Giulia e Nael - Il ritorno di Francesca (11)
di
OpenMinded35
genere
prime esperienze
Sabato mattina, verso le dieci. Ero ancora in canottiera sottile e perizoma, i capelli sciolti sulle spalle, quando ho sentito la chiave nella serratura. Il rumore è stato secco, familiare, e mi ha fatto alzare lo sguardo.
Nael era in cucina. Torso nudo, pantaloni della tuta bassi sui fianchi. La pelle scura ancora umida dopo la doccia, liscia, tesa sul petto e sull’addome piatto. Le spalle strette, le braccia lunghe, i capelli ricci ancora bagnati. Beveva il caffè appoggiato al banco, come se quella casa fosse già sua. Marco stava in salotto, già vestito, lo sguardo spento, le mani strette sulle ginocchia.
Francesca è entrata con il trolley. Il viso tirato dal volo, il profumo costoso che le arrivava prima della voce.
«Sono a casa.»
Poi ha visto Nael.
È rimasta ferma sulla soglia della cucina. Lo sguardo le è sceso sul petto nudo, sulla linea dei fianchi, sul bordo dei pantaloni, poi è risalito al suo viso. Per un attimo non ha parlato. Nella sua faccia ho letto lo shock, il disgusto, e sotto qualcosa di più umiliante: il riconoscimento che quel ragazzo — giovane, scuro, seminudo, a suo agio — era già dentro le sue stanze come un padrone.
«Cosa ci fa questo in casa mia?» ha detto, la voce bassa e tagliente.
Nael non si è coperto. Ha alzato la tazza, ha bevuto us sorso, e le ha sorriso.
«Buongiorno anche a lei.»
Lo sguardo di Francesca è passato da lui a me, poi a Marco. Ha capito subito che Marco era scosso. Non gli ha chiesto niente. Ha scelto di affrontarci.
«Tu» ha detto a Nael. «Fuori. Adesso. Prima che chiami la polizia.»
Io ho fatto un passo avanti.
«No. Resta.»
Francesca mi ha guardato come se la voce non fosse la mia.
«Giulia. Basta. Hai fatto abbastanza danni. Questo ragazzo esce da casa mia e tu torni a comportarti come una persona. Sei mia figlia. Non sei nessuno per decidere chi vive qui.»
«Abbiamo trovato la chiavetta» ho detto, senza alzare il tono. «Quella nel cassetto interno della scrivania. Quello che da piccola mi hai proibito di aprire perché “conteneva cose importanti”.»
Il viso di Francesca si è svuotato. Una mano le è andata al trolley, come per tenersi in piedi.
«Non sai di cosa stai parlando.»
«Madrid, marzo 2010. Tu e un uomo che non era papà. Eri ancora sposata. Pompini, culo, tu che gli lecchi il buco. Poi le altre cartelle. Due uomini. La donna. Lo strapon nel 2016. Foto e video fino al 2020. Tutto copiato. Tutto sul cloud. Non una copia sola.»
Lei ha aperto la bocca. Nessun suono. Poi ha capito. Non era una figlia che raccontava un segreto. Era un ricatto.
«Come osi.» La voce le si è incrinata. «Quei file… sono privati. Sono la mia vita. Non hai il diritto.»
«Tu non avevi il diritto di decidere della mia vita» ho risposto. «Né di chiudermi in casa. Né di decidere chi posso frequentare e chi no. Adesso le carte le ho io.»
Nael si è staccato dal banco. Il corpo seminudo, vicino a lei, rendeva il contrasto ancora più crudele: lui giovane, scoperto, calmo; lei vestita da aeroporto, già sconfitta.
«Adesso le regole sono semplici» ha detto. «Io entro e esco quando voglio. Dormo qui quando voglio. Tu non alzi più la voce. Non alzi più le mani su Giulia. Non chiami nessuno. Non minacci. Quando ti diciamo di fare qualcosa, lo fai.»
«Siete due criminali.»
«Siamo tua figlia e il ragazzo che ti sta tenendo per le palle» ho detto. «Puoi trattare quanto vuoi. Il materiale resta. Se ti muovi, parte. Al lavoro. Alle tue amicizie altolocate. A chi ti fa più male. La dirigente perfetta con il culo in aria su un letto di Madrid. Immagina.»
