo è una lastra di metallo grigio e il vento che sale da Port Phillip Bay diventa tagliente.
Ho quarantadue anni. E tra meno di un mese, sarò un ex calciatore, in realtà lo sono già solo che non voglio ammetterlo. L'ho deciso tre settimane fa, dopo un allenamento in cui non riuscivo a piegarmi per allacciarmi gli scarpini senza avere nessun dolore alle articolazioni. Il Melbourne Victory giocherà la finale dei Play-off della A-League tra un paio di settimane. Siamo i campioni in carica. Il mister, un australiano burbero che ha capito da tempo come gestirmi, mi usa col contagocce. Gioco le partite di cartello, i derby, gli scontri diretti, e mai per novanta minuti. Il mio corpo è un motore fuorigiri, tenuto insieme da infiltrazioni, tecarterapia e testardaggine. Non sono mai stato un fenomeno generazionale, lo so benissimo. Ma ho avuto i miei momenti. Guardo la maglia incorniciata nel corridoio: Bologna. I miei ventinove, trent'anni. Il picco assoluto. Ottantamila persone a San Siro contro Inter e Milan, quelche notte in Europa League a sputare sangue contro squadre spagnole o inglesi. Ho incorniciato tutte le maglie che ho indossato in ordine di importanza: iniziano da quella dell'Exeter e seguono quelle di Stockport, Kaiserslautern e Frosinone. Quella del Bologna ha una cornice più grande e rappresenta il momento migliore della mia carriera. Poi il lento declino. Cagliari, Sheffield united e infine una cornice vuota dove andrà la maglia del Melbourne Victory. I contratti più brevi, l'incapacità cronica di dire basta, fino ad atterrare qui, dall'altra parte del mondo, dove il calcio è più lento che sembra dilettantistico rispetto alla serie A. Qui l'anonimato per strada ti illude di essere un uomo normale e soprattutto ho più tempo libero.
Ma la verità è che sono venuto in Australia per scappare. Scappare da una vita e da un fallimento enorme che porta il nome di Asia.
«Ti serve una mano con le cose di Alice?»
La voce di Grace mi fa voltare. È appoggiata allo stipite della porta, una tazza di caffè fumante in mano. Trentaquattro anni, nata e cresciuta nei sobborghi sud di Melbourne, graphic designer. È esattamente quello che la gente definirebbe "una ragazza da sposare". Capelli biondo cenere sempre un po' mossi dal sale dell'oceano, pelle dorata anche in autunno, lineamenti dolci, una calma interiore che rasenta il buddismo. È bellissima, è sana, fa yoga alle sei del mattino e beve flat white con latte d'avena. E non mi fa sentire assolutamente niente. È l'esatto opposto di Asia — esattamente come lo era Chloe, prima che Asia tornasse nella mia vita e la facesse esplodere in mille pezzi.
«No, tranquilla, ho fatto,» le rispondo, togliendo il ghiaccio dal ginocchio. Mi alzo, zoppicando leggermente. «Ho messo il piumone pesante. Diego invece si lamenta sempre che ha caldo, gli ho lasciato solo la coperta leggera.»
Grace mi sorride, si avvicina e mi passa la tazza di caffè. «Sei nervoso.»
«Non vedo i miei figli da cinque mesi, Grace. È normale.»
«Lo so.» Mi passa una mano sul braccio, un tocco leggero, rassicurante. «Senti, io tra poco vado. Non voglio invadere i loro spazi. Ci vediamo la settimana prossima, quando si sono ambientati, va bene?»
«Te ne sono grato.»
Grace si alza in punta di piedi, mi bacia sulle labbra e va verso l'ingresso a prendere le sue cose. Il suo bacio ha il sapore di un bicchiere d'acqua. Ti disseta, ma non te lo ricordi. Da mesi cerco di autoconvincermi che la pace sia questa cosa qui: assenza di conflitti, quieto vivere, colazioni silenziose. Ma la verità, quella che mi tiene sveglio alle tre di notte fissando il soffitto, è che rivedrò di nuovo Asia. Per poco, giusto il tempo di portarmi i ragazzi e darmi qualche istruzione, ma è lo stesso. Ogni volta che ce l'ho davanti torno al punto di partenza.
Quando la porta si chiude alle sue spalle, il silenzio della casa mi piomba addosso. Faccio un giro di perlustrazione. I letti sono pronti. Nel frigo ci sono i succhi di frutta che piacciono ad Alice e il prosciutto crudo che ho pagato una follia in una salumeria italiana in Lygon Street perché Diego odia i salumi australiani.
Mi fermo in mezzo al salotto, le mani sui fianchi. Diego ha nove anni. Alice ne ha cinque. Il fatto che vivano a sedicimila chilometri di distanza da me è l'ergastolo che mi sono inflitto da solo. E la colpa è divisa esattamente a metà tra me e la donna che sta per scaricarli davanti a quel cancello.
Io e Asia siamo divorziati da quasi cinque anni. La gente pensa che i matrimoni finiscano per un tradimento, per i soldi, per la noia. Il nostro è finito perché eravamo diventati armi di distruzione di massa. Avevamo passato i nostri vent'anni a sbranarci per poi metterci insieme, scambiando l'adrenalina per amore eterno. E per un po' aveva funzionato. Ci siamo anche sposati, pensa che idioti. Subito dopo è arrivato Diego. Quasi cinque anni dopo, Alice.
Il ricordo della nostra ultima, vera lite mi toglie il respiro ancora oggi. Vivevamo in Italia. Alice aveva otto mesi, piangeva sempre. Rispetto a Diego è una vera e propria peste, infatti è la copia di sua madre. Asia era l'ombra di se stessa, consumata dalla stanchezza e da una depressione post-partum che nessuno dei due sapeva riconoscere, e che non abbiamo mai chiamato con il suo nome. Io ero sotto stress per il mio calo fisico e mi comportavo da stronzo egoista, come sempre.
«Il lavoro pesante lo faccio io, Michael,» mi disse Asia, la voce già incrinata da una rabbia trattenuta troppo a lungo. «Io. Le notti in bianco, le poppate, la pediatra, mentre tu li porti in vacanza due mesi all'anno e ti prendi pure la medaglia del padre presente.»
«Ma che cazzo posso farci, non posso mica sdoppiarmi.» Alzai la voce anch'io, avvicinandomi. «Allora cambiamo. Vengo io a stare a casa a badare a loro, e tu vai a giocare novanta minuti ogni settimana, vai a fare gli allenamenti, trasferte e poi vediamo se riesci a stare a casa più di me. Mi sembra che non ti manchi un nulla o sbaglio? Ci sono persone che sono nella nostra stessa situazione e i genitori lavorano entrambi. Io guadagno abbastanza da mantenere un alto stile vita, non ti mando a lavorare e hai pure il coraggio di farmi la morale?»
Cominciammo a urlare, sempre più forte, le voci che si sovrapponevano senza che nessuno dei due ascoltasse più l'altro — due animali feriti che si accanivano sulla ferita più profonda che conoscevano, quella dell'altro. Non ci fermammo per buon senso. Ci fermammo perché il silenzio di colpo era diventato assordante. Ci voltammo entrambi verso il corridoio. Diego, a quattro anni, era lì, in pigiama. Rannicchiato contro lo stipite della porta della cameretta di Alice, le ginocchia al petto, le manine premute forte sulle orecchie. Tremava. Non stava nemmeno piangendo a voce alta, le lacrime gli scendevano silenziose su una faccia pietrificata dal terrore.
Guardai Asia. I suoi occhi azzurri, solitamente fiammeggianti di rabbia, si erano appena spenti. Completamente. Non disse una parola. Si avvicinò a Diego, lo prese in braccio e si chiuse nella stanza di Alice. La mattina dopo, mi disse che dovevamo divorziare.
Il suono metallico del citofono esterno mi riporta alla realtà. Sussulto, mi passo una mano sul viso sudato per la tensione e premo il pulsante per aprire il cancello elettrico del vialetto. Mi infilo le scarpe e apro la porta uscendo sotto il portico. L'aria di Melbourne è tagliente.
Un maxi-taxi nero, di quelli grandi per i transfer aeroportuali, scivola lungo il vialetto e si ferma spegnendo il motore. Lo sportello scorrevole posteriore si apre.
Il primo a scendere è Diego. Ha il cappuccio della felpa tirato su, uno zaino della Nike enorme sulle spalle. Sotto il cappuccio spuntano i suoi capelli castani, ricci — gli stessi che avevo io alla sua età, prima di decidere per sempre che i ricci non facevano per me — io li porto sempre lisci, un vezzo che ho preso da quando ho compiuto otto anni. Ha gli occhi azzurri marroni, identici ai miei, con la stessa espressione seria da piccolo adulto che osserva il mondo invece di viverlo. Appena mi vede, quella maschera crolla in un secondo.
«Papà!» urla, mollando quasi lo zaino a terra per correre più veloce.
Subito dietro di lui, sbuca Alice. È buffo guardarla e vedere Asia in miniatura, con l'unica differenza che i suoi capelli sono castano chiaro invece che neri. Stessi occhi azzurri, stessa bocca piena, stessa determinazione feroce già a cinque anni. Non ha nemmeno il giubbotto allacciato, stringe un pupazzo informe in una mano e si lancia verso di me urlando con una voce acutissima, come se non mi vedesse da un anno invece che da cinque mesi.
Mi abbasso, ignorando il dolore alle articolazioni e li stringo entrambi. Sento il profumo del collo di Alice, i capelli di Diego che sanno ancora di aereo e di quel bagnoschiuma alla mela. Diego mi stringe forte al collo, più forte di quanto farebbe di solito davanti ad altre persone, e per un secondo non è affatto un piccolo adulto: è solo un bambino che ha aspettato questo momento per mesi.
«Ooh! ecco le mie puzzole preferite,» sussurro, la gola serrata, baciandoli sulla testa. «A Diè, ammazza come sei cresciuto sti sei mesi.»
Lui sorride, un po' imbarazzato, ma non si stacca.
Poi sento lo sportello anteriore del taxi sbattere con un colpo. Alzo lo sguardo da sopra la spalla di mio figlio.
Asia è già fuori, in piedi accanto al bagagliaio aperto, mentre il tassista scarica due valigie enormi. Ha il telefono in mano e lo controlla due volte in dieci secondi, un gesto nervoso che conosco bene: è il suo modo di dire che vuole andarsene il prima possibile. Indossa un paio di jeans neri aderenti, stivaletti bassi e un cappotto cammello lungo, lasciato sbottonato nonostante il vento. I capelli scuri, più corti di come li ricordavo, le incorniciano il viso, mossi dalla brezza del mare.
I suoi occhi azzurri incrociano i miei.
Sono passati anni. Ho un'altra vita, un altro fuso orario, un'altra donna che mi porto a letto. Ho il corpo che cade a pezzi. Eppure, nell'istante esatto in cui il suo sguardo gelido, stanco e dannatamente fiero mi si aggancia addosso, sento quella sensazione di vuoto.
Mi alzo lentamente in piedi, tenendo Alice per mano.
«Buongiorno anche a te,» le dico, con un sorriso storto che so benissimo la infastidisce. «Sempre solare e sorridente come sempre, eh?»
Lei non sorride. Non fa nemmeno finta.
«Ciao, Michael.» La sua voce è roca, piatta, quella di una persona che ha già mentalmente controllato l'orario del prossimo volo disponibile.
Il tassista scarica l'ultima valigia sul selciato. Gli allungo cinquanta dollari australiani senza neanche guardare il resto e prendo le borse di Diego, mentre li guido in truppa verso l'ingresso.
Asia mi segue a due passi di distanza, gli occhi già puntati sull'orologio che porta al polso. Il rumore dei suoi stivali sul cemento è un ritmo regolare, quasi impaziente. So benissimo che non vorrebbe nemmeno mettere piede in casa mia — vorrebbe consegnarmi i bambini sul marciapiede e sparire, se solo il senso del dovere non la costringesse a varcare la soglia per l'ennesimo sermone di istruzioni.
Appena entra, i suoi occhi fanno un giro completo dello spazio, come se stesse cronometrando quanto tempo le serve per finire e andarsene. Il parquet scuro, la vetrata sulla baia, il disordine calcolato di una casa vissuta da un quarantenne solo. Non c'è meraviglia nel suo sguardo, neanche un'ombra di curiosità. Per lei potrei stare in una villa a tre piani o in un garage a Tor Bella Monaca: l'unica cosa che conta è verificare che l'ambiente sia privo di pericoli per i bambini.
«Papà, posso giocare con la PlayStation 5?» grida Diego, mollando lo zaino in mezzo al corridoio e correndo verso il salotto.
«Certo che sì, non più di due ore però. C'è pure il nuovo FIFA, l'ho comprato ieri,» gli rispondo a voce alta.
Alice gli trotta dietro con le sue gambine corte, trascinando l'ennesimo peluche appena comprato in aeroporto.
Restiamo soli nel disimpegno tra l'ingresso e l'isola della cucina. L'aria in casa cambia istantaneamente densità.
Asia si sfila la sciarpa dal collo con un gesto rapido e la appoggia sul marmo del bancone, senza sedersi, senza posare la borsa — come se restare pronta a scattare verso la porta fosse un modo per abbreviare il tempo che sta per passare qui dentro. Apre la sua borsa di pelle nera ed estrae una cartellina di plastica trasparente, piena di fogli e di una scatola di farmaci. La fa scivolare verso di me sul bancone.
«Allora,» dice, guardando l'orologio per la seconda volta in un minuto. «Cerco di fare in fretta perché voglio andarmene in hotel a riposare. Alice è celiaca, lo sai, ma quest'anno la dietologa ha aggiornato tutto: niente glutine, nemmeno in tracce — se tocchi il pane lavati le mani e tieni d'occhio Diego mentre mangiano perché alcune volte le fa i dispetti. Leggi sempre le etichette: salse, tutto quello che è confezionato. Se sgarra anche di poco le viene un pesante mal di pancia e la diarrea.»
«Lo so, Asia, non è la prima volta.»
«Lasciami finire.» Non alza la voce, ma il tono si fa più tagliente. «Ricordati che ha l'allergia alle arachidi e alla frutta a guscio, questa è più seria, quindi non ci scherzare. Nella cartellina c'è l'autoiniettore di adrenalina, deve stare sempre con voi — in borsa, in macchina, ovunque andiate — non lasciarlo mai al sole che si rovina. Se vedi che si gonfia la bocca o fatica a respirare, prima l'adrenalina e poi chiami l'ambulanza.»
«Me lo ricordo benissimo, c'ero io con lei in pronto soccorso quando lo abbiamo scoperto.»
«Appunto.» Mi guarda dritto negli occhi. «Quindi fammi il favore di leggere le etichette, per una volta.»
Ascolto le sue parole, ma la mia testa sta facendo tutt'altro.
Mentre mi elenca dosaggi, allergeni e protocolli con la precisione di un medico di guardia, io mi ritrovo a fissarle la bocca. Le sue labbra sono secche per le ventiquattro ore di volo, eppure mantengono quella forma piena, spigolosa, che conosco millimetro per millimetro. Il suo profumo — quella nota speziata e amara che si porta dietro da quando aveva vent'anni — ha già saturato l'aria della mia cucina.
Sento una fitta al basso ventre, improvvisa. È una reazione stupida, primordiale. Provo una sottile, pericolosa eccitazione mentre la mia ex moglie mi spiega come non far finire nostra figlia in pronto soccorso.
Faccio un passo avanti, azzerando la distanza di sicurezza, e mi appoggio con i gomiti al bancone.
«Ok, ho capito tutto. Etichette, adrenalina, niente glutine. Non sono scemo, Asia.»
«Non ho detto che sei scemo. Ma delle volte sei troppo sbadato, ed è vero.»
«E dai, non ricominciare.» Sospiro, passandomi una mano tra i capelli. «Sono suo padre, non un tizio che l'ha in affido per il weekend.»
Lei non indietreggia. Non lo ha mai fatto. Solleva il mento, squadrandomi con uno sguardo che potrebbe tagliare il vetro.
«Sei un padre che li vede quattro settimane ogni sei mesi, Michael. Ti tocca la parte divertente: parco, regali, zucchero a volontà, quello simpatico che arriva e sconvolge le regole. Io mi becco il resto — le notti in bianco con la febbre a quaranta, i controlli dal gastroenterologo, le crisi isteriche perché a scuola le hanno dato per sbaglio una merenda con tracce di frutta secca. Per dieci mesi all'anno, da sola.»
«Ah, ok, quindi adesso si fa la classifica di chi soffre di più.» La mia voce scende di un tono, si fa più dura. «Bello. Mi mancava.»
