Sulla Fortuna - Parte 4
di
Tinyman
genere
feticismo
SULLA FORTUNA PARTE 4
La prospettiva di godere segretamente del suo culone bombastico mentre lei balla in una pista gremita mi ha convinto ad accettare la proposta di Manuela di prendere un privé in discoteca. Ho accettato subito di offrirlo anche alle sue belle amiche che avrei rivisto per la seconda volta da quel pomeriggio al matcha bar, eccitato all’idea che avrebbero riso assistendo alla mia degradazione.
«Sappi, però, che la maggior parte del tempo io ballerò con le mie amiche e tu starai nel privé. Saranno al massimo due le volte in cui ti porterò su di me in pista anche perché sei quasi cinquantenne e dopo non avrai più colpi», ha precisato lei impietosa.
«D’accordo», ho risposto a testa bassa
Ho prenotato online cinque giorni prima. Il servizio garantiva un isolamento totale: la stanza ci sarebbe stata consegnata già rifornita e sigillata per tutta la notte, senza che camerieri o buttafuori potessero mai aprirla dall'esterno. Il sistema ha associato il controllo principale al mio smartphone, inviando contemporaneamente sui telefoni di Manuela, Carol e Valeria le chiavi digitali per rientrare nella stanza in totale autonomia.
Sono andato a prendere le ragazze alle 23:00 e ci siamo recati all’appuntamento con il VIP manager del locale presso un ingresso laterale riservato. Ho dovuto faticare per non sentirmi ridicolo: ero un ometto di quarantotto anni, alto appena un metro e cinquantuno, in mezzo a tre sventolone giovanissime che mi sovrastavano da ogni lato. Carol, già slanciata con i suoi centottanta centimetri, svettava sopra i tacchi degli stivali; Valeria, formosa e sinuosa, camminava fiera su un plateau massiccio. E al centro c'era lei, la mia Manuela: col suo metro e novantacinque e il piumino oversize nero lucido che le nascondeva le forme giunoniche, appariva meravigliosa e inavvicinabile. Sulle spalle aveva lo zaino con il mio pigiamino e il marsupio.
Il manager, un uomo massiccio dal volto duro, ci ha fatto strada attraverso i corridoi interni di cemento, desolati e totalmente isolati dalla clientela comune. Ha evitato accuratamente di incrociare il mio sguardo imbarazzato, mantenendo il distacco glaciale di chi è pagato profumatamente per non fare domande. Attraversando quegli ambienti spogli camminando dietro a quell’energumeno così robusto ho provato un brivido di timore e mi sono vergognato all’idea che io, un uomo di 48 anni, mi sentissi rassicurato stando il più vicino possibile alla mia diciottenne e alle sue amiche coetanee. Loro, al contrario, del tutto a loro agio, ridevano e scherzavano come se nulla fosse.
Abbiamo salito una stretta rampa di scale metalliche e, stando dietro, mi sono beato guardando le cosce delle ragazze, in particolare quelle della mia biondona. Ero fremente. Arrivati nel corridoio spoglio dei privé, il manager si è fermato davanti alla nostra porta blindata e si è congedato con un secco cenno del capo, lasciandoci soli.
Sotto gli sguardi entusiasti delle tre ragazze, ho avvicinato lo schermo del telefono al lettore ottico. La porta ha emesso un bip acuto, seguito dallo scatto metallico del pistone che si ritraeva. Si è aperta, svelando la penombra asettica della stanza e la grande parete di vetro scuro dello specchio spia. Eravamo dentro, sigillati e padroni assoluti dello spazio.
L'ambiente era dominato da una luce blu profonda e da un immenso divano angolare. Al centro, un tavolo basso era già stato allestito con fiumi di champagne e vodka pregiata immersi nel ghiaccio, tutto pagato a peso d'oro con la mia carta. L'elemento catalizzatore della stanza era però l'enorme specchio unidirezionale: da lì potevamo osservare la massa confusa dei clienti che riempiva la pista e i fasci dei laser tagliare il buio. Tutto era percepito in un silenzio ovattato e irreale, interrotto solo dalle frequenze più basse della musica che facevano tremare il pavimento sotto i nostri piedi.
Le ragazze sono impazzite dalla gioia mentre ci liberavamo dei soprabiti.
«Wow, che lusso!», ha esclamato Valeria riempiendo i calici di champagne. «C’è già un sacco di gente!», ha osservato entusiasta Carol guardando dallo specchio segreto.
Le ho osservate. Valeria indossava un micro-abito nero aderente, scollatissimo, che faticava a contenere la sua fisicità robusta e formosa, le sue tette enormi, i suoi fianchi larghi e le sue cosce spesse e piene. Carol aveva un top di paillettes che copriva appena il grande seno e una minigonna di pelle cortissima, che metteva in risalto le gambe lunghe. I tacchi dei suoi stivali la portavano a raggiungere quasi l’altezza di Manuela.
Erano due bombe sexy e sapevano di esserlo. Anche loro, però, sono rimaste folgorate quando Manuela si è sfilata il piumino mostrando il suo incredibile corpo da amazzone supermaggiorata. Indossava solo il body e le autoreggenti e sarebbe scesa in pista così.
«Madonna, Manu, sarai illegaleeeee!!!», ha urlato ridendo Carol.
L'aria era carica del loro profumo e ne ero inebriato.
Abbiamo brindato assieme sul divano e poi le ragazze si sono alzate esprimendo il desiderio di scendere subito in pista. Anche Manuela era euforica e mi ha ordinato, mentre lei sarebbe andata a ballare con le amiche, di prendere il pigiamino dallo zaino, indossarlo ed aspettarla.
