NY 2/2

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SMOKING FREE. Mi sveglio tardi, diciamo pure che è pomeriggio. L’ipocrisia del telefono che abbaia I’m mad degli Slaughter and the Dogs mi ricorda l’ipocrisia della medicina da prendere. Recupero l’iPhone di fronte a una Vicky in accappatoio da chissà quanto ma assonnata più di me. Messaggi di buongiorno dalla family in Italia e richieste di rassicurazione. Considerato il fuso, e considerato che è sabato, non è troppo tardi per rispondere. Ma prima di farlo leggo un altro messaggio e rispondo "yes".

- Ehi, quello mi ci porta stasera in un posto extra cool, ahahahah - faccio a Vicky.

L'unico momento di panico è quando Seth mi chiede se voglio che mandi una macchina a prendermi. Oggi posso dire che ho fatto male a rifiutare, perché sarebbe stata una figata assoluta e chissà se e quando mi ricapita. Sul momento, invece, penso che ci manca solo che arrivi una limo o un maxi suv a prelevarmi, allora sì che mi sentirei una escort. Declino l'offerta e chiedo info sul dress code: l'unico vestito carino che ho - un po' da elegant-troia ma dignitoso - ha bisogno di una lavanderia, ieri notte un coglione ci ha fatto cadere una roba zuccherosa e appiccicaticcia, un classico in serate così. Seth mi risponde che eviterebbe gli shorts... Ho con me una gonna abbastanza fighetta, devo trovare un posto dove comprare almeno un top. Vado in automatico e cerco sul telefono ciò che cercherei a Roma: Zara. Non è nemmeno tanto lontano, wow, posso andarci a piedi.

Seth è al tavolo che mi aspetta, il ristorante è ancora più vicino a casa di quanto lo sia il negozio di Zara. Mi domanda cos'è quella faccia e gli dico la verità, cioè che ieri sera sono stata in disco e ho fatto tardi. Non sono abituata a restaurarmi il viso, non lo so proprio fare, mi sono giusto messa un po' di lipstick e un po' di rimmel. Lui sorride, dice che sono comunque sempre bellissima e stende la mano sul tavolo, afferra la mia. Sento il contatto con quella specie di carta sintetica.

- Tieni, vai a tirarti su.
- Grazie, torno subito.

La cena è qualcosa che si avvicina alla perfezione. Non tanto per il cibo (che comunque...) quanto per la sua compagnia. Nel suo appartamento mi ha mostrato cosa è capace di dire e fare, ma lì dentro è l'impeccabilità in persona. Brillantezza, umorismo contenuto, spessore, empatia. Ne sono affascinata e, cazzo, se avesse qualche anno in meno non so cosa potrebbe succedermi. Giusto prima di uscire ci facciamo ognuno per conto suo, nei bagni, fuori c'è una macchina che ci aspetta. Mi domanda dove voglio andare, se c'è qualcosa che mi piacerebbe fare o vedere. Il mio corpo direbbe "andiamo da te e fammi a pezzi tutta la notte", la mia voce invece risponde "torniamo nel posto dell'altra sera per l'ultimo drink? Mi piace Seaport". Contropropone un posto che non so bene se è il Village o già Soho. Un bordello peggio di Trastevere, ma ha ragione.

DIPENDENZE NOTTURNE. Il solo difetto di questa casa al 44esimo piano (stavolta ci ho fatto caso) è che non posso fumare, non tanto per lui quanto per l'intero edificio che è smoking free. Eppure ne ho proprio voglia, ora.

- Ok, scendo giù in strada.
(saranno le quattro e sono nuda).
- Ma cosa dici, sei seria?
(mi guarda stupefatto, forse è la prima volta che lo prendo di sorpresa)
- Ho voglia.
- Va bene...

Contrariamente alle sue raccomandazioni, non resto a fumare soffiando il fumo dalla finestra e guardando di fuori. Nonostante il panorama sia fantastico anche di notte me ne sto voltata verso l'interno dell'openspace, sentendo sulla schiena il freddo del vetro. Lo guardo sorridendo, non è bello ma ha davvero un corpo splendido.

- Sei stupenda anche con quella merda in bocca - mi dice.
- Vieni qui, Seth, mangiami la fica.

