Mia sorella Francy e il temporale galeotto. (Storia di fantasia e protagonisti rigorosamente maggiorenni
di
Marco_60
genere
incesti
Sono Marco. Francy è mia sorella, due anni più giovane di me. Fisicamente è una bella ragazza, ha un bel portamento, di quelli che sulla strada non passa inosservata. Cambia spesso fidanzato, è selettiva, esigente, e sul piano fisico non accetta compromessi.
Per anni, io e mia sorella, abbiamo condiviso la stessa stanza da letto, quella promiscuità innocente che solo i propri familiari si possono concedere, dove la privacy era una parola quasi priva di significato.
Le confidenze nascevano da sole, scivolavano fuori senza che nessuno le cercasse. Qualche volta, quasi per gioco, eravamo finiti nello stesso letto a scambiarci carezze lente, a masturbarci reciprocamente con quella complicità leggera di chi non ha ancora capito bene dove stia il confine. Poi cambiammo casa, stanze separate, e quella stagione sembrò chiudersi senza rumore.
Ma un giorno avvenne qualcosa di inaspettato. I nostri genitori erano partiti da qualche giorno per una faccenda urgente, lasciandoci soli nell'appartamento. Fuori il meteo aveva già avvertito: forti temporali in arrivo. Quella sera tardi me ne stavo nel mio letto con la luce accesa e il cellulare in mano, immerso in certi video porno che mi avevano già alzato la temperatura. Stavo aspettando il momento giusto per farmi una sega tranquilla, quando il cielo decise di intervenire con tutta la sua enfasi.
Un tuono lungo, pieno, che riempì le pareti.
La porta della mia stanza si spalancò come se qualcuno l'avesse calciata. Francy piombò dentro, pigiama sottile, capelli sciolti, gli occhi spalancati, e si gettò nel mio letto con l'istinto di chi non ragiona più. Le sue braccia mi circondarono con una forza sorprendente, il suo viso premuto contro il mio collo. La sentivo tremare leggermente ad ogni boato, tutta la sicurezza di sé improvvisamente ridotta a qualcosa di vulnerabile e piccolo.
Il calore che emanava era intenso, reale, e il mio corpo, già mezzo acceso dalla visione dei video porno, non ebbe esitazioni. Mi ritrovai duro in pochi secondi, una tensione quasi dolorosa che premeva li in basso nel pigiama.
Eravamo sdraiati su un fianco, il suo viso a un centimetro dal mio. Iniziai ad accarezzarla lentamente, le spalle, i fianchi, lungo le cosce, con l'intenzione genuina di calmarla. Mia sorella aveva gli occhi chiusi ad ogni lampo, le sopracciglia contratte in una smorfia infantile che mi faceva tenerezza e, allo stesso tempo, qualcosa di molto meno innocente.
Le sfiorai le labbra con un bacio quasi impercettibile. Non si ritrasse. Le detti un secondo, poi un terzo, ogni volta appena più lungo del precedente. Le mie mani intanto scendevano verso zone più intime, non capivo se fosse cosciente di quello che stava accadendo, so solo che era abbandonata a me, indifesa di reagire.
Le sussurrai vicino all'orecchio: "Lasciati andare. Fidati di tuo fratello!"
Sentii il suo respiro cambiare ritmo.
Le presi la mano e la guidai verso il basso, un invito senza parole. Abbassai pigiama e slip e mi offrii senza vergogna. Le sue dita mi strinsero con una familiarità che già conoscevo e non avevo mai dimenticato.
Ricominciò a maneggiarmi con quella lentezza calibrata che mi fece capire che non stava agendo per inerzia, stava scegliendo, anche se non lo avrebbe ammesso neanche a se stessa.
La baciai sul collo, poi sulle guance, poi, preso dal momento, la coinvolsi in un bacio vero, dove le lingue si cercarono con una intensità che non era nuova ma sembrava tale. Le saltai sopra, le tirai su la maglietta del pigiama fino a sfilarla del tutto. I suoi seni si mostrarono nella penombra, perfetti, il capezzolo già turgido. Li baciai entrambi, li succhiai lentamente, godendo della sua reazione, un fremito sordo che le attraversava il busto.
