Storia di Emilio, Inculato a sangue e riempito di sburra nei fienili del 1698. Il ragazzo che serviva i cazzi dei villani e dei preti per non far sfornare bastardi alla valle.
di
Qulottone
genere
dominazione
Il fiato del fornaio puzza di lievito acido e acquavite, un vapore denso che si gela nell'aria del fienile. Emilio ha il petto e la pancia inchiodati in piedi contro le travi grezze di larice; una scheggia gli buca la camicia lisa e gli trafigge il capezzolo, ma lui resta fermo, bloccato frontalmente contro il legno. Sente da dietro il peso massiccio dell'uomo che lo schiaccia in avanti, costringendolo a inarcare la schiena e a sporgere il bacino all'indietro.
Con un gesto brusco, il fornaio gli afferra i pantaloni logori da dietro e glieli sbatte giù fino alle ginocchia, scoprendogli le natiche nude e fredde. Poi, le mani ruvide dell'uomo, bianche di farina fin sotto le unghie, si artigliano ai suoi fianchi per tenerlo fermo, mentre con il proprio ginocchio si insinua con forza tra le cosce del ragazzo per divaricargli le gambe.
L'uomo si cala i pantaloni di panno grosso, liberando il sesso gonfio e venoso, e spinge da dietro, puntando dritto tra le natiche tese di Emilio rimasto in piedi contro la parete. Senza alcuna delicatezza, lo penetra da dietro con un colpo secco. Emilio stringe i denti, le dita conficcate nelle fessure del legno per non gridare mentre la carne si tende e brucia per l'attrito. Il fornaio comincia a colpire con un ritmo regolare e pesante, il ventre peloso che batte violentemente contro le natiche lisce e strette del ragazzo.
Emilio asseconda l'urto, premuto contro la trave, muovendo il bacino all'indietro per assecondare le spinte e far finire tutto il prima possibile. Sente l'asta dura dell'uomo muoversi dentro di lui, profonda e calda, un contrasto violento con il freddo che gli intorpidisce le gambe nude. Il fornaio ansima, aumenta la velocità, stringendo i fianchi di Emilio fino a lasciargli i lividi e tenendolo schiacciato contro il larice, finché con un gemito rauco si irrigidisce e viene dentro di lui, versando il seme caldo nelle sue viscere.
Nell'anno del Signore 1698, durante l’inverno più duro del secolo, quando il gelo aveva spaccato persino le pietre dei muretti a secco e i lupi scendevano fino alle prime case, suo padre era morto sputando sangue sul pavimento di terra battuta, prima ancora di poter caricare la gerla per la Germania. Emilio, rimasto solo con i suoi tratti gentili e quelle mani troppo morbide per la zappa, si era guardato nello specchio d'acqua torbida del secchio: lo sapeva, lo sentiva nelle ossa che non sarebbe mai stato il bracciante forte, l'uomo da fatica che la sua famiglia invocava per sopravvivere alla fame.
Poi, in una sera di gennaio che tagliava il respiro, il maniscalco lo aveva afferrato per il collo e spinto dietro la stalla, nel buio che puzzava di letame e di urina caprina. Lì, senza proferire parola, l'uomo lo aveva costretto a piegarsi in avanti contro una mangiatoia di legno, strappandogli i pantaloni da dietro con un unico strattone violento. Bloccandolo sotto il proprio peso massiccio, il maniscalco lo aveva penetrato da dietro con una spinta secca e brutale, incurante del dolore che squarciava il ragazzo nel freddo gelido. Emilio aveva stretto i denti fino a farsi sanguinare le labbra, mentre l'uomo colpiva con violenza cieca, finché con un grugnito rauco non si era svuotato completamente dentro di lui.
Quel seme violento, che in una stanza da letto matrimoniale avrebbe significato la condanna di un'altra pancia gonfia e di un'altra bocca da sfamare, lì dentro si disperdeva nel nulla. Colava via, scorrendo freddo lungo le cosce di Emilio per finire assorbito dal fango e dal letame della stalla, svanendo senza lasciare traccia sui registri parrocchiali dei battesimi, senza generare miseria. Emilio, mentre le lacrime gli rigavano il viso sporco, aveva intuito la ferrea, spietata matematica della valle: la sua stessa debolezza, quel corpo efebico che pareva una colpa nell'Europa contadina dell'età moderna, era diventata la sua unica moneta di scambio. Diventava l'imbuto di uno sperma sterile, un canale di scolo che salvava il villaggio dal collasso economico.