«Non è una classifica, è la realtà.» La voce le si alza, poi si ferma un attimo, guarda verso il salotto per controllare che i bambini non stiano ascoltando, e riprende più bassa ma non meno velenosa. «Tu fai il padre due mesi all'anno e ti aspetti pure una medaglia. Io faccio la madre trecentosessantacinque giorni e sono quella stronza che rompe le palle.»
«Nessuno ha detto che sei una stronza.»
«Non serve che lo dici a voce, Michael, te lo leggo negli occhi che mi reputi una stronza.»
«Guarda che se vuoi possiamo anche invertirci, eh.» Mi avvicino ancora, la voce che si fa più bassa e più affilata insieme. «Andiamo dal giudice e mi lasci l'affidamento a me. Tu li tieni due mesi e li porti in vacanza, anzi ti concedo anche un mese in più, così vi fate tre mesi al mare.» mi fermo, Asia sta per dire qualcosa ma non la faccio parlare.
«Che idiota, senza affidamento perdi anche l'assegno e dovresti andare a lavorare. Non sia mai, lasciamo così com'è.»
Il silenzio che segue è secco, teso. Asia vorrebbe fare il giro dell'isola solo per prendermi a schiaffi.
«Ripetilo,» dice, la voce improvvisamente molto calma. Troppo calma.
«Ho detto che—»
«L'ho sentito benissimo cosa hai detto.» Ora la voce le trema, ma non di paura. «Io ho messo in pausa la mia vita per i tuoi figli mentre tu correvi dietro a un pallone in mezzo mondo, e tu mi riduci ai soldi che mi dai? Ai soldi?»
«Non ti ho ridotta a niente, ho solo detto—»
«Hai detto esattamente quello che pensi.» Fa un passo avanti, non indietro, e per un istante siamo così vicini che sento il calore della sua rabbia sulla pelle. «Che io sto qui comoda a spendere i tuoi soldi mentre tu fai il padre eroe due mesi l'anno. Fanculo, Michael. Fanculo davvero.»
Vedo la mascella di Asia contrarsi così forte che i muscoli del collo si tendono. Le sue narici si dilatano. Nei suoi occhi azzurri scatta quel lampo blu, feroce, tossico, che conosco a memoria. È la scintilla che anticipava sempre i nostri disastri: gli schiaffi, le urla in casa, le lacrime di Diego la notte che ha deciso il nostro divorzio.
Per un istante spero quasi che ci ricaschi. Voglio che mi urli addosso, voglio che perda il controllo, perché nell'odio di Asia c'è sempre stata una forma perversa di intimità che non ho mai più ritrovato in nessun'altra donna.
«Non ti permettere mai più—» comincia, l'indice puntato contro il mio viso. Poi si ferma.
Il suo braccio resta sospeso a metà strada. I suoi occhi passano da me al corridoio da cui arriva il sonoro di un videogioco e la risata acuta di Alice.
Vedo il processo fisico con cui Asia si riprende il controllo. Il respiro le si spezza in gola, le spalle si abbassano di un millimetro, il viso torna a essere una maschera impenetrabile. L'amore per i nostri figli schiaccia la rabbia, mettendole un freno a mano tirato a forza.
Abbassa la mano e fa un passo indietro.
«Non ho voglia di fare questo con te,» dice, e la sua voce è ritornata quella di prima: fredda, controllata. «Non ho fatto ventiquattro ore di volo per litigare come ogni volta. La cartellina è lì. Fai quello che ti pare, basta che quando li riprendo stiano bene.»
Si gira verso la parete dove ha appoggiato la sciarpa, la raccoglie e se la avvolge attorno al collo con gesti rapidi.
«Asia,» la chiamo.
Non risponde. Cammina verso il salotto. «Diego! Alice! Amorucci miei. Mamma va via, venite a darmi un bacio.»
La seguo a distanza. La guardo sgridare dolcemente Diego perché sta troppo vicino allo schermo, la guardo scompigliare i capelli castani di Alice e stringersela al petto per un tempo che sembra infinito. In quel momento non c'è traccia della donna aggressiva di poco fa: c'è solo una madre che sta lasciando metà del suo cuore dall'altra parte del pianeta.
Quando si rialza, evita di incrociare il mio sguardo. Ripercorre il corridoio, infila la borsa in spalla e afferra la maniglia della porta.
«Dove stai di preciso?» le chiedo, appoggiando una mano allo stipite.
Si ferma sulla soglia, dandomi mezza spalla. Il vento freddo di Melbourne le solleva una ciocca di capelli neri dal collo.
«In un Hotel a St Kilda. Vicino alla spiaggia.»
«Se ti serve qualcosa...»
«Non mi servirà niente,» mi interrompe, senza girare la testa. «Domani sera ho il volo di rientro. Ci sentiamo per messaggio per quando tornerò a riprenderli tra quattro settimane.»
«Asia.»
Questa volta si volta. Solo un secondo. I suoi occhi incontrano i miei e per un secondo impercettibile di tempo, sotto l'orgoglio, sotto l'odio residuo e sotto la stanchezza, ci vedo passare di tutto: casa sua a Roma, il sesso disperato in macchina, le lacrime dopo il divorzio, la certezza spaventosa che non ci siamo mai davvero liberati l'uno dell'altra.
«Non viziarli, Michael,» dice a mezza voce.
Poi tira a sé il battente. La porta si chiude con un colpo secco, lasciandomi solo nel silenzio della mia casa, con il profumo della sua pelle che rifiuta ostinatamente di andarsene.
2_______________
Il primo giorno passa in fretta. Le giornate sembrano durare la metà quando ho Diego e Alice: tra giochi, scherzi e cartoni animati guardati tutti insieme sul divano le ore diventano minuti.
Il giorno dopo il cielo di Melbourne minaccia una giornata di merda. C'è un vento fortissimo e nuvole che sembrano pronte a buttar giù secchiata d'acqua per l'intera giornata. Infatti decide di crollare esattamente alle due del pomeriggio. Non è una semplice pioggia autunnale, è una tempesta torrenziale che trasforma Port Phillip Bay in una tavola nera, spazzata da raffiche di vento che fanno tremare i vetri del salotto e lampi viola che si abbattono sull'oceano che si riflettono sulla superfice dell'acqua.
Poco dopo va via anche la corrente in tutta la città. Qualche fulmine deve aver causato dei danni. Diego e Alice stanno dormendo sul divano, ma ogni volta che tuona, Alice sobbalza e si risveglia. Io sono seduto sull'isola della cucina con il mio pc portatile a controllare le email quando il campanello suona tre volte di fila, con un'insistenza nervosa.
Aggrotto la fronte e mi alzo per andare ad aprire. Mi domando chi sia a quest'ora con un alluvione in corso.
Asia è sotto il portico e sembra scampata a un naufragio. I capelli scuri incollati alle guance, il cappotto cammello zuppo che gocciola sulle piastrelle, le mani livide per il freddo intorno al manico del trolley. Trema, ma non è il freddo. È rabbia pura, che le esce dagli occhi prima ancora che apra bocca.
«Che cazzo ci fai qui, non avevi il volo?» le dico.
«Togliti di mezzo.» Mi spinge via con una spallata, trascinando il trolley dentro, lasciando una scia d'acqua sul parquet.
«Porca puttana, mettiti sul tappeto, così mi rovini il pavimento.»
Molla la valigia, si passa le mani tra i capelli fradici. «Tutti i voli cancellati. Tutti.» Non mi guarda nemmeno. «I radar di Tullamarine sono andati in tilt. In più i lampi stanno cadendo troppo vicino alla pista. Sei ore su una sedia di metallo per sentirmi dire che forse domani, forse dopodomani... Solo tu potevi ritirarti in un buco di culo dove piove come nel sud-est asiatico, Michael.»
«Mamma!» Alice scende dal divano e le corre incontro.
L'espressione di Asia si scioglie all'istante, ma la ferma con una mano. «No, tesoro, ferma, sono bagnata fradicia, ti bagni tutta anche tu se mi abbracci.» Torna a guardarmi, e la dolcezza sparisce di scatto. «Mi faccio una doccia prima di finire in ipotermia. Poi mi porti in un hotel, appena smette.»
«Stai urlando senza motivo, io non controllo il meteo—»
«Ho detto solo che vado a farmi una doccia.» Si sfila il cappotto, lo lascia cadere in una pozza sul pavimento, e sparisce nel bagno sbattendo la porta.
Resto a fissare il corridoio vuoto. Cinque minuti in casa e siamo già in guerra. È come se il mio corpo si ricordasse una lingua che pensavo di aver disimparato.
Cinque minuti dopo sento l'acqua scrosciare. Sto raccogliendo il suo cappotto da terra quando la sua voce sovrasta il rumore della doccia.
«Michael!»
Mi avvicino alla porta chiusa. «Che c'è?»
«Mi sono scordata i vestiti puliti. Aprimi la valigia, passami l'intimo e i pantaloni della tuta neri. E sbrigati che fa freddo.»
Apro il trolley in mezzo all'ingresso. L'odore della sua roba — ammorbidente e il suo profumo — mi arriva subito addosso. Trovo i pantaloni, una maglietta bianca, e un completino di intimo nero. Lo tengo in mano un attimo di troppo prima di richiudere il pugno e andare verso il corridoio.
Arrivo alla porta. La maniglia è abbassata. Non mi passa nemmeno per la testa di bussare — perché dovrei? Non c'è un centimetro di quel corpo che non conosca a memoria.
Abbasso la maniglia, spingo. Il vapore mi investe, denso, caldo, che sa di cocco — il mio bagnoschiuma. Asia è appena uscita dal box doccia, sul tappetino nero, completamente nuda, l'acqua che le scivola lungo la schiena.
Si gira di scatto, sussulta. E invece di guardarmi con la solita sfida, o di coprirsi appena, incrocia le braccia sul petto, gira le spalle, stringe le ginocchia. Come se fossi un estraneo.
«Che cazzo fai?» grida con la sua voce acuta.
«Non sai bussare? Esci!»
Mi blocco sulla soglia. Mi aspettavo un insulto — non questo. Non vederla coprirsi da me come se avessi appena scavalcato un cancello di casa d'altri. Fa male. Fa male in un modo stupido, sproporzionato, che di solito riservo a cose molto più serie di una porta aperta senza permesso.
Lascio i vestiti sul lavandino. Non indietreggio. Faccio un passo avanti, dentro, e chiudo la porta alle spalle. Clic. Lei sobbalza al rumore della serratura.
«Michael, esci. Non sto scherzando.»
«Stai già urlando meno,» dico, la voce più bassa di quanto vorrei. «Bene. I bambini sono a cinque metri, non voglio che ci sentano di nuovo.»
«Allora lascia lì i vestiti e vattene.»
Faccio un altro passo. Il bagno è grande ma sembra essersi ristretto. «Perché ti copri così?» le chiedo, e la domanda mi esce più cruda di quanto avessi in mente, con dentro qualcosa che assomiglia troppo a una supplica per i miei gusti. «Da me?»
«Sì, da te.» Non abbassa le braccia. «Siamo divorziati, in caso te lo fossi dimenticato.»
«Non me lo sono dimenticato.» Un passo ancora. «Ma tu ti sei dimenticata un sacco di altre cose, a quanto pare. Tipo che ho passato metà della mia vita su quel corpo. Che ti ho tenuto la mano mentre partorivi i nostri due figli. E adesso fai la parte della vergine spaventata perché sono entrato in bagno.»
«Non sto facendo nessuna parte.» La sua voce trema, ma non è paura, è qualcos'altro. «Sto solo dicendo che non hai nessun diritto di—»
«Con Marco?» Il nome mi esce con un disprezzo che non riesco a controllare. «Ti copri anche con lui, quando litigate?»
Il colpo va a segno. Lo vedo negli occhi. Libera un braccio di scatto e mi tira uno schiaffo aperto sul viso — forte, carico di rabbia. «Non nominarlo,» sibila. Il movimento le fa scoprire il seno, ma stavolta non si affretta a coprirsi di nuovo. Mi fissa, il petto che si alza e si abbassa. «E non usare i miei figli per farmi sentire in colpa.»
Incasso lo schiaffo senza muovermi di un centimetro. La guardo — davvero la guardo, tutta, senza vergogna — e la vedo tremare sotto il mio sguardo. Non di freddo.
«Non m'importa di lui,» dico, la voce che si abbassa fino a diventare quasi un sussurro. Mi avvicino ancora, tanto che sento il calore che sale dalla sua pelle bagnata. «Non m'importa cosa fai a Roma. Ma qui, adesso, in questo bagno, non sei sua. Non lo sei mai stata.»
«Michael—»
«Zitta un secondo.» Alzo una mano, piano, e le sfioro la mascella con le dita, sollevandole appena il viso verso il mio. Lei non si scosta. Il respiro le si ferma in gola. Per un istante — mezzo secondo, forse meno — la vedo cedere: le spalle che si abbassano, la testa che si inclina appena verso il palmo della mia mano, le labbra che si schiudono senza volerlo. E poi le chiude. Di scatto.
Mi mette le due mani aperte sul petto e mi spinge indietro con tutta la forza che ha, facendomi sbattere contro il portasciugamani. «No,» dice, e la voce le trema ma è chiarissima. «So cosa vuoi fare... esci, forza... ESCI!» urla, indicandomi la porta.
Resto fermo, il fiato corto, la schiena che pulsa dove ho urtato il metallo. Il rifiuto mi arriva addosso più duro dello schiaffo di prima — molto più duro. Sento qualcosa stringersi in petto, un vuoto secco che non provavo da anni.
«Asia—»
«Michael!» dice, senza guardarmi, girandosi verso lo specchio appannato. Ha ancora le braccia incrociate. «Per favore.»
Quel "per favore" mi fa più male di qualsiasi insulto che mi abbia mai urlato addosso. Prendo un respiro, mi passo una mano sul viso.
«I vestiti sono lì,» dico, la voce che esce piatta, distaccata, tornando a essere il Michael di una volta, quello che sa incassare in silenzio
Esco, chiudo piano la porta alle spalle. Mi appoggio con la schiena al muro del corridoio, il petto che brucia in un punto che nessun antinfiammatorio può raggiungere. Ho quarantadue anni. E ho appena scoperto che posso ancora sentirmi respinto come un ragazzino di sedici.
La pioggia non ha smesso di flagellare le vetrate. È l'una passata, il silenzio in casa è denso, rotto solo dal respiro di Diego e Alice che dormono.
In cucina, illuminato dalla luce fredda di emergenza, mando giù un ibuprofene a stomaco vuoto. L'acqua è ghiacciata. Mi appoggio al bancone, aspetto che i farmaci facciano effetto. Non è un infortunio preciso, è la somma di vent'anni di scatti, cadute, botte e contusioni. Le articolazioni stanno alzando bandiera banca.
Ma questo non è niente rispetto al chiodo fisso che ho in testa da questo pomeriggio. Rivedo Asia contro le piastrelle, la mano che le ho messo sul viso, il modo in cui per un secondo si è lasciata andare prima di spingermi via. Mi passo una mano sulla faccia.
Sul bancone il telefono si illumina. Grace - 01:14: "Dormi? Mi manchi." Lo guardo per tre secondi, poi lo giro a faccia in giù. Non ho spazio per Grace stanotte. Non ce l'ho mai, quando Asia è nei paraggi.
«Non pensi sia arrivato il momento di dire basta?»
Mi volto. Asia è sullo stipite, indossa un pigiama grigio, i piedi scalzi, le braccia incrociate — ma stavolta senza rabbia dentro, solo stanchezza.
«Da quando ti importa?» rispondo, più duro di quanto vorrei.
Va dritta al bollitore, prende una tazza dalla mensola senza doverla cercare. «Era solo un consiglio.» Versa l'acqua. «Poi fai quello che vuoi, come sempre.»
Il rumore dell'acqua riempie il silenzio. La guardo di schiena. «Mi ritiro dopo la finale,» dico, di getto, senza preavviso. Le spalle di Asia si bloccano un istante. Non si gira subito. Quando lo fa, tiene in mano una bustina di tisana, e negli occhi le passa qualcosa — smarrimento, forse — che richiude in fretta.
Non commenta il ritiro. «Scusa per oggi pomeriggio,» dice invece, a bassa voce, gli occhi sulla tazza.
Aggrotto la fronte. Asia non chiede scusa. Mai.
«Non fa niente,» dico, anche se non è vero.
Lei mescola la tisana, il cucchiaino che tintinna contro la ceramica. Poi, senza guardarmi: «Eri strano, in bagno. Prima che succedesse tutto.» Alza gli occhi sui miei. «Perché?»
La domanda mi coglie di sorpresa, secca, diretta, senza il solito sarcasmo a fare da scudo. Dovrei rispondere qualcosa di intelligente, qualcosa che mi lasci il controllo della situazione. Invece mi esce la verità, prima che riesca a fermarla.
«Perché l'idea che un altro uomo ti veda così mi manda fuori di testa. Ecco perché.»