I fulmini e i tuoni sembravano non interferire più nel nostro momento, erano passati in secondo piano. La spogliai completamente e io feci lo stesso. I nostri corpi nudi si ritrovarono l'uno contro l'altro con una naturalezza che ci spiazzò entrambi.
"Ti ricordi quando ci abbracciavamo?" le dissi piano. "Voglio riprovare quelle sensazioni. Con qualche concessione in più."
Non rispose. Aveva inteso il senso. Fu in quell'istante che la vidi esitare davvero.
Quando la cappella del mio cazzo sfiorò la sua figa, la sua mano scattò a bloccarmi, un gesto secco, istintivo, dita strette intorno a me come a mettere un freno fisico a qualcosa che stava ancora elaborando. La sentii deglutire. Sentii il peso di quella scelta incestuosa. Eravamo fratello e sorella.
Poi un fulmine lacerò il cielo fuori dalla finestra, seguito da un boato così violento da far tremare il vetro. L'energia saltò. Buio totale.
Nel buio, la mano di Francy mollò la presa.
Approfittai. Mi spinsi dentro lentamente, scivolando lungo la vagina calda e ampiamente bagnata, e lei ebbe un sussulto sordo, il busto che si inarcava all'indietro come se il corpo stesse reagendo più velocemente dell'anima. Le sue mani trovarono la mia testa e mi spinsero sui suoi seni con una pressione decisa. Nessuna parola. Solo quel gesto che diceva sì in modo più netto di qualsiasi sienzio.
Succhiai quei capezzoli duri con avidità, le dita strette nei suoi fianchi. Il buio era complice perfetto, ci levava di dosso la responsabilità di guardarci, di riconoscerci per quello che eravamo uno per l'altra, e ci lasciava soltanto corpi che si stavano cercando da anni senza saperlo.
Presi un ritmo sostenuto. Mia sorella Francy mi fermò con una pressione leggera sulle anche.
"Piano," disse. Una sola parola, ma densa.
Rallentai. I lampi illuminavano la scena ogni tanto, istantanee rubate, il suo viso riverso, la bocca semiaperta, i seni che si muovevano al ritmo dei miei affondi. La sentivo stringersi intorno a me in modo sempre più evidente, la vagina che mi avvolgeva con una tensione crescente.
"Ti amo," le sussurrai. Non lo pianificai. Uscì.
"Anch'io," rispose, e la sua voce non tremava più.
Tornò la luce. I nostri occhi si incrociarono, i suoi erano carichi di qualcosa che non era solo desiderio, era riconoscimento.
La feci mettere carponi, mostrandomi quei glutei alti e rotondi che mi fecero vacillare per un secondo, li avrei morsi, li avrei mangiati, ma era la sua figa ad attrarmi con una forza magnetica, gonfia e lucida, quasi orgogliosa di sé. Mi infilai dentro di nuovo da dietro e il ritmo riprese con quel suono sordo e ritmato delle mie anche che battevano sui suoi glutei, uno schiocco cadenzato che riempiva il silenzio tornato dopo il temporale.
Francy si era completamente sbloccata. La sentivo muoversi incontro ai miei affondi, assecondare il ritmo con le proprie anche, gemere, e spingersi all'indietro con una determinazione che mi disse chiaramente che ora stava prendendo quello che voleva.
"Continua," disse tra un respiro e l'altro.
Ma poi volli qualcosa di diverso. Volli sentirla in modo più totale, più nostro.
La feci girare e la guidai a sedersi sul bordo del letto, gambe fuori. Mi inginocchiai sul pavimento davanti a lei e la aprii con le mani, lento. La guardai tutta, prima di abbassare la testa e passarle la lingua lungo la fessura, un gesto lungo e voluto che le strappò un gemito brusco. Lavorai con la bocca con cura quasi ossessiva, la punta della lingua che trovava i punti giusti, le labbra che succhiavano leggere. Le sue mani si strinsero nei miei capelli. Le cosce iniziarono a tremare.
"Marco..." disse, e non finì la frase.