Quella docilità era l'unica cosa che lo differenziava dai ragazzi ruvidi del paese. Una delicatezza che non era sfuggita nemmeno a don Andrea. Solo tre mesi prima, nella penombra della sagrestia illuminata solo da una candela di sego, il parroco lo aveva trattenuto dopo la dottrina del Concilio di Trento. Le sue mani, a differenza di quelle dei villani, erano calde, unte di cera e insolitamente leggere. Don Andrea gli aveva accarezzato il viso, scendendo con le dita lunghe fin sotto il colletto della camicia, prima di tirare fuori l'uccello dall'abito talare nero e ordinargli di consumare il peccato in silenzio. Emilio si era chinato, prendendo in bocca il sesso del prete, mentre l'uomo sussurrava parole latine sulla "malizia della carne" e sull'abominio di Onan, finché il parroco non aveva riversato il proprio seme caldo direttamente sulla sua lingua. Emilio aveva ingoiato tutto, stringendo la gola. Anche quel fluido, che la dottrina ecclesiastica considerava sacro veicolo di vita, veniva inghiottito e distrutto nei succhi gastrici del ragazzo, disperso nel vuoto del suo stomaco anziché tradursi in un battesimo da celebrare. Nel silenzio della chiesa barocca, persino l'autorità divina si piegava alla necessità di deviare il desiderio dove il seme non potesse far danni all'economia del villaggio.
Con un brivido violento, il fornaio si irrigidisce, inchiodando Emilio contro la trave mentre si svuota dentro di lui con gli ultimi, convulsi colpi di bacino. Per un lungo, interminabile attimo resta immobile, pesante, lasciando il sesso sprofondato nelle viscere calde del ragazzo, ansimando nel silenzio del fienile. Poi, con una smorfia improvvisa di disgusto, si ritrae bruscamente, sfilandosi da Emilio con un gemito sordo. Spinge via il ragazzo come se quel corpo, un secondo prima agognato, fosse diventato un pezzo di carne infetta.
Mentre lo sperma caldo comincia a colare lungo le cosce di Emilio, l'uomo si pulisce la cappella con un pugno di paglia ruvida, sputando in terra per scacciare la vergogna del peccato commesso. Si risistema i pantaloni di panno in fretta, l’ombra robusta che si ricompone nel buio senza degnare il ragazzo di un solo sguardo, mossa solo dalla fretta di fuggire dall'infamia. Prima di girare le spalle e sparire, il fornaio fruga nella scarsella e lancia una moneta da due soldi, che cade con un colpo secco e metallico sulla paglia, vicino agli zoccoli di Emilio: il prezzo esatto per aver comprato il suo silenzio e la sterilizzazione del proprio desiderio.
Era un equilibrio perfetto, spietato. Finché Emilio si prestava a quegli incontri, gli uomini compivano il loro dovere biologico senza gravare sulle finanze dei propri focolari. Il fornaio sarebbe tornato a casa dalla moglie senza l'ansia di una nuova bocca da sfamare; don Andrea avrebbe continuato a registrare zero nascite nei mesi di carestia, e la madre di Emilio avrebbe trovato la farina sul tavolo l'indomani.
Il fornaio esce, la porta scricchiola e un soffio di tramontana pulisce l'aria dal sapore di sesso e farina. Emilio si china, le dita cercano la moneta nel fieno freddo. La stringe nel pugno. Ha diciassette anni, i gesti leggeri di una ragazza e il compito invisibile di assorbire l'urto della carne del villaggio, pagando il prezzo di ogni nascita evitata.
L’aria nel seminterrato del palazzo pretorio sa di umidità marcia e grasso di candele scadenti. Fuori è l’autunno del 1699, ma là sotto il tempo non esiste. Ci sono solo le pietre nude, il tavolo del notaio e quella macchina di legno scuro che aspetta al centro della stanza.