Ha provato. Ha parlato di avvocati, di denunce, di cacciarmi di casa, di quanto fossi ingrata, di quanto avesse lavorato per me. Ad un tratto Nael ha alzato il telefono e le ha mostrato un unica immagine: Francesca nuda e sfatta, in ginocchio, un sorriso sfinito e il viso coperto di schizzi di sborra, intorno a lei tre uomini con i cazzi ancora semiduri. Mia madre ha alzato la voce, poi l’ha abbassata, poi ha messo una mano sulla fronte. Alla fine gli occhi le si sono fatti lucidi. Non di pentimento. Di resa.
«Va bene. Accetto. Può stare qui. Non interferisco.»
«Resa incondizionata» ho precisato. «Non “non interferisco”. Obbedisci.»
Un silenzio lungo. Il trolley fermo. Marco muto alle nostre spalle.
«Obbedisco.»
Nael ha riso basso. Io mi sono sentita leggera e cattiva insieme. La vittoria aveva un sapore caldo, fisico, come una scarica nel basso ventre.
«Adesso io e Nael andiamo in camera... Indovina? A scopare» ho detto. «Voi due avete da parlarvi. Marco sa già abbastanza. Tu gli racconterai il resto, se vuoi. O no. Non ci interessa.»
Francesca non ha guardato Marco. Marco non ha guardato lei.
Siamo saliti. Ho chiuso la porta. Appena il chiavistello è scattato, Nael mi ha presa alla vita e mi ha spinta contro il legno. Il bacio era affamato, euforico, quasi da risata in bocca.
«L’abbiamo fottuta» ho sussurrato.
«L’abbiamo fottuta» ha ripetuto lui. «Ha detto obbedisco. Con me in casa, nudo, in cucina.»
Le sue mani sotto la canottiera, sul seno sodo, i capezzoli già duri. Io gli ho slacciato i pantaloni e gli ho preso il cazzo, già spesso, già caldo, la pelle scura tesa. L’ho fatto scivolare nel pugno mentre lui mi mordeva il collo.
«Oggi scopami come se fosse una festa.»
Mi ha portata sul letto. Mi ha sfilato il perizoma con i denti, naso contro la fica depilata, lingua larga sul clitoride. L’odore della mia eccitazione era già forte, acido e dolce. Mi leccava con fame, due dita dentro, poi tre, poi la lingua sul buco del culo ancora dolente. Io gli affondavo le mani nei capelli ricci e spingevo il bacino sulla sua faccia, gemendo senza più tenere il volume. Volevo che lei sentisse. Volevo che la vittoria avesse un suono.
«Sali. Voglio il cazzo. Adesso.»
Si è spogliato del tutto. Pelle scura, sudata, corpo asciutto. Il cazzo depilato enorme, le vene in rilievo. Mi si è messo sopra e mi è entrato nella fica con una spinta sola. Ero già fradicia. L’ho sentito tutto, centimetro dopo centimetro, fino alle palle. Ha iniziato a scoparmi con ritmo lungo e profondo, poi più duro, le mani sul seno, i pollici sui capezzoli. Io lo guardavo e ridevo, ansimando.
«Più forte. Fammelo sentire. Oggi abbiamo vinto. Lei è sotto e tu sei dentro di me.»
Mi ha girata a pecora. Mi ha ripresa nella fica, le anche che battevano, poi ha sputato sul culo e ha cambiato buco. Il glande ha premuto, l’anello ancora sensibile ha ceduto, e lui è scivolato dentro con un gemito. Spinte profonde, le natiche sode che battevano contro le mie. Una mano mi teneva i capelli, l’altra mi strofinava il clitoride. Venivo a ondate, squirting caldo sulle lenzuola, il viso affondato nel cuscino.
«Tua madre è sotto» ringhiava. «Ha detto obbedisco. E io ti sto sfondando il culo nella sua casa.»
«Sì. Tua. La casa è tua. Io sono tua.»
Poi mi ha rimessa sulla schiena di colpo, quasi con rabbia felice. Mi ha afferrato le caviglie, me le ha spalancate e mi ha issato le gambe sulle sue spalle. Il cazzo, già lucido, ha trovato la fica e mi è rientrato fino in fondo in una spinta sola. L’ho sentito aprirmi tutta, il glande premuto in profondità, le palle contro di me. Ho gemuto a voce alta.
Ha iniziato a scoparmi così, pesante, lungo, ogni stoccata che mi faceva piegare il bacino. Poi, senza fermarsi, mi ha preso il piede destro con la mano.
L’ha portato alla sua bocca come si porta qualcosa da mangiare.