Silenzio.
Asia mi guarda, la tazza a metà strada tra il bancone e la bocca. Per un attimo penso che mi ributterà addosso qualcosa di tagliente. Invece non dice niente. Abbassa lo sguardo sulla tisana, come se all'improvviso le interessasse più del solito.
«Non volevo dirlo,» ammetto, la voce più bassa.
«Lo so.» Beve un sorso, si scotta, fa una smorfia. «Si vedeva.»
Non è un attacco. È quasi un modo per lasciarmi una via d'uscita, e gliene sono grato in un modo che non riesco a spiegarmi.
Restiamo così, io appoggiato al bancone, lei in piedi con la tazza calda tra le mani, senza guardarci davvero, mentre fuori la tempesta continua a martellare i vetri. Non parliamo di Marco. Non parliamo di Grace. C'è troppo, tra noi, per infilarci pure quello stasera.
«Ha smesso di piovere così forte,» dice a un certo punto, anche se non è vero, anche se la pioggia batte esattamente come un'ora fa. È solo un modo per dire che vuole tregua.
«Sì,» dico. «Sembra di sì.»
Finisce la tisana in silenzio. Quando appoggia la tazza nel lavandino, si ferma un secondo di troppo, come se stesse per dire qualcos'altro. Poi si volta verso il corridoio.
«Vado a controllare Alice e poi mi metto a letto.»
È un modo per troncare la conversazione e sciogliere l'imbarazzo del momento.
«Sì... Ok. Io provo a riposare un po'.»
Si ferma sulla soglia della cucina, mi guarda. Per un attimo, nei suoi occhi, non c'è rabbia.
«Notte, allora.» dice.
«Buonanotte...»
Poi scompare nel corridoio buio, lasciandomi solo con la tempesta e con quella specie di pace fragile e temporanea che, tra noi due, è sempre durata troppo poco per fidarsene.
3_______________
Sono le sette del mattino. La pioggia battente della notte sembra essersi calmata, lasciando spazio a una foschia grigia e pesante che galleggia sulla baia. Fuori la bufera sembra essersi placata, ma alla televisione la schermata del canale meteo continua a far scorrere un nastro rosso in basso: allerta ancora attiva su tutta la contea di Victoria, raccomandazione di non mettersi in viaggio se non strettamente necessario.
Asia è già sveglia. Indossa i suoi jeans neri, uno scaldacuore scuro e ha già la borsa in spalla. Sta digitando freneticamente sullo schermo del telefono mentre si prepara un caffè macchina per l'espresso.
«Il vento è calato,» dice, senza neanche alzare gli occhi dal display. Il tono di voce è rigido. «Le strade principali sono libere. Chiamo un taxi o mi accompagni in un hotel più tardi? Uno qualsiasi, basta che abbia una stanza libera.»
Mi appoggio all'isola della cucina. La guardo e dentro mi si stringe un nodo doloroso.
«Asia, c'è ancora l'allerta meteo,» provo a dirle, cercando di mantenere la voce ferma, neutra. «Dicono di non muoversi se non per emergenze. La casa è grande. Puoi stare qui, non devi per forza andare a rinchiuderti in una stanza d'albergo.»
«Non ho intenzione di passare un altro minuto sotto il tuo stesso tetto, Michael,» ribatte lei, e il suo sguardo si stacca dal telefono per fulminarmi con lo sguardo.
«Ti ho spiegato perché non voglio restare.»
Ogni sua parola è una spinta verso il vuoto. L'idea che vada in un hotel e che domani prenda un aereo per tornare a Roma, da Marco, mi fa salire un senso di nausea disperato. Mi viene voglia di afferrarle la valigia e lanciarla dalla vetrata. Poi, il calpestio felpato di due piedini scalzi sul parquet interrompe il momento di tensione.
Alice sbuca dal corridoio. Ha i capelli biondi completamente arruffati, gli occhietti pesti di sonno e si trascina dietro il suo pupazzo. Si ferma al limite tra il salotto e la cucina, guardando la madre con le borse pronte e poi me. «Mamma... dove vai?» la voce le esce impastata, chiarissima nella sua innocenza. «Ho fame! Mi prepari i pancake?»
Asia si blocca. L'armatura d'acciaio con cui mi sta affrontando da due giorni si incrina in un secondo. Si abbassa leggermente verso la bambina. «Amore, mamma deve tornare a Roma. C'è papà, anche lui li sa fare.»
«NO!» Alice fa un musino duro, pestando un piedino per terra.
«Alice...» comincia Asia, ma la bambina la interrompe con la sicurezza granitica di chi ha già deciso come andrà a finire la trattativa.
«Voglio i pancake. Non quelli bruciati che fa papà.» Mi punta un dito accusatorio contro. «Tu li bruci sempre, lo sa anche Diego. Li deve fare mamma.»
Non posso fare a meno di ridere, una risata breve, quasi dolorosa. «Sono così terribili?»
«Fanno schifo,» dice Alice, con la franchezza spietata che ha ereditato pari pari da sua madre.
Asia si lascia sfuggire un piccolo sbuffo, quasi un sorriso represso, il primo accenno di tenerezza.
«Va bene,» dice Asia infine, «Ti faccio io i pancake. Ma solo perché me lo chiedi tu.»
«Grazie mamma!» Alice le si butta al collo, felice, come se avesse appena vinto la battaglia più importante della sua vita.
Guardo mia figlia e per un attimo benedico la sua testardaggine.
«Papà, mi prendi in braccio?» Non esito, mi chino e la sollevo da terra. Alice si aggrappa al mio collo come un piccolo koala, affondando il viso tra la mia spalla e la mandibola, ma tiene gli occhi piantati su Asia.
Asia rimane lì, a due passi da noi. Guarda nostra figlia arrampicata su di me. La sua maschera di pietra cede del tutto, travolta da quell'istinto materno viscerale che la rende la donna straordinaria che è. Si avvicina lentamente a noi due. Non guarda me. Guarda Alice. Si sporge in avanti per stampare un bacio profondo, rumoroso, sulla guancia morbida della bambina. «Sei una ricattatrice, lo sai?» le sussurra con una dolcezza che mi scortica l'anima.
In quello stesso identico istante, trascinato dallo stesso identico impulso di protezione verso la nostra bambina, mi chino anche io in avanti per baciare l'altra guancia di Alice.
Accade in una frazione di secondo.
Le nostre bocche cercano la pelle di Alice, ma lo spazio tra noi è troppo stretto. Le nostre guance si sfiorano. Il viso di Asia impatta contro il mio. Sentire il calore della sua pelle, la morbidezza dello zigomo mentre baciamo nostra figlia insieme manda una scarica che mi fa stare male.
Ci blocchiamo entrambi. Nessuno dei due si stacca.
Respiriamo lo stesso respiro, sopra la testa arruffata di Alice. Sento il profumo della sua pelle che mi entra nei polmoni, avvolgente. Asia sgrana gli occhi, rimanendo con il viso a un millimetro dal mio. Asia deglutisce. Il suo respiro si spezza in gola. Il contatto della sua pelle contro la mia è come un fuoco che si riaccende dopo essere rimasto sotto la cenere per cinque anni.
«Mamma... allora li fai?» la voce di Alice rompe l'incantesimo, ma l'aria attorno a noi è ormai cambiata per sempre.
Asia fa un lento passo indietro, staccandosi a fatica dal mio viso. Si passa una mano tremante sul collo, evitando di incrociare direttamente il mio sguardo.
«Sì, dammi un secondo,» dice a mezza voce, la voce insolitamente incrinata, mentre si sfila la borsa di pelle dalla spalla e la lascia cadere sul bancone. «Certo che sei proprio impaziente.»
Stringo Alice un po' più forte al petto e la guardo muoversi verso il frigorifero. Il muro si è spaccato. La breccia è aperta, e proverò a fare di tutto per ricucire quella spaccatura.
Diego dorme ancora come un sasso nella sua stanza in fondo al corridoio. Non lo sveglierebbe nemmeno un allarme antiaereo. Alice va in soggiorno a giocare con le sue bambole.
In cucina, c'è solo il rumore del burro che sfrigola nella padella calda.
Asia è di spalle. Ha acceso la cappa al minimo per aspirare l'odore della pastella. I suoi movimenti sono meccanici, precisi: versa un mestolo di preparato, aspetta che faccia le bolle, prende la spatola. Guardo la linea del suo collo, i capelli scuri raccolti alla buona, la curva dei fianchi stretta nei jeans. Il mio cervello va in blackout. Cancello le istruzioni, il buonsenso, il divorzio. Mi avvicino in silenzio, assorbendo la distanza che ci separa. Quando arrivo dietro di lei, non ci penso nemmeno. Allungo le braccia e le afferro i fianchi con entrambe le mani. Una presa salda, possessiva, come se lo avessi fatto tutti i giorni negli ultimi cinque anni.
«Questa è anche casa tua, lo sai,» mormoro a mezza voce, chinandomi verso il suo orecchio.
Il suo corpo si irrigidisce all'istante, come attraversato da una scarica ad alto voltaggio. Non esita mezza frazione di secondo. Con un gesto secco e stizzito, mi schiaffeggia via le mani, divincolandosi dalla mia presa con una violenza che mi lascia interdetto.
Si gira di scatto verso di me, la spatola stretta in un pugno.
«No, Michael! Non provarci neanche,» sibila, con un tono così severo e definitivo che mi gela il sangue.
Faccio un passo indietro, alzando le mani in segno di resa, ma l'orgoglio ferito mi fa scattare subito sulla difensiva.
«C'è bisogno di essere così nervosa?» le rispondo, abbassando il tono in un sussurro rauco e irritato. «Ti sto urlando addosso, io? Alice è di là, abbassa la voce e non facciamoci sentire.»
«Allora non toccarmi!» gli occhi azzurri di Asia mandano lampi di puro odio, il respiro è più veloce.
Incrocio le braccia, guardandola dall'alto in basso, esasperato. «È assurdo, guarda. Semplicemente assurdo. Ti rendi conto di come mi tratti? Ti ho sfiorato i fianchi. Sei la madre dei miei figli, cazzo, non un'estranea che ho fermato per strada.»
«Non sei più mio marito, né il mio ragazzo, Michael! Hai perso il diritto di mettermi le mani addosso quando ti pare e piace da anni.»
«Ma sto solo cercando di parlarti!» sibilo, facendo un passo verso di lei, costringendola a indietreggiare con la schiena contro il piano cottura. «Da quando sei entrata in questa casa ieri non fai altro che alzare muri di cemento armato. Mi tratti come se non valessi nulla. Ieri in bagno, questa mattina. Non sono io quello che sta sbagliando questa volta!»
Asia non risponde subito. Stringe la spatola fino a farsi sbiancare le nocche. Si morde l'interno della guancia, guardando un punto indefinito sul mio petto, e per un istante vedo tutta la rabbia defluire via, lasciando il posto a qualcosa di molto più profondo. Una stanchezza antica. Una paura fottuta.
Quando rialza gli occhi sui miei, il suo sguardo è disarmato. «Io non ti tratto come se non valessi nulla,» mormora, la voce improvvisamente svuotata e tremante. «Ti tratto così perché... perché sei pericoloso, Michael.»
Mi blocco. Mi aspettavo un'altra coltellata, non questo. «Pericoloso? Ti ho mai sfiorata con un dito per farti del male?»
«Non parlo di botte, cristo santo,» sussurra lei, chiudendo gli occhi per un secondo. «Parlo della mia testa. Parlo della mia vita. Parlo della mia stabilità. Io ci ho messo cinque anni per rimettere insieme i pezzi che abbiamo distrutto. Ho costruito una routine per i bambini. Ho... ho trovato una stabilità.» Deglutisce a fatica, e so benissimo che dietro quella parola c'è l'ombra di Marco. «Una stabilità che tu, in due giorni di sguardi di merda e mani sui fianchi, mi stai già sgretolando sotto i piedi. E io non posso permettermelo. Non voglio tornare in quel buco nero con te. Non sopravvivrei un'altra volta.»
La sua confessione mi colpisce come un pugno dritto nello stomaco. È nuda e cruda. È la dolorosa verità. Lei ha il terrore di me perché sa benissimo che le basta un mio tocco per mandare all'aria tutto il suo mondo apparentemente perfetto.
«Asia...» mormoro. La chiamo per nome, dolcemente. Mi avvicino ancora, azzerando la distanza. Voglio prenderle il viso tra le mani, voglio dirle che il buco nero in cui precipitiamo insieme è l'unico posto in cui siamo stati felici davvero. Allungo una mano verso la sua guancia, e questa volta lei non si scansa. Mi guarda, ipnotizzata, il respiro bloccato in gola.
Poi, un sibilo acuto e uno sfrigolio violento spaccano il silenzio della cucina.
Un fumo denso, acre e grigio inizia a salire dal piano cottura, investendoci in pieno.
L'odore di bruciato satura l'aria in un secondo. Asia si risveglia dal torpore con un sussulto, spalancando gli occhi. «Cazzo!» urla, voltandosi di scatto.
Afferra il manico della padella e la sposta rapidamente dal fuoco. Con la spatola gratta via il pancake, che ormai è un disco di carbone fumante e nero come la pece, e lo sbatte dentro il lavandino d'acciaio. Accende l'acqua fredda per far spegnere il fumo, tossendo per l'odore pungente.
Rimango fermo, a un passo da lei, mentre il momento perfetto si dissolve in una nuvola di fumo di pastella bruciata. Asia si appoggia con entrambe le mani al bordo del lavandino, la testa china, i capelli che le scendono sui lati del viso. Respira a fondo, cercando di riprendere il controllo del suo corpo, del suo battito cardiaco, della sua vita. Poi si gira. Lentamente. I suoi occhi mi trapassano da parte a parte. Prende la spatola di silicone e la lancia sul bancone con un gesto di stizza inequivocabile.
«Vaffanculo, Michael,» mi dice a mezza voce, scuotendo la testa. E non c'è traccia di ironia nel suo tono, solo una frustrazione amara e assoluta. «È sempre così. Quando ci sei tu di mezzo, capitano solo disastri.»
Il resto della giornata scorre via come una ferita aperta, un esercizio estenuante di evitamento reciproco. Asia si rifugia dietro una corazza di occupazioni silenziose: gioca con i bambini, aiuta Alice a sistemare la casetta delle bambole, scambia solo le parole strettamente necessarie con me, muovendosi per la casa con la grazia circospetta di un animale ferito che sa di essere braccato. Io evito di incrociare il suo sguardo, ma la seguo con la coda dell'occhio in ogni istante, sentendo la sua assenza pesare su ogni centimetro quadro di questa grande villa che, senza di lei, torna a essere solo un mucchio di sassi e cemento.
Quando cala la sera, la tempesta che ha flagellato la costa per due giorni svanisce all'improvviso, lasciando spazio a un silenzio surreale. Il cielo si apre in un tramonto di una bellezza quasi dolorosa: striature infuocate di rosso vivo e arancio scuro si specchiano contro il blu profondo della baia, mentre gli ultimi strati di umidità evaporano lentamente, sollevando nell'aria fresca il profumo della terra bagnata, degli eucalipti e del sale marino. È il genere di tramonto che meriterebbe di essere goduto in pace, non usato come sfondo per l'ennesima guerra.
Asia è uscita in terrazza.
Il terrazzo della mia casa non è un semplice balcone: è un salotto a cielo aperto che ho voluto curare nei minimi dettagli. La pavimentazione alterna lastre di marmo chiaro a inserti di erba sintetica morbidissima al tatto, e tutt'intorno ci sono poltroncine da giardino in vimini grigio scuro con cuscini écru, illuminate dalla luce calda di piccole lanterne a LED incastonate tra le fioriere. È il posto più silenzioso della casa, quello da cui si gode la vista migliore sull'oceano.
Mi muovo senza fare rumore, camminando a piedi scalzi sul marmo tiepido. Tengo in mano due calici di cristallo colmi di un Chianti riserva, il vino rosso che imprecavamo di gioia a bere a Roma, seduti sul nostro vecchio balcone quando avevamo vent'anni e il mondo intero da conquistare. Dalle piccole casse bluetooth nascoste tra le piante esce una playlist di classici italiani — Battisti, Dalla, De Gregori — un sottofondo morbido, malinconico, perfetto per farsi del male.
Quando esco sulla terrazza, le spalle di Asia sono rivolte verso di me. È appoggiata alla ringhiera di vetro, avvolta in un cardigan oversize color tortora, il profilo tagliato contro l'ultima luce arancione che muore dietro l'orizzonte.
E poi la vedo. Tra le dita affusolate stringe una sigaretta. Un puntino rosso che brilla nel crepuscolo. Da quando è rimasta incinta di Diego ha combattuto una guerra personale contro il fumo, arrivando a buttare via i pacchetti dalle tasche con la furia di una madre protettiva. Vederla lì, con la nicotina tra le dita, è la prova tangibile di quanto la mia presenza stia devastando le sue difese.