A tradirlo sono state le donne. La moglie del fornaio e quella del maniscalco si erano parlate al lavatoio, mettendo insieme i pezzi: troppi pochi soldi nelle scarselle dei mariti alla fine del mese, e quella strana, innaturale tregua delle pance nel villaggio, che non si gonfiavano più come prima. Avevano annusato l’odore del peccato innaturale dietro i fienili e, per ripulire l'onore delle loro case, erano andate a confessare il nome di Emilio ai vicari della diocesi di Como.
Il boia afferra Emilio per le braccia e gli strappa di dosso la camicia e i pantaloni di tela grezza. Il ragazzo resta nudo, la pelle d'oca per il freddo, i lineamenti efebici che sotto le torce sembrano ancora più fragili. Lo sollevano di peso.
«Sali sull’asino, ragazzo», ringhia il boia.
Lo calano a cavalcioni sul cavalletto. È una struttura di larice massiccio, una trave triangolare con il vertice superiore affilato come una lama smussata. Il cuneo di legno gli si conficca dritto nel perineo, spingendo contro lo sfintere e i testicoli, schiacciando la stessa carne che per anni aveva preso la violenza degli uomini della valle.
Emilio lancia un gemito acuto, ma il supplizio è solo all'inizio. Il boia gli lega i polsi dietro la schiena con una corda di canapa che si stringe fino a fargli spurgare sangue dalle unghie. Poi passa alle caviglie: stringe i nodi e collega i piedi a un sistema di carrucole con due blocchi di pietra legati all'estremità.
«Dicatis veritatem, Emilio», dice la voce piatta del giudice inquisitore, seduto dietro il banco. Il notaio intinge la penna nell'inchiostro, pronto a scrivere. «Dicci i nomi dei sodomiti. Chi ha versato il seme nella tua carne?».
Il boia gira la leva della carrucola. Le corde si tendono, i pesi di pietra si staccano da terra e tirano le gambe di Emilio verso il basso, con una forza spietata.
L'effetto è devastante. Il vertice affilato della trave affonda come un cuneo dentro di lui, spaccandogli i tessuti molli, schiacciando i nervi e premendo contro le ossa del bacino con un dolore sordo e innaturale. Emilio inarca il petto, la testa scatta all'indietro e la scheggia che il fornaio gli aveva conficcato nel capezzolo giorni prima torna a sanguinare. Le dita dei piedi scattano nel vuoto, cercando disperatamente un appoggio sul pavimento, ma non c'è nulla. C'è solo il legno che lo taglia in due da sotto.
Il sudore freddo gli cola lungo le tempie, mischiandosi alle lacrime che gli appannano la vista.
«Parla, sodomita», ripete il giudice. «Fai i nomi».
Se parla, la valle è finita. Se fa il nome del fornaio, del maniscalco, del prete, le famiglie perderanno i loro uomini, le terre resteranno incolte e la fragile catena che sfamava sua madre si spezzerà.
Il boia dà un altro strattone alla corda. Il cuneo penetra ancora più a fondo, lacerandolo. Emilio spalanca la bocca in un urlo disperato, disumano, che rimbalza contro le volte di pietra della cella. Sente il sangue caldo colare lungo il legno del cavalletto, gocciolando sul pavimento. Ma mentre il dolore gli svuota la mente, stringe i denti fino a spaccarseli. Anche lì sotto, nel mezzo dell'inferno degli uomini di legge, Emilio continua a fare quello che ha sempre fatto: incassare il colpo in silenzio, assorbire la violenza e farsi scudo del segreto della sua gente.
Trent’anni dopo, l’anno del Signore 1730 ha lo stesso sapore di nebbia e fame, ma per Emilio la geometria del mondo è cambiata. Ora è un vecchio precoce, con le ginocchia deformate dall’artrite e la schiena rimasta curva, spezzata per sempre da quel giorno nel seminterrato del palazzo pretorio. Vive ai margini del paese, in un tugurio di sassi dove il sole non batte mai.
