Lorella 2

di
genere
dominazione

La liberarono dalla prima posizione con gesti rapidi ma attenti.
Le cinghie alle caviglie e ai polsi furono allentate, le gambe abbassate, il corpo di Lorella adagiato per un momento su una panca mentre le massaggiavano piano i polsi arrossati e le cosce indolenzite. Le diedero da bere un sorso d’acqua. Qualcuna le accarezzò ancora i capelli con quella stessa tenerezza di poco prima. Ma fu breve.
“Su”, ordinò una voce. “Non abbiamo finito”
La condussero al centro della sala, su una piattaforma rialzata. Due piccoli blocchi di legno erano già posizionati a distanza. Sopra di lei, dal soffitto, pendeva un sistema di cinghie e un’asta orizzontale di legno scuro, spessa, liscia, fissata in modo che sarebbe restata esattamente tra le sue gambe.
Lorella capì subito.
La fecero salire sui due blocchi, un piede per ciascuno. I tacchi alti che le avevano messo le rendevano l’equilibrio già precario. Le braccia le furono sollevate e bloccate in una posizione quasi di croce, le cinghie tese verso l’alto. Poi l’asta di legno le fu sistemata tra le cosce, premuta contro la figa ancora sensibile e gonfia. Le cinghie furono regolate in modo che, se avesse cercato di abbassarsi o di perdere l’equilibrio, il peso del suo corpo avrebbe premuto tutto il suo peso su quell’asta dura.
Era in bilico.
Nuda, in piedi su due appoggi stretti, le gambe leggermente divaricate, l’asta di legno che le sfiorava e premeva le parti più intime ogni volta che il corpo oscillava anche solo di un centimetro. Le braccia tese verso l’alto le impedivano di usare le mani per bilanciarsi. Ogni piccolo movimento la faceva sentire il legno duro e liscio che le strofinava il clitoride e le labbra ancora aperte e umide.
Il pubblico delle donne era disposto tutto intorno, seduto o in piedi, silenzioso e attento. Occhi lucidi di aspettativa. Qualcuna si mordeva il labbro. Altre si scambiavano sguardi d’intesa. L’aria era carica di quella fame collettiva: volevano vederla soffrire, volevano vederla umiliata, volevano vederla tremare e cercar di resistere mentre il corpo la tradiva ancora una volta.
Lorella sentì le ginocchia già leggermente cedere. L’asta premette di più. Un brivido le salì lungo la schiena, misto di dolore e di un’eccitazione che odiava. Guardò le facce intorno a sé: tutte concentrate su di lei, su ogni piccolo oscillamento, su ogni espressione che le attraversava il viso.
Era di nuovo impotente. Di nuovo esposta. E questa volta l’umiliazione era ancora più sottile: non solo essere usata, ma essere costretta a restare in equilibrio, a lottare contro il proprio peso e contro la stanchezza, sapendo che prima o poi le gambe avrebbero ceduto e l’asta l’avrebbe punita.
Le donne aspettavano.
E Lorella, nuda e in bilico sotto le loro occhiate affamate, sapeva che quella seconda posizione era solo all’inizio.
Una donna dal vestito nero aderente si avvicinò con un piccolo dispositivo nero in mano: un teaser elettrico.
Lorella lo vide solo un attimo prima che la punta le toccasse la pelle nuda del fianco. Uno scossa secca, acuta, la fece sussultare e gemere a bocca aperta. Il corpo oscillò sui due blocchi. L’asta di legno tra le cosce premette più forte contro la figa ancora sensibile, strappandole un secondo suono, misto di dolore e di qualcosa di più confuso.
La donna sorrise e passò il teaser più in alto, lungo il costato, sotto il seno, poi direttamente su un capezzolo. Lorella digrignò i denti, la schiena si inarcò, le gambe tremarono. Ogni scossa la faceva perdere un pezzetto di equilibrio. L’asta le strofinava e premeva, punendo ogni movimento.
Poi la donna passò lo strumento a un’altra.
A turno iniziarono a infierire.
Una le faceva scorrere il teaser lungo l’interno delle cosce, vicino al punto in cui l’asta già la tormentava. Un’altra le colpiva i seni, i fianchi, il ventre basso. Qualcuna preferiva tenerlo premuto qualche secondo di troppo, godendo del modo in cui Lorella stringeva i denti e cercava di non gridare. Il pubblico delle donne osservava in silenzio carico, alcune già con le mani tra le cosce, altre che si mordevano le labbra, gli occhi lucidi di eccitazione davanti a quella sofferenza esposta.
Lorella resisteva. Stringeva i denti, respirava a scatti, cercava di restare ferma sui blocchi. Ma le gambe erano stanche, i muscoli delle cosce bruciavano, e ogni nuova scossa la faceva oscillare.
A un certo punto cedette.