«Non avevi smesso con quella merda?» le dico, spezzando il silenzio. Asia non sobbalza nemmeno. Fa un tiro lento, lasciando che il fumo le esca leggermente dalle labbra socchiuse, poi si gira verso di me. I suoi occhi brillano di una luce ironica e tagliente.
«Sai com'è...» sputa fuori con voce fredda, puntandomi contro lo sguardo. «Quando ci sei tu nei paraggi, tutto quello che una persona costruisce di buono va in frantumi.» Fa un gesto stizzito con la mano che regge la sigaretta. «E spegni quella merda. Una viene qui per cercare un po' di tranquillità e tu arrivi sempre a rompere il cazzo.»
«Eccola... ci risiamo.» Faccio un passo avanti, posando i calici sul tavolino basso di marmo. «Ti ho solo portato da bere.»
«Non voglio bere con te, Michael. Voglio solo che tu mi lasci respirare cinque minuti senza dover litigare per ogni singola cosa che c'è tra noi.»
«Non voglio litigare. Sto solo cercando di stare nello stesso posto con te senza che tu mi urli addosso.» Faccio un altro passo. «Possiamo parlare come due persone normali, per una volta?»
Asia mi guarda dritto negli occhi. Il vento leggero del tramonto le scompiglia i capelli scuri, spingendole ciocche ribelli davanti agli occhi e sulle labbra. Rimane in silenzio per un tempo che sembra infinito.
«No,» sussurra infine, e quella pausa che segue è un abisso. «Perché noi non siamo due persone normali.»
La frase mi arriva diretta al petto, ma invece di farmi arretrare, mi spinge a tirare fuori tutto quello che ho dentro.
«È vero,» le rispondo, facendo un altro passo verso di lei, colmando metà della distanza che ci separa. «Siamo due persone che si amano ancora, infatti.»
«AHAHAH, bella questa,» ride, una risata priva di allegria, isterica, difensiva. Fa un passo verso di me. Mi punta un dito contro il petto. «Michael, per favore, non renderti ridicolo.»
«Io sarei ridicolo?» le sputo in faccia, la voce che trema per la tensione. Faccio un passo ancora, annullando lo spazio. «Io almeno non nascondo quello che provo davvero solo per dimostrare che ho orgoglio. Per una volta l'ho messo da parte, cazzo! L'ho calpestato pur di averti qui davanti a guardarmi negli occhi. Potresti farlo anche tu, invece di nasconderti dietro a Marco e alle tue merdose certezze!»
«Cosa cazzo c'entra Marco?» dice, la voce che vibra. «Non tirare in ballo persone che non hanno niente a che fare con noi. E non guardarmi in quel modo.
«E in che modo ti starei guardando, di preciso?»
«Come se mi possedessi già. Come hai sempre fatto.»
«E allora dimmi di smettere. Dimmelo con convinzione, e giuro che me ne vado in camera mia e non ti tocco più per il resto della vita
Asia apre la bocca per rispondere, ma nessun suono ne esce.
«Visto?» dico piano. «Non riesci nemmeno a dirlo.»
Il vento torna a soffiare dalla baia, più forte stavolta, trascinando via le ultime note di una canzone di Dalla e portando i capelli scuri di Asia a incollarsi sulle sue labbra socchiuse. Il cielo, ormai, è passato dall'arancio a un viola cupo e profondo, punteggiato dalle prime stelle. Le lanterne della terrazza si accendono da sole con un ticchettio impercettibile, disegnando piccoli aloni dorati sul marmo.
Guardo quel ciuffo di capelli ribelli che le copre la bocca. Allungo lentamente la mano, le sfioro la guancia con il dorso delle dita — un tocco così leggero che sembra quasi paura di romperla — e le sposto i capelli dietro l'orecchio, lasciando che il mio pollice si attardi per un secondo millimetrico sulla curva della sua mascella.
Asia non si scansa. Non indietreggia. I suoi occhi azzurri si spalancano leggermente, fissando i miei con un terrore sottile e bellissimo. Il suo respiro si fa improvvisamente corto, irregolare, lo stesso identico ritmo spezzato che conosco a memoria.
«Perché devi essere sempre così, sempre–» dico.
«Sempre come? Dillo,» mi domanda, tenendo il suo viso a un centimetro dal mio.
In quel preciso istante, dalle casse bluetooth parte l'intro inconfondibile di una chitarra. Poche note, calde, graffianti, prima che la voce roca di Marco Masini si insinui nell'aria fresca della sera. Bella Stronza.
Asia sobbalza appena, come se qualcuno le avesse acceso una corrente sotto la pelle. Non è una canzone qualunque. È la colonna sonora ufficiale del nostro disastro, quella che racchiude ogni gelosia, ogni riconciliazione a letto dopo una guerra, l'ossessione, l'incapacità cronica di lasciarci andare davvero. Un sorriso amaro mi piega le labbra.
«Ecco...» mormoro contro la sua bocca, sentendo il suo respiro mescolarsi al mio. «Sempre una bella stronza.»
«Vaffanculo,» sussurra lei, ma non c'è più veleno nella parola. C'è solo un tremito.
Asia si morde il labbro inferiore, gli occhi azzurri lucidi di una rabbia che si sta trasformando, lentamente, irreversibilmente, in resa. Vedo il preciso istante in cui il muro cede. E io non riesco più a trattenermi. Al diavolo il buonsenso, l'orgoglio, fanculo tutto quello che ci siamo detti nelle ultime quarantott'ore.
La afferro di forza per i fianchi, sollevandola da terra. Lei fa un piccolo verso di sorpresa, ma le mie mani la spingono decise verso la parte alta del muretto della terrazza, facendola poggiare con le spalle contro la parete di pietra fredda. La incastro tra il mio corpo e il muro, piantando le dita nella carne morbida delle sue cosce.
Le mie labbra sono a pochi centimetri dalle sue.
«Dimmelo,» le ordino, col respiro pesante.
«Scordatelo,» risponde lei, alzando il mento con l'ultimo residuo di orgoglio che le rimane, ma le sue dita si stanno già aggrappando disperatamente ai bordi della mia maglietta, tradendo ogni singola parola che le esce dalla bocca.
«Non ti lascio andare se non me lo dici.»
«Ma cosa devo dirti? Che sei uno stronzo, Michael?!»
«Questo lo so già. Voglio sentire un'altra cosa.»
«Non c'è un'altra cosa.»
«Sì invece,» le sussurro, sentendola tremare tutta sotto di me. «Dimmi che mi ami ancora... perché io non ci riesco a vivere senza di te. Farò tutto, tutto quello che vuoi. Lasciare il calcio, tornare a vivere a Roma se è quello che vuoi, ma non lascio andare te. Mai più.»
Il ritornello sale nelle casse, quella nota lunga e graffiata che conosciamo entrambi a memoria, e Asia chiude gli occhi come se quel suono da solo le stesse facendo cedere l'ultimo pezzo di resistenza rimasto.
«Che palle.» mormora, la voce rotta. «Fanculo, Michael, io ti odio.»
«Lo so.»
«Ti odio davvero.»
Non ce la fa più. Si sporge in avanti e mi incolla le sue labbra addosso con una violenza disperata. Ci spariamo in bocca un bacio devastante, famelico, pieno di cinque anni di fame, rancore e nostalgia.
Le mie mani scivolano sotto le sue natiche, la sollevo di peso dal muretto e lei stringe d'istinto le gambe intorno alla mia vita. Con le bocche ancora incastrate l'una nell'altra, la porto in braccio attraverso la grande vetrata scorrevole che dà direttamente nella mia camera da letto, mentre alle nostre spalle Bella Stronza continua a suonare nella notte di Melbourne, come se anche la playlist sapesse esattamente come sarebbe andata a finire questa serata.
Nel buio della stanza, illuminata solo dai riflessi della terrazza, Asia stacca per un secondo le labbra dalle mie, col fiato corto e le guance in fiamme.
«Michael no, no... ci sono i bambini di là,» sussurra, provando a fare un ultimo, debole tentativo di essere la madre responsabile, anche se le sue mani mi stanno già strappando la maglietta da dosso.
«Stanno guardando i cartoni, non pensarci.»
«Ci sentiranno...»
«Ho talmente voglia di te che probabilmente finiremo prima che finisca il cartone animato.»
Asia scoppia in una risata sommessa, bellissima, e si lascia andare definitivamente alla passione.
La butto sul letto, mentre lei finisce sul materasso con un sospiro sprofondato. Mi sfilo la maglietta lanciandola a terra in un angolo e mi fiondo immediatamente su di lei, coprendo il suo corpo con il mio. Asia continua a ridere piano contro il mio collo, con la voce incrinata dal respiro affannato, e mi prende il viso tra le mani implorandomi di fare piano, mentre spinge i suoi fianchi contro i miei e non accenna minimamente a lasciarmi andare.
Il materasso assorbe il nostro peso mentre mi premo contro di lei, intrappolandola sotto il mio corpo. Non c'è niente di dolce, niente di misurato. C'è solo una fame disperata, tenuta in gabbia, affamata per cinque lunghissimi anni, che adesso pretende di divorare tutto in un istante.
Le mie mani sono frenetiche. Le afferro i lembi dello scaldacuore e della maglietta, tirandoli su in un colpo solo. Glieli sfilo dalla testa con una foga che le fa sfuggire un'altra risata smorzata, subito soffocata quando le mordo dolcemente la mascella.
Asia non è da meno. Le sue dita sottili scendono verso la mia vita, aggrappandosi alla fibbia della mia cintura. Il rumore metallico dello scatto rimbomba nel buio della stanza, seguito dal rumore della zip dei miei jeans che scende con un colpo secco. Si muove con una fretta famelica, le mani calde che mi spogliano e mi accarezzano la schiena, le spalle, il petto, riappropriandosi di un territorio che in fondo non ha mai smesso di essere suo.
Quando i vestiti finiscono sul pavimento, sparsi alla rinfusa, la sensazione della pelle nuda contro pelle nuda ci fa sussultare entrambi. Il mondo intero smette di fare rumore. Sento il calore del suo petto contro il mio, il battito impazzito del suo cuore che martella esattamente allo stesso ritmo del mio. È come tornare a respirare dopo essere stato in apnea per un'intera vita. Abbasso il viso sul suo collo, inspirando quell'odore speziato e caldo che mi ha perseguitato in ogni dannata notte australiana. La bacio, le accarezzo i fianchi, mentre lei inarca la schiena e affonda le dita nei miei capelli, stringendomi forte, attirandomi ancora di più a sé.
«Piano...» ansima, la voce ridotta a un sussurro roco, vibrante nel buio. Cerca di dirmi di fare piano, di ricordarmi dei bambini che guardano la TV a pochi metri da noi, ma quando i nostri corpi si uniscono, ogni raccomandazione razionale si polverizza.
Non c'è tempo per la dolcezza, non stasera. Entro in lei e l'impatto è così perfetto, così familiare, che mi sfugge un gemito graffiato, sordo. Asia spalanca gli occhi, il suo respiro si spezza di colpo. Mi accoglie come se i cinque anni di divorzio, i chilometri di distanza e le vite che abbiamo provato a ricostruire fossero stati solo una parentesi ridicola. Il mio corpo è il pezzo mancante del suo. E viceversa.
Siamo costretti a muoverci in silenzio, e questo rende tutto cento volte più intenso, quasi asfissiante. Il terrore che Diego o Alice possano alzarsi dal divano e chiamarci ci costringe a ingoiare i suoni. Asia si morde il labbro inferiore fino a farsi male, poi afferra il lenzuolo e ci affonda il viso per soffocare un gemito quando accelero il ritmo.
«Ti amo, Asia...»
«Zitto e scopami... Sìì, aah! Sìì»
La stringo per i fianchi, ancorandola a me, perdendomi nel calore di quel corpo che conosco a memoria, in ogni singola curva, in ogni singolo fremito. Ogni spinta è una confessione che non abbiamo avuto il coraggio di dirci a parole. Sei mia. Non c'è nessun Marco. Non c'è nessun'altra vita per noi. È un dialogo muto fatto di carne, sudore e respiri spezzati contro il collo dell'altro.
Sento le sue unghie conficcate nella schiena, tracciando linee infuocate sulla mia pelle. Mi guarda negli occhi: il viso madido, i capelli arruffati sul cuscino, le labbra gonfie, e in quello sguardo azzurro e stravolto dal piacere leggo la resa definitiva. Ha smesso di scappare.
Il piacere esplode rapido, violento, spietato. L'urgenza e l'astinenza ce lo impediscono di farlo durare ore, ma è una deflagrazione che ci scuote l'anima. Asia soffoca un grido contro la mia spalla, stringendomi le braccia attorno al collo con tutte le sue forze, tremando contro di me.
«Ah!... Michael!...» ansima, seppellendo il viso nell'incavo del mio collo.
«Asia... vengo, non ce la faccio più.» dico, con la voce strozzata dal piacere. Asia non fa nulla per spingermi fuori e io riverso tutto il mio seme dentro di lei e poi cado a peso morto su di lei.
Restiamo così. Aggrovigliati e sudati.
Nella stanza c'è il suono irregolare e pesante dei nostri respiri. Non mi sposto di un millimetro. Rimango sopra di lei, ancorato al suo corpo nudo, avvolgendola col mio peso in una bolla che appartiene soltanto a noi due. Ancora scossi dai fremiti del piacere appena consumato.
L'aria è densa. Il respiro affannato di Asia, caldo e con un lieve retrogusto di quel vino rosso che abbiamo bevuto in terrazza, si infrange direttamente contro il mio viso; e il mio respiro si perde nel suo, mescolandosi in un unico ritmo vitale.
Mi abbasso lentamente verso di lei, cercando di nuovo la sua bocca. Non c'è la foga disperata come quello di prima contro il muro, ma un bacio più lungo, più profondo. Le nostre labbra si muovono con una lentezza estenuante, assaporandosi a vicenda, reclamando finalmente la pace dopo cinque anni di guerra spietata. È un bacio che sa di perdono, di resa definitiva e, soprattutto, di casa.
Quando mi stacco appena, giusto lo spazio per poterla guardare, sollevo le mani e le afferro il viso. I miei pollici accarezzano le sue guance calde. Le scosto le ciocche scure e umide di sudore che le si sono appiccicate alla fronte e agli zigomi, portandogliele dolcemente dietro le orecchie per liberare i lineamenti del volto che ho amato più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Nel buio, i suoi occhi azzurri brillano, liquidi, stravolti e bellissimi. La sua corazza di cemento armato è andata in frantumi, spazzata via per sempre insieme ai vestiti buttati sul pavimento.
Asia solleva una mano, debole, e mi sfiora la nuca, intrecciando le dita tra i miei capelli corti. Deglutisce, chiudendo gli occhi per un momento sotto la carezza dei miei pollici, prima di riaprirli e piantarli nei miei, disarmata.
«Non posso più farlo,» sussurra, la voce incrinata ma incredibilmente limpida.
«Fare cosa?» mormoro, sfiorandole il labbro inferiore col pollice.
«Fingere,» risponde in un soffio, mentre il suo petto nudo aderisce al mio a ogni respiro. «Non posso più ignorare quello che sento quando mi tocchi... o quando mi guardi in quel modo. Ho passato cinque anni a convincermi di aver superato questa follia, di essermi ricostruita. Ma in realtà mi stavo solo mentendo da sola.»
Tira leggermente i miei capelli, spingendomi ad avvicinarmi ancora di un millimetro, e finalmente pronuncia le parole per cui ho pregato per anni.
«Tu sei la mia condanna,» mormora, e un piccolo sorriso stanco le increspa le labbra. «Ma ti amo ancora. Non ho mai smesso, neanche per un singolo giorno. Non posso più ignorare tutto questo. È impossibile.»
Chiudo gli occhi, sentendo un macigno immenso, pesante da cinque anni, scivolarmi via dal petto e rendermi un adolescente felice. Sorrido contro la sua bocca, prima di baciarla di nuovo, dolcemente.
E mentre lei ricambia il bacio, stringendomi a sé nel buio della nostra camera da letto, sentiamo le risate di Diego e Alice con il rumore ovattato della televisione in sottofondo a ricordarci dei nostri bambini nell'altra stanza.
«Te l'ho detto che avremmo finito prima noi,» dico e una piccola risata mi sfugge.
«Stai diventando vecchio, tesoro. Mi sa che non sono solo le gambe a non farcela più.»
«Ce la faccio eccome, non preoccuparti. Ma ti desideravo troppo oggi e in più sei bellissima cazzo.»
«Sì certo... dai rottame, rivestiamoci e andiamo di là.»
«Resti?»
«Fino al prossimo volo. Ho delle cose da fare a Roma.»