Per la prima volta capisco DAVVERO tutti quelli che mi hanno chiesto di succhiarglielo dopo essersi accesi una sigaretta. Stupida e autoreferenziale come sono, ho sempre pensato che in fondo in fondo la destinataria di quella richiesta fossi io. Come se tutti dovessero sapere quanto mi faccia perdere la testa essere relegata al secondo posto nella wish list di un maschio, dietro una sigaretta. Tipo: io adesso me ne fumo una beato e tu fai l'unica cosa che sei capace di fare (così ti stai pure zitta, tra le altre cose). Ci sono state volte in cui - correndo dietro questi pensieri e immaginando la bassa considerazione in cui ero precipitata - sono quasi venuta. Ci sono state volte in cui, dopo avere accolto in bocca lo sperma del tabagista, mi è bastato davvero un tocco. E invece non era così, si trattava solo di pensieri egocentrici. Solo adesso capisco quel fantastico dilemma: spegnerla prima della fine, rinunciare a un piacere per abbandonarsi a un altro; oppure resistere, godersi lentamente e fino in fondo la sigaretta, tirata dopo tirata, gettare il mozzicone di sotto e artigliargli i capelli. Ho scelto la seconda opzione e ho fatto non bene, strabene. Sono stata costretta ad abbandonarmi contro la vetrata, l'ho costretto a tenermi le gambe che tremavano per non farmi cadere, ho urlato, ho gridato frasi sconnesse e delirato dei "sì!", dei "quanto sei bravo!" e dei "così nessuno mai!" oggettivamente non veri, ma che in quel momento lo erano.

BREAKFAST. A svegliarmi è l'odore del caffè e questa cazzo di usanza di non chiudere le tende o di non avercele affatto. Ma è soprattutto la sua voce. Avrò dormito un'ora o poco più, anche se non sembra.

- Devo andare, tu continua a dormire.
- Dove devi andare? Che ore sono?
- Le sei e mezza, devo andare a correre e poi in palestra, e poi... via.
- Alle sei e mezza di domenica? È incivile.
- Sono i miei orari, tu però resta tutto il tempo che vuoi.
- Ma io voglio restare qui, con te.
- Non è possibile piccola. Se vuoi, in cucina trovi tutto quello che ti serve per la colazione.

Allungo la mano sui suoi pantaloncini, in mezzo alle sue gambe. Mi sento perfettamente sveglia e ne voglio ancora un po’.

- Peccato, volevo fare colazione con un'altra cosa - miagolo come una ragazzina ma sostenendo il suo sguardo.
- Forse un po' di tempo ce l'ho.

Si toglie la maglietta e mi ribalta, sale sopra di me, si stende, mi schiaccia: rido come quella stessa ragazzina che l'ha avuta vinta dopo l'ennesimo capriccio. La mia guancia da baciare, i miei capelli da scostare, il mio lobo da succhiare, tutto quanto di me da leccare: mi offro e sospiro. Sento sulla schiena il duro dei suoi muscoli e sulle chiappe il duro del suo cazzo: mi eccito e ansimo. È una delle poche volte in cui un mio "lo voglio in bocca" viene ignorato. Mi incula senza esitazioni, urlo senza ritegni. Strepito e dico le solite cose, di italiano non sa nemmeno una parola ma credo proprio che capisca lo stesso e che non gliene freghi nulla, mi tiene bloccata sotto il suo peso e mi allarga le gambe con le sue. Non so quanto tempo passi prima di sentire di nuovo la sua voce, oltre che il suo affanno.

- Ti faccio male?
- Sì.
- Ti piace?
- Sì.

Esplodo. E lui con me e dentro di me.

UN CAFFÈ CON VICKY. Prima di salire a casa faccio una puntata in uno Starbucks portandomi via la classica coppa bollente con il tappo. Due salviettine mi evitano l'ustione alla mano. Ho voglia di dormire ma anche di caffè, non sarà certo quello a tenermi sveglia. Come la prima volta, sono tornata da sola: ma stavolta ho il culo in fiamme e la schiena a pezzi, non ho idea di quante volte mi sia contorta e inarcata. Forse mai come questa volta, però, i dolori del piacere mi sembrano così dolci. Stranamente, non mi fa male la laringe, eppure dovrebbe. E a te, Seth, non fanno male le orecchie oltre che il cazzo? Non sarò una prostituta ma sono una troia: stanotte me l'hai fatto dire tante di quelle volte che spero tu abbia capito quanto mi piace non solo esserlo ma strillarlo. E stamattina mi hai fatta tua come da parecchio non mi capitava. Parlo dell’intensità, non della porta che hai forzato.

