Giulia + Nael - La prova definitiva (10)
di
OpenMinded35
genere
prime esperienze
Nei giorni successivi Nael ha continuato a vivere a casa con me. Marco non opponeva più nessuna resistenza. Era vinto, avvilito. Quando tornava dal lavoro diventava un fantasma: chiuso in silenzio nella sua camera, senza quasi uscire. Aveva trovato il letto suo e di Francesca in disordine, aveva capito subito che ci avevamo scopato sopra. Aveva cambiato le lenzuola e sistemato tutto senza dire una parola.
Eravamo in camera mia, accoccolati sul letto. Avevo la testa sul suo petto e sentivo il battito del suo cuore. Gli parlai a bassa voce, guardandolo negli occhi.
«In meno di due mesi, da quella sera nel parcheggio della discoteca, tu hai avuto il potere di farmi rinascere. Di farmi sentire finalmente libera. Ti sono grata per questo. Ti amo, Nael. Rifarei ogni cosa. Amo essere la tua puttana. Ti desidero sempre di più.»
Nael mi ascoltava compiaciuto, gli occhi scuri pieni di affetto e di possesso. Mi accarezzava i capelli.
«Sei diventata esattamente come ti volevo» disse. «E anche di più.»
Presi un respiro e gli confessai la nuova voglia.
«C’è una cosa che desidero. Mi è nata piano. Non è saltata fuori da un porno. È cresciuta dopo che mi hai fatto pulire il cazzo sporco. Dopo che abbiamo leccato la mia cacca dalle tue dita e ci siamo baciati. Dopo che ti ho messo il dildo nel culo e te l’ho succhiato. Ogni volta, dopo, restava un pezzo di me che ancora si vergognava. Quella parte che parla con la voce di mia madre. Ora... Voglio che tu mi faccia la cacca in bocca. Non per gioco. Come prova. La più totale che so immaginare.»
Nael rimase sbigottito. Mi guardò a lungo.
«Perché?» chiese. «Perché proprio questo. Dimmi la verità. Non quella da troia. Quella tua.»
Rimasi zitta qualche secondo. Poi parlai piano, senza recitare.
«Perché io non so stare in mezzo. O sono la figlia perfetta, o devo essere l’opposto fino in fondo. Mia madre mi ha insegnato che il valore sta nella pulizia. Nei voti. Nel corpo giusto. Nel non fare la figura della slandra. Ogni volta che mi sottometto a te, quella voce non muore. Si nasconde e poi torna. Mi dice che sto solo facendo una fase, che poi mi pentirò, che tornerò brava. Io non voglio pentirmi. Non voglio un’uscita di sicurezza. Questo è l’unico atto che quella voce non può metabolizzare. Non può trasformarlo in “esperimento”. Non può dirlo a tavola. Non può perdonarlo. Se lo faccio, non posso più tornare a casa nella mia vecchia pelle. Non posso più sedermi sul divano e fare finta di essere ancora la ragazza dei 9 e dei 10. È l’unico modo che ho per tagliare. Per farla finita con lei dentro di me. Non è che mi piace la merda in sé, Nael. Mi piace quello che significa. Che tu puoi mettermi in bocca anche la cosa più intollerabile e io non ti rifiuto. Che non tengo più niente per me. Che il mio corpo, la mia vergogna, il mio orgoglio, anche il mio disgusto… sono tuoi. Se lo fai, quella Giulia muore. E io resto solo quella che hai fatto tu.»
Nael restò in silenzio. Mi accarezzò il viso con il pollice, come se stesse pesando se io stessi chiedendo sesso o una condanna.
«Hai paura che senza questo torni quella di prima» disse piano.
«Sì. E ho ancora più paura di restare spaccata in due per sempre. Metà santa, metà tua. Non ce la faccio. Voglio un punto dopo il quale non esiste più la metà santa.»
Nael annuì, gli occhi più scuri.
«Come lo vuoi fare?»