Un piede scivolò. Il corpo perse l’equilibrio. Tutto il suo peso si abbatté sull’asta di legno tra le gambe. Un urlo le uscì dalla gola mentre il bastone duro e liscio le si conficcava contro la figa aperta, premendo clitoride e labbra con una forza brutale. Le ginocchia tremarono, cercò di risalire sui blocchi, ma una nuova scossa al seno la fece di nuovo vacillare. Di nuovo scivolò. Di nuovo l’asta la punì, più a fondo, strappandole un gemito acuto che echeggiò nella sala.
Le donne applaudirono piano, alcune ridacchiarono di piacere. Qualcuna si alzò per avvicinarsi e toccarle i seni mentre era ancora in bilico precario, i capezzoli duri e arrossati. Un’altra le passò il teaser lungo la schiena nuda, obbligandola a inarcarsi e a sentire di nuovo il legno tra le cosce.
Lorella stringeva i denti, gli occhi umidi, il corpo lucido di sudore. Ogni volta che riusciva a rimettersi in equilibrio, sapeva che era solo questione di tempo. Le gambe non avrebbero retto all’infinito. E ogni scivolata significava dolore diretto, umiliante, proprio lì dove era più sensibile.
Il pubblico godeva. Le facce erano tese, eccitate, affamate di vederla soffrire ancora. E le donne continuavano a passarsi il teaser, a turno, toccandola, scuotendola, costringendola a ballare su quei due blocchi stretti mentre l’asta di legno la aspettava, pronta a punirla al minimo errore.
Dopo minuti che a Lorella sembrarono interminabili, le gambe tremanti e l’asta di legno che l’aveva punita ogni volta che perdeva l’equilibrio, le donne decisero di interrompere.
Due di loro le sostennero i fianchi mentre le cinghie superiori venivano allentate. I piedi di Lorella toccarono finalmente il pavimento solido. Un sospiro le uscì dalle labbra, misto di sollievo e di dolore residuo. L’asta fu sfilata con un gesto deciso; la figa, arrossata e ancora pulsante, restò esposta all’aria fresca della sala. Per un attimo Lorella restò in piedi, nuda, le ginocchia deboli, il respiro corto, sentendo solo il bruciore tra le gambe e il formicolio alle braccia.
Ma non le lasciarono riposo.
Subito nuove corde apparvero. I polsi le furono portati dietro la schiena e legati stretti, gomiti quasi uniti. Una corda le fu fatta passare sotto i seni, stringendoli e sollevandoli, facendoli sporgere in modo ancora più provocante. Un’altra le cinse il torace. I capelli biondi le furono raccolti e tirati verso l’alto, legati a una corda che scendeva dal soffitto, obbligandola a tenere la testa leggermente china.
La donna in corsetto nero e calze a rete le si mise davanti, regolando le ultime tensioni con gesti esperti. Lorella abbassò lo sguardo sul proprio corpo: seni offerti e compressi dalle corde, braccia immobilizzate.
Il pubblico delle donne osservava in silenzio, alcune già sorridenti, altre con gli occhi scuri di nuova aspettativa.
Il sollievo di avere i piedi a terra e di non sentire più l’asta era stato breve, quasi beffardo. Lorella lo capì guardando i volti intorno a sé. Quella nuova legatura non era un riposo. Era solo il preludio.
Ciò che le sarebbe successo a breve sarebbe stato diverso. E, in qualche modo, ancora più intenso.
Una ragazza dall’aspetto mascolino, capelli scuri tirati indietro, camicia a righe e sorriso beffardo, si avvicinò a Lorella con passo lento e deliberato.
Si inginocchiò di fronte a lei, così vicina che Lorella ne sentì il respiro caldo contro la pelle del ventre. Indossò un guanto nero lungo fino al polso, poi prese un flacone di lubrificante e ne versò una quantità generosa sul palmo. Le dita lucide si mossero lente, cospargendo tutto il guanto, il dorso, tra le dita, fino a renderlo scivoloso e lucente.
In sala calò un silenzio denso.
Tutte le donne smisero di parlare. Qualcuna trattenne il respiro. Gli occhi erano fissi sulla mano guantata e sulla figa di Lorella, ancora arrossata e sensibile dalle prove precedenti.
La donna mascolina alzò lo sguardo verso il volto di Lorella e sorrise, maliziosa.
“Che ragazza coraggiosa”, mormorò, la voce bassa e carica di divertimento crudele.
Poi avvicinò la mano.
Due dita entrarono per prime, lente, esplorando. Lorella sussultò, le corde ai polsi e al torace le impedirono di indietreggiare. Le dita si mossero, si aprirono a forbice, allargando. Poi una terza. Il lubrificante scorreva abbondante, facilitando l’ingresso, ma la sensazione di essere aperta così era comunque intensa, quasi eccessiva.