Nonostante non sia più prestissimo, dentro casa dominano silenzio e penombra. Vado in camera a posare la borsa e noto il letto che è un casino. Eppure sono quasi sicura di averlo rifatto, ieri. No, anzi, ne sono certa.

Mi siedo in cucina con il mio Starbucks e dopo un po' appare Vicky in versione-zombie: "mornin' Annalisa", probabilmente l’ho svegliata io. Indossa una maglietta del Barcellona che le lascia il sedere scoperto, si mette a trafficare con quella macchina per il caffè che io non so usare. Viene a sedersi davanti a me con la sua mug e vedo che tra le gambe ha un triangolino molto ridotto e scurissimo. Penso che è un po' di tempo che non ne vedo una non depilata e subito mi torna in mente l'ultima ragazza cui l'ho leccata, non esattamente il massimo dell’accuratezza. Era talmente sottona che mi chiese scusa.

- Qualcuno ha dormito qui? - domando.
- Phil, ieri sera era ubriaco... ti dispiace?
- No, non importa.

In realtà mi secca, ci contavo molto su un bel letto fresco e pulito. Ma vabbè, non protesto, quella che stanotte è uscita dai binari sono io. Cioè, è quello che penso.

- Ha il cazzo come un elefante - dice come sovrappensiero e con la voce ancora assonnata.

Sogghigno senza guardarla. D'accordo, mi arrendo, abbiamo infranto il diaframma delle confidenze più intime. Del resto non c'è nulla che io possa nascondere: sono uscita ieri sera con un uomo molto più grande di me e sono ricomparsa stamattina. Semmai è lei che ha scelto di mettersi sul mio stesso piano. Direi che la cosa va apprezzata. Il solo segreto che non mi va di rivelare, anche se a sto punto è ridicolo, è che con Seth ci avevo scopato già la prima sera. Più che per pudore, lo faccio per tenere il punto.

- Come è andata?
- Bene.
- Ti ha portata in un posto figo?
- Davvero fantastico, all'inizio del parco.
- E poi?
- Siamo andati in un posto al Village e poi da lui.
- È stato stronzo?
- No, assolutamente no, perché me lo chiedi?
- Perché non so come inquadrare il tipo.
- Il tipo è ok - le assicuro.
- Tu avevi voglia?
- Sì.
- Ha un bel cazzo?
- Normale, ma funziona.
- E funziona a lungo?
- Sì, anche stamattina. Stamattina mi ha inculata.
- Ah. Ti piace?
- Dipende.
- Da cosa?
- Difficile da spiegare.
- Con lui ti è piaciuto?
- Molto.

Mi do della scema perché mi rendo conto di averglielo confessato per bilanciare la confessione sul “cazzo da elefante”. La mia solita miserabile competitività che a volte mi fa essere cretina. Tanto varrebbe dirle che la prima volta mi è piaciuta molto ma che la seconda mi è piaciuta moltissimo, quando gliel'ho chiesto io. Non sarò una prostituta ma sono una troia, Seth. E poi non capita tutti i giorni di poter dire “fuck my ass”. In inglese, come se fossi su Youporn: i perversi sogni di un’adolescente che sono diventati realtà.

- Una sera di queste... sai che fantasia ho? - dice Vicky ancora una volta come sovrappensiero. È il suo modo di affrontare certi argomenti, lo sto imparando.
- No.
- Con due uomini, insieme. Intendo "insieme" - mi fa tracciando le virgolette nell'aria.
- Davvero?
- Tu no?
- Ci ho pensato - rispondo - ma un conto è pensare e...
- Ci ho pensato pure io, ma stavo scherzando - mi dice.
- Beh, comunque Phil non mi pare una brutta alternativa.
- Phil?
- No?
- Povera anima, lascialo stare Phil. Stanotte voleva persino dormire con me.
- Beh... - le faccio, lasciando in sospeso che tutto sommato, dopo esserselo fatto, non mi pare un desiderio così assurdo.
- Gli ho detto che lui non mi piace, non sono interessata, ma l'ho anche fatto scopare, spero che gli basti.

FINE
scritto il
2026-07-21
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