«In bagno. Mi stendo a terra sulla schiena. Tu ti accovacci sul mio viso e usi la mia bocca come un water. Ci guardiamo negli occhi. Io proverò a ingoiarne, voglio farlo. Ma non sono sicura che ci riuscirò. Se non riesco, la terrò in bocca il più a lungo possibile. Dopo voglio che mi inculi con violenza, come piace a te, ancora con il sapore della tua cacca in bocca. A novanta, sul mobile, così continuiamo a guardarci. Voglio vedermi mentre succede. Altrimenti una parte di me può ancora dire che non è vero.»
«Ci sto» disse. «Se per te è questo il taglio… te lo do. Andiamo. Mi scappa proprio adesso.»
Ci denudammo e andammo nel bagno della mia camera. Ci baciammo a lungo. Poi Nael mi fece inginocchiare sul piatto della doccia.
Alzai il viso. Avevo ancora quella faccia da ragazzina: ovale pulito, pelle chiara e liscia, occhi neri grandi e profondi che da piccola facevano dire a tutti che sembravo un angelo. Labbra carnose, morbide, da bocca che fino a poche settimane prima aveva conosciuto solo baci goffi. Un viso innocente. Quasi da prima comunione. Sotto, il corpo già da donna: seno grande, sodo, perfetto, capezzoli grandi e turgidi, curve, addome piatto, fica depilata lucida, piedi curati, pelle burrosa da diciottenne. Le mani piccole e curate salirono sulle sue gambe, accarezzandogli i polpacci e le cosce mentre aspettavo con la bocca aperta.
Nael mi guardò quel viso angelico e vi posò il cazzo contro le labbra.
Aprii la bocca. Il getto di piscio caldo e forte mi riempì. L’odore acre mi salì al naso. Ne ingoiai una parte. Il resto mi colò dal mento, scese sul collo e scivolò tra il seno sodo, bagnandomi i capezzoli. Le lacrime mi luccicarono sugli occhi da bambina perbene. Non erano solo lacrime di sforzo. Era anche il sollievo sporco di chi sta bruciando un ponte.
Poi mi stesi a terra sulla schiena. Nael si accovacciò sul mio viso. Le cosce calde e sudate mi chiusero la testa. Ci guardammo. Il suo sguardo da ventenne già corrotto contro il mio viso ancora da ragazza innocente.
Alzai la bocca e gli leccai il buco. Pelle calda, umida, sapore terroso. Nael cominciò a spingere. Prima i peti. Caldi, acre. Li respirai tutti, gli occhi neri spalancati, la faccia da angelo premuta sotto il culo del maranza.
«Apri.»
L’ano si dilatò sulle mie labbra carnose. Un primo stronzo lungo e compatto scese dritto in bocca. Caldo. Pesante. Denso. L’odore esplose, fecale, nauseante e dolciastro. Il sapore amaro, terroso, metallico. La massa premeva sulla lingua, riempiva le viscere della bocca, spingeva il palato.
Nael non staccò gli occhi dal mio viso.
«Dovrebbe vederti tua madre. Quella faccia da santa. Quella faccia da figlia perfetta. Distesa per terra a farsi cagare in bocca dal maranza marocchino sporco. Hai ancora gli occhi da vergine e la merda in bocca. Un mese fa eri intoccata. Guarda che sei diventata.»
Mugolai con la bocca piena. Il suono uscì dolce, quasi da lamento da ragazzina, e invece era lussuria e qualcosa di più duro: la sensazione di aver finalmente messo le mani sulla ragazza che Francesca aveva costruito, e di starla spezzando. Le lacrime scendevano sulle guance lisce. Con una mano mi infilai due dita nella fica depilata e mi masturbai oscenamente.
«Mastica. Ingoia.»
Annuii. Masticiai. La merda si sfaldò, viscida. I conati sollevarono il collo sottile. Deglutii. Un pezzo. Poi un altro. La massa calda scese lenta. Continuavo a toccarmi. Le labbra da bacio innocente erano unte e marroni. E pensavo: non è che mi sto sporcando. Sto chiudendo la porta. Quella del salotto, quella dei voti, quella della figlia che non delude. Se ingoio, lei non può più richiamarmi.