Desideravo terribilmente quel momento in cui lei mi avrebbe portato nascosto sotto il piumino e mi avrebbe fatto morire di piacere in mezzo a tutte quelle persone. Tuttavia, speravo ingenuamente di poter alternare le due cose nel corso della serata: immaginavo che a quel sublime supplizio erotico si sarebbero alternati dei momenti di normale divertimento, in cui poter uscire in pista con i miei abiti civili per ballare liberamente insieme a loro, invece di ritrovarmi condannato a trascorrere il resto della notte recluso in quella stanza con addosso solo quel pigiama ridicolo.
«Ma forse adesso verrei anch’io a ballare un po’ con voi!», ho detto mostrandole il mio entusiasmo «Coi miei piedi, intendo», ho poi aggiunto imbarazzato a mezza voce sperando che le amiche non sentissero.
Manuela ha lanciato un rapido sorriso malizioso a Carol e Valeria, poi mi ha guardato con dolcezza e si è avvicinata. «Ma Michelino, ma che dici?», mi ha chiesto, abbassandosi per darmi un bacino sulle labbra e accarezzarmi i capelli. «Come puoi pensare di venire in pista con noi?».
Abbracciandomi mi ha sollevato delicatamente strofinando il mio esile corpo sulle sue tettone monumentali e tenendomi sospeso nel vuoto, mi ha dato altri piccoli baci condiscendenti facendomi tremare di piacere. «Ma hai visto dallo specchio quanti bei ragazzoni ci sono là fuori a ballare? Tu non c’entreresti nulla in mezzo a quella calca», ha continuato a sussurrare tra un bacio e l'altro, «e con te vicino io e le mie amiche non ci sentiremmo libere di fare le monellacce!».
Quando mi ha rimesso a terra ero vistosamente rintronato, eccitatissimo, già quasi sul punto di venire solo per quelle poche stimolazioni.
Valeria e Carol si guardavano ridendo.
«E poi», ha aggiunto con un sorriso abbassandosi per sfiorare con un dito la piccola protuberanza tra le mie gambe, «Come faresti a ballare adesso col tuo cosino che ti è diventato durissimo? Dai, fai il bravo ometto!», ha concluso con un sorrisetto sfrontato. «Dopo ti porto io in pista, nascosto sotto il piumino, ma adesso mettiti il pigiamino, guardami attraverso lo specchio segreto e aspetta che ritorni».
«Ahaha, sì, fai il bravo ometto!», ho sentito dire sommessamente a Valeria che rideva di gusto.
«Ma povero...», si è unita Carol con un risolino, mentre si sistemava il vestito.
Un attimo dopo la porta blindata si è chiusa, lasciandomi solo, e loro sono scese in pista.
Con un profondo senso di tristezza e frustrazione e ancora molto eccitato ho preso il pigiama dallo zaino e l’ho indossato. Poi mi sono avvicinato al vetro.
Manuela aveva ragione: come avevo potuto pensare di scendere in pista assieme alle ragazze? Sulla superficie scura mi appariva, in semitrasparenza, il riflesso del mio esile corpicino inguainato nel pigiamino; oltre il vetro, invece, ovunque cadesse il mio sguardo vedevo corpi meravigliosi, giovani e tonici.
Manuela col suo viso da bambina e il suo corpo esplosivo rubava, però, la scena a tutti. I fasci dei laser superiori e le luci stroboscopiche, che passavano sopra le teste degli altri, colpivano direttamente lei, facendo risplendere la pelle nuda del suo decolleté e il vinile lucido del body nero.
Attorno al suo corpo giunonico ho visto crearsi istantaneamente un vuoto: la folla si scostava inconsciamente di mezzo metro per guardarla, isolandola come se fosse su un palcoscenico. Tutti rimanevano imbambolati e decine di ragazzi cercavano disperatamente di incrociare il suo sguardo per farsi notare.
La cosa più incredibile, che mi ha fatto tremare le gambe per l'eccitazione, è stata vedere i telefoni alzati. In mezzo alla calca, decine di schermi illuminati hanno iniziato a puntare verso di lei, sul suo visino da bambola, sulla sua decima di seno, sul suo sedere esagerato. Ad un certo punto ho visto solo un tipo, un ragazzo alto e palestrato, trovare il coraggio di avvicinarla per scambiare qualche parola e iniziare a ballare con lei.
Lei si scatenava del tutto consapevole dell’attenzione generale e della tempesta ormonale che stava suscitando. Improvvisamente mi sono accorto che io stesso, mentre la guardavo, con una mano mi stavo di tanto in tanto stimolando il cazzetto aumentando l’eccitazione e ho deciso di staccarmi dallo specchio e andare sul divano.
Se prima, quando avevamo brindato, mi ero seduto sul bordo per essere proteso verso le ragazze adesso scoprivo che la seduta era immensa e incredibilmente profonda. Per riuscire ad appoggiare la schiena e le spalle allo schienale nel tentativo di stare comodo, il mio esile fondoschiena è dovuto scivolare così indietro che le mie gambette sono rimaste sollevate nel vuoto, penzolando a diversi centimetri dal pavimento senza riuscire a toccare terra. In quella posizione, con il pigiamino di cotone, con il cazzetto eretto e le gambe sospese come quelle di un bambino sul seggiolone, mi sentivo ancora più ridicolo e indifeso.