Prima ha aperto le labbra sulla pianta. Un bacio umido, largo, poi la lingua calda che è scesa tutta, dalla punta delle dita fino al tallone. Ho sentito ogni centimetro. La saliva calda. Il respiro contro la pelle. Poi ha succhiato le dita una per una, lento, lurido, tirando l’alluce in bocca come se fosse un capezzolo. Lo succhiava. Lo leccava. Lo faceva scivolare sulle labbra. Un filo di saliva gli è colato sul mento.
«Cazzo, Nael…»
Non ha risposto. Ha solo alzato gli occhi neri sopra il mio piede e ha continuato, mentre i fianchi non si fermavano. Ogni volta che la lingua passava tra le dita, il cazzo mi batteva più a fondo, più duro. Il contrasto era insopportabile: sotto mi sfondava, sopra mi adorava. La fica mi si contraeva da sola. Sentivo il piede formicolare, bagnato, caldo, preso.
Ha premuto la pianta contro la faccia, si è respirato la pelle, ha leccato l’arco con la lingua piatta, poi ha preso due dita insieme e le ha succhiate fino a farle sparire. Un suono umido, osceno. Io mi arcuavo, le unghie nel lenzuolo, e venivo già, a scosse corte, lo squirt che mi usciva intorno al suo cazzo e gli scendeva sulle palle.
Lui ha gemuto contro il mio piede. Il suono mi è arrivato dritto in mezzo alle gambe. Ha accelerato. Adesso mi scopava davvero, secco, profondo, e nel frattempo non lasciava la pianta: baciava, succhiava, leccava come un affamato. La saliva gli colava tra le dita e cadeva sul mio seno. Il piede luccicava tutto.
«Non smettere» ho ansimato. «Leccami… succhiamelo… scopami…»
Ha preso anche l’altro piede, un attimo solo, lingua sulla pianta, poi è tornato al primo e se lo è cacciato quasi tutto in faccia, naso contro l’arco, bocca aperta sul tallone. Continuava a pomparmi. Il letto batteva. Io non riuscivo più a tenere gli occhi aperti e non volevo chiuderli: volevo vederlo con la mia pianta in bocca e il cazzo sepolto in me.
Il secondo orgasmo mi è arrivato più violento. Mi sono stretta intorno a lui, le gambe che gli tremavano sulle spalle, il piede che gli sfuggiva e lui che lo riafferrava per non perderlo. Ha succhiato l’alluce mentre io venivo, e quello mi ha fatto urlare.
Solo allora ha lasciato il piede, me l’ha rimesso sulla spalla e mi ha afferrata i fianchi. Ha iniziato a martellarmi sul serio, corto, bestiale, il cazzo più duro di prima, come se avermi leccato il piede lo avesse reso pazzo. Io ero già persa, bagnata, il piede ancora lucido di saliva, la fica che gli pulsava addosso.
«Mia» ha ringhiato.
«Tua» ho ripetuto.
Mi ha fatto mettere a cavalcioni. L’ho preso e ho iniziato a salire e scendere, il seno che oscillava, lui che me lo palpeggiava con le due mani, gli occhi accesi di trionfo. Gli ho preso il cazzo in bocca, saliva densa, gola aperta, il sapore di fica e culo sulla pelle. L’ho succhiato fino a sentirlo pulsare, poi sono risalita e me lo sono rimesso dentro.
«Vieni in me. Riempimi. Oggi è il giorno.»
Quando è venuto mi ha tenuta ferma sulle anche e mi ha riempita. Fiotti caldi, profondi. Sono rimasta lì, contraendomi intorno a lui, e sono venuta di nuovo, lenta, lunga, con la fronte contro la sua, ridendo quasi, gli occhi umidi di euforia.
Sotto, in casa, c’era silenzio.
Più tardi ho saputo il resto dal rumore delle porte. Francesca non ha parlato con Marco. Si è chiusa nello studio. Marco, dopo un po’, è uscito. La porta di casa ha fatto un click morbido. Se n’è andato a camminare, a cercare un pezzo di pace che in quelle stanze non c’era più.
Io e Nael siamo rimasti nel letto, nudi, sudati, ancora dentro la vittoria. Il suo cazzo molle e bagnato sulla mia coscia. Il mio seno contro il suo petto scuro. Il mio piede ancora umido della sua bocca.
«Ha ceduto» ho sussurrato.
«Ha ceduto» ha risposto lui. «Adesso questa casa è nostra.»