Ingoiai la maggior parte. Aprii la bocca e gli mostrai la lingua marrone in mezzo a quel viso da angelo.
«Ora arriva il resto.»
Altra merda. Più abbondante, più morbida. Mi riempì la bocca. Colava agli angoli delle labbra carnose, sporcava la pelle da bambina.
Mi afferrò per i capelli e mi tirò su. Mi mise a novanta sul mobile, il viso nello specchio. Lì si vedeva tutto: gli occhi neri da innocente, le guance lisce, le labbra da santa piene di merda. Dietro, Nael. Pelle liscia e scura, sudata. Viso da ragazzino e sguardo da animale. Corpo asciutto e nervoso. Cazzo depilato enorme, più duro del solito, gonfio di una potenza che gli veniva proprio dal vedermi così. Natiche piccole e sode già contratte.
Mi leccò l’ano con avidità. Sputò. Mi penetrò di colpo. Ventidue centimetri aperti dentro di me in una spinta sola. Nello specchio lui si vide entrare e, nello stesso istante, vide il mio viso angelico con la bocca piena della sua merda, il seno sodo che oscillava, i capezzoli turgidi.
Quella visione lo fece diventare ancora più grosso. Lo sentivo. Il cazzo si indurì come ferro. Lo spinse senza riguardo nel mio culo ormai abituato. A ogni stoccata le natiche sode si contraevano, i muscoli della schiena si disegnavano sotto la pelle scura.
Mi pompò il culo con una violenza inaudita. Mi teneva per i capelli, costringendomi a guardarlo nello specchio: il mio viso da santa e il suo cazzo che mi sfondava.
«Mastica. Ingoia. Non ti fermare. Fatti vedere. Quella faccia. Quella faccia da brava ragazza con la mia merda in bocca.»
Masticavo mentre lui mi martellava. Mi toccavo. Venivo a ondate corte e sporche. Ogni orgasmo era una conferma e un funerale insieme. Guardavo quella faccia nello specchio e capivo perché avevo voluto lo specchio: dovevo assistere. Altrimenti la parte santa avrebbe potuto dire, dopo, che era successo a un’altra.
«Troia. Cesso. La figlia modello. Diciotto anni. Vergine fino all’altro ieri. E adesso sei il mio water e il mio culo da rompere.»
La mucosa bruciò, poi si lacerò. Il sangue caldo si mescolò al resto. Il cazzo usciva striato di rosso. Il mio ano era slabbrato, aperto, sanguinante. Il dolore e il piacere divennero la stessa cosa.
Finii di ingoiare. Alzai gli occhi neri, ancora da bambina perbene, e gli dissi con la voce rotta:
«Ti amo più di me stessa.»
Non era una frase da romanzo. Era il riassunto di quello che avevo appena fatto: avevo messo lui sopra il disgusto, sopra la madre, sopra la ragazza che ero. Nael spinse fino in fondo. Le natiche sode si tesero. Venne. Fiotti caldi mi inondarono, mescolandosi al sangue.
Quando sfilò, un fiotto denso di sborra e sangue colò dal mio ano slabbrato.
Crollammo sul tappeto. Sudati, sporchi, ansimanti. Il suo corpo scuro contro il mio corpo chiaro. Il mio viso ancora sporco, ancora troppo giovane per quello che c’era sopra.
Nael mi guardò.
«Sei una troia totale. Quella faccia… non avrei mai immaginato. Un mese fa ti scappava il cuore per un bacio. Adesso ti faccio la cacca in bocca e ti rompo il culo e tu mi ringrazi con gli occhi da santa.»
Gli sussurrai contro il petto, il sapore della sua merda ancora sulla lingua:
«Non è che mi sento sporca. Mi sento intera. Per la prima volta non c’è più una Giulia di riserva. Quella delle pagelle e dei sorrisi a tavola. L’abbiamo uccisa. Resta solo questa. La tua.»