La donna non aveva fretta. Guardava il volto di Lorella mentre spingeva più a fondo, il sorriso sempre stampato sulle labbra. Quando le tre dita furono dentro fino alla base, piegò il pollice e cominciò a far entrare anche quello. Lorella emise un suono strozzato, la testa china, i capelli biondi che le cascavano davanti al viso. Sentiva ogni centimetro, ogni pressione, ogni lento avanzare di quella mano che voleva entrare tutta.
Il silenzio nella sala era quasi fisico. Solo il respiro di Lorella, un po’ più rapido, e il lieve suono umido del guanto che lavorava.
La donna mascolina spinse ancora, con pazienza e decisione insieme. I quattro polpastrelli erano ormai dentro; restava il punto più largo, le nocche. Lorella digrignò i denti, le cosce tentarono di chiudersi per istinto, ma le corde e la posizione non glielo permisero.
“Respira”, le disse la donna, la voce ancora beffarda. “Stai per prenderla tutta”
E con una spinta lenta, inesorabile, la mano guantata cominciò a scomparire dentro di lei.
Un’altra donna si fece avanti.
Capelli scuri, sguardo concentrato, si posizionò alle spalle di Lorella. Le afferrò la coda di cavallo alta e tirò, obbligandola a sollevare il mento e a esporre il collo. Con l’altra mano le cinse la gola, non per soffocare, ma per tenerla ferma, per impedirle anche il minimo movimento di sottrazione.
“Stai ferma”, le sussurrò all’orecchio. “Lascia che entri.”
Davanti a lei, la donna mascolina continuava.
La mano guantata avanzava millimetro dopo millimetro. Le nocche, il punto più largo, premevano contro l’ingresso già stirato. Lorella emise un suono acuto, il volto contratto, le sopracciglia aggrottate, la bocca semiaperta in una smorfia di sforzo puro. Gli occhi umidi, lo sguardo perso da qualche parte tra il dolore e la sensazione di essere aperta oltre ogni limite.
La donna dietro di lei la tenne salda. I capelli tirati, la mano sulla gola, il corpo di Lorella bloccato tra le due. Non poteva indietreggiare, non poteva chiudere le gambe, non poteva nemmeno chinare la testa per nascondere l’espressione.
Con una spinta lenta e continua, le nocche superarono la resistenza.
La mano entrò.
Lorella gettò un gemito lungo, quasi un rantolo, il volto deformato dallo sforzo: occhi stretti, labbra tese, un filo di saliva che le scendeva dall’angolo della bocca. Dentro di lei la mano guantata si chiuse a pugno, riempiendola completamente, distendendola in un modo che non aveva mai provato. La pressione era enorme, totale, invasiva.
La donna mascolina non si mosse subito. Restò così, il pugno sepolto fino al polso, godendosi i piccoli spasmi che percorrevano il corpo di Lorella. Poi cominciò a muoversi, lenta, ruotando appena, spingendo e ritirando di pochi centimetri, sempre tenendo il pugno chiuso.
La donna dietro continuava a tenerla. Le accarezzava il collo con il pollice mentre le teneva i capelli, quasi un gesto di controllo affettuoso e crudele insieme. Guardava il volto di Lorella riflesso nella tensione, nella smorfia, nelle lacrime che le solcavano le guance.
In sala il silenzio era assoluto. Solo i respiri di Lorella, rotti e irregolari, e il lieve suono umido della mano che lavorava dentro di lei.
Il volto di Lorella restava contratto, deformato dallo sforzo di accettare quella penetrazione totale. Ogni piccolo movimento del pugno le strappava un nuovo suono, un nuovo sussulto. E le due donne la tenevano, una davanti e una dietro, mentre il suo corpo legato non poteva fare altro che prendere.
La donna mascolina cambiò ritmo.
Il pugno, fino a quel momento lento e controllato, divenne più deciso, più profondo. Spingeva e ritirava con forza crescente, quasi a voler sfondare ogni resistenza rimasta nel corpo di Lorella. I suoni umidi si fecero più forti, più rapidi. Lorella gemette a denti stretti, il volto ancora contratto, le lacrime che le solcavano le guance.
Poi, senza preavviso, la donna le afferrò le cosce.
Con un gesto potente le sollevò entrambe le gambe e se le caricò sulle spalle, sollevando quasi del tutto il bacino di Lorella da terra. Il corpo di Lorella restò sospeso tra le corde che le tenevano le braccia e i capelli, e la presa ferrea della donna mascolina. La donna dietro di lei la sostenne per i fianchi e per il torace, impedendole di dondolare troppo.
In quella posizione il pugno entrò ancora più a fondo.