Ho chiuso gli occhi sul suo petto. Non era pace. Era trionfo. E per quella mattina, con il suono della sua sconfitta ancora in cucina e il suo seme ancora caldo in me, a me bastava.
Nael era in cucina. Torso nudo, pantaloni della tuta bassi sui fianchi. La pelle scura ancora umida dopo la doccia, liscia, tesa sul petto e sull’addome piatto. Le spalle strette, le braccia lunghe, i capelli ricci ancora bagnati. Beveva il caffè appoggiato al banco, come se quella casa fosse già sua. Marco stava in salotto, già vestito, lo sguardo spento, le mani strette sulle ginocchia.
Francesca è entrata con il trolley. Il viso tirato dal volo, il profumo costoso che le arrivava prima della voce.
«Sono a casa.»
Poi ha visto Nael.
È rimasta ferma sulla soglia della cucina. Lo sguardo le è sceso sul petto nudo, sulla linea dei fianchi, sul bordo dei pantaloni, poi è risalito al suo viso. Per un attimo non ha parlato. Nella sua faccia ho letto lo shock, il disgusto, e sotto qualcosa di più umiliante: il riconoscimento che quel ragazzo — giovane, scuro, seminudo, a suo agio — era già dentro le sue stanze come un padrone.
«Cosa ci fa questo in casa mia?» ha detto, la voce bassa e tagliente.
Nael non si è coperto. Ha alzato la tazza, ha bevuto us sorso, e le ha sorriso.
«Buongiorno anche a lei.»
Lo sguardo di Francesca è passato da lui a me, poi a Marco. Ha capito subito che Marco era scosso. Non gli ha chiesto niente. Ha scelto di affrontarci.
«Tu» ha detto a Nael. «Fuori. Adesso. Prima che chiami la polizia.»
Io ho fatto un passo avanti.
«No. Resta.»
Francesca mi ha guardato come se la voce non fosse la mia.
«Giulia. Basta. Hai fatto abbastanza danni. Questo ragazzo esce da casa mia e tu torni a comportarti come una persona. Sei mia figlia. Non sei nessuno per decidere chi vive qui.»
«Abbiamo trovato la chiavetta» ho detto, senza alzare il tono. «Quella nel cassetto interno della scrivania. Quello che da piccola mi hai proibito di aprire perché “conteneva cose importanti”.»
Il viso di Francesca si è svuotato. Una mano le è andata al trolley, come per tenersi in piedi.
«Non sai di cosa stai parlando.»
«Madrid, marzo 2010. Tu e un uomo che non era papà. Eri ancora sposata. Pompini, culo, tu che gli lecchi il buco. Poi le altre cartelle. Due uomini. La donna. Lo strapon nel 2016. Foto e video fino al 2020. Tutto copiato. Tutto sul cloud. Non una copia sola.»
Lei ha aperto la bocca. Nessun suono. Poi ha capito. Non era una figlia che raccontava un segreto. Era un ricatto.
«Come osi.» La voce le si è incrinata. «Quei file… sono privati. Sono la mia vita. Non hai il diritto.»
«Tu non avevi il diritto di decidere della mia vita» ho risposto. «Né di chiudermi in casa. Né di decidere chi posso frequentare e chi no. Adesso le carte le ho io.»
Nael si è staccato dal banco. Il corpo seminudo, vicino a lei, rendeva il contrasto ancora più crudele: lui giovane, scoperto, calmo; lei vestita da aeroporto, già sconfitta.
«Adesso le regole sono semplici» ha detto. «Io entro e esco quando voglio. Dormo qui quando voglio. Tu non alzi più la voce. Non alzi più le mani su Giulia. Non chiami nessuno. Non minacci. Quando ti diciamo di fare qualcosa, lo fai.»
«Siete due criminali.»
«Siamo tua figlia e il ragazzo che ti sta tenendo per le palle» ho detto. «Puoi trattare quanto vuoi. Il materiale resta. Se ti muovi, parte. Al lavoro. Alle tue amicizie altolocate. A chi ti fa più male. La dirigente perfetta con il culo in aria su un letto di Madrid. Immagina.»
Ha provato. Ha parlato di avvocati, di denunce, di cacciarmi di casa, di quanto fossi ingrata, di quanto avesse lavorato per me. Ad un tratto Nael ha alzato il telefono e le ha mostrato un unica immagine: Francesca nuda e sfatta, in ginocchio, un sorriso sfinito e il viso coperto di schizzi di sborra, intorno a lei tre uomini con i cazzi ancora semiduri. Mia madre ha alzato la voce, poi l’ha abbassata, poi ha messo una mano sulla fronte. Alla fine gli occhi le si sono fatti lucidi. Non di pentimento. Di resa.