Lui mi strinse. Sul pavimento del bagno restavano due ragazzi. Uno di vent’anni. Una di diciotto, con il viso da angelo e niente più di innocente da salvare. Non era pace. Era un taglio. E in quel taglio, per quanto storto, io per la prima volta non sentivo la voce di mia madre. Sentivo solo lui. E il silenzio, dopo, mi sembrò libertà.
Eravamo in camera mia, accoccolati sul letto. Avevo la testa sul suo petto e sentivo il battito del suo cuore. Gli parlai a bassa voce, guardandolo negli occhi.
«In meno di due mesi, da quella sera nel parcheggio della discoteca, tu hai avuto il potere di farmi rinascere. Di farmi sentire finalmente libera. Ti sono grata per questo. Ti amo, Nael. Rifarei ogni cosa. Amo essere la tua puttana. Ti desidero sempre di più.»
Nael mi ascoltava compiaciuto, gli occhi scuri pieni di affetto e di possesso. Mi accarezzava i capelli.
«Sei diventata esattamente come ti volevo» disse. «E anche di più.»
Presi un respiro e gli confessai la nuova voglia.
«C’è una cosa che desidero. Mi è nata piano. Non è saltata fuori da un porno. È cresciuta dopo che mi hai fatto pulire il cazzo sporco. Dopo che abbiamo leccato la mia cacca dalle tue dita e ci siamo baciati. Dopo che ti ho messo il dildo nel culo e te l’ho succhiato. Ogni volta, dopo, restava un pezzo di me che ancora si vergognava. Quella parte che parla con la voce di mia madre. Ora... Voglio che tu mi faccia la cacca in bocca. Non per gioco. Come prova. La più totale che so immaginare.»
Nael rimase sbigottito. Mi guardò a lungo.
«Perché?» chiese. «Perché proprio questo. Dimmi la verità. Non quella da troia. Quella tua.»
Rimasi zitta qualche secondo. Poi parlai piano, senza recitare.
«Perché io non so stare in mezzo. O sono la figlia perfetta, o devo essere l’opposto fino in fondo. Mia madre mi ha insegnato che il valore sta nella pulizia. Nei voti. Nel corpo giusto. Nel non fare la figura della slandra. Ogni volta che mi sottometto a te, quella voce non muore. Si nasconde e poi torna. Mi dice che sto solo facendo una fase, che poi mi pentirò, che tornerò brava. Io non voglio pentirmi. Non voglio un’uscita di sicurezza. Questo è l’unico atto che quella voce non può metabolizzare. Non può trasformarlo in “esperimento”. Non può dirlo a tavola. Non può perdonarlo. Se lo faccio, non posso più tornare a casa nella mia vecchia pelle. Non posso più sedermi sul divano e fare finta di essere ancora la ragazza dei 9 e dei 10. È l’unico modo che ho per tagliare. Per farla finita con lei dentro di me. Non è che mi piace la merda in sé, Nael. Mi piace quello che significa. Che tu puoi mettermi in bocca anche la cosa più intollerabile e io non ti rifiuto. Che non tengo più niente per me. Che il mio corpo, la mia vergogna, il mio orgoglio, anche il mio disgusto… sono tuoi. Se lo fai, quella Giulia muore. E io resto solo quella che hai fatto tu.»
Nael restò in silenzio. Mi accarezzò il viso con il pollice, come se stesse pesando se io stessi chiedendo sesso o una condanna.
«Hai paura che senza questo torni quella di prima» disse piano.
«Sì. E ho ancora più paura di restare spaccata in due per sempre. Metà santa, metà tua. Non ce la faccio. Voglio un punto dopo il quale non esiste più la metà santa.»
Nael annuì, gli occhi più scuri.
«Come lo vuoi fare?»
«In bagno. Mi stendo a terra sulla schiena. Tu ti accovacci sul mio viso e usi la mia bocca come un water. Ci guardiamo negli occhi. Io proverò a ingoiarne, voglio farlo. Ma non sono sicura che ci riuscirò. Se non riesco, la terrò in bocca il più a lungo possibile. Dopo voglio che mi inculi con violenza, come piace a te, ancora con il sapore della tua cacca in bocca. A novanta, sul mobile, così continuiamo a guardarci. Voglio vedermi mentre succede. Altrimenti una parte di me può ancora dire che non è vero.»