Sopravvive intrecciando rami di vimini per farne ceste e gerle, e cucendo stracci. Le sue mani, rimaste inspiegabilmente leggere nonostante gli anni, muovono l'ago con la precisione rapida, aggraziata e umiliante di una donna. È l'unico lavoro che il suo corpo lacerato gli permette di fare. I segni del cavalletto sono ancora lì, nascosti sotto i calzoni di tela: una cicatrice dura e nodosa all'inguine che gli rende doloroso ogni passo, il ricordo perenne di quando la giustizia degli uomini lo aveva aperto in due.
La bottega del fornaio è ancora lì, all'angolo della piazza, e l'odore del pane caldo riempie la via ogni mattina. Ma il vecchio fornaio non lo guarda più. Quando Emilio trascina i piedi sul selciato, reggendo una cesta da vendere per pochi centesimi, gli uomini del villaggio voltano la testa dall'altra parte. Quelli che un tempo lo cercavano nel buio dei fienili, che ansimavano sul suo collo e gli versavano dentro il seme della loro disperazione, oggi lo trattano come un cane rognoso.
Il maniscalco, ormai imbolsito e con i capelli grigi, sputa in terra quando Emilio gli passa vicino, mormorando insulti sulla sua natura invertita, sulla sua colpa palese. Lo disprezzano con la rabbia feroce di chi deve seppellire i propri stessi segreti. Lo guardano come si guarda un pezzo di fango che ricorda loro il peccato, la debolezza e la paura. Nessuno di quegli uomini ammetterà mai, nemmeno a se stesso, che le loro case sono in piedi, che i loro figli legittimi hanno avuto un pezzo di pane e che le loro mogli non sono morte di parto anche grazie al corpo abusato di quel vecchio che ora cuce stracci.
Il villaggio ha dimenticato, perché il villaggio doveva sopravvivere.
La sera, Emilio si siede sull'uscio, mentre la tramontana scende dalle cime a stringere Campo Vallemaggia. Ha le dita tagliate dal vimine e gli occhi stanchi di seguire il filo della lana. Guarda le luci che si accendono una a una nelle case di pietra, sente i pianti radi dei bambini nei vicoli. Guarda quel paese che ha salvato dal collasso e dalla fame, pagandone il prezzo da solo nell'ombra. Stringe lo scialle sulle spalle strette, incassa la testa tra le scapole e, come ha sempre fatto, accetta il freddo e il disprezzo, custode ultimo e solitario di una spietata matematica che nessuno celebrerà mai.
qulottone@gmail.com
Con un gesto brusco, il fornaio gli afferra i pantaloni logori da dietro e glieli sbatte giù fino alle ginocchia, scoprendogli le natiche nude e fredde. Poi, le mani ruvide dell'uomo, bianche di farina fin sotto le unghie, si artigliano ai suoi fianchi per tenerlo fermo, mentre con il proprio ginocchio si insinua con forza tra le cosce del ragazzo per divaricargli le gambe.
L'uomo si cala i pantaloni di panno grosso, liberando il sesso gonfio e venoso, e spinge da dietro, puntando dritto tra le natiche tese di Emilio rimasto in piedi contro la parete. Senza alcuna delicatezza, lo penetra da dietro con un colpo secco. Emilio stringe i denti, le dita conficcate nelle fessure del legno per non gridare mentre la carne si tende e brucia per l'attrito. Il fornaio comincia a colpire con un ritmo regolare e pesante, il ventre peloso che batte violentemente contro le natiche lisce e strette del ragazzo.
Emilio asseconda l'urto, premuto contro la trave, muovendo il bacino all'indietro per assecondare le spinte e far finire tutto il prima possibile. Sente l'asta dura dell'uomo muoversi dentro di lui, profonda e calda, un contrasto violento con il freddo che gli intorpidisce le gambe nude. Il fornaio ansima, aumenta la velocità, stringendo i fianchi di Emilio fino a lasciargli i lividi e tenendolo schiacciato contro il larice, finché con un gemito rauco si irrigidisce e viene dentro di lui, versando il seme caldo nelle sue viscere.