«Va bene. Accetto. Può stare qui. Non interferisco.»
«Resa incondizionata» ho precisato. «Non “non interferisco”. Obbedisci.»
Un silenzio lungo. Il trolley fermo. Marco muto alle nostre spalle.
«Obbedisco.»
Nael ha riso basso. Io mi sono sentita leggera e cattiva insieme. La vittoria aveva un sapore caldo, fisico, come una scarica nel basso ventre.
«Adesso io e Nael andiamo in camera... Indovina? A scopare» ho detto. «Voi due avete da parlarvi. Marco sa già abbastanza. Tu gli racconterai il resto, se vuoi. O no. Non ci interessa.»
Francesca non ha guardato Marco. Marco non ha guardato lei.
Siamo saliti. Ho chiuso la porta. Appena il chiavistello è scattato, Nael mi ha presa alla vita e mi ha spinta contro il legno. Il bacio era affamato, euforico, quasi da risata in bocca.
«L’abbiamo fottuta» ho sussurrato.
«L’abbiamo fottuta» ha ripetuto lui. «Ha detto obbedisco. Con me in casa, nudo, in cucina.»
Le sue mani sotto la canottiera, sul seno sodo, i capezzoli già duri. Io gli ho slacciato i pantaloni e gli ho preso il cazzo, già spesso, già caldo, la pelle scura tesa. L’ho fatto scivolare nel pugno mentre lui mi mordeva il collo.
«Oggi scopami come se fosse una festa.»
Mi ha portata sul letto. Mi ha sfilato il perizoma con i denti, naso contro la fica depilata, lingua larga sul clitoride. L’odore della mia eccitazione era già forte, acido e dolce. Mi leccava con fame, due dita dentro, poi tre, poi la lingua sul buco del culo ancora dolente. Io gli affondavo le mani nei capelli ricci e spingevo il bacino sulla sua faccia, gemendo senza più tenere il volume. Volevo che lei sentisse. Volevo che la vittoria avesse un suono.
«Sali. Voglio il cazzo. Adesso.»
Si è spogliato del tutto. Pelle scura, sudata, corpo asciutto. Il cazzo depilato enorme, le vene in rilievo. Mi si è messo sopra e mi è entrato nella fica con una spinta sola. Ero già fradicia. L’ho sentito tutto, centimetro dopo centimetro, fino alle palle. Ha iniziato a scoparmi con ritmo lungo e profondo, poi più duro, le mani sul seno, i pollici sui capezzoli. Io lo guardavo e ridevo, ansimando.
«Più forte. Fammelo sentire. Oggi abbiamo vinto. Lei è sotto e tu sei dentro di me.»
Mi ha girata a pecora. Mi ha ripresa nella fica, le anche che battevano, poi ha sputato sul culo e ha cambiato buco. Il glande ha premuto, l’anello ancora sensibile ha ceduto, e lui è scivolato dentro con un gemito. Spinte profonde, le natiche sode che battevano contro le mie. Una mano mi teneva i capelli, l’altra mi strofinava il clitoride. Venivo a ondate, squirting caldo sulle lenzuola, il viso affondato nel cuscino.
«Tua madre è sotto» ringhiava. «Ha detto obbedisco. E io ti sto sfondando il culo nella sua casa.»
«Sì. Tua. La casa è tua. Io sono tua.»
Poi mi ha rimessa sulla schiena di colpo, quasi con rabbia felice. Mi ha afferrato le caviglie, me le ha spalancate e mi ha issato le gambe sulle sue spalle. Il cazzo, già lucido, ha trovato la fica e mi è rientrato fino in fondo in una spinta sola. L’ho sentito aprirmi tutta, il glande premuto in profondità, le palle contro di me. Ho gemuto a voce alta.
Ha iniziato a scoparmi così, pesante, lungo, ogni stoccata che mi faceva piegare il bacino. Poi, senza fermarsi, mi ha preso il piede destro con la mano.
L’ha portato alla sua bocca come si porta qualcosa da mangiare.