«Ci sto» disse. «Se per te è questo il taglio… te lo do. Andiamo. Mi scappa proprio adesso.»
Ci denudammo e andammo nel bagno della mia camera. Ci baciammo a lungo. Poi Nael mi fece inginocchiare sul piatto della doccia.
Alzai il viso. Avevo ancora quella faccia da ragazzina: ovale pulito, pelle chiara e liscia, occhi neri grandi e profondi che da piccola facevano dire a tutti che sembravo un angelo. Labbra carnose, morbide, da bocca che fino a poche settimane prima aveva conosciuto solo baci goffi. Un viso innocente. Quasi da prima comunione. Sotto, il corpo già da donna: seno grande, sodo, perfetto, capezzoli grandi e turgidi, curve, addome piatto, fica depilata lucida, piedi curati, pelle burrosa da diciottenne. Le mani piccole e curate salirono sulle sue gambe, accarezzandogli i polpacci e le cosce mentre aspettavo con la bocca aperta.
Nael mi guardò quel viso angelico e vi posò il cazzo contro le labbra.
Aprii la bocca. Il getto di piscio caldo e forte mi riempì. L’odore acre mi salì al naso. Ne ingoiai una parte. Il resto mi colò dal mento, scese sul collo e scivolò tra il seno sodo, bagnandomi i capezzoli. Le lacrime mi luccicarono sugli occhi da bambina perbene. Non erano solo lacrime di sforzo. Era anche il sollievo sporco di chi sta bruciando un ponte.
Poi mi stesi a terra sulla schiena. Nael si accovacciò sul mio viso. Le cosce calde e sudate mi chiusero la testa. Ci guardammo. Il suo sguardo da ventenne già corrotto contro il mio viso ancora da ragazza innocente.
Alzai la bocca e gli leccai il buco. Pelle calda, umida, sapore terroso. Nael cominciò a spingere. Prima i peti. Caldi, acre. Li respirai tutti, gli occhi neri spalancati, la faccia da angelo premuta sotto il culo del maranza.
«Apri.»
L’ano si dilatò sulle mie labbra carnose. Un primo stronzo lungo e compatto scese dritto in bocca. Caldo. Pesante. Denso. L’odore esplose, fecale, nauseante e dolciastro. Il sapore amaro, terroso, metallico. La massa premeva sulla lingua, riempiva le viscere della bocca, spingeva il palato.
Nael non staccò gli occhi dal mio viso.
«Dovrebbe vederti tua madre. Quella faccia da santa. Quella faccia da figlia perfetta. Distesa per terra a farsi cagare in bocca dal maranza marocchino sporco. Hai ancora gli occhi da vergine e la merda in bocca. Un mese fa eri intoccata. Guarda che sei diventata.»
Mugolai con la bocca piena. Il suono uscì dolce, quasi da lamento da ragazzina, e invece era lussuria e qualcosa di più duro: la sensazione di aver finalmente messo le mani sulla ragazza che Francesca aveva costruito, e di starla spezzando. Le lacrime scendevano sulle guance lisce. Con una mano mi infilai due dita nella fica depilata e mi masturbai oscenamente.
«Mastica. Ingoia.»
Annuii. Masticiai. La merda si sfaldò, viscida. I conati sollevarono il collo sottile. Deglutii. Un pezzo. Poi un altro. La massa calda scese lenta. Continuavo a toccarmi. Le labbra da bacio innocente erano unte e marroni. E pensavo: non è che mi sto sporcando. Sto chiudendo la porta. Quella del salotto, quella dei voti, quella della figlia che non delude. Se ingoio, lei non può più richiamarmi.
Ingoiai la maggior parte. Aprii la bocca e gli mostrai la lingua marrone in mezzo a quel viso da angelo.
«Ora arriva il resto.»