Quando la sentii sull'orlo la tirai su, la girai di lato, e ci coricammo entrambi su un fianco , configurando un 69. Capì in un secondo. Mi prese in bocca senza esitazioni mentre io continuavo con la lingua, in un equilibrio perfetto e quella combinazione, era la cosa più intima che avessimo mai condiviso, più intima anche di quello che ci eravamo già fatti quella notte.
La riportai sopra di me. Lei mi montò con la sicurezza di chi sa esattamente cosa sta cercando — non seduta eretta, ma inclinata in avanti, le mani appoggiate al mio petto, il viso vicino al mio. In quella posizione ogni suo movimento era piccolo e preciso, non ampio ma profondo, e io sentivo ogni minima variazione. Le tenevo i fianchi ma senza guidarla, la lasciavo fare, la guardavo, e lei mi guardava mentre si muoveva su di me con quella concentrazione silenziosa di chi è arrivato esattamente dove voleva essere.
"Puoi venire dentro," disse, la voce appena rotta. "Prendo la protezione."
Da quel momento fu questione di minuti. Tornai al missionario per tenerla sotto di me, per vederle il viso. Ripreso il ritmo, lei incrociò le gambe intorno al mio sedere e le strinse, dettando lei la profondità, la cadenza. Il suo respiro diventò corto, spezzato. Sentii la vagina stringersi intorno a me in onde successive.
"Ci siamo," dissi.
Venimmo insieme, sentii lo sperma scorrere dentro di lei mentre lei si contraeva, la schiena che si sollevava dal materasso, la nuca che premeva sul cuscino, la bocca aperta in un suono senza parole. Restammo uniti ancora per qualche minuto, immobili, il peso dei nostri respiri che si normalizzava insieme.
Poi ci guardammo, sorridemmo, di quel sorriso incredulo di chi non avrebbe mai immaginato di quello che avevamo appena fatto, ma non se ne pente.
Fuori era tornato il silenzio. Il temporale aveva esaurito tutto il suo rumore e se n'era andato senza cerimonie, come se avesse avuto anch'esso quello che cercava. Francy si alzò lentamente, raccattò il pigiama dal pavimento, mi diede un ultimo bacio, pieno, e tornò nella sua stanza.
Non ci fu un'altra notte così. Ma quando i nostri occhi si incrociavano a colazione, nel corridoio, davanti alla tv, tornava in mente la scelta silenziosa di una mano che aveva mollato la presa.
Per anni, io e mia sorella, abbiamo condiviso la stessa stanza da letto, quella promiscuità innocente che solo i propri familiari si possono concedere, dove la privacy era una parola quasi priva di significato.
Le confidenze nascevano da sole, scivolavano fuori senza che nessuno le cercasse. Qualche volta, quasi per gioco, eravamo finiti nello stesso letto a scambiarci carezze lente, a masturbarci reciprocamente con quella complicità leggera di chi non ha ancora capito bene dove stia il confine. Poi cambiammo casa, stanze separate, e quella stagione sembrò chiudersi senza rumore.
Ma un giorno avvenne qualcosa di inaspettato. I nostri genitori erano partiti da qualche giorno per una faccenda urgente, lasciandoci soli nell'appartamento. Fuori il meteo aveva già avvertito: forti temporali in arrivo. Quella sera tardi me ne stavo nel mio letto con la luce accesa e il cellulare in mano, immerso in certi video porno che mi avevano già alzato la temperatura. Stavo aspettando il momento giusto per farmi una sega tranquilla, quando il cielo decise di intervenire con tutta la sua enfasi.
Un tuono lungo, pieno, che riempì le pareti.
La porta della mia stanza si spalancò come se qualcuno l'avesse calciata. Francy piombò dentro, pigiama sottile, capelli sciolti, gli occhi spalancati, e si gettò nel mio letto con l'istinto di chi non ragiona più. Le sue braccia mi circondarono con una forza sorprendente, il suo viso premuto contro il mio collo. La sentivo tremare leggermente ad ogni boato, tutta la sicurezza di sé improvvisamente ridotta a qualcosa di vulnerabile e piccolo.
Il calore che emanava era intenso, reale, e il mio corpo, già mezzo acceso dalla visione dei video porno, non ebbe esitazioni. Mi ritrovai duro in pochi secondi, una tensione quasi dolorosa che premeva li in basso nel pigiama.