Prima ha aperto le labbra sulla pianta. Un bacio umido, largo, poi la lingua calda che è scesa tutta, dalla punta delle dita fino al tallone. Ho sentito ogni centimetro. La saliva calda. Il respiro contro la pelle. Poi ha succhiato le dita una per una, lento, lurido, tirando l’alluce in bocca come se fosse un capezzolo. Lo succhiava. Lo leccava. Lo faceva scivolare sulle labbra. Un filo di saliva gli è colato sul mento.
«Cazzo, Nael…»
Non ha risposto. Ha solo alzato gli occhi neri sopra il mio piede e ha continuato, mentre i fianchi non si fermavano. Ogni volta che la lingua passava tra le dita, il cazzo mi batteva più a fondo, più duro. Il contrasto era insopportabile: sotto mi sfondava, sopra mi adorava. La fica mi si contraeva da sola. Sentivo il piede formicolare, bagnato, caldo, preso.
Ha premuto la pianta contro la faccia, si è respirato la pelle, ha leccato l’arco con la lingua piatta, poi ha preso due dita insieme e le ha succhiate fino a farle sparire. Un suono umido, osceno. Io mi arcuavo, le unghie nel lenzuolo, e venivo già, a scosse corte, lo squirt che mi usciva intorno al suo cazzo e gli scendeva sulle palle.
Lui ha gemuto contro il mio piede. Il suono mi è arrivato dritto in mezzo alle gambe. Ha accelerato. Adesso mi scopava davvero, secco, profondo, e nel frattempo non lasciava la pianta: baciava, succhiava, leccava come un affamato. La saliva gli colava tra le dita e cadeva sul mio seno. Il piede luccicava tutto.
«Non smettere» ho ansimato. «Leccami… succhiamelo… scopami…»
Ha preso anche l’altro piede, un attimo solo, lingua sulla pianta, poi è tornato al primo e se lo è cacciato quasi tutto in faccia, naso contro l’arco, bocca aperta sul tallone. Continuava a pomparmi. Il letto batteva. Io non riuscivo più a tenere gli occhi aperti e non volevo chiuderli: volevo vederlo con la mia pianta in bocca e il cazzo sepolto in me.
Il secondo orgasmo mi è arrivato più violento. Mi sono stretta intorno a lui, le gambe che gli tremavano sulle spalle, il piede che gli sfuggiva e lui che lo riafferrava per non perderlo. Ha succhiato l’alluce mentre io venivo, e quello mi ha fatto urlare.
Solo allora ha lasciato il piede, me l’ha rimesso sulla spalla e mi ha afferrata i fianchi. Ha iniziato a martellarmi sul serio, corto, bestiale, il cazzo più duro di prima, come se avermi leccato il piede lo avesse reso pazzo. Io ero già persa, bagnata, il piede ancora lucido di saliva, la fica che gli pulsava addosso.
«Mia» ha ringhiato.
«Tua» ho ripetuto.
Mi ha fatto mettere a cavalcioni. L’ho preso e ho iniziato a salire e scendere, il seno che oscillava, lui che me lo palpeggiava con le due mani, gli occhi accesi di trionfo. Gli ho preso il cazzo in bocca, saliva densa, gola aperta, il sapore di fica e culo sulla pelle. L’ho succhiato fino a sentirlo pulsare, poi sono risalita e me lo sono rimesso dentro.
«Vieni in me. Riempimi. Oggi è il giorno.»
Quando è venuto mi ha tenuta ferma sulle anche e mi ha riempita. Fiotti caldi, profondi. Sono rimasta lì, contraendomi intorno a lui, e sono venuta di nuovo, lenta, lunga, con la fronte contro la sua, ridendo quasi, gli occhi umidi di euforia.
Sotto, in casa, c’era silenzio.
Più tardi ho saputo il resto dal rumore delle porte. Francesca non ha parlato con Marco. Si è chiusa nello studio. Marco, dopo un po’, è uscito. La porta di casa ha fatto un click morbido. Se n’è andato a camminare, a cercare un pezzo di pace che in quelle stanze non c’era più.
Io e Nael siamo rimasti nel letto, nudi, sudati, ancora dentro la vittoria. Il suo cazzo molle e bagnato sulla mia coscia. Il mio seno contro il suo petto scuro. Il mio piede ancora umido della sua bocca.
«Ha ceduto» ho sussurrato.
«Ha ceduto» ha risposto lui. «Adesso questa casa è nostra.»
Ho chiuso gli occhi sul suo petto. Non era pace. Era trionfo. E per quella mattina, con il suono della sua sconfitta ancora in cucina e il suo seme ancora caldo in me, a me bastava.
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