Raccolta - Il patto proibito
di
Michael035
genere
incesti
Introduzione
Questa raccolta riunisce racconti erotici autoconclusivi, ciascuno nato da un'idea o da uno spunto narrativo. Le storie non sono collegate tra loro e possono essere lette in qualsiasi ordine.
Chiunque desideri proporre un'idea per un futuro racconto può inviarmela via email. Gli spunti selezionati saranno sviluppati in un racconto originale e, salvo diversa richiesta, il nome dell'autore dell'idea sarà indicato all'inizio del racconto come riconoscimento del suo contributo.
Buona lettura.
Racconto proposto da: Inchiostro e mente
Potete scrivermi qui:
[ storieeraccontidim@gmail.com ]
———————
Ci sono odori che ti si incollano all'anima prima ancora che ai vestiti. Il mix nauseante di olio fritto, sugo ristretto e sgrassatore industriale al limone è diventato la mia seconda pelle, il marchio indelebile della mia prigionia.
Mio padre lo chiama "il nostro futuro", ma per me questo ristorante è solo un casello autostradale. Devo pagarmi il biglietto d'uscita, che ha la forma di una laurea in economia, e l'unico modo per farlo è spaccarmi la schiena qui dentro. Tra i turni massacranti, le prove con la band che saltano sistematicamente insieme agli allenamenti di calcio. La mia vita privata è praticamente finita.
Ho rotto con Martina, la mia ragazza, perché ormai non riuscivamo più a vederci:
«Non ci sei mai, Lorenzo. E quando ci sei, sei troppo stanco o devi studiare o allenarti o suonare con la tua cazzo di band», mi ha detto, prima di andarsene definitivamente. Aveva ragione. Non potevo biasimarla, ma il vuoto che ha lasciato si è sommato allo stress per gli esami, trasformandomi in una corda di violino pronta a spezzarsi.
Senza una ragazza, senza valvole di sfogo, l'unica donna con cui passo la maggior parte del mio tempo è mia madre, Manuela.
Dovrei vederla solo come madre, ma il problema è che non ci riesco proprio e la biologia, a volte, se ne frega delle etichette familiari. Soprattutto quando lei è un metro e cinquantanove di curve esplosive, mora, con un sorriso solare che illumina la sala e una quinta misura di seno che nessun vestito riesce a far passare inosservata.
Ho iniziato a guardarla con occhi diversi. Occhi sbagliati. Me ne rendo conto da solo, mi do del coglione cento volte al giorno, ma è più forte di me. È una presenza fissa, accogliente. È una madre comprensiva quando mi vede distrutto dai libri, ma sa essere un sergente di ferro quando c'è da mandare avanti la baracca. Per nascondere questo stupido cortocircuito ormonale, ho alzato il tiro delle mie solite battutine. Sono estroverso, il ragazzino sfacciato con la battuta a doppio senso sempre pronta. Lei ci è abituata, alza gli occhi al cielo o mi dà uno scappellotto affettuoso, liquidando il tutto come "il solito Lorenzo". Non immagina nemmeno lontanamente cosa mi passi per la testa.
Fino a una sera...
La cucina è un girone dantesco. Fuori c'è il pienone, fa un caldo asfissiante e la ventola d'aspirazione sembra rantolare. Ho la maglietta appiccicata ai muscoli della schiena, i capelli umidi di sudore, e l'ansia per l'esame di Economia che avrò tra tre giorni mi martella le tempie.
A un certo punto, le porte a battente si aprono.
Manuela entra per sollecitare una comanda. Lei è quasi sempre alla cassa, il che significa che è vestita in modo impeccabile: una gonna a tubino scura che le fascia i fianchi alla perfezione e una blusa di seta avorio. Entra nel mio inferno di vapore e grasso portando con sé un'ondata del suo profumo dolce, qualcosa che sa di vaniglia e fiori.
«Lory, il tavolo quattro aspetta i risotti da venti minuti, a che punto siamo?» chiede, con quel tono autoritario ma morbido che mi fa impazzire.
«Dammi due minuti e impiatto, Mà. Ho sempre e solo due mani», le rispondo, senza staccare gli occhi dalle padelle che sto spadellando.
«Meno male, un polpo non saprebbe fare le tue battutacce», ribatte lei, mezza divertita.
Si volta verso il bancone dei camerieri per riorganizzare dei tovaglioli di stoffa. Per farlo, si piega leggermente in avanti.
Il movimento tende il tessuto della gonna sul suo fondoschiena tondo e perfetto. Resto incantato. Il cervello mi si svuota all'istante, cancellando le comande, l'università, mio padre assente, Martina. Ci siamo solo io e la linea sinuosa dei suoi fianchi.
Inconsapevolmente, sposto la mano sinistra per afferrare una pinza. Sbaglio mira. Il mio avambraccio si appoggia direttamente sul bordo rovente della griglia di ghisa.
Il rumore della pelle che frigge arriva una frazione di secondo prima del dolore.