All'improvviso l’IPhone che stringevo in mano ha emesso un doppio squillo acuto che informava degli ingressi nel privé. Non ho avuto neanche il tempo di leggere la notifica perché un secondo dopo, lo stipite esterno ha fatto un bip e il pistone metallico della porta blindata è scattato. Carol e Valeria sono entrate, accaldate e sorridenti, e hanno richiuso la porta dietro di loro.
«Mamma mia, che caldo là fuori!», ha esclamato Valeria
«Michele, ti sei messo il famoso pigiamino!», mi ha detto Carol fissandomi ridendo mentre si versava da bere, «Manuela credo arriverà tra un bel po’. Vuoi qualcosa da bere anche tu?». «No, grazie», ho balbettato imbarazzatissimo.
Morivo di vergogna: mi avevano conosciuto nel bagno di un locale e avevano visto la mia testolina sbucare dalle tettone della loro amica, ma l'idea che, la seconda volta che ci vedevamo, mi trovassero nel privé della discoteca con quel pigiamino con le gambette penzolanti e così visibilmente eccitato avrebbe devastato completamente il mio orgoglio di uomo.
Dopo che anche Valeria ha riempito il suo calice le due amiche, nonostante l'immenso spazio vuoto a disposizione sul divano angolare, si sono pericolosamente dirette verso di me con passi lenti e deliberati senza mai distogliere gli sguardi divertiti dalla mia piccola figura spaurita sul divano.
Se fossi riuscito a farmi in avanti sul bordo del divano avrei forse avuto un aspetto meno ridicolo, avrei toccato terra con i piedi e soprattutto avrei potuto sottrarre alla loro vista quel pisellino eretto, magari sedendo un po' chinato e fingendo di guardare lo schermo del cellulare. Ma le due giovanissime ragazze non mi hanno lasciato il tempo di compiere alcun movimento. Prima ancora che potessi anche solo accennare a scivolare in avanti per raddrizzare la schiena o far scendere le gambe che ciondolavano nel vuoto, si sono sedute contemporaneamente strettissime ai miei lati, Carol alla mia sinistra e Valeria alla mia destra.
Mi sono ritrovato letteralmente sommerso dai loro corpi, alti, tonici e prorompenti. Sentivo la pressione soda delle loro tette che mi premevano contro le spalle e la parte superiore delle braccia ad ogni loro respiro, mentre il cotone leggero del mio pigiamino si scontrava con la consistenza liscia e tesa delle loro cosce nude e tornite. Ho abbassato istintivamente la testa e la mia umiliazione è diventata visiva: le mie gambette, corte ed esili, che penzolavano ridicolmente, erano letteralmente sovrastate dalle cosce, piene e tornite, delle loro gambe che, invece, toccavano comodamente terra.
La parte del mio corpo che rimaneva più vergognosamente esposta ai loro sguardi divertiti era proprio il mio irrilevante pisellino che, durissimo, premeva con violenza contro la stoffa leggera del pigiama di cotone, sollevandola e tendendola fino a mostrare la sua sagoma esatta. Sudavo copiosamente.
«Grazie mille per questa serata», mi ha detto Valeria, con un respiro caldo che profumava di champagne, «per il privé e per tutto quello che ci stai offrendo. Sei stato davvero un tesoro»
«Sì, davvero! Grazie Michele!», si è aggiunta Carol con un sorriso rilassato, accarezzando con le dita il bordo del divano, «Né io né Valeria ci saremmo potute permettere una serata in un posto lussuoso come questo. Le nostre famiglie non sono benestanti. Anche i genitori di Manu in fondo sono persone normali»
«Di niente», ho risposto con voce flebile e tremante, «ho pensato che a Manuela avrebbe fatto piacere avere anche voi»
Cercavo disperatamente di riprendere il controllo e di non farmi vedere così spaventosamente nervoso, ma era un tentativo del tutto inutile.
Desideravo soprattutto che il mio pisellino si ammosciasse per sottrarmi a quella gogna visiva. Ma il contatto con i loro corpi e l'intensità di quella vergogna pubblica tenevano il mio cazzetto ritto e teso allo spasmo contro il cotone del pigiama.
Ad acuire la mia eccitazione e la mia umiliazione c'era pure il fatto che fingessero di non notare nulla. Si comportavano come se quella protuberanza fosse così piccola da passare del tutto inosservata.
«Non so come dirtelo, ma non vorrei ti sentissi in imbarazzo se ti vediamo così, Michele», ha cercato di rassicurarmi Valeria con quel sorriso malizioso che avevo imparato a conoscere al matcha bar, «noi non ti giudichiamo. Manuela ci ha sempre detto tutto in questi mesi perciò vogliamo che con noi tu ti senta a tuo agio il più possibile»
«Certo, con noi puoi stare sereno. Sappiamo che hai indossato il pigiamino e sei su di giri perché non vedi l’ora che Manu venga per portarti in pista incollato al suo corpo», è intervenuta Carol portando con spietata disinvoltura una coscia sopra l'altra e sostenendo le mie gambette prima penzolanti con la curva soda del suo polpaccio coperta dallo stivale.
«Ti dà fastidio?», mi ha poi chiesto senza guardarmi aggiustandosi una delle paillettes del top, «volevo accavallare le gambe e poi ho pensato che avrei fatto stare più comodo anche te, visto che i tuoi piedi non toccavano terra. A me non costa nulla, le tue gambe sono leggerissime»
«No, non mi dà alcun fastidio, anzi ti ringrazio», ho risposto balbettando.