Eravamo sdraiati su un fianco, il suo viso a un centimetro dal mio. Iniziai ad accarezzarla lentamente, le spalle, i fianchi, lungo le cosce, con l'intenzione genuina di calmarla. Mia sorella aveva gli occhi chiusi ad ogni lampo, le sopracciglia contratte in una smorfia infantile che mi faceva tenerezza e, allo stesso tempo, qualcosa di molto meno innocente.
Le sfiorai le labbra con un bacio quasi impercettibile. Non si ritrasse. Le detti un secondo, poi un terzo, ogni volta appena più lungo del precedente. Le mie mani intanto scendevano verso zone più intime, non capivo se fosse cosciente di quello che stava accadendo, so solo che era abbandonata a me, indifesa di reagire.
Le sussurrai vicino all'orecchio: "Lasciati andare. Fidati di tuo fratello!"
Sentii il suo respiro cambiare ritmo.
Le presi la mano e la guidai verso il basso, un invito senza parole. Abbassai pigiama e slip e mi offrii senza vergogna. Le sue dita mi strinsero con una familiarità che già conoscevo e non avevo mai dimenticato.
Ricominciò a maneggiarmi con quella lentezza calibrata che mi fece capire che non stava agendo per inerzia, stava scegliendo, anche se non lo avrebbe ammesso neanche a se stessa.
La baciai sul collo, poi sulle guance, poi, preso dal momento, la coinvolsi in un bacio vero, dove le lingue si cercarono con una intensità che non era nuova ma sembrava tale. Le saltai sopra, le tirai su la maglietta del pigiama fino a sfilarla del tutto. I suoi seni si mostrarono nella penombra, perfetti, il capezzolo già turgido. Li baciai entrambi, li succhiai lentamente, godendo della sua reazione, un fremito sordo che le attraversava il busto.
I fulmini e i tuoni sembravano non interferire più nel nostro momento, erano passati in secondo piano. La spogliai completamente e io feci lo stesso. I nostri corpi nudi si ritrovarono l'uno contro l'altro con una naturalezza che ci spiazzò entrambi.
"Ti ricordi quando ci abbracciavamo?" le dissi piano. "Voglio riprovare quelle sensazioni. Con qualche concessione in più."
Non rispose. Aveva inteso il senso. Fu in quell'istante che la vidi esitare davvero.
Quando la cappella del mio cazzo sfiorò la sua figa, la sua mano scattò a bloccarmi, un gesto secco, istintivo, dita strette intorno a me come a mettere un freno fisico a qualcosa che stava ancora elaborando. La sentii deglutire. Sentii il peso di quella scelta incestuosa. Eravamo fratello e sorella.
Poi un fulmine lacerò il cielo fuori dalla finestra, seguito da un boato così violento da far tremare il vetro. L'energia saltò. Buio totale.
Nel buio, la mano di Francy mollò la presa.
Approfittai. Mi spinsi dentro lentamente, scivolando lungo la vagina calda e ampiamente bagnata, e lei ebbe un sussulto sordo, il busto che si inarcava all'indietro come se il corpo stesse reagendo più velocemente dell'anima. Le sue mani trovarono la mia testa e mi spinsero sui suoi seni con una pressione decisa. Nessuna parola. Solo quel gesto che diceva sì in modo più netto di qualsiasi sienzio.
Succhiai quei capezzoli duri con avidità, le dita strette nei suoi fianchi. Il buio era complice perfetto, ci levava di dosso la responsabilità di guardarci, di riconoscerci per quello che eravamo uno per l'altra, e ci lasciava soltanto corpi che si stavano cercando da anni senza saperlo.
Presi un ritmo sostenuto. Mia sorella Francy mi fermò con una pressione leggera sulle anche.
"Piano," disse. Una sola parola, ma densa.
Rallentai. I lampi illuminavano la scena ogni tanto, istantanee rubate, il suo viso riverso, la bocca semiaperta, i seni che si muovevano al ritmo dei miei affondi. La sentivo stringersi intorno a me in modo sempre più evidente, la vagina che mi avvolgeva con una tensione crescente.