«Va bene...»
[FINE]
Ho quarantadue anni. E tra meno di un mese, sarò un ex calciatore, in realtà lo sono già solo che non voglio ammetterlo. L'ho deciso tre settimane fa, dopo un allenamento in cui non riuscivo a piegarmi per allacciarmi gli scarpini senza avere nessun dolore alle articolazioni. Il Melbourne Victory giocherà la finale dei Play-off della A-League tra un paio di settimane. Siamo i campioni in carica. Il mister, un australiano burbero che ha capito da tempo come gestirmi, mi usa col contagocce. Gioco le partite di cartello, i derby, gli scontri diretti, e mai per novanta minuti. Il mio corpo è un motore fuorigiri, tenuto insieme da infiltrazioni, tecarterapia e testardaggine. Non sono mai stato un fenomeno generazionale, lo so benissimo. Ma ho avuto i miei momenti. Guardo la maglia incorniciata nel corridoio: Bologna. I miei ventinove, trent'anni. Il picco assoluto. Ottantamila persone a San Siro contro Inter e Milan, quelche notte in Europa League a sputare sangue contro squadre spagnole o inglesi. Ho incorniciato tutte le maglie che ho indossato in ordine di importanza: iniziano da quella dell'Exeter e seguono quelle di Stockport, Kaiserslautern e Frosinone. Quella del Bologna ha una cornice più grande e rappresenta il momento migliore della mia carriera. Poi il lento declino. Cagliari, Sheffield united e infine una cornice vuota dove andrà la maglia del Melbourne Victory. I contratti più brevi, l'incapacità cronica di dire basta, fino ad atterrare qui, dall'altra parte del mondo, dove il calcio è più lento che sembra dilettantistico rispetto alla serie A. Qui l'anonimato per strada ti illude di essere un uomo normale e soprattutto ho più tempo libero.
Ma la verità è che sono venuto in Australia per scappare. Scappare da una vita e da un fallimento enorme che porta il nome di Asia.
«Ti serve una mano con le cose di Alice?»
La voce di Grace mi fa voltare. È appoggiata allo stipite della porta, una tazza di caffè fumante in mano. Trentaquattro anni, nata e cresciuta nei sobborghi sud di Melbourne, graphic designer. È esattamente quello che la gente definirebbe "una ragazza da sposare". Capelli biondo cenere sempre un po' mossi dal sale dell'oceano, pelle dorata anche in autunno, lineamenti dolci, una calma interiore che rasenta il buddismo. È bellissima, è sana, fa yoga alle sei del mattino e beve flat white con latte d'avena. E non mi fa sentire assolutamente niente. È l'esatto opposto di Asia — esattamente come lo era Chloe, prima che Asia tornasse nella mia vita e la facesse esplodere in mille pezzi.
«No, tranquilla, ho fatto,» le rispondo, togliendo il ghiaccio dal ginocchio. Mi alzo, zoppicando leggermente. «Ho messo il piumone pesante. Diego invece si lamenta sempre che ha caldo, gli ho lasciato solo la coperta leggera.»
Grace mi sorride, si avvicina e mi passa la tazza di caffè. «Sei nervoso.»
«Non vedo i miei figli da cinque mesi, Grace. È normale.»
«Lo so.» Mi passa una mano sul braccio, un tocco leggero, rassicurante. «Senti, io tra poco vado. Non voglio invadere i loro spazi. Ci vediamo la settimana prossima, quando si sono ambientati, va bene?»
«Te ne sono grato.»
Grace si alza in punta di piedi, mi bacia sulle labbra e va verso l'ingresso a prendere le sue cose. Il suo bacio ha il sapore di un bicchiere d'acqua. Ti disseta, ma non te lo ricordi. Da mesi cerco di autoconvincermi che la pace sia questa cosa qui: assenza di conflitti, quieto vivere, colazioni silenziose. Ma la verità, quella che mi tiene sveglio alle tre di notte fissando il soffitto, è che rivedrò di nuovo Asia. Per poco, giusto il tempo di portarmi i ragazzi e darmi qualche istruzione, ma è lo stesso. Ogni volta che ce l'ho davanti torno al punto di partenza.
Quando la porta si chiude alle sue spalle, il silenzio della casa mi piomba addosso. Faccio un giro di perlustrazione. I letti sono pronti. Nel frigo ci sono i succhi di frutta che piacciono ad Alice e il prosciutto crudo che ho pagato una follia in una salumeria italiana in Lygon Street perché Diego odia i salumi australiani.
Mi fermo in mezzo al salotto, le mani sui fianchi. Diego ha nove anni. Alice ne ha cinque. Il fatto che vivano a sedicimila chilometri di distanza da me è l'ergastolo che mi sono inflitto da solo. E la colpa è divisa esattamente a metà tra me e la donna che sta per scaricarli davanti a quel cancello.
Io e Asia siamo divorziati da quasi cinque anni. La gente pensa che i matrimoni finiscano per un tradimento, per i soldi, per la noia. Il nostro è finito perché eravamo diventati armi di distruzione di massa. Avevamo passato i nostri vent'anni a sbranarci per poi metterci insieme, scambiando l'adrenalina per amore eterno. E per un po' aveva funzionato. Ci siamo anche sposati, pensa che idioti. Subito dopo è arrivato Diego. Quasi cinque anni dopo, Alice.
Il ricordo della nostra ultima, vera lite mi toglie il respiro ancora oggi. Vivevamo in Italia. Alice aveva otto mesi, piangeva sempre. Rispetto a Diego è una vera e propria peste, infatti è la copia di sua madre. Asia era l'ombra di se stessa, consumata dalla stanchezza e da una depressione post-partum che nessuno dei due sapeva riconoscere, e che non abbiamo mai chiamato con il suo nome. Io ero sotto stress per il mio calo fisico e mi comportavo da stronzo egoista, come sempre.
«Il lavoro pesante lo faccio io, Michael,» mi disse Asia, la voce già incrinata da una rabbia trattenuta troppo a lungo. «Io. Le notti in bianco, le poppate, la pediatra, mentre tu li porti in vacanza due mesi all'anno e ti prendi pure la medaglia del padre presente.»
«Ma che cazzo posso farci, non posso mica sdoppiarmi.» Alzai la voce anch'io, avvicinandomi. «Allora cambiamo. Vengo io a stare a casa a badare a loro, e tu vai a giocare novanta minuti ogni settimana, vai a fare gli allenamenti, trasferte e poi vediamo se riesci a stare a casa più di me. Mi sembra che non ti manchi un nulla o sbaglio? Ci sono persone che sono nella nostra stessa situazione e i genitori lavorano entrambi. Io guadagno abbastanza da mantenere un alto stile vita, non ti mando a lavorare e hai pure il coraggio di farmi la morale?»
Cominciammo a urlare, sempre più forte, le voci che si sovrapponevano senza che nessuno dei due ascoltasse più l'altro — due animali feriti che si accanivano sulla ferita più profonda che conoscevano, quella dell'altro. Non ci fermammo per buon senso. Ci fermammo perché il silenzio di colpo era diventato assordante. Ci voltammo entrambi verso il corridoio. Diego, a quattro anni, era lì, in pigiama. Rannicchiato contro lo stipite della porta della cameretta di Alice, le ginocchia al petto, le manine premute forte sulle orecchie. Tremava. Non stava nemmeno piangendo a voce alta, le lacrime gli scendevano silenziose su una faccia pietrificata dal terrore.
Guardai Asia. I suoi occhi azzurri, solitamente fiammeggianti di rabbia, si erano appena spenti. Completamente. Non disse una parola. Si avvicinò a Diego, lo prese in braccio e si chiuse nella stanza di Alice. La mattina dopo, mi disse che dovevamo divorziare.
Il suono metallico del citofono esterno mi riporta alla realtà. Sussulto, mi passo una mano sul viso sudato per la tensione e premo il pulsante per aprire il cancello elettrico del vialetto. Mi infilo le scarpe e apro la porta uscendo sotto il portico. L'aria di Melbourne è tagliente.
Un maxi-taxi nero, di quelli grandi per i transfer aeroportuali, scivola lungo il vialetto e si ferma spegnendo il motore. Lo sportello scorrevole posteriore si apre.
Il primo a scendere è Diego. Ha il cappuccio della felpa tirato su, uno zaino della Nike enorme sulle spalle. Sotto il cappuccio spuntano i suoi capelli castani, ricci — gli stessi che avevo io alla sua età, prima di decidere per sempre che i ricci non facevano per me — io li porto sempre lisci, un vezzo che ho preso da quando ho compiuto otto anni. Ha gli occhi azzurri marroni, identici ai miei, con la stessa espressione seria da piccolo adulto che osserva il mondo invece di viverlo. Appena mi vede, quella maschera crolla in un secondo.
«Papà!» urla, mollando quasi lo zaino a terra per correre più veloce.
Subito dietro di lui, sbuca Alice. È buffo guardarla e vedere Asia in miniatura, con l'unica differenza che i suoi capelli sono castano chiaro invece che neri. Stessi occhi azzurri, stessa bocca piena, stessa determinazione feroce già a cinque anni. Non ha nemmeno il giubbotto allacciato, stringe un pupazzo informe in una mano e si lancia verso di me urlando con una voce acutissima, come se non mi vedesse da un anno invece che da cinque mesi.
Mi abbasso, ignorando il dolore alle articolazioni e li stringo entrambi. Sento il profumo del collo di Alice, i capelli di Diego che sanno ancora di aereo e di quel bagnoschiuma alla mela. Diego mi stringe forte al collo, più forte di quanto farebbe di solito davanti ad altre persone, e per un secondo non è affatto un piccolo adulto: è solo un bambino che ha aspettato questo momento per mesi.
«Ooh! ecco le mie puzzole preferite,» sussurro, la gola serrata, baciandoli sulla testa. «A Diè, ammazza come sei cresciuto sti sei mesi.»
Lui sorride, un po' imbarazzato, ma non si stacca.
Poi sento lo sportello anteriore del taxi sbattere con un colpo. Alzo lo sguardo da sopra la spalla di mio figlio.
Asia è già fuori, in piedi accanto al bagagliaio aperto, mentre il tassista scarica due valigie enormi. Ha il telefono in mano e lo controlla due volte in dieci secondi, un gesto nervoso che conosco bene: è il suo modo di dire che vuole andarsene il prima possibile. Indossa un paio di jeans neri aderenti, stivaletti bassi e un cappotto cammello lungo, lasciato sbottonato nonostante il vento. I capelli scuri, più corti di come li ricordavo, le incorniciano il viso, mossi dalla brezza del mare.
I suoi occhi azzurri incrociano i miei.
Sono passati anni. Ho un'altra vita, un altro fuso orario, un'altra donna che mi porto a letto. Ho il corpo che cade a pezzi. Eppure, nell'istante esatto in cui il suo sguardo gelido, stanco e dannatamente fiero mi si aggancia addosso, sento quella sensazione di vuoto.
Mi alzo lentamente in piedi, tenendo Alice per mano.
«Buongiorno anche a te,» le dico, con un sorriso storto che so benissimo la infastidisce. «Sempre solare e sorridente come sempre, eh?»
Lei non sorride. Non fa nemmeno finta.
«Ciao, Michael.» La sua voce è roca, piatta, quella di una persona che ha già mentalmente controllato l'orario del prossimo volo disponibile.
Il tassista scarica l'ultima valigia sul selciato. Gli allungo cinquanta dollari australiani senza neanche guardare il resto e prendo le borse di Diego, mentre li guido in truppa verso l'ingresso.
Asia mi segue a due passi di distanza, gli occhi già puntati sull'orologio che porta al polso. Il rumore dei suoi stivali sul cemento è un ritmo regolare, quasi impaziente. So benissimo che non vorrebbe nemmeno mettere piede in casa mia — vorrebbe consegnarmi i bambini sul marciapiede e sparire, se solo il senso del dovere non la costringesse a varcare la soglia per l'ennesimo sermone di istruzioni.
Appena entra, i suoi occhi fanno un giro completo dello spazio, come se stesse cronometrando quanto tempo le serve per finire e andarsene. Il parquet scuro, la vetrata sulla baia, il disordine calcolato di una casa vissuta da un quarantenne solo. Non c'è meraviglia nel suo sguardo, neanche un'ombra di curiosità. Per lei potrei stare in una villa a tre piani o in un garage a Tor Bella Monaca: l'unica cosa che conta è verificare che l'ambiente sia privo di pericoli per i bambini.
«Papà, posso giocare con la PlayStation 5?» grida Diego, mollando lo zaino in mezzo al corridoio e correndo verso il salotto.
«Certo che sì, non più di due ore però. C'è pure il nuovo FIFA, l'ho comprato ieri,» gli rispondo a voce alta.
Alice gli trotta dietro con le sue gambine corte, trascinando l'ennesimo peluche appena comprato in aeroporto.
Restiamo soli nel disimpegno tra l'ingresso e l'isola della cucina. L'aria in casa cambia istantaneamente densità.
Asia si sfila la sciarpa dal collo con un gesto rapido e la appoggia sul marmo del bancone, senza sedersi, senza posare la borsa — come se restare pronta a scattare verso la porta fosse un modo per abbreviare il tempo che sta per passare qui dentro. Apre la sua borsa di pelle nera ed estrae una cartellina di plastica trasparente, piena di fogli e di una scatola di farmaci. La fa scivolare verso di me sul bancone.
«Allora,» dice, guardando l'orologio per la seconda volta in un minuto. «Cerco di fare in fretta perché voglio andarmene in hotel a riposare. Alice è celiaca, lo sai, ma quest'anno la dietologa ha aggiornato tutto: niente glutine, nemmeno in tracce — se tocchi il pane lavati le mani e tieni d'occhio Diego mentre mangiano perché alcune volte le fa i dispetti. Leggi sempre le etichette: salse, tutto quello che è confezionato. Se sgarra anche di poco le viene un pesante mal di pancia e la diarrea.»
«Lo so, Asia, non è la prima volta.»
«Lasciami finire.» Non alza la voce, ma il tono si fa più tagliente. «Ricordati che ha l'allergia alle arachidi e alla frutta a guscio, questa è più seria, quindi non ci scherzare. Nella cartellina c'è l'autoiniettore di adrenalina, deve stare sempre con voi — in borsa, in macchina, ovunque andiate — non lasciarlo mai al sole che si rovina. Se vedi che si gonfia la bocca o fatica a respirare, prima l'adrenalina e poi chiami l'ambulanza.»
«Me lo ricordo benissimo, c'ero io con lei in pronto soccorso quando lo abbiamo scoperto.»
«Appunto.» Mi guarda dritto negli occhi. «Quindi fammi il favore di leggere le etichette, per una volta.»
Ascolto le sue parole, ma la mia testa sta facendo tutt'altro.
Mentre mi elenca dosaggi, allergeni e protocolli con la precisione di un medico di guardia, io mi ritrovo a fissarle la bocca. Le sue labbra sono secche per le ventiquattro ore di volo, eppure mantengono quella forma piena, spigolosa, che conosco millimetro per millimetro. Il suo profumo — quella nota speziata e amara che si porta dietro da quando aveva vent'anni — ha già saturato l'aria della mia cucina.
Sento una fitta al basso ventre, improvvisa. È una reazione stupida, primordiale. Provo una sottile, pericolosa eccitazione mentre la mia ex moglie mi spiega come non far finire nostra figlia in pronto soccorso.
Faccio un passo avanti, azzerando la distanza di sicurezza, e mi appoggio con i gomiti al bancone.
«Ok, ho capito tutto. Etichette, adrenalina, niente glutine. Non sono scemo, Asia.»
«Non ho detto che sei scemo. Ma delle volte sei troppo sbadato, ed è vero.»
«E dai, non ricominciare.» Sospiro, passandomi una mano tra i capelli. «Sono suo padre, non un tizio che l'ha in affido per il weekend.»
Lei non indietreggia. Non lo ha mai fatto. Solleva il mento, squadrandomi con uno sguardo che potrebbe tagliare il vetro.
«Sei un padre che li vede quattro settimane ogni sei mesi, Michael. Ti tocca la parte divertente: parco, regali, zucchero a volontà, quello simpatico che arriva e sconvolge le regole. Io mi becco il resto — le notti in bianco con la febbre a quaranta, i controlli dal gastroenterologo, le crisi isteriche perché a scuola le hanno dato per sbaglio una merenda con tracce di frutta secca. Per dieci mesi all'anno, da sola.»
«Ah, ok, quindi adesso si fa la classifica di chi soffre di più.» La mia voce scende di un tono, si fa più dura. «Bello. Mi mancava.»
«Non è una classifica, è la realtà.» La voce le si alza, poi si ferma un attimo, guarda verso il salotto per controllare che i bambini non stiano ascoltando, e riprende più bassa ma non meno velenosa. «Tu fai il padre due mesi all'anno e ti aspetti pure una medaglia. Io faccio la madre trecentosessantacinque giorni e sono quella stronza che rompe le palle.»