Tutti i loro tentativi di tranquillizzarmi non facevano che peggiorare le cose. L'imbarazzo per la situazione in cui mi avevano colto era totale, e sentire il muscolo teso di quella diciottenne che sorreggeva senza alcuno sforzo il peso dei miei arti inferiori mi faceva sprofondare in un abisso ancora maggiore di vergogna e piacere indicibile.
Valeria ha sorriso, poi ha infilato una mano nella borsetta e ne ha tirato fuori un fazzolettino di carta. «Ma guarda come sudi, Michele... dai, fatti asciugare», mi ha detto con una dolcezza quasi materna. Si è sporta verso di me e ha iniziato a tamponarmi con delicatezza la fronte e le guance; il contatto leggero della sua mano e il profumo intenso della sua pelle mi hanno fatto attraversare da un brivido improvviso e violentissimo, che dalle spalle è sceso dritto lungo la schiena.
«Sai, all'inizio», mentre continuava ad asciugarmi il collo sudato, «quando Manu ci diceva che questo con te era praticamente un "doposcuola", abbiamo pensato che il suo fosse un modo per proteggersi, per nascondere a se stessa possibili risvolti pesanti dal punto di vista fisico ed emotivo. Ma poi, vedendola sempre così tranquilla, a forza di sentire i suoi racconti in questi mesi e, soprattutto, adesso che ti abbiamo conosciuto e ti vediamo qui... beh, ci siamo rese conto che non esagerava!».
«Si», è intervenuta Carol, «è stata fortunata ad incontrarti, sei un uomo gentile e poi sei ricco e generoso»
«E poi è un bene che tu non sia un uomo che potrebbe incutere timore», ha detto appoggiando il palmo sul mio petto esile, sopra il cotone del pigiamino azzurro, «Certo, Manuela è un peso massimo di kick boxing e non avrebbe nulla da temere dalla maggior parte degli uomini comuni, ma tu non costituiresti una minaccia neanche per una ragazza di media costituzione. Considera noi sul divano ad esempio. Io, essendo un po’ per natura un po’ per la palestra, una ragazzona, sono notevolmente più forte di te, e pure Carol lo è. Se tu, mettiamo il caso, dovessi avere un colpo di testa, non potresti impensierire nessuna di noi due. Guarda, ti sto toccando la spalla e mi sembra di stringere un uccellino! Ho persino paura di farti male per sbaglio. Figuriamoci Manuela!»
Con la testa bassa per l'imbarazzo mi sono trovato, a pochissimi centimetri dal mio viso, le sue tettone, sode e formose, calde e lucide di sudore per il ballo in pista e, mentre le fissavo ipnotizzato, ho avvertito la pressione della sua mano che, nonostante lei non imprimesse forza, mi faceva affondare ancora di più nella profondità della seduta.
«C’è poi dell’altro», ha commentato Carol che aveva iniziato a dondolare con noncuranza la sua imponente gamba avanti e indietro, portandosi dietro le mie gambette indifese, «sarebbe stato davvero più duro per Manu andare in cambio di regalini e borse di lusso con un uomo dotato di un pene nella media o, peggio ancora, di uno molto grosso. Si sarebbe sentita provata fisicamente dopo questi incontri e, se avesse avuto un fidanzato avrebbe avuto un sacco di difficoltà a fare l'amore, sentendosi magari a disagio con lui…».
«Esatto!», ha confermato Valeria, «invece tu», ha fatto osservare con esibita disinvoltura a me e all’amica puntando l’indice a pochi millimetri dalla sagoma tesa del mio irrilevante attributo, «anche da questo punto di vista sei perfetto: hai questo pisellino del tutto innocuo.»
«Che – sappiamo bene – non è neanche un campioncino mondiale di resistenza», ha aggiunto impietosa Carol continuando a dondolare le mie gambette.
Era stato troppo. Il contatto intimo con i loro corpi tonici, la pressione costante delle loro tette contro le mie braccia, le sollecitazioni del movimento continuo e ritmico della gamba di Carol che tormentavano il mio piccolo membro a ogni oscillazione e soprattutto quella radiografia spietata e benevola della mia inferiorità avevano generato un cortocircuito devastante nel mio sistema nervoso. Non ero stato nemmeno toccato, ma il mio corpo ha ceduto da solo. Ho avvertito un piccolo spasmo di piacere che mi è sembrata l’istantanea della mia nullità. Senza che potessi minimamente controllarlo, sul cotone finissimo e azzurro del pigiama, proprio in corrispondenza della punta della mia protuberanza tesa allo spasmo, è affiorata all'istante una vistosa macchia scura e lucida di liquido preeiaculatorio.
Nonostante la penombra del privé, le due ragazze se ne sono accorte immediatamente. Carol ha abbassato lo sguardo, sgranando gli occhi verdi, e un secondo dopo entrambe sono scoppiate a ridere di gusto, una risata sbarazzina e complice che ha riempito la stanza ovattata.
«Oddio, Carol, ferma, smettila di dondolare la gamba! Non muoverti altrimenti lo spruzzino viene sul divano! Ahahah!», ha urlato Valeria tra le risate, indicando l'alone umido a pochi centimetri da lei.
«Avevo appena finito di dire che non era un campioncino! Ahaha povero, come sta!»
Ero completamente paralizzato, con le gambe sospese nel vuoto sul polpaccio di Carol, morendo di vergogna e di un piacere quasi intollerabile. Ho pensato con autentico terrore che se una di loro avesse anche solo soffiato sul mio pisellino attraverso il cotone del pigiama, sarei venuto all'istante.