Nell'anno del Signore 1698, durante l’inverno più duro del secolo, quando il gelo aveva spaccato persino le pietre dei muretti a secco e i lupi scendevano fino alle prime case, suo padre era morto sputando sangue sul pavimento di terra battuta, prima ancora di poter caricare la gerla per la Germania. Emilio, rimasto solo con i suoi tratti gentili e quelle mani troppo morbide per la zappa, si era guardato nello specchio d'acqua torbida del secchio: lo sapeva, lo sentiva nelle ossa che non sarebbe mai stato il bracciante forte, l'uomo da fatica che la sua famiglia invocava per sopravvivere alla fame.
Poi, in una sera di gennaio che tagliava il respiro, il maniscalco lo aveva afferrato per il collo e spinto dietro la stalla, nel buio che puzzava di letame e di urina caprina. Lì, senza proferire parola, l'uomo lo aveva costretto a piegarsi in avanti contro una mangiatoia di legno, strappandogli i pantaloni da dietro con un unico strattone violento. Bloccandolo sotto il proprio peso massiccio, il maniscalco lo aveva penetrato da dietro con una spinta secca e brutale, incurante del dolore che squarciava il ragazzo nel freddo gelido. Emilio aveva stretto i denti fino a farsi sanguinare le labbra, mentre l'uomo colpiva con violenza cieca, finché con un grugnito rauco non si era svuotato completamente dentro di lui.
Quel seme violento, che in una stanza da letto matrimoniale avrebbe significato la condanna di un'altra pancia gonfia e di un'altra bocca da sfamare, lì dentro si disperdeva nel nulla. Colava via, scorrendo freddo lungo le cosce di Emilio per finire assorbito dal fango e dal letame della stalla, svanendo senza lasciare traccia sui registri parrocchiali dei battesimi, senza generare miseria. Emilio, mentre le lacrime gli rigavano il viso sporco, aveva intuito la ferrea, spietata matematica della valle: la sua stessa debolezza, quel corpo efebico che pareva una colpa nell'Europa contadina dell'età moderna, era diventata la sua unica moneta di scambio. Diventava l'imbuto di uno sperma sterile, un canale di scolo che salvava il villaggio dal collasso economico.
Quella docilità era l'unica cosa che lo differenziava dai ragazzi ruvidi del paese. Una delicatezza che non era sfuggita nemmeno a don Andrea. Solo tre mesi prima, nella penombra della sagrestia illuminata solo da una candela di sego, il parroco lo aveva trattenuto dopo la dottrina del Concilio di Trento. Le sue mani, a differenza di quelle dei villani, erano calde, unte di cera e insolitamente leggere. Don Andrea gli aveva accarezzato il viso, scendendo con le dita lunghe fin sotto il colletto della camicia, prima di tirare fuori l'uccello dall'abito talare nero e ordinargli di consumare il peccato in silenzio. Emilio si era chinato, prendendo in bocca il sesso del prete, mentre l'uomo sussurrava parole latine sulla "malizia della carne" e sull'abominio di Onan, finché il parroco non aveva riversato il proprio seme caldo direttamente sulla sua lingua. Emilio aveva ingoiato tutto, stringendo la gola. Anche quel fluido, che la dottrina ecclesiastica considerava sacro veicolo di vita, veniva inghiottito e distrutto nei succhi gastrici del ragazzo, disperso nel vuoto del suo stomaco anziché tradursi in un battesimo da celebrare. Nel silenzio della chiesa barocca, persino l'autorità divina si piegava alla necessità di deviare il desiderio dove il seme non potesse far danni all'economia del villaggio.
Con un brivido violento, il fornaio si irrigidisce, inchiodando Emilio contro la trave mentre si svuota dentro di lui con gli ultimi, convulsi colpi di bacino. Per un lungo, interminabile attimo resta immobile, pesante, lasciando il sesso sprofondato nelle viscere calde del ragazzo, ansimando nel silenzio del fienile. Poi, con una smorfia improvvisa di disgusto, si ritrae bruscamente, sfilandosi da Emilio con un gemito sordo. Spinge via il ragazzo come se quel corpo, un secondo prima agognato, fosse diventato un pezzo di carne infetta.