«Nessuno ha detto che sei una stronza.»
«Non serve che lo dici a voce, Michael, te lo leggo negli occhi che mi reputi una stronza.»
«Guarda che se vuoi possiamo anche invertirci, eh.» Mi avvicino ancora, la voce che si fa più bassa e più affilata insieme. «Andiamo dal giudice e mi lasci l'affidamento a me. Tu li tieni due mesi e li porti in vacanza, anzi ti concedo anche un mese in più, così vi fate tre mesi al mare.» mi fermo, Asia sta per dire qualcosa ma non la faccio parlare.
«Che idiota, senza affidamento perdi anche l'assegno e dovresti andare a lavorare. Non sia mai, lasciamo così com'è.»
Il silenzio che segue è secco, teso. Asia vorrebbe fare il giro dell'isola solo per prendermi a schiaffi.
«Ripetilo,» dice, la voce improvvisamente molto calma. Troppo calma.
«Ho detto che—»
«L'ho sentito benissimo cosa hai detto.» Ora la voce le trema, ma non di paura. «Io ho messo in pausa la mia vita per i tuoi figli mentre tu correvi dietro a un pallone in mezzo mondo, e tu mi riduci ai soldi che mi dai? Ai soldi?»
«Non ti ho ridotta a niente, ho solo detto—»
«Hai detto esattamente quello che pensi.» Fa un passo avanti, non indietro, e per un istante siamo così vicini che sento il calore della sua rabbia sulla pelle. «Che io sto qui comoda a spendere i tuoi soldi mentre tu fai il padre eroe due mesi l'anno. Fanculo, Michael. Fanculo davvero.»
Vedo la mascella di Asia contrarsi così forte che i muscoli del collo si tendono. Le sue narici si dilatano. Nei suoi occhi azzurri scatta quel lampo blu, feroce, tossico, che conosco a memoria. È la scintilla che anticipava sempre i nostri disastri: gli schiaffi, le urla in casa, le lacrime di Diego la notte che ha deciso il nostro divorzio.
Per un istante spero quasi che ci ricaschi. Voglio che mi urli addosso, voglio che perda il controllo, perché nell'odio di Asia c'è sempre stata una forma perversa di intimità che non ho mai più ritrovato in nessun'altra donna.
«Non ti permettere mai più—» comincia, l'indice puntato contro il mio viso. Poi si ferma.
Il suo braccio resta sospeso a metà strada. I suoi occhi passano da me al corridoio da cui arriva il sonoro di un videogioco e la risata acuta di Alice.
Vedo il processo fisico con cui Asia si riprende il controllo. Il respiro le si spezza in gola, le spalle si abbassano di un millimetro, il viso torna a essere una maschera impenetrabile. L'amore per i nostri figli schiaccia la rabbia, mettendole un freno a mano tirato a forza.
Abbassa la mano e fa un passo indietro.
«Non ho voglia di fare questo con te,» dice, e la sua voce è ritornata quella di prima: fredda, controllata. «Non ho fatto ventiquattro ore di volo per litigare come ogni volta. La cartellina è lì. Fai quello che ti pare, basta che quando li riprendo stiano bene.»
Si gira verso la parete dove ha appoggiato la sciarpa, la raccoglie e se la avvolge attorno al collo con gesti rapidi.
«Asia,» la chiamo.
Non risponde. Cammina verso il salotto. «Diego! Alice! Amorucci miei. Mamma va via, venite a darmi un bacio.»
La seguo a distanza. La guardo sgridare dolcemente Diego perché sta troppo vicino allo schermo, la guardo scompigliare i capelli castani di Alice e stringersela al petto per un tempo che sembra infinito. In quel momento non c'è traccia della donna aggressiva di poco fa: c'è solo una madre che sta lasciando metà del suo cuore dall'altra parte del pianeta.
Quando si rialza, evita di incrociare il mio sguardo. Ripercorre il corridoio, infila la borsa in spalla e afferra la maniglia della porta.
«Dove stai di preciso?» le chiedo, appoggiando una mano allo stipite.
Si ferma sulla soglia, dandomi mezza spalla. Il vento freddo di Melbourne le solleva una ciocca di capelli neri dal collo.
«In un Hotel a St Kilda. Vicino alla spiaggia.»
«Se ti serve qualcosa...»
«Non mi servirà niente,» mi interrompe, senza girare la testa. «Domani sera ho il volo di rientro. Ci sentiamo per messaggio per quando tornerò a riprenderli tra quattro settimane.»
«Asia.»
Questa volta si volta. Solo un secondo. I suoi occhi incontrano i miei e per un secondo impercettibile di tempo, sotto l'orgoglio, sotto l'odio residuo e sotto la stanchezza, ci vedo passare di tutto: casa sua a Roma, il sesso disperato in macchina, le lacrime dopo il divorzio, la certezza spaventosa che non ci siamo mai davvero liberati l'uno dell'altra.
«Non viziarli, Michael,» dice a mezza voce.
Poi tira a sé il battente. La porta si chiude con un colpo secco, lasciandomi solo nel silenzio della mia casa, con il profumo della sua pelle che rifiuta ostinatamente di andarsene.
2_______________
Il primo giorno passa in fretta. Le giornate sembrano durare la metà quando ho Diego e Alice: tra giochi, scherzi e cartoni animati guardati tutti insieme sul divano le ore diventano minuti.
Il giorno dopo il cielo di Melbourne minaccia una giornata di merda. C'è un vento fortissimo e nuvole che sembrano pronte a buttar giù secchiata d'acqua per l'intera giornata. Infatti decide di crollare esattamente alle due del pomeriggio. Non è una semplice pioggia autunnale, è una tempesta torrenziale che trasforma Port Phillip Bay in una tavola nera, spazzata da raffiche di vento che fanno tremare i vetri del salotto e lampi viola che si abbattono sull'oceano che si riflettono sulla superfice dell'acqua.
Poco dopo va via anche la corrente in tutta la città. Qualche fulmine deve aver causato dei danni. Diego e Alice stanno dormendo sul divano, ma ogni volta che tuona, Alice sobbalza e si risveglia. Io sono seduto sull'isola della cucina con il mio pc portatile a controllare le email quando il campanello suona tre volte di fila, con un'insistenza nervosa.
Aggrotto la fronte e mi alzo per andare ad aprire. Mi domando chi sia a quest'ora con un alluvione in corso.
Asia è sotto il portico e sembra scampata a un naufragio. I capelli scuri incollati alle guance, il cappotto cammello zuppo che gocciola sulle piastrelle, le mani livide per il freddo intorno al manico del trolley. Trema, ma non è il freddo. È rabbia pura, che le esce dagli occhi prima ancora che apra bocca.
«Che cazzo ci fai qui, non avevi il volo?» le dico.
«Togliti di mezzo.» Mi spinge via con una spallata, trascinando il trolley dentro, lasciando una scia d'acqua sul parquet.
«Porca puttana, mettiti sul tappeto, così mi rovini il pavimento.»
Molla la valigia, si passa le mani tra i capelli fradici. «Tutti i voli cancellati. Tutti.» Non mi guarda nemmeno. «I radar di Tullamarine sono andati in tilt. In più i lampi stanno cadendo troppo vicino alla pista. Sei ore su una sedia di metallo per sentirmi dire che forse domani, forse dopodomani... Solo tu potevi ritirarti in un buco di culo dove piove come nel sud-est asiatico, Michael.»
«Mamma!» Alice scende dal divano e le corre incontro.
L'espressione di Asia si scioglie all'istante, ma la ferma con una mano. «No, tesoro, ferma, sono bagnata fradicia, ti bagni tutta anche tu se mi abbracci.» Torna a guardarmi, e la dolcezza sparisce di scatto. «Mi faccio una doccia prima di finire in ipotermia. Poi mi porti in un hotel, appena smette.»
«Stai urlando senza motivo, io non controllo il meteo—»
«Ho detto solo che vado a farmi una doccia.» Si sfila il cappotto, lo lascia cadere in una pozza sul pavimento, e sparisce nel bagno sbattendo la porta.
Resto a fissare il corridoio vuoto. Cinque minuti in casa e siamo già in guerra. È come se il mio corpo si ricordasse una lingua che pensavo di aver disimparato.
Cinque minuti dopo sento l'acqua scrosciare. Sto raccogliendo il suo cappotto da terra quando la sua voce sovrasta il rumore della doccia.
«Michael!»
Mi avvicino alla porta chiusa. «Che c'è?»
«Mi sono scordata i vestiti puliti. Aprimi la valigia, passami l'intimo e i pantaloni della tuta neri. E sbrigati che fa freddo.»
Apro il trolley in mezzo all'ingresso. L'odore della sua roba — ammorbidente e il suo profumo — mi arriva subito addosso. Trovo i pantaloni, una maglietta bianca, e un completino di intimo nero. Lo tengo in mano un attimo di troppo prima di richiudere il pugno e andare verso il corridoio.
Arrivo alla porta. La maniglia è abbassata. Non mi passa nemmeno per la testa di bussare — perché dovrei? Non c'è un centimetro di quel corpo che non conosca a memoria.
Abbasso la maniglia, spingo. Il vapore mi investe, denso, caldo, che sa di cocco — il mio bagnoschiuma. Asia è appena uscita dal box doccia, sul tappetino nero, completamente nuda, l'acqua che le scivola lungo la schiena.
Si gira di scatto, sussulta. E invece di guardarmi con la solita sfida, o di coprirsi appena, incrocia le braccia sul petto, gira le spalle, stringe le ginocchia. Come se fossi un estraneo.
«Che cazzo fai?» grida con la sua voce acuta.
«Non sai bussare? Esci!»
Mi blocco sulla soglia. Mi aspettavo un insulto — non questo. Non vederla coprirsi da me come se avessi appena scavalcato un cancello di casa d'altri. Fa male. Fa male in un modo stupido, sproporzionato, che di solito riservo a cose molto più serie di una porta aperta senza permesso.
Lascio i vestiti sul lavandino. Non indietreggio. Faccio un passo avanti, dentro, e chiudo la porta alle spalle. Clic. Lei sobbalza al rumore della serratura.
«Michael, esci. Non sto scherzando.»
«Stai già urlando meno,» dico, la voce più bassa di quanto vorrei. «Bene. I bambini sono a cinque metri, non voglio che ci sentano di nuovo.»
«Allora lascia lì i vestiti e vattene.»
Faccio un altro passo. Il bagno è grande ma sembra essersi ristretto. «Perché ti copri così?» le chiedo, e la domanda mi esce più cruda di quanto avessi in mente, con dentro qualcosa che assomiglia troppo a una supplica per i miei gusti. «Da me?»
«Sì, da te.» Non abbassa le braccia. «Siamo divorziati, in caso te lo fossi dimenticato.»
«Non me lo sono dimenticato.» Un passo ancora. «Ma tu ti sei dimenticata un sacco di altre cose, a quanto pare. Tipo che ho passato metà della mia vita su quel corpo. Che ti ho tenuto la mano mentre partorivi i nostri due figli. E adesso fai la parte della vergine spaventata perché sono entrato in bagno.»
«Non sto facendo nessuna parte.» La sua voce trema, ma non è paura, è qualcos'altro. «Sto solo dicendo che non hai nessun diritto di—»
«Con Marco?» Il nome mi esce con un disprezzo che non riesco a controllare. «Ti copri anche con lui, quando litigate?»
Il colpo va a segno. Lo vedo negli occhi. Libera un braccio di scatto e mi tira uno schiaffo aperto sul viso — forte, carico di rabbia. «Non nominarlo,» sibila. Il movimento le fa scoprire il seno, ma stavolta non si affretta a coprirsi di nuovo. Mi fissa, il petto che si alza e si abbassa. «E non usare i miei figli per farmi sentire in colpa.»
Incasso lo schiaffo senza muovermi di un centimetro. La guardo — davvero la guardo, tutta, senza vergogna — e la vedo tremare sotto il mio sguardo. Non di freddo.
«Non m'importa di lui,» dico, la voce che si abbassa fino a diventare quasi un sussurro. Mi avvicino ancora, tanto che sento il calore che sale dalla sua pelle bagnata. «Non m'importa cosa fai a Roma. Ma qui, adesso, in questo bagno, non sei sua. Non lo sei mai stata.»
«Michael—»
«Zitta un secondo.» Alzo una mano, piano, e le sfioro la mascella con le dita, sollevandole appena il viso verso il mio. Lei non si scosta. Il respiro le si ferma in gola. Per un istante — mezzo secondo, forse meno — la vedo cedere: le spalle che si abbassano, la testa che si inclina appena verso il palmo della mia mano, le labbra che si schiudono senza volerlo. E poi le chiude. Di scatto.
Mi mette le due mani aperte sul petto e mi spinge indietro con tutta la forza che ha, facendomi sbattere contro il portasciugamani. «No,» dice, e la voce le trema ma è chiarissima. «So cosa vuoi fare... esci, forza... ESCI!» urla, indicandomi la porta.
Resto fermo, il fiato corto, la schiena che pulsa dove ho urtato il metallo. Il rifiuto mi arriva addosso più duro dello schiaffo di prima — molto più duro. Sento qualcosa stringersi in petto, un vuoto secco che non provavo da anni.
«Asia—»
«Michael!» dice, senza guardarmi, girandosi verso lo specchio appannato. Ha ancora le braccia incrociate. «Per favore.»
Quel "per favore" mi fa più male di qualsiasi insulto che mi abbia mai urlato addosso. Prendo un respiro, mi passo una mano sul viso.
«I vestiti sono lì,» dico, la voce che esce piatta, distaccata, tornando a essere il Michael di una volta, quello che sa incassare in silenzio
Esco, chiudo piano la porta alle spalle. Mi appoggio con la schiena al muro del corridoio, il petto che brucia in un punto che nessun antinfiammatorio può raggiungere. Ho quarantadue anni. E ho appena scoperto che posso ancora sentirmi respinto come un ragazzino di sedici.
La pioggia non ha smesso di flagellare le vetrate. È l'una passata, il silenzio in casa è denso, rotto solo dal respiro di Diego e Alice che dormono.
In cucina, illuminato dalla luce fredda di emergenza, mando giù un ibuprofene a stomaco vuoto. L'acqua è ghiacciata. Mi appoggio al bancone, aspetto che i farmaci facciano effetto. Non è un infortunio preciso, è la somma di vent'anni di scatti, cadute, botte e contusioni. Le articolazioni stanno alzando bandiera banca.
Ma questo non è niente rispetto al chiodo fisso che ho in testa da questo pomeriggio. Rivedo Asia contro le piastrelle, la mano che le ho messo sul viso, il modo in cui per un secondo si è lasciata andare prima di spingermi via. Mi passo una mano sulla faccia.
Sul bancone il telefono si illumina. Grace - 01:14: "Dormi? Mi manchi." Lo guardo per tre secondi, poi lo giro a faccia in giù. Non ho spazio per Grace stanotte. Non ce l'ho mai, quando Asia è nei paraggi.
«Non pensi sia arrivato il momento di dire basta?»
Mi volto. Asia è sullo stipite, indossa un pigiama grigio, i piedi scalzi, le braccia incrociate — ma stavolta senza rabbia dentro, solo stanchezza.
«Da quando ti importa?» rispondo, più duro di quanto vorrei.
Va dritta al bollitore, prende una tazza dalla mensola senza doverla cercare. «Era solo un consiglio.» Versa l'acqua. «Poi fai quello che vuoi, come sempre.»
Il rumore dell'acqua riempie il silenzio. La guardo di schiena. «Mi ritiro dopo la finale,» dico, di getto, senza preavviso. Le spalle di Asia si bloccano un istante. Non si gira subito. Quando lo fa, tiene in mano una bustina di tisana, e negli occhi le passa qualcosa — smarrimento, forse — che richiude in fretta.
Non commenta il ritiro. «Scusa per oggi pomeriggio,» dice invece, a bassa voce, gli occhi sulla tazza.
Aggrotto la fronte. Asia non chiede scusa. Mai.
«Non fa niente,» dico, anche se non è vero.
Lei mescola la tisana, il cucchiaino che tintinna contro la ceramica. Poi, senza guardarmi: «Eri strano, in bagno. Prima che succedesse tutto.» Alza gli occhi sui miei. «Perché?»
La domanda mi coglie di sorpresa, secca, diretta, senza il solito sarcasmo a fare da scudo. Dovrei rispondere qualcosa di intelligente, qualcosa che mi lasci il controllo della situazione. Invece mi esce la verità, prima che riesca a fermarla.
«Perché l'idea che un altro uomo ti veda così mi manda fuori di testa. Ecco perché.»
Silenzio.