Lorella gettò un urlo acuto. La penetrazione era diventata totale, inarrestabile. La donna mascolina iniziò un furioso dentro-fuori, il braccio che andava e veniva con potenza, il pugno chiuso che scavava dentro di lei a ritmo serrato. Ogni spinta faceva oscillare il corpo di Lorella, i seni compressi dalle corde che sobbalzavano, la testa tenuta indietro dalla corda ai capelli.
Il pubblico osservava in silenzio carico, alcune donne con le mani già tra le cosce, altre che si mordevano le labbra guardando quello spettacolo di forza e sottomissione. Il suono della penetrazione riempiva la sala: umido, ritmico, quasi violento.
Lorella non poteva fare nulla. Le gambe divaricate sulle spalle della donna, il corpo sospeso e legato, il pugno che entrava e usciva senza pietà. Ogni colpo le strappava un gemito, un rantolo, un sussulto. Il volto restava deformato dallo sforzo e dal piacere indesiderato che, nonostante tutto, cominciava di nuovo a salire.
La donna mascolina non rallentava. Continuava a scoparla con il pugno, profonda, furiosa, mentre l’altra la teneva ferma da dietro e il resto della sala godeva in silenzio di quella scena.
Alla fine la donna mascolina rallentò.
Tolse le gambe di Lorella dalle spalle con un gesto deciso. Il corpo di Lorella restò a penzolare, sostenuto solo dalle corde che le tenevano le braccia dietro la schiena e i capelli tirati verso l’alto. I piedi non toccavano terra. Dondolava leggermente, nuda, i seni compressi dalle corde, la figa ancora aperta e lucida.
Il pugno fu estratto lentamente.
Lorella emise un lungo gemito di sollievo misto a vuoto quando la mano uscì del tutto. Ma il respiro le fu tolto di nuovo un attimo dopo: tre, poi quattro dita rientrarono subito, profonde, e iniziarono a muoversi dentro di lei con ritmo duro e regolare. La donna la penetrava con le dita mentre la lasciava dondolare, usando il movimento del corpo sospeso per farle sentire ogni spinta in modo ancora più intenso.
“Respira”, ordinò con voce bassa e dura, senza alzare lo sguardo dal punto in cui le sue dita sparivano dentro Lorella.
Lorella cercò di obbedire, ma ogni volta che le dita premevano a fondo il fiato le si spezzava in gola. Dondolava avanti e indietro, impotente, le cosce che tremavano a mezz’aria, il volto ancora contratto. La donna non le dava tregua: le dita entravano e uscivano con forza, a volte aprendosi a forbice, a volte piegandosi per cercare i punti più sensibili, sempre accompagnate da quella voce secca.
“Non chiudere. Resta aperta”
“Così. Prendi”
“Respira, ti ho detto”
Ogni ordine era sottolineato da una spinta più decisa. Lorella dondolava, legata e sospesa, le dita che la scopavano senza pietà mentre il pubblico restava in silenzio a guardare. Il suono umido delle penetrazioni e i gemiti rotti di Lorella erano le uniche cose che riempivano la sala.
La donna mascolina continuava, dura, precisa, godendosi ogni sussulto del corpo che aveva completamente sotto controllo.
Le dita uscirono.
La donna mascolina si ritrasse di uno passo, si tolse il guanto lucido di liquidi e lo gettò da parte. Lorella restò a penzolare, il corpo ancora scosso da piccoli spasmi, i piedi che non toccavano terra, le corde che le tenevano le braccia e i capelli. La figa restava aperta, arrossata, che pulsava nel vuoto lasciato dalla penetrazione.
Per alcuni minuti nessuno la toccò.
Restò lì, nuda e sospesa al centro della sala, il respiro ancora irregolare, il volto chino, i capelli biondi in disordine. Il sudore le luccicava sulla pelle. Ogni tanto un brivido le percorreva le cosce o la schiena. Era esausta, svuotata, eppure ancora esposta allo sguardo di tutte.
Poi arrivarono gli applausi.
Partirono da un lato della sala e si diffusero, più forti e più lunghi di quelli della prima posizione. Alcune donne si alzarono in piedi mentre battevano le mani. Altre sorridevano, soddisfatte, gli occhi ancora scuri di eccitazione. Qualcuna commentò a voce bassa, ma il suono predominante era quello degli applausi che riempivano lo spazio intorno al corpo sospeso di Lorella.
Lei non alzò lo sguardo. Restò a penzolare, legata, mentre il pubblico le rendeva quel riconoscimento rumoroso e un po’ crudele. Il sollievo di non essere più penetrata si mescolava all’umiliazione di essere lasciata così, in mostra, come un trofeo ancora caldo.
La seconda posizione era terminata.
Ma Lorella, dondolando piano al centro di quegli applausi, sapeva già che il respiro le sarebbe stato concesso solo per poco.

stella.ninfa@gmail.com
scritto il
2026-10-01
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