"Ti amo," le sussurrai. Non lo pianificai. Uscì.
"Anch'io," rispose, e la sua voce non tremava più.
Tornò la luce. I nostri occhi si incrociarono, i suoi erano carichi di qualcosa che non era solo desiderio, era riconoscimento.
La feci mettere carponi, mostrandomi quei glutei alti e rotondi che mi fecero vacillare per un secondo, li avrei morsi, li avrei mangiati, ma era la sua figa ad attrarmi con una forza magnetica, gonfia e lucida, quasi orgogliosa di sé. Mi infilai dentro di nuovo da dietro e il ritmo riprese con quel suono sordo e ritmato delle mie anche che battevano sui suoi glutei, uno schiocco cadenzato che riempiva il silenzio tornato dopo il temporale.
Francy si era completamente sbloccata. La sentivo muoversi incontro ai miei affondi, assecondare il ritmo con le proprie anche, gemere, e spingersi all'indietro con una determinazione che mi disse chiaramente che ora stava prendendo quello che voleva.
"Continua," disse tra un respiro e l'altro.
Ma poi volli qualcosa di diverso. Volli sentirla in modo più totale, più nostro.
La feci girare e la guidai a sedersi sul bordo del letto, gambe fuori. Mi inginocchiai sul pavimento davanti a lei e la aprii con le mani, lento. La guardai tutta, prima di abbassare la testa e passarle la lingua lungo la fessura, un gesto lungo e voluto che le strappò un gemito brusco. Lavorai con la bocca con cura quasi ossessiva, la punta della lingua che trovava i punti giusti, le labbra che succhiavano leggere. Le sue mani si strinsero nei miei capelli. Le cosce iniziarono a tremare.
"Marco..." disse, e non finì la frase.
Quando la sentii sull'orlo la tirai su, la girai di lato, e ci coricammo entrambi su un fianco , configurando un 69. Capì in un secondo. Mi prese in bocca senza esitazioni mentre io continuavo con la lingua, in un equilibrio perfetto e quella combinazione, era la cosa più intima che avessimo mai condiviso, più intima anche di quello che ci eravamo già fatti quella notte.
La riportai sopra di me. Lei mi montò con la sicurezza di chi sa esattamente cosa sta cercando — non seduta eretta, ma inclinata in avanti, le mani appoggiate al mio petto, il viso vicino al mio. In quella posizione ogni suo movimento era piccolo e preciso, non ampio ma profondo, e io sentivo ogni minima variazione. Le tenevo i fianchi ma senza guidarla, la lasciavo fare, la guardavo, e lei mi guardava mentre si muoveva su di me con quella concentrazione silenziosa di chi è arrivato esattamente dove voleva essere.
"Puoi venire dentro," disse, la voce appena rotta. "Prendo la protezione."
Da quel momento fu questione di minuti. Tornai al missionario per tenerla sotto di me, per vederle il viso. Ripreso il ritmo, lei incrociò le gambe intorno al mio sedere e le strinse, dettando lei la profondità, la cadenza. Il suo respiro diventò corto, spezzato. Sentii la vagina stringersi intorno a me in onde successive.
"Ci siamo," dissi.
Venimmo insieme, sentii lo sperma scorrere dentro di lei mentre lei si contraeva, la schiena che si sollevava dal materasso, la nuca che premeva sul cuscino, la bocca aperta in un suono senza parole. Restammo uniti ancora per qualche minuto, immobili, il peso dei nostri respiri che si normalizzava insieme.
Poi ci guardammo, sorridemmo, di quel sorriso incredulo di chi non avrebbe mai immaginato di quello che avevamo appena fatto, ma non se ne pente.
Fuori era tornato il silenzio. Il temporale aveva esaurito tutto il suo rumore e se n'era andato senza cerimonie, come se avesse avuto anch'esso quello che cercava. Francy si alzò lentamente, raccattò il pigiama dal pavimento, mi diede un ultimo bacio, pieno, e tornò nella sua stanza.
Non ci fu un'altra notte così. Ma quando i nostri occhi si incrociavano a colazione, nel corridoio, davanti alla tv, tornava in mente la scelta silenziosa di una mano che aveva mollato la presa.
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