Asia mi guarda, la tazza a metà strada tra il bancone e la bocca. Per un attimo penso che mi ributterà addosso qualcosa di tagliente. Invece non dice niente. Abbassa lo sguardo sulla tisana, come se all'improvviso le interessasse più del solito.
«Non volevo dirlo,» ammetto, la voce più bassa.
«Lo so.» Beve un sorso, si scotta, fa una smorfia. «Si vedeva.»
Non è un attacco. È quasi un modo per lasciarmi una via d'uscita, e gliene sono grato in un modo che non riesco a spiegarmi.
Restiamo così, io appoggiato al bancone, lei in piedi con la tazza calda tra le mani, senza guardarci davvero, mentre fuori la tempesta continua a martellare i vetri. Non parliamo di Marco. Non parliamo di Grace. C'è troppo, tra noi, per infilarci pure quello stasera.
«Ha smesso di piovere così forte,» dice a un certo punto, anche se non è vero, anche se la pioggia batte esattamente come un'ora fa. È solo un modo per dire che vuole tregua.
«Sì,» dico. «Sembra di sì.»
Finisce la tisana in silenzio. Quando appoggia la tazza nel lavandino, si ferma un secondo di troppo, come se stesse per dire qualcos'altro. Poi si volta verso il corridoio.
«Vado a controllare Alice e poi mi metto a letto.»
È un modo per troncare la conversazione e sciogliere l'imbarazzo del momento.
«Sì... Ok. Io provo a riposare un po'.»
Si ferma sulla soglia della cucina, mi guarda. Per un attimo, nei suoi occhi, non c'è rabbia.
«Notte, allora.» dice.
«Buonanotte...»
Poi scompare nel corridoio buio, lasciandomi solo con la tempesta e con quella specie di pace fragile e temporanea che, tra noi due, è sempre durata troppo poco per fidarsene.
3_______________
Sono le sette del mattino. La pioggia battente della notte sembra essersi calmata, lasciando spazio a una foschia grigia e pesante che galleggia sulla baia. Fuori la bufera sembra essersi placata, ma alla televisione la schermata del canale meteo continua a far scorrere un nastro rosso in basso: allerta ancora attiva su tutta la contea di Victoria, raccomandazione di non mettersi in viaggio se non strettamente necessario.
Asia è già sveglia. Indossa i suoi jeans neri, uno scaldacuore scuro e ha già la borsa in spalla. Sta digitando freneticamente sullo schermo del telefono mentre si prepara un caffè macchina per l'espresso.
«Il vento è calato,» dice, senza neanche alzare gli occhi dal display. Il tono di voce è rigido. «Le strade principali sono libere. Chiamo un taxi o mi accompagni in un hotel più tardi? Uno qualsiasi, basta che abbia una stanza libera.»
Mi appoggio all'isola della cucina. La guardo e dentro mi si stringe un nodo doloroso.
«Asia, c'è ancora l'allerta meteo,» provo a dirle, cercando di mantenere la voce ferma, neutra. «Dicono di non muoversi se non per emergenze. La casa è grande. Puoi stare qui, non devi per forza andare a rinchiuderti in una stanza d'albergo.»
«Non ho intenzione di passare un altro minuto sotto il tuo stesso tetto, Michael,» ribatte lei, e il suo sguardo si stacca dal telefono per fulminarmi con lo sguardo.
«Ti ho spiegato perché non voglio restare.»
Ogni sua parola è una spinta verso il vuoto. L'idea che vada in un hotel e che domani prenda un aereo per tornare a Roma, da Marco, mi fa salire un senso di nausea disperato. Mi viene voglia di afferrarle la valigia e lanciarla dalla vetrata. Poi, il calpestio felpato di due piedini scalzi sul parquet interrompe il momento di tensione.
Alice sbuca dal corridoio. Ha i capelli biondi completamente arruffati, gli occhietti pesti di sonno e si trascina dietro il suo pupazzo. Si ferma al limite tra il salotto e la cucina, guardando la madre con le borse pronte e poi me. «Mamma... dove vai?» la voce le esce impastata, chiarissima nella sua innocenza. «Ho fame! Mi prepari i pancake?»
Asia si blocca. L'armatura d'acciaio con cui mi sta affrontando da due giorni si incrina in un secondo. Si abbassa leggermente verso la bambina. «Amore, mamma deve tornare a Roma. C'è papà, anche lui li sa fare.»
«NO!» Alice fa un musino duro, pestando un piedino per terra.
«Alice...» comincia Asia, ma la bambina la interrompe con la sicurezza granitica di chi ha già deciso come andrà a finire la trattativa.
«Voglio i pancake. Non quelli bruciati che fa papà.» Mi punta un dito accusatorio contro. «Tu li bruci sempre, lo sa anche Diego. Li deve fare mamma.»
Non posso fare a meno di ridere, una risata breve, quasi dolorosa. «Sono così terribili?»
«Fanno schifo,» dice Alice, con la franchezza spietata che ha ereditato pari pari da sua madre.
Asia si lascia sfuggire un piccolo sbuffo, quasi un sorriso represso, il primo accenno di tenerezza.
«Va bene,» dice Asia infine, «Ti faccio io i pancake. Ma solo perché me lo chiedi tu.»
«Grazie mamma!» Alice le si butta al collo, felice, come se avesse appena vinto la battaglia più importante della sua vita.
Guardo mia figlia e per un attimo benedico la sua testardaggine.
«Papà, mi prendi in braccio?» Non esito, mi chino e la sollevo da terra. Alice si aggrappa al mio collo come un piccolo koala, affondando il viso tra la mia spalla e la mandibola, ma tiene gli occhi piantati su Asia.
Asia rimane lì, a due passi da noi. Guarda nostra figlia arrampicata su di me. La sua maschera di pietra cede del tutto, travolta da quell'istinto materno viscerale che la rende la donna straordinaria che è. Si avvicina lentamente a noi due. Non guarda me. Guarda Alice. Si sporge in avanti per stampare un bacio profondo, rumoroso, sulla guancia morbida della bambina. «Sei una ricattatrice, lo sai?» le sussurra con una dolcezza che mi scortica l'anima.
In quello stesso identico istante, trascinato dallo stesso identico impulso di protezione verso la nostra bambina, mi chino anche io in avanti per baciare l'altra guancia di Alice.
Accade in una frazione di secondo.
Le nostre bocche cercano la pelle di Alice, ma lo spazio tra noi è troppo stretto. Le nostre guance si sfiorano. Il viso di Asia impatta contro il mio. Sentire il calore della sua pelle, la morbidezza dello zigomo mentre baciamo nostra figlia insieme manda una scarica che mi fa stare male.
Ci blocchiamo entrambi. Nessuno dei due si stacca.
Respiriamo lo stesso respiro, sopra la testa arruffata di Alice. Sento il profumo della sua pelle che mi entra nei polmoni, avvolgente. Asia sgrana gli occhi, rimanendo con il viso a un millimetro dal mio. Asia deglutisce. Il suo respiro si spezza in gola. Il contatto della sua pelle contro la mia è come un fuoco che si riaccende dopo essere rimasto sotto la cenere per cinque anni.
«Mamma... allora li fai?» la voce di Alice rompe l'incantesimo, ma l'aria attorno a noi è ormai cambiata per sempre.
Asia fa un lento passo indietro, staccandosi a fatica dal mio viso. Si passa una mano tremante sul collo, evitando di incrociare direttamente il mio sguardo.
«Sì, dammi un secondo,» dice a mezza voce, la voce insolitamente incrinata, mentre si sfila la borsa di pelle dalla spalla e la lascia cadere sul bancone. «Certo che sei proprio impaziente.»
Stringo Alice un po' più forte al petto e la guardo muoversi verso il frigorifero. Il muro si è spaccato. La breccia è aperta, e proverò a fare di tutto per ricucire quella spaccatura.
Diego dorme ancora come un sasso nella sua stanza in fondo al corridoio. Non lo sveglierebbe nemmeno un allarme antiaereo. Alice va in soggiorno a giocare con le sue bambole.
In cucina, c'è solo il rumore del burro che sfrigola nella padella calda.
Asia è di spalle. Ha acceso la cappa al minimo per aspirare l'odore della pastella. I suoi movimenti sono meccanici, precisi: versa un mestolo di preparato, aspetta che faccia le bolle, prende la spatola. Guardo la linea del suo collo, i capelli scuri raccolti alla buona, la curva dei fianchi stretta nei jeans. Il mio cervello va in blackout. Cancello le istruzioni, il buonsenso, il divorzio. Mi avvicino in silenzio, assorbendo la distanza che ci separa. Quando arrivo dietro di lei, non ci penso nemmeno. Allungo le braccia e le afferro i fianchi con entrambe le mani. Una presa salda, possessiva, come se lo avessi fatto tutti i giorni negli ultimi cinque anni.
«Questa è anche casa tua, lo sai,» mormoro a mezza voce, chinandomi verso il suo orecchio.
Il suo corpo si irrigidisce all'istante, come attraversato da una scarica ad alto voltaggio. Non esita mezza frazione di secondo. Con un gesto secco e stizzito, mi schiaffeggia via le mani, divincolandosi dalla mia presa con una violenza che mi lascia interdetto.
Si gira di scatto verso di me, la spatola stretta in un pugno.
«No, Michael! Non provarci neanche,» sibila, con un tono così severo e definitivo che mi gela il sangue.
Faccio un passo indietro, alzando le mani in segno di resa, ma l'orgoglio ferito mi fa scattare subito sulla difensiva.
«C'è bisogno di essere così nervosa?» le rispondo, abbassando il tono in un sussurro rauco e irritato. «Ti sto urlando addosso, io? Alice è di là, abbassa la voce e non facciamoci sentire.»
«Allora non toccarmi!» gli occhi azzurri di Asia mandano lampi di puro odio, il respiro è più veloce.
Incrocio le braccia, guardandola dall'alto in basso, esasperato. «È assurdo, guarda. Semplicemente assurdo. Ti rendi conto di come mi tratti? Ti ho sfiorato i fianchi. Sei la madre dei miei figli, cazzo, non un'estranea che ho fermato per strada.»
«Non sei più mio marito, né il mio ragazzo, Michael! Hai perso il diritto di mettermi le mani addosso quando ti pare e piace da anni.»
«Ma sto solo cercando di parlarti!» sibilo, facendo un passo verso di lei, costringendola a indietreggiare con la schiena contro il piano cottura. «Da quando sei entrata in questa casa ieri non fai altro che alzare muri di cemento armato. Mi tratti come se non valessi nulla. Ieri in bagno, questa mattina. Non sono io quello che sta sbagliando questa volta!»
Asia non risponde subito. Stringe la spatola fino a farsi sbiancare le nocche. Si morde l'interno della guancia, guardando un punto indefinito sul mio petto, e per un istante vedo tutta la rabbia defluire via, lasciando il posto a qualcosa di molto più profondo. Una stanchezza antica. Una paura fottuta.
Quando rialza gli occhi sui miei, il suo sguardo è disarmato. «Io non ti tratto come se non valessi nulla,» mormora, la voce improvvisamente svuotata e tremante. «Ti tratto così perché... perché sei pericoloso, Michael.»
Mi blocco. Mi aspettavo un'altra coltellata, non questo. «Pericoloso? Ti ho mai sfiorata con un dito per farti del male?»
«Non parlo di botte, cristo santo,» sussurra lei, chiudendo gli occhi per un secondo. «Parlo della mia testa. Parlo della mia vita. Parlo della mia stabilità. Io ci ho messo cinque anni per rimettere insieme i pezzi che abbiamo distrutto. Ho costruito una routine per i bambini. Ho... ho trovato una stabilità.» Deglutisce a fatica, e so benissimo che dietro quella parola c'è l'ombra di Marco. «Una stabilità che tu, in due giorni di sguardi di merda e mani sui fianchi, mi stai già sgretolando sotto i piedi. E io non posso permettermelo. Non voglio tornare in quel buco nero con te. Non sopravvivrei un'altra volta.»
La sua confessione mi colpisce come un pugno dritto nello stomaco. È nuda e cruda. È la dolorosa verità. Lei ha il terrore di me perché sa benissimo che le basta un mio tocco per mandare all'aria tutto il suo mondo apparentemente perfetto.
«Asia...» mormoro. La chiamo per nome, dolcemente. Mi avvicino ancora, azzerando la distanza. Voglio prenderle il viso tra le mani, voglio dirle che il buco nero in cui precipitiamo insieme è l'unico posto in cui siamo stati felici davvero. Allungo una mano verso la sua guancia, e questa volta lei non si scansa. Mi guarda, ipnotizzata, il respiro bloccato in gola.
Poi, un sibilo acuto e uno sfrigolio violento spaccano il silenzio della cucina.
Un fumo denso, acre e grigio inizia a salire dal piano cottura, investendoci in pieno.
L'odore di bruciato satura l'aria in un secondo. Asia si risveglia dal torpore con un sussulto, spalancando gli occhi. «Cazzo!» urla, voltandosi di scatto.
Afferra il manico della padella e la sposta rapidamente dal fuoco. Con la spatola gratta via il pancake, che ormai è un disco di carbone fumante e nero come la pece, e lo sbatte dentro il lavandino d'acciaio. Accende l'acqua fredda per far spegnere il fumo, tossendo per l'odore pungente.
Rimango fermo, a un passo da lei, mentre il momento perfetto si dissolve in una nuvola di fumo di pastella bruciata. Asia si appoggia con entrambe le mani al bordo del lavandino, la testa china, i capelli che le scendono sui lati del viso. Respira a fondo, cercando di riprendere il controllo del suo corpo, del suo battito cardiaco, della sua vita. Poi si gira. Lentamente. I suoi occhi mi trapassano da parte a parte. Prende la spatola di silicone e la lancia sul bancone con un gesto di stizza inequivocabile.
«Vaffanculo, Michael,» mi dice a mezza voce, scuotendo la testa. E non c'è traccia di ironia nel suo tono, solo una frustrazione amara e assoluta. «È sempre così. Quando ci sei tu di mezzo, capitano solo disastri.»
Il resto della giornata scorre via come una ferita aperta, un esercizio estenuante di evitamento reciproco. Asia si rifugia dietro una corazza di occupazioni silenziose: gioca con i bambini, aiuta Alice a sistemare la casetta delle bambole, scambia solo le parole strettamente necessarie con me, muovendosi per la casa con la grazia circospetta di un animale ferito che sa di essere braccato. Io evito di incrociare il suo sguardo, ma la seguo con la coda dell'occhio in ogni istante, sentendo la sua assenza pesare su ogni centimetro quadro di questa grande villa che, senza di lei, torna a essere solo un mucchio di sassi e cemento.
Quando cala la sera, la tempesta che ha flagellato la costa per due giorni svanisce all'improvviso, lasciando spazio a un silenzio surreale. Il cielo si apre in un tramonto di una bellezza quasi dolorosa: striature infuocate di rosso vivo e arancio scuro si specchiano contro il blu profondo della baia, mentre gli ultimi strati di umidità evaporano lentamente, sollevando nell'aria fresca il profumo della terra bagnata, degli eucalipti e del sale marino. È il genere di tramonto che meriterebbe di essere goduto in pace, non usato come sfondo per l'ennesima guerra.
Asia è uscita in terrazza.
Il terrazzo della mia casa non è un semplice balcone: è un salotto a cielo aperto che ho voluto curare nei minimi dettagli. La pavimentazione alterna lastre di marmo chiaro a inserti di erba sintetica morbidissima al tatto, e tutt'intorno ci sono poltroncine da giardino in vimini grigio scuro con cuscini écru, illuminate dalla luce calda di piccole lanterne a LED incastonate tra le fioriere. È il posto più silenzioso della casa, quello da cui si gode la vista migliore sull'oceano.
Mi muovo senza fare rumore, camminando a piedi scalzi sul marmo tiepido. Tengo in mano due calici di cristallo colmi di un Chianti riserva, il vino rosso che imprecavamo di gioia a bere a Roma, seduti sul nostro vecchio balcone quando avevamo vent'anni e il mondo intero da conquistare. Dalle piccole casse bluetooth nascoste tra le piante esce una playlist di classici italiani — Battisti, Dalla, De Gregori — un sottofondo morbido, malinconico, perfetto per farsi del male.
Quando esco sulla terrazza, le spalle di Asia sono rivolte verso di me. È appoggiata alla ringhiera di vetro, avvolta in un cardigan oversize color tortora, il profilo tagliato contro l'ultima luce arancione che muore dietro l'orizzonte.
E poi la vedo. Tra le dita affusolate stringe una sigaretta. Un puntino rosso che brilla nel crepuscolo. Da quando è rimasta incinta di Diego ha combattuto una guerra personale contro il fumo, arrivando a buttare via i pacchetti dalle tasche con la furia di una madre protettiva. Vederla lì, con la nicotina tra le dita, è la prova tangibile di quanto la mia presenza stia devastando le sue difese.