Mentre lo sperma caldo comincia a colare lungo le cosce di Emilio, l'uomo si pulisce la cappella con un pugno di paglia ruvida, sputando in terra per scacciare la vergogna del peccato commesso. Si risistema i pantaloni di panno in fretta, l’ombra robusta che si ricompone nel buio senza degnare il ragazzo di un solo sguardo, mossa solo dalla fretta di fuggire dall'infamia. Prima di girare le spalle e sparire, il fornaio fruga nella scarsella e lancia una moneta da due soldi, che cade con un colpo secco e metallico sulla paglia, vicino agli zoccoli di Emilio: il prezzo esatto per aver comprato il suo silenzio e la sterilizzazione del proprio desiderio.
Era un equilibrio perfetto, spietato. Finché Emilio si prestava a quegli incontri, gli uomini compivano il loro dovere biologico senza gravare sulle finanze dei propri focolari. Il fornaio sarebbe tornato a casa dalla moglie senza l'ansia di una nuova bocca da sfamare; don Andrea avrebbe continuato a registrare zero nascite nei mesi di carestia, e la madre di Emilio avrebbe trovato la farina sul tavolo l'indomani.
Il fornaio esce, la porta scricchiola e un soffio di tramontana pulisce l'aria dal sapore di sesso e farina. Emilio si china, le dita cercano la moneta nel fieno freddo. La stringe nel pugno. Ha diciassette anni, i gesti leggeri di una ragazza e il compito invisibile di assorbire l'urto della carne del villaggio, pagando il prezzo di ogni nascita evitata.
L’aria nel seminterrato del palazzo pretorio sa di umidità marcia e grasso di candele scadenti. Fuori è l’autunno del 1699, ma là sotto il tempo non esiste. Ci sono solo le pietre nude, il tavolo del notaio e quella macchina di legno scuro che aspetta al centro della stanza.
A tradirlo sono state le donne. La moglie del fornaio e quella del maniscalco si erano parlate al lavatoio, mettendo insieme i pezzi: troppi pochi soldi nelle scarselle dei mariti alla fine del mese, e quella strana, innaturale tregua delle pance nel villaggio, che non si gonfiavano più come prima. Avevano annusato l’odore del peccato innaturale dietro i fienili e, per ripulire l'onore delle loro case, erano andate a confessare il nome di Emilio ai vicari della diocesi di Como.
Il boia afferra Emilio per le braccia e gli strappa di dosso la camicia e i pantaloni di tela grezza. Il ragazzo resta nudo, la pelle d'oca per il freddo, i lineamenti efebici che sotto le torce sembrano ancora più fragili. Lo sollevano di peso.
«Sali sull’asino, ragazzo», ringhia il boia.
Lo calano a cavalcioni sul cavalletto. È una struttura di larice massiccio, una trave triangolare con il vertice superiore affilato come una lama smussata. Il cuneo di legno gli si conficca dritto nel perineo, spingendo contro lo sfintere e i testicoli, schiacciando la stessa carne che per anni aveva preso la violenza degli uomini della valle.
Emilio lancia un gemito acuto, ma il supplizio è solo all'inizio. Il boia gli lega i polsi dietro la schiena con una corda di canapa che si stringe fino a fargli spurgare sangue dalle unghie. Poi passa alle caviglie: stringe i nodi e collega i piedi a un sistema di carrucole con due blocchi di pietra legati all'estremità.
«Dicatis veritatem, Emilio», dice la voce piatta del giudice inquisitore, seduto dietro il banco. Il notaio intinge la penna nell'inchiostro, pronto a scrivere. «Dicci i nomi dei sodomiti. Chi ha versato il seme nella tua carne?».
Il boia gira la leva della carrucola. Le corde si tendono, i pesi di pietra si staccano da terra e tirano le gambe di Emilio verso il basso, con una forza spietata.
L'effetto è devastante. Il vertice affilato della trave affonda come un cuneo dentro di lui, spaccandogli i tessuti molli, schiacciando i nervi e premendo contro le ossa del bacino con un dolore sordo e innaturale. Emilio inarca il petto, la testa scatta all'indietro e la scheggia che il fornaio gli aveva conficcato nel capezzolo giorni prima torna a sanguinare. Le dita dei piedi scattano nel vuoto, cercando disperatamente un appoggio sul pavimento, ma non c'è nulla. C'è solo il legno che lo taglia in due da sotto.