Altra merda. Più abbondante, più morbida. Mi riempì la bocca. Colava agli angoli delle labbra carnose, sporcava la pelle da bambina.
Mi afferrò per i capelli e mi tirò su. Mi mise a novanta sul mobile, il viso nello specchio. Lì si vedeva tutto: gli occhi neri da innocente, le guance lisce, le labbra da santa piene di merda. Dietro, Nael. Pelle liscia e scura, sudata. Viso da ragazzino e sguardo da animale. Corpo asciutto e nervoso. Cazzo depilato enorme, più duro del solito, gonfio di una potenza che gli veniva proprio dal vedermi così. Natiche piccole e sode già contratte.
Mi leccò l’ano con avidità. Sputò. Mi penetrò di colpo. Ventidue centimetri aperti dentro di me in una spinta sola. Nello specchio lui si vide entrare e, nello stesso istante, vide il mio viso angelico con la bocca piena della sua merda, il seno sodo che oscillava, i capezzoli turgidi.
Quella visione lo fece diventare ancora più grosso. Lo sentivo. Il cazzo si indurì come ferro. Lo spinse senza riguardo nel mio culo ormai abituato. A ogni stoccata le natiche sode si contraevano, i muscoli della schiena si disegnavano sotto la pelle scura.
Mi pompò il culo con una violenza inaudita. Mi teneva per i capelli, costringendomi a guardarlo nello specchio: il mio viso da santa e il suo cazzo che mi sfondava.
«Mastica. Ingoia. Non ti fermare. Fatti vedere. Quella faccia. Quella faccia da brava ragazza con la mia merda in bocca.»
Masticavo mentre lui mi martellava. Mi toccavo. Venivo a ondate corte e sporche. Ogni orgasmo era una conferma e un funerale insieme. Guardavo quella faccia nello specchio e capivo perché avevo voluto lo specchio: dovevo assistere. Altrimenti la parte santa avrebbe potuto dire, dopo, che era successo a un’altra.
«Troia. Cesso. La figlia modello. Diciotto anni. Vergine fino all’altro ieri. E adesso sei il mio water e il mio culo da rompere.»
La mucosa bruciò, poi si lacerò. Il sangue caldo si mescolò al resto. Il cazzo usciva striato di rosso. Il mio ano era slabbrato, aperto, sanguinante. Il dolore e il piacere divennero la stessa cosa.
Finii di ingoiare. Alzai gli occhi neri, ancora da bambina perbene, e gli dissi con la voce rotta:
«Ti amo più di me stessa.»
Non era una frase da romanzo. Era il riassunto di quello che avevo appena fatto: avevo messo lui sopra il disgusto, sopra la madre, sopra la ragazza che ero. Nael spinse fino in fondo. Le natiche sode si tesero. Venne. Fiotti caldi mi inondarono, mescolandosi al sangue.
Quando sfilò, un fiotto denso di sborra e sangue colò dal mio ano slabbrato.
Crollammo sul tappeto. Sudati, sporchi, ansimanti. Il suo corpo scuro contro il mio corpo chiaro. Il mio viso ancora sporco, ancora troppo giovane per quello che c’era sopra.
Nael mi guardò.
«Sei una troia totale. Quella faccia… non avrei mai immaginato. Un mese fa ti scappava il cuore per un bacio. Adesso ti faccio la cacca in bocca e ti rompo il culo e tu mi ringrazi con gli occhi da santa.»
Gli sussurrai contro il petto, il sapore della sua merda ancora sulla lingua:
«Non è che mi sento sporca. Mi sento intera. Per la prima volta non c’è più una Giulia di riserva. Quella delle pagelle e dei sorrisi a tavola. L’abbiamo uccisa. Resta solo questa. La tua.»
Lui mi strinse. Sul pavimento del bagno restavano due ragazzi. Uno di vent’anni. Una di diciotto, con il viso da angelo e niente più di innocente da salvare. Non era pace. Era un taglio. E in quel taglio, per quanto storto, io per la prima volta non sentivo la voce di mia madre. Sentivo solo lui. E il silenzio, dopo, mi sembrò libertà.
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