«Non avevi smesso con quella merda?» le dico, spezzando il silenzio. Asia non sobbalza nemmeno. Fa un tiro lento, lasciando che il fumo le esca leggermente dalle labbra socchiuse, poi si gira verso di me. I suoi occhi brillano di una luce ironica e tagliente.
«Sai com'è...» sputa fuori con voce fredda, puntandomi contro lo sguardo. «Quando ci sei tu nei paraggi, tutto quello che una persona costruisce di buono va in frantumi.» Fa un gesto stizzito con la mano che regge la sigaretta. «E spegni quella merda. Una viene qui per cercare un po' di tranquillità e tu arrivi sempre a rompere il cazzo.»
«Eccola... ci risiamo.» Faccio un passo avanti, posando i calici sul tavolino basso di marmo. «Ti ho solo portato da bere.»
«Non voglio bere con te, Michael. Voglio solo che tu mi lasci respirare cinque minuti senza dover litigare per ogni singola cosa che c'è tra noi.»
«Non voglio litigare. Sto solo cercando di stare nello stesso posto con te senza che tu mi urli addosso.» Faccio un altro passo. «Possiamo parlare come due persone normali, per una volta?»
Asia mi guarda dritto negli occhi. Il vento leggero del tramonto le scompiglia i capelli scuri, spingendole ciocche ribelli davanti agli occhi e sulle labbra. Rimane in silenzio per un tempo che sembra infinito.
«No,» sussurra infine, e quella pausa che segue è un abisso. «Perché noi non siamo due persone normali.»
La frase mi arriva diretta al petto, ma invece di farmi arretrare, mi spinge a tirare fuori tutto quello che ho dentro.
«È vero,» le rispondo, facendo un altro passo verso di lei, colmando metà della distanza che ci separa. «Siamo due persone che si amano ancora, infatti.»
«AHAHAH, bella questa,» ride, una risata priva di allegria, isterica, difensiva. Fa un passo verso di me. Mi punta un dito contro il petto. «Michael, per favore, non renderti ridicolo.»
«Io sarei ridicolo?» le sputo in faccia, la voce che trema per la tensione. Faccio un passo ancora, annullando lo spazio. «Io almeno non nascondo quello che provo davvero solo per dimostrare che ho orgoglio. Per una volta l'ho messo da parte, cazzo! L'ho calpestato pur di averti qui davanti a guardarmi negli occhi. Potresti farlo anche tu, invece di nasconderti dietro a Marco e alle tue merdose certezze!»
«Cosa cazzo c'entra Marco?» dice, la voce che vibra. «Non tirare in ballo persone che non hanno niente a che fare con noi. E non guardarmi in quel modo.
«E in che modo ti starei guardando, di preciso?»
«Come se mi possedessi già. Come hai sempre fatto.»
«E allora dimmi di smettere. Dimmelo con convinzione, e giuro che me ne vado in camera mia e non ti tocco più per il resto della vita
Asia apre la bocca per rispondere, ma nessun suono ne esce.
«Visto?» dico piano. «Non riesci nemmeno a dirlo.»
Il vento torna a soffiare dalla baia, più forte stavolta, trascinando via le ultime note di una canzone di Dalla e portando i capelli scuri di Asia a incollarsi sulle sue labbra socchiuse. Il cielo, ormai, è passato dall'arancio a un viola cupo e profondo, punteggiato dalle prime stelle. Le lanterne della terrazza si accendono da sole con un ticchettio impercettibile, disegnando piccoli aloni dorati sul marmo.
Guardo quel ciuffo di capelli ribelli che le copre la bocca. Allungo lentamente la mano, le sfioro la guancia con il dorso delle dita — un tocco così leggero che sembra quasi paura di romperla — e le sposto i capelli dietro l'orecchio, lasciando che il mio pollice si attardi per un secondo millimetrico sulla curva della sua mascella.
Asia non si scansa. Non indietreggia. I suoi occhi azzurri si spalancano leggermente, fissando i miei con un terrore sottile e bellissimo. Il suo respiro si fa improvvisamente corto, irregolare, lo stesso identico ritmo spezzato che conosco a memoria.
«Perché devi essere sempre così, sempre–» dico.
«Sempre come? Dillo,» mi domanda, tenendo il suo viso a un centimetro dal mio.
In quel preciso istante, dalle casse bluetooth parte l'intro inconfondibile di una chitarra. Poche note, calde, graffianti, prima che la voce roca di Marco Masini si insinui nell'aria fresca della sera. Bella Stronza.
Asia sobbalza appena, come se qualcuno le avesse acceso una corrente sotto la pelle. Non è una canzone qualunque. È la colonna sonora ufficiale del nostro disastro, quella che racchiude ogni gelosia, ogni riconciliazione a letto dopo una guerra, l'ossessione, l'incapacità cronica di lasciarci andare davvero. Un sorriso amaro mi piega le labbra.
«Ecco...» mormoro contro la sua bocca, sentendo il suo respiro mescolarsi al mio. «Sempre una bella stronza.»
«Vaffanculo,» sussurra lei, ma non c'è più veleno nella parola. C'è solo un tremito.
Asia si morde il labbro inferiore, gli occhi azzurri lucidi di una rabbia che si sta trasformando, lentamente, irreversibilmente, in resa. Vedo il preciso istante in cui il muro cede. E io non riesco più a trattenermi. Al diavolo il buonsenso, l'orgoglio, fanculo tutto quello che ci siamo detti nelle ultime quarantott'ore.
La afferro di forza per i fianchi, sollevandola da terra. Lei fa un piccolo verso di sorpresa, ma le mie mani la spingono decise verso la parte alta del muretto della terrazza, facendola poggiare con le spalle contro la parete di pietra fredda. La incastro tra il mio corpo e il muro, piantando le dita nella carne morbida delle sue cosce.
Le mie labbra sono a pochi centimetri dalle sue.
«Dimmelo,» le ordino, col respiro pesante.
«Scordatelo,» risponde lei, alzando il mento con l'ultimo residuo di orgoglio che le rimane, ma le sue dita si stanno già aggrappando disperatamente ai bordi della mia maglietta, tradendo ogni singola parola che le esce dalla bocca.
«Non ti lascio andare se non me lo dici.»
«Ma cosa devo dirti? Che sei uno stronzo, Michael?!»
«Questo lo so già. Voglio sentire un'altra cosa.»
«Non c'è un'altra cosa.»
«Sì invece,» le sussurro, sentendola tremare tutta sotto di me. «Dimmi che mi ami ancora... perché io non ci riesco a vivere senza di te. Farò tutto, tutto quello che vuoi. Lasciare il calcio, tornare a vivere a Roma se è quello che vuoi, ma non lascio andare te. Mai più.»
Il ritornello sale nelle casse, quella nota lunga e graffiata che conosciamo entrambi a memoria, e Asia chiude gli occhi come se quel suono da solo le stesse facendo cedere l'ultimo pezzo di resistenza rimasto.
«Che palle.» mormora, la voce rotta. «Fanculo, Michael, io ti odio.»
«Lo so.»
«Ti odio davvero.»
Non ce la fa più. Si sporge in avanti e mi incolla le sue labbra addosso con una violenza disperata. Ci spariamo in bocca un bacio devastante, famelico, pieno di cinque anni di fame, rancore e nostalgia.
Le mie mani scivolano sotto le sue natiche, la sollevo di peso dal muretto e lei stringe d'istinto le gambe intorno alla mia vita. Con le bocche ancora incastrate l'una nell'altra, la porto in braccio attraverso la grande vetrata scorrevole che dà direttamente nella mia camera da letto, mentre alle nostre spalle Bella Stronza continua a suonare nella notte di Melbourne, come se anche la playlist sapesse esattamente come sarebbe andata a finire questa serata.
Nel buio della stanza, illuminata solo dai riflessi della terrazza, Asia stacca per un secondo le labbra dalle mie, col fiato corto e le guance in fiamme.
«Michael no, no... ci sono i bambini di là,» sussurra, provando a fare un ultimo, debole tentativo di essere la madre responsabile, anche se le sue mani mi stanno già strappando la maglietta da dosso.
«Stanno guardando i cartoni, non pensarci.»
«Ci sentiranno...»
«Ho talmente voglia di te che probabilmente finiremo prima che finisca il cartone animato.»
Asia scoppia in una risata sommessa, bellissima, e si lascia andare definitivamente alla passione.
La butto sul letto, mentre lei finisce sul materasso con un sospiro sprofondato. Mi sfilo la maglietta lanciandola a terra in un angolo e mi fiondo immediatamente su di lei, coprendo il suo corpo con il mio. Asia continua a ridere piano contro il mio collo, con la voce incrinata dal respiro affannato, e mi prende il viso tra le mani implorandomi di fare piano, mentre spinge i suoi fianchi contro i miei e non accenna minimamente a lasciarmi andare.
Il materasso assorbe il nostro peso mentre mi premo contro di lei, intrappolandola sotto il mio corpo. Non c'è niente di dolce, niente di misurato. C'è solo una fame disperata, tenuta in gabbia, affamata per cinque lunghissimi anni, che adesso pretende di divorare tutto in un istante.
Le mie mani sono frenetiche. Le afferro i lembi dello scaldacuore e della maglietta, tirandoli su in un colpo solo. Glieli sfilo dalla testa con una foga che le fa sfuggire un'altra risata smorzata, subito soffocata quando le mordo dolcemente la mascella.
Asia non è da meno. Le sue dita sottili scendono verso la mia vita, aggrappandosi alla fibbia della mia cintura. Il rumore metallico dello scatto rimbomba nel buio della stanza, seguito dal rumore della zip dei miei jeans che scende con un colpo secco. Si muove con una fretta famelica, le mani calde che mi spogliano e mi accarezzano la schiena, le spalle, il petto, riappropriandosi di un territorio che in fondo non ha mai smesso di essere suo.
Quando i vestiti finiscono sul pavimento, sparsi alla rinfusa, la sensazione della pelle nuda contro pelle nuda ci fa sussultare entrambi. Il mondo intero smette di fare rumore. Sento il calore del suo petto contro il mio, il battito impazzito del suo cuore che martella esattamente allo stesso ritmo del mio. È come tornare a respirare dopo essere stato in apnea per un'intera vita. Abbasso il viso sul suo collo, inspirando quell'odore speziato e caldo che mi ha perseguitato in ogni dannata notte australiana. La bacio, le accarezzo i fianchi, mentre lei inarca la schiena e affonda le dita nei miei capelli, stringendomi forte, attirandomi ancora di più a sé.
«Piano...» ansima, la voce ridotta a un sussurro roco, vibrante nel buio. Cerca di dirmi di fare piano, di ricordarmi dei bambini che guardano la TV a pochi metri da noi, ma quando i nostri corpi si uniscono, ogni raccomandazione razionale si polverizza.
Non c'è tempo per la dolcezza, non stasera. Entro in lei e l'impatto è così perfetto, così familiare, che mi sfugge un gemito graffiato, sordo. Asia spalanca gli occhi, il suo respiro si spezza di colpo. Mi accoglie come se i cinque anni di divorzio, i chilometri di distanza e le vite che abbiamo provato a ricostruire fossero stati solo una parentesi ridicola. Il mio corpo è il pezzo mancante del suo. E viceversa.
Siamo costretti a muoverci in silenzio, e questo rende tutto cento volte più intenso, quasi asfissiante. Il terrore che Diego o Alice possano alzarsi dal divano e chiamarci ci costringe a ingoiare i suoni. Asia si morde il labbro inferiore fino a farsi male, poi afferra il lenzuolo e ci affonda il viso per soffocare un gemito quando accelero il ritmo.
«Ti amo, Asia...»
«Zitto e scopami... Sìì, aah! Sìì»
La stringo per i fianchi, ancorandola a me, perdendomi nel calore di quel corpo che conosco a memoria, in ogni singola curva, in ogni singolo fremito. Ogni spinta è una confessione che non abbiamo avuto il coraggio di dirci a parole. Sei mia. Non c'è nessun Marco. Non c'è nessun'altra vita per noi. È un dialogo muto fatto di carne, sudore e respiri spezzati contro il collo dell'altro.
Sento le sue unghie conficcate nella schiena, tracciando linee infuocate sulla mia pelle. Mi guarda negli occhi: il viso madido, i capelli arruffati sul cuscino, le labbra gonfie, e in quello sguardo azzurro e stravolto dal piacere leggo la resa definitiva. Ha smesso di scappare.
Il piacere esplode rapido, violento, spietato. L'urgenza e l'astinenza ce lo impediscono di farlo durare ore, ma è una deflagrazione che ci scuote l'anima. Asia soffoca un grido contro la mia spalla, stringendomi le braccia attorno al collo con tutte le sue forze, tremando contro di me.
«Ah!... Michael!...» ansima, seppellendo il viso nell'incavo del mio collo.
«Asia... vengo, non ce la faccio più.» dico, con la voce strozzata dal piacere. Asia non fa nulla per spingermi fuori e io riverso tutto il mio seme dentro di lei e poi cado a peso morto su di lei.
Restiamo così. Aggrovigliati e sudati.
Nella stanza c'è il suono irregolare e pesante dei nostri respiri. Non mi sposto di un millimetro. Rimango sopra di lei, ancorato al suo corpo nudo, avvolgendola col mio peso in una bolla che appartiene soltanto a noi due. Ancora scossi dai fremiti del piacere appena consumato.
L'aria è densa. Il respiro affannato di Asia, caldo e con un lieve retrogusto di quel vino rosso che abbiamo bevuto in terrazza, si infrange direttamente contro il mio viso; e il mio respiro si perde nel suo, mescolandosi in un unico ritmo vitale.
Mi abbasso lentamente verso di lei, cercando di nuovo la sua bocca. Non c'è la foga disperata come quello di prima contro il muro, ma un bacio più lungo, più profondo. Le nostre labbra si muovono con una lentezza estenuante, assaporandosi a vicenda, reclamando finalmente la pace dopo cinque anni di guerra spietata. È un bacio che sa di perdono, di resa definitiva e, soprattutto, di casa.
Quando mi stacco appena, giusto lo spazio per poterla guardare, sollevo le mani e le afferro il viso. I miei pollici accarezzano le sue guance calde. Le scosto le ciocche scure e umide di sudore che le si sono appiccicate alla fronte e agli zigomi, portandogliele dolcemente dietro le orecchie per liberare i lineamenti del volto che ho amato più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Nel buio, i suoi occhi azzurri brillano, liquidi, stravolti e bellissimi. La sua corazza di cemento armato è andata in frantumi, spazzata via per sempre insieme ai vestiti buttati sul pavimento.
Asia solleva una mano, debole, e mi sfiora la nuca, intrecciando le dita tra i miei capelli corti. Deglutisce, chiudendo gli occhi per un momento sotto la carezza dei miei pollici, prima di riaprirli e piantarli nei miei, disarmata.
«Non posso più farlo,» sussurra, la voce incrinata ma incredibilmente limpida.
«Fare cosa?» mormoro, sfiorandole il labbro inferiore col pollice.
«Fingere,» risponde in un soffio, mentre il suo petto nudo aderisce al mio a ogni respiro. «Non posso più ignorare quello che sento quando mi tocchi... o quando mi guardi in quel modo. Ho passato cinque anni a convincermi di aver superato questa follia, di essermi ricostruita. Ma in realtà mi stavo solo mentendo da sola.»
Tira leggermente i miei capelli, spingendomi ad avvicinarmi ancora di un millimetro, e finalmente pronuncia le parole per cui ho pregato per anni.
«Tu sei la mia condanna,» mormora, e un piccolo sorriso stanco le increspa le labbra. «Ma ti amo ancora. Non ho mai smesso, neanche per un singolo giorno. Non posso più ignorare tutto questo. È impossibile.»
Chiudo gli occhi, sentendo un macigno immenso, pesante da cinque anni, scivolarmi via dal petto e rendermi un adolescente felice. Sorrido contro la sua bocca, prima di baciarla di nuovo, dolcemente.
E mentre lei ricambia il bacio, stringendomi a sé nel buio della nostra camera da letto, sentiamo le risate di Diego e Alice con il rumore ovattato della televisione in sottofondo a ricordarci dei nostri bambini nell'altra stanza.
«Te l'ho detto che avremmo finito prima noi,» dico e una piccola risata mi sfugge.
«Stai diventando vecchio, tesoro. Mi sa che non sono solo le gambe a non farcela più.»
«Ce la faccio eccome, non preoccuparti. Ma ti desideravo troppo oggi e in più sei bellissima cazzo.»
«Sì certo... dai rottame, rivestiamoci e andiamo di là.»
«Resti?»
«Fino al prossimo volo. Ho delle cose da fare a Roma.»
«Va bene...»
[FINE]
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