Il sudore freddo gli cola lungo le tempie, mischiandosi alle lacrime che gli appannano la vista.
«Parla, sodomita», ripete il giudice. «Fai i nomi».
Se parla, la valle è finita. Se fa il nome del fornaio, del maniscalco, del prete, le famiglie perderanno i loro uomini, le terre resteranno incolte e la fragile catena che sfamava sua madre si spezzerà.
Il boia dà un altro strattone alla corda. Il cuneo penetra ancora più a fondo, lacerandolo. Emilio spalanca la bocca in un urlo disperato, disumano, che rimbalza contro le volte di pietra della cella. Sente il sangue caldo colare lungo il legno del cavalletto, gocciolando sul pavimento. Ma mentre il dolore gli svuota la mente, stringe i denti fino a spaccarseli. Anche lì sotto, nel mezzo dell'inferno degli uomini di legge, Emilio continua a fare quello che ha sempre fatto: incassare il colpo in silenzio, assorbire la violenza e farsi scudo del segreto della sua gente.
Trent’anni dopo, l’anno del Signore 1730 ha lo stesso sapore di nebbia e fame, ma per Emilio la geometria del mondo è cambiata. Ora è un vecchio precoce, con le ginocchia deformate dall’artrite e la schiena rimasta curva, spezzata per sempre da quel giorno nel seminterrato del palazzo pretorio. Vive ai margini del paese, in un tugurio di sassi dove il sole non batte mai.
Sopravvive intrecciando rami di vimini per farne ceste e gerle, e cucendo stracci. Le sue mani, rimaste inspiegabilmente leggere nonostante gli anni, muovono l'ago con la precisione rapida, aggraziata e umiliante di una donna. È l'unico lavoro che il suo corpo lacerato gli permette di fare. I segni del cavalletto sono ancora lì, nascosti sotto i calzoni di tela: una cicatrice dura e nodosa all'inguine che gli rende doloroso ogni passo, il ricordo perenne di quando la giustizia degli uomini lo aveva aperto in due.
La bottega del fornaio è ancora lì, all'angolo della piazza, e l'odore del pane caldo riempie la via ogni mattina. Ma il vecchio fornaio non lo guarda più. Quando Emilio trascina i piedi sul selciato, reggendo una cesta da vendere per pochi centesimi, gli uomini del villaggio voltano la testa dall'altra parte. Quelli che un tempo lo cercavano nel buio dei fienili, che ansimavano sul suo collo e gli versavano dentro il seme della loro disperazione, oggi lo trattano come un cane rognoso.
Il maniscalco, ormai imbolsito e con i capelli grigi, sputa in terra quando Emilio gli passa vicino, mormorando insulti sulla sua natura invertita, sulla sua colpa palese. Lo disprezzano con la rabbia feroce di chi deve seppellire i propri stessi segreti. Lo guardano come si guarda un pezzo di fango che ricorda loro il peccato, la debolezza e la paura. Nessuno di quegli uomini ammetterà mai, nemmeno a se stesso, che le loro case sono in piedi, che i loro figli legittimi hanno avuto un pezzo di pane e che le loro mogli non sono morte di parto anche grazie al corpo abusato di quel vecchio che ora cuce stracci.
Il villaggio ha dimenticato, perché il villaggio doveva sopravvivere.
La sera, Emilio si siede sull'uscio, mentre la tramontana scende dalle cime a stringere Campo Vallemaggia. Ha le dita tagliate dal vimine e gli occhi stanchi di seguire il filo della lana. Guarda le luci che si accendono una a una nelle case di pietra, sente i pianti radi dei bambini nei vicoli. Guarda quel paese che ha salvato dal collasso e dalla fame, pagandone il prezzo da solo nell'ombra. Stringe lo scialle sulle spalle strette, incassa la testa tra le scapole e, come ha sempre fatto, accetta il freddo e il disprezzo, custode ultimo e solitario di una spietata matematica che nessuno celebrerà mai.
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