«Porca puttana!» urlo, stringendo i denti e ritraendo il braccio di scatto.
Mia madre si gira di botto, lasciando cadere i tovaglioli. Gli occhi scuri le si sgranano. In un secondo cancella le distanze e mi è addosso.
«Lorenzo! Attento però, fammi vedere che ti sei fatto!»
Non mi dà nemmeno il tempo di rispondere. Mi afferra il polso con una presa ferrea, sorprendentemente forte, e mi trascina verso il lavandino di servizio. Apre il rubinetto dell'acqua fredda al massimo e ci spinge sotto il mio braccio.
Il getto ghiacciato è un sollievo per l'ustione, ma il vero shock termico è il corpo di mia madre. Lo spazio davanti al lavandino è angusto e lei, per tenermi fermo il braccio, si è dovuta premere contro di me. Sento il calore del suo petto generoso schiacciato contro il mio bicipite. Il suo respiro accelerato mi sbatte contro il collo, facendomi venire i brividi.
«Sei un proprio un caprone certe volte...» mormora, il tono severo che si incrina in una sincera preoccupazione materna. L'odore del suo profumo ora copre del tutto quello della cucina.
«Ma si può sapere dove stavi guardando?»
Tiro su col naso, il respiro irregolare. Il bruciore al braccio sta già passando in secondo piano, sovrastato dall'elettricità che mi sta attraversando il corpo per quel contatto. Mi volto leggermente a guardarla. È così vicina che posso contare le sue ciglia.
«Niente mà, ero semplicemente distratto... scusa», mormoro, la voce stranamente rauca, più bassa del solito. Niente tono da ragazzino sfrontato, niente ironia. Solo una scusa banale.
Manuela alza lo sguardo sul mio viso. I nostri occhi si agganciano. L'acqua continua a scorrere rumorosamente sul metallo del lavandino, ma per un istante infinito sembra che il tempo in cucina si sia cristallizzato.
La sua espressione cambia. Passa dalla preoccupazione a un lampo di improvvisa consapevolezza. Capisce esattamente a cosa mi sto riferendo. Socchiude le labbra, forse per rimproverarmi, forse per dirmi la sua solita frase di incoraggiamento, ma non dice nulla.
La sua presa sul mio polso si allenta leggermente, ma non si sposta di un millimetro. Non si allontana. Rimane premuta contro di me, intrappolata nel mio sguardo, mentre l'acqua gelida continua a scorrere.
La serata finalmente giunse al termine. Il rumore dell’ultima sedia rovesciata sul tavolo segnò la fine ufficiale dell’inferno. Erano passate da poco le due di notte. Le luci della sala principale erano state dimezzate, lasciando il ristorante in una penombra ambrata che faceva sembrare tutto più finto, quasi un set cinematografico abbandonato.
Manuela si passò una mano tra i capelli, sfilando l’elastico che li teneva legati e lasciando cadere le onde scure sulle spalle. Sembrava esausta, ma la sua camicetta, per qualche legge della fisica a me sconosciuta, era ancora maledettamente perfetta.
Si appoggiò al bancone del bar e guardò i ragazzi della sala.
«Ok, basta così per stasera», disse, la voce incrinata dalla stanchezza.
«Marco, Sara, Ambra… voi vi siete fatti il doppio turno. Andate a casa. La sala la finiamo io e Lorenzo con i ragazzi del serale. Fuori, su, prima che vi chiuda dentro.»
Ci furono mormorii di ringraziamento e sospiri di sollievo. In dieci minuti i "superstiti" del turno diurno svuotarono gli spogliatoi e sparirono nella notte.
Rimasti in cinque, il ritmo delle pulizie rallentò. Io avevo in mano uno spruzzino di detergente all'ammoniaca e uno straccio, e stavo passando i tavoli della veranda con movimenti meccanici. Il braccio destro mi pulsava leggermente dove mi ero bruciato, ma il dolore era sovrastato da una stanchezza ossea, quel tipo di stanchezza che ti fa tremare le ginocchia.
Manuela mi affiancò, iniziando a sistemare i tavoli per il giorno dopo. Il rumore delle sedie spostate riempiva il silenzio.
«Due comande sbagliate al tavolo sette, e il filetto del quattro rimandato indietro perché era troppo cotto», sbottai all'improvviso, fermandomi a fissare la superficie del tavolo.
«Un disastro. È stata una serata di merda.»
Lei sospirò, posando un calice.
«Lo so, Lory. C'era troppa gente e in cucina eravate sotto organico.»
«Siamo sempre sotto organico quando c'è di mezzo un catering grosso», ribattei, alzando la voce più del necessario.
«Non è gestibile questa cosa. O assumiamo altre due persone fisse, o diamo disponibilità solo per eventi più piccoli. Non possiamo svuotare il ristorante per fare i matrimoni e i congressi, e lasciare qui chi resta a farsi massacrare. La gente se ne accorge. La qualità va a farsi fottere.»