La prospettiva di godere segretamente del suo culone bombastico mentre lei balla in una pista gremita mi ha convinto ad accettare la proposta di Manuela di prendere un privé in discoteca. Ho accettato subito di offrirlo anche alle sue belle amiche che avrei rivisto per la seconda volta da quel pomeriggio al matcha bar, eccitato all’idea che avrebbero riso assistendo alla mia degradazione.
«Sappi, però, che la maggior parte del tempo io ballerò con le mie amiche e tu starai nel privé. Saranno al massimo due le volte in cui ti porterò su di me in pista anche perché sei quasi cinquantenne e dopo non avrai più colpi», ha precisato lei impietosa.
«D’accordo», ho risposto a testa bassa
Ho prenotato online cinque giorni prima. Il servizio garantiva un isolamento totale: la stanza ci sarebbe stata consegnata già rifornita e sigillata per tutta la notte, senza che camerieri o buttafuori potessero mai aprirla dall'esterno. Il sistema ha associato il controllo principale al mio smartphone, inviando contemporaneamente sui telefoni di Manuela, Carol e Valeria le chiavi digitali per rientrare nella stanza in totale autonomia.
Sono andato a prendere le ragazze alle 23:00 e ci siamo recati all’appuntamento con il VIP manager del locale presso un ingresso laterale riservato. Ho dovuto faticare per non sentirmi ridicolo: ero un ometto di quarantotto anni, alto appena un metro e cinquantuno, in mezzo a tre sventolone giovanissime che mi sovrastavano da ogni lato. Carol, già slanciata con i suoi centottanta centimetri, svettava sopra i tacchi degli stivali; Valeria, formosa e sinuosa, camminava fiera su un plateau massiccio. E al centro c'era lei, la mia Manuela: col suo metro e novantacinque e il piumino oversize nero lucido che le nascondeva le forme giunoniche, appariva meravigliosa e inavvicinabile. Sulle spalle aveva lo zaino con il mio pigiamino e il marsupio.
Il manager, un uomo massiccio dal volto duro, ci ha fatto strada attraverso i corridoi interni di cemento, desolati e totalmente isolati dalla clientela comune. Ha evitato accuratamente di incrociare il mio sguardo imbarazzato, mantenendo il distacco glaciale di chi è pagato profumatamente per non fare domande. Attraversando quegli ambienti spogli camminando dietro a quell’energumeno così robusto ho provato un brivido di timore e mi sono vergognato all’idea che io, un uomo di 48 anni, mi sentissi rassicurato stando il più vicino possibile alla mia diciottenne e alle sue amiche coetanee. Loro, al contrario, del tutto a loro agio, ridevano e scherzavano come se nulla fosse.
Abbiamo salito una stretta rampa di scale metalliche e, stando dietro, mi sono beato guardando le cosce delle ragazze, in particolare quelle della mia biondona. Ero fremente. Arrivati nel corridoio spoglio dei privé, il manager si è fermato davanti alla nostra porta blindata e si è congedato con un secco cenno del capo, lasciandoci soli.
Sotto gli sguardi entusiasti delle tre ragazze, ho avvicinato lo schermo del telefono al lettore ottico. La porta ha emesso un bip acuto, seguito dallo scatto metallico del pistone che si ritraeva. Si è aperta, svelando la penombra asettica della stanza e la grande parete di vetro scuro dello specchio spia. Eravamo dentro, sigillati e padroni assoluti dello spazio.
L'ambiente era dominato da una luce blu profonda e da un immenso divano angolare. Al centro, un tavolo basso era già stato allestito con fiumi di champagne e vodka pregiata immersi nel ghiaccio, tutto pagato a peso d'oro con la mia carta. L'elemento catalizzatore della stanza era però l'enorme specchio unidirezionale: da lì potevamo osservare la massa confusa dei clienti che riempiva la pista e i fasci dei laser tagliare il buio. Tutto era percepito in un silenzio ovattato e irreale, interrotto solo dalle frequenze più basse della musica che facevano tremare il pavimento sotto i nostri piedi.
Le ragazze sono impazzite dalla gioia mentre ci liberavamo dei soprabiti.
«Wow, che lusso!», ha esclamato Valeria riempiendo i calici di champagne. «C’è già un sacco di gente!», ha osservato entusiasta Carol guardando dallo specchio segreto.
Le ho osservate. Valeria indossava un micro-abito nero aderente, scollatissimo, che faticava a contenere la sua fisicità robusta e formosa, le sue tette enormi, i suoi fianchi larghi e le sue cosce spesse e piene. Carol aveva un top di paillettes che copriva appena il grande seno e una minigonna di pelle cortissima, che metteva in risalto le gambe lunghe. I tacchi dei suoi stivali la portavano a raggiungere quasi l’altezza di Manuela.
Erano due bombe sexy e sapevano di esserlo. Anche loro, però, sono rimaste folgorate quando Manuela si è sfilata il piumino mostrando il suo incredibile corpo da amazzone supermaggiorata. Indossava solo il body e le autoreggenti e sarebbe scesa in pista così.
«Madonna, Manu, sarai illegaleeeee!!!», ha urlato ridendo Carol.
L'aria era carica del loro profumo e ne ero inebriato.
Abbiamo brindato assieme sul divano e poi le ragazze si sono alzate esprimendo il desiderio di scendere subito in pista. Anche Manuela era euforica e mi ha ordinato, mentre lei sarebbe andata a ballare con le amiche, di prendere il pigiamino dallo zaino, indossarlo ed aspettarla.