Mi fermai, aspettandomi che prendesse le difese di mio padre, che mi ricordasse che il catering portava soldi veri. Invece, Manuela si appoggiò allo stipite della porta a vetri, incrociando le braccia sotto il seno. L'ombra della stanchezza le scavava i lineamenti, rendendola più vulnerabile, più vera.
«Hai ragione», ammise a bassa voce.
Alzai lo sguardo, sorpreso.
«Gliel'ho detto anche io, Lorenzo. Più di una volta», continuò lei, massaggiandosi la base del collo con una smorfia.
«Ma lo sai com'è fatto tuo padre. Quando vede un evento importante, non capisce più niente. E il risultato è che lui è fuori per tre giorni di fila e noi siamo qui a impazzire, a prendere gli insulti dei clienti e a coprire i buchi.»
C'era una nota amara nella sua voce. Una frustrazione vera, non solo professionale, ma personale. In quel momento non era la madre che cercava di rimproverare il proprio figlio, era una donna esausta per il suo uomo quasi sempre assente, che si stava sfogando con l'unica persona in grado di capirla. Quel confine invisibile che ci separava si era appena fatto ancora più sfocato.
Mezz'ora dopo, l'ultimo lavapiatti salutò, chiudendosi la porta di servizio alle spalle.
Il rumore della serratura metallica riecheggiò nel locale vuoto. Un clack pesante, definitivo. Eravamo completamente soli.
Il ronzio dei frigoriferi in cucina divenne l'unico rumore di fondo. L'aria odorava di candeggina, limone e caffè stantio.
Io mi lasciai cadere su una delle sedie che avevo appena tirato giù da un tavolo, le gambe divaricate, i gomiti appoggiati alle ginocchia. L'adrenalina del servizio stava calando a picco, lasciando il posto al panico. Mercoledì. Mancavano tre giorni all'esame di macroeconomia. Il libro gigante mi aspettava sulla scrivania, fermo allo stesso capitolo da una settimana.
Mi coprii il viso con le mani, strofinandomi gli occhi brucianti, lasciandomi sfuggire un respiro tremante. Non ce l'avrei mai fatta. Sarei rimasto incastrato in quella sala per sempre, tra l'odore di fritto e i turni doppi.
Sentii il rumore dei tacchi di mia madre avvicinarsi sul pavimento appena lavato. Non alzai la testa finché non si fermò esattamente davanti a me. La punta delle sue scarpe nere sfiorava le mie da ginnastica usurate.
«Ehi...» mormorò. Il suo tono era cambiato. Via l'amarezza per mio padre, via la voce da capo-sala. Era tornata morbida. Calda.
Scossi la testa, tenendo gli occhi bassi.
«Sono fuso, mà. Fisicamente e mentalmente fuso.»
Sentii il fruscio della seta della sua camicetta quando si chinò leggermente verso di me.
«È per l'esame, vero?» chiese.
Lentamente, sollevai il viso. Era a meno di mezzo metro da me. L'illuminazione bassa del locale proiettava ombre dolci sul suo viso. Si era tolta il grembiule nero, e senza quella barriera di stoffa rigida, la sua presenza fisica era quasi opprimente.
«Non ho aperto il libro», confessai, la gola secca. Era la prima volta che lo ammettevo ad alta voce, disarmato, senza nascondermi dietro una battuta sarcastica.
«Non so un cazzo. Niente. Quando torno a casa stasera mi metto a leggere, ma so già che mi addormenterò sulla tastiera. È inutile. Questa cazzo di vita mi sta inghiottendo.» Sbottai, alzandomi in piedi
Lei mi guardò in silenzio per un lunghissimo momento. Nei suoi occhi scuri c'era una compassione immensa, ma anche qualcosa di più denso, un'attenzione totale, assoluta, che mi fece accelerare il battito cardiaco.
Senza dire una parola, fece un piccolo passo in avanti, annullando la distanza tra noi. Alzò una mano e, con una lentezza disarmante, mi scostò una ciocca di capelli sudati dalla fronte. Il tocco dei suoi polpastrelli sulla mia pelle era caldo, elettrico.
La sua mano scivolò lentamente dalla mia fronte fino alla nuca. Le sue dita si intrecciarono tra i miei capelli umidi di sudore, con una dolcezza che mi disarmò completamente. Poi, senza dire una parola, mi avvolse le braccia attorno al collo.
Mi strinse a sé. La morbidezza esagerata dei suoi seni premuti contro il mio petto, fu il colpo di grazia. Chiusi gli occhi, inalando a pieni polmoni il suo profumo di vaniglia che ormai si era mischiato all'odore della cucina. Mi lasciò un bacio leggero, materno, sulla tempia.
Ma il mio corpo non aveva più nessuna linea di controllo in quel momento.
Fino a quella sera ero sempre riuscito a controllarmi, a seppellire l'istinto sotto strati di battute ironiche e finta indifferenza. Ma la stanchezza mi aveva azzerato i filtri, distruggendo ogni diga. La vicinanza, il calore del suo corpo, la vulnerabilità di quel