Desideravo terribilmente quel momento in cui lei mi avrebbe portato nascosto sotto il piumino e mi avrebbe fatto morire di piacere in mezzo a tutte quelle persone. Tuttavia, speravo ingenuamente di poter alternare le due cose nel corso della serata: immaginavo che a quel sublime supplizio erotico si sarebbero alternati dei momenti di normale divertimento, in cui poter uscire in pista con i miei abiti civili per ballare liberamente insieme a loro, invece di ritrovarmi condannato a trascorrere il resto della notte recluso in quella stanza con addosso solo quel pigiama ridicolo.
«Ma forse adesso verrei anch’io a ballare un po’ con voi!», ho detto mostrandole il mio entusiasmo «Coi miei piedi, intendo», ho poi aggiunto imbarazzato a mezza voce sperando che le amiche non sentissero.
Manuela ha lanciato un rapido sorriso malizioso a Carol e Valeria, poi mi ha guardato con dolcezza e si è avvicinata. «Ma Michelino, ma che dici?», mi ha chiesto, abbassandosi per darmi un bacino sulle labbra e accarezzarmi i capelli. «Come puoi pensare di venire in pista con noi?».
Abbracciandomi mi ha sollevato delicatamente strofinando il mio esile corpo sulle sue tettone monumentali e tenendomi sospeso nel vuoto, mi ha dato altri piccoli baci condiscendenti facendomi tremare di piacere. «Ma hai visto dallo specchio quanti bei ragazzoni ci sono là fuori a ballare? Tu non c’entreresti nulla in mezzo a quella calca», ha continuato a sussurrare tra un bacio e l'altro, «e con te vicino io e le mie amiche non ci sentiremmo libere di fare le monellacce!».
Quando mi ha rimesso a terra ero vistosamente rintronato, eccitatissimo, già quasi sul punto di venire solo per quelle poche stimolazioni.
Valeria e Carol si guardavano ridendo.
«E poi», ha aggiunto con un sorriso abbassandosi per sfiorare con un dito la piccola protuberanza tra le mie gambe, «Come faresti a ballare adesso col tuo cosino che ti è diventato durissimo? Dai, fai il bravo ometto!», ha concluso con un sorrisetto sfrontato. «Dopo ti porto io in pista, nascosto sotto il piumino, ma adesso mettiti il pigiamino, guardami attraverso lo specchio segreto e aspetta che ritorni».
«Ahaha, sì, fai il bravo ometto!», ho sentito dire sommessamente a Valeria che rideva di gusto.
«Ma povero...», si è unita Carol con un risolino, mentre si sistemava il vestito.
Un attimo dopo la porta blindata si è chiusa, lasciandomi solo, e loro sono scese in pista.
Con un profondo senso di tristezza e frustrazione e ancora molto eccitato ho preso il pigiama dallo zaino e l’ho indossato. Poi mi sono avvicinato al vetro.
Manuela aveva ragione: come avevo potuto pensare di scendere in pista assieme alle ragazze? Sulla superficie scura mi appariva, in semitrasparenza, il riflesso del mio esile corpicino inguainato nel pigiamino; oltre il vetro, invece, ovunque cadesse il mio sguardo vedevo corpi meravigliosi, giovani e tonici.
Manuela col suo viso da bambina e il suo corpo esplosivo rubava, però, la scena a tutti. I fasci dei laser superiori e le luci stroboscopiche, che passavano sopra le teste degli altri, colpivano direttamente lei, facendo risplendere la pelle nuda del suo decolleté e il vinile lucido del body nero.
Attorno al suo corpo giunonico ho visto crearsi istantaneamente un vuoto: la folla si scostava inconsciamente di mezzo metro per guardarla, isolandola come se fosse su un palcoscenico. Tutti rimanevano imbambolati e decine di ragazzi cercavano disperatamente di incrociare il suo sguardo per farsi notare.
La cosa più incredibile, che mi ha fatto tremare le gambe per l'eccitazione, è stata vedere i telefoni alzati. In mezzo alla calca, decine di schermi illuminati hanno iniziato a puntare verso di lei, sul suo visino da bambola, sulla sua decima di seno, sul suo sedere esagerato. Ad un certo punto ho visto solo un tipo, un ragazzo alto e palestrato, trovare il coraggio di avvicinarla per scambiare qualche parola e iniziare a ballare con lei.
Lei si scatenava del tutto consapevole dell’attenzione generale e della tempesta ormonale che stava suscitando. Improvvisamente mi sono accorto che io stesso, mentre la guardavo, con una mano mi stavo di tanto in tanto stimolando il cazzetto aumentando l’eccitazione e ho deciso di staccarmi dallo specchio e andare sul divano.
Se prima, quando avevamo brindato, mi ero seduto sul bordo per essere proteso verso le ragazze adesso scoprivo che la seduta era immensa e incredibilmente profonda. Per riuscire ad appoggiare la schiena e le spalle allo schienale nel tentativo di stare comodo, il mio esile fondoschiena è dovuto scivolare così indietro che le mie gambette sono rimaste sollevate nel vuoto, penzolando a diversi centimetri dal pavimento senza riuscire a toccare terra. In quella posizione, con il pigiamino di cotone, con il cazzetto eretto e le gambe sospese come quelle di un bambino sul seggiolone, mi sentivo ancora più ridicolo e indifeso.
All'improvviso l’IPhone che stringevo in mano ha emesso un doppio squillo acuto che informava degli ingressi nel privé. Non ho avuto neanche il tempo di leggere la notifica perché un secondo dopo, lo stipite esterno ha fatto un bip e il pistone metallico della porta blindata è scattato. Carol e Valeria sono entrate, accaldate e sorridenti, e hanno richiuso la porta dietro di loro.
«Mamma mia, che caldo là fuori!», ha esclamato Valeria
«Michele, ti sei messo il famoso pigiamino!», mi ha detto Carol fissandomi ridendo mentre si versava da bere, «Manuela credo arriverà tra un bel po’. Vuoi qualcosa da bere anche tu?». «No, grazie», ho balbettato imbarazzatissimo.
Morivo di vergogna: mi avevano conosciuto nel bagno di un locale e avevano visto la mia testolina sbucare dalle tettone della loro amica, ma l'idea che, la seconda volta che ci vedevamo, mi trovassero nel privé della discoteca con quel pigiamino con le gambette penzolanti e così visibilmente eccitato avrebbe devastato completamente il mio orgoglio di uomo.
Dopo che anche Valeria ha riempito il suo calice le due amiche, nonostante l'immenso spazio vuoto a disposizione sul divano angolare, si sono pericolosamente dirette verso di me con passi lenti e deliberati senza mai distogliere gli sguardi divertiti dalla mia piccola figura spaurita sul divano.
Se fossi riuscito a farmi in avanti sul bordo del divano avrei forse avuto un aspetto meno ridicolo, avrei toccato terra con i piedi e soprattutto avrei potuto sottrarre alla loro vista quel pisellino eretto, magari sedendo un po' chinato e fingendo di guardare lo schermo del cellulare. Ma le due giovanissime ragazze non mi hanno lasciato il tempo di compiere alcun movimento. Prima ancora che potessi anche solo accennare a scivolare in avanti per raddrizzare la schiena o far scendere le gambe che ciondolavano nel vuoto, si sono sedute contemporaneamente strettissime ai miei lati, Carol alla mia sinistra e Valeria alla mia destra.
Mi sono ritrovato letteralmente sommerso dai loro corpi, alti, tonici e prorompenti. Sentivo la pressione soda delle loro tette che mi premevano contro le spalle e la parte superiore delle braccia ad ogni loro respiro, mentre il cotone leggero del mio pigiamino si scontrava con la consistenza liscia e tesa delle loro cosce nude e tornite. Ho abbassato istintivamente la testa e la mia umiliazione è diventata visiva: le mie gambette, corte ed esili, che penzolavano ridicolmente, erano letteralmente sovrastate dalle cosce, piene e tornite, delle loro gambe che, invece, toccavano comodamente terra.
La parte del mio corpo che rimaneva più vergognosamente esposta ai loro sguardi divertiti era proprio il mio irrilevante pisellino che, durissimo, premeva con violenza contro la stoffa leggera del pigiama di cotone, sollevandola e tendendola fino a mostrare la sua sagoma esatta. Sudavo copiosamente.
«Grazie mille per questa serata», mi ha detto Valeria, con un respiro caldo che profumava di champagne, «per il privé e per tutto quello che ci stai offrendo. Sei stato davvero un tesoro»
«Sì, davvero! Grazie Michele!», si è aggiunta Carol con un sorriso rilassato, accarezzando con le dita il bordo del divano, «Né io né Valeria ci saremmo potute permettere una serata in un posto lussuoso come questo. Le nostre famiglie non sono benestanti. Anche i genitori di Manu in fondo sono persone normali»
«Di niente», ho risposto con voce flebile e tremante, «ho pensato che a Manuela avrebbe fatto piacere avere anche voi»
Cercavo disperatamente di riprendere il controllo e di non farmi vedere così spaventosamente nervoso, ma era un tentativo del tutto inutile.
Desideravo soprattutto che il mio pisellino si ammosciasse per sottrarmi a quella gogna visiva. Ma il contatto con i loro corpi e l'intensità di quella vergogna pubblica tenevano il mio cazzetto ritto e teso allo spasmo contro il cotone del pigiama.
Ad acuire la mia eccitazione e la mia umiliazione c'era pure il fatto che fingessero di non notare nulla. Si comportavano come se quella protuberanza fosse così piccola da passare del tutto inosservata.
«Non so come dirtelo, ma non vorrei ti sentissi in imbarazzo se ti vediamo così, Michele», ha cercato di rassicurarmi Valeria con quel sorriso malizioso che avevo imparato a conoscere al matcha bar, «noi non ti giudichiamo. Manuela ci ha sempre detto tutto in questi mesi perciò vogliamo che con noi tu ti senta a tuo agio il più possibile»
«Certo, con noi puoi stare sereno. Sappiamo che hai indossato il pigiamino e sei su di giri perché non vedi l’ora che Manu venga per portarti in pista incollato al suo corpo», è intervenuta Carol portando con spietata disinvoltura una coscia sopra l'altra e sostenendo le mie gambette prima penzolanti con la curva soda del suo polpaccio coperta dallo stivale.
«Ti dà fastidio?», mi ha poi chiesto senza guardarmi aggiustandosi una delle paillettes del top, «volevo accavallare le gambe e poi ho pensato che avrei fatto stare più comodo anche te, visto che i tuoi piedi non toccavano terra. A me non costa nulla, le tue gambe sono leggerissime»
«No, non mi dà alcun fastidio, anzi ti ringrazio», ho risposto balbettando.
Tutti i loro tentativi di tranquillizzarmi non facevano che peggiorare le cose. L'imbarazzo per la situazione in cui mi avevano colto era totale, e sentire il muscolo teso di quella diciottenne che sorreggeva senza alcuno sforzo il peso dei miei arti inferiori mi faceva sprofondare in un abisso ancora maggiore di vergogna e piacere indicibile.
Valeria ha sorriso, poi ha infilato una mano nella borsetta e ne ha tirato fuori un fazzolettino di carta. «Ma guarda come sudi, Michele... dai, fatti asciugare», mi ha detto con una dolcezza quasi materna. Si è sporta verso di me e ha iniziato a tamponarmi con delicatezza la fronte e le guance; il contatto leggero della sua mano e il profumo intenso della sua pelle mi hanno fatto attraversare da un brivido improvviso e violentissimo, che dalle spalle è sceso dritto lungo la schiena.
«Sai, all'inizio», mentre continuava ad asciugarmi il collo sudato, «quando Manu ci diceva che questo con te era praticamente un "doposcuola", abbiamo pensato che il suo fosse un modo per proteggersi, per nascondere a se stessa possibili risvolti pesanti dal punto di vista fisico ed emotivo. Ma poi, vedendola sempre così tranquilla, a forza di sentire i suoi racconti in questi mesi e, soprattutto, adesso che ti abbiamo conosciuto e ti vediamo qui... beh, ci siamo rese conto che non esagerava!».
«Si», è intervenuta Carol, «è stata fortunata ad incontrarti, sei un uomo gentile e poi sei ricco e generoso»
«E poi è un bene che tu non sia un uomo che potrebbe incutere timore», ha detto appoggiando il palmo sul mio petto esile, sopra il cotone del pigiamino azzurro, «Certo, Manuela è un peso massimo di kick boxing e non avrebbe nulla da temere dalla maggior parte degli uomini comuni, ma tu non costituiresti una minaccia neanche per una ragazza di media costituzione. Considera noi sul divano ad esempio. Io, essendo un po’ per natura un po’ per la palestra, una ragazzona, sono notevolmente più forte di te, e pure Carol lo è. Se tu, mettiamo il caso, dovessi avere un colpo di testa, non potresti impensierire nessuna di noi due. Guarda, ti sto toccando la spalla e mi sembra di stringere un uccellino! Ho persino paura di farti male per sbaglio. Figuriamoci Manuela!»
Con la testa bassa per l'imbarazzo mi sono trovato, a pochissimi centimetri dal mio viso, le sue tettone, sode e formose, calde e lucide di sudore per il ballo in pista e, mentre le fissavo ipnotizzato, ho avvertito la pressione della sua mano che, nonostante lei non imprimesse forza, mi faceva affondare ancora di più nella profondità della seduta.
«C’è poi dell’altro», ha commentato Carol che aveva iniziato a dondolare con noncuranza la sua imponente gamba avanti e indietro, portandosi dietro le mie gambette indifese, «sarebbe stato davvero più duro per Manu andare in cambio di regalini e borse di lusso con un uomo dotato di un pene nella media o, peggio ancora, di uno molto grosso. Si sarebbe sentita provata fisicamente dopo questi incontri e, se avesse avuto un fidanzato avrebbe avuto un sacco di difficoltà a fare l'amore, sentendosi magari a disagio con lui…».
«Esatto!», ha confermato Valeria, «invece tu», ha fatto osservare con esibita disinvoltura a me e all’amica puntando l’indice a pochi millimetri dalla sagoma tesa del mio irrilevante attributo, «anche da questo punto di vista sei perfetto: hai questo pisellino del tutto innocuo.»
«Che – sappiamo bene – non è neanche un campioncino mondiale di resistenza», ha aggiunto impietosa Carol continuando a dondolare le mie gambette.
Era stato troppo. Il contatto intimo con i loro corpi tonici, la pressione costante delle loro tette contro le mie braccia, le sollecitazioni del movimento continuo e ritmico della gamba di Carol che tormentavano il mio piccolo membro a ogni oscillazione e soprattutto quella radiografia spietata e benevola della mia inferiorità avevano generato un cortocircuito devastante nel mio sistema nervoso. Non ero stato nemmeno toccato, ma il mio corpo ha ceduto da solo. Ho avvertito un piccolo spasmo di piacere che mi è sembrata l’istantanea della mia nullità. Senza che potessi minimamente controllarlo, sul cotone finissimo e azzurro del pigiama, proprio in corrispondenza della punta della mia protuberanza tesa allo spasmo, è affiorata all'istante una vistosa macchia scura e lucida di liquido preeiaculatorio.
Nonostante la penombra del privé, le due ragazze se ne sono accorte immediatamente. Carol ha abbassato lo sguardo, sgranando gli occhi verdi, e un secondo dopo entrambe sono scoppiate a ridere di gusto, una risata sbarazzina e complice che ha riempito la stanza ovattata.
«Oddio, Carol, ferma, smettila di dondolare la gamba! Non muoverti altrimenti lo spruzzino viene sul divano! Ahahah!», ha urlato Valeria tra le risate, indicando l'alone umido a pochi centimetri da lei.
«Avevo appena finito di dire che non era un campioncino! Ahaha povero, come sta!»
Ero completamente paralizzato, con le gambe sospese nel vuoto sul polpaccio di Carol, morendo di vergogna e di un piacere quasi intollerabile. Ho pensato con autentico terrore che se una di loro avesse anche solo soffiato sul mio pisellino attraverso il cotone del pigiama, sarei venuto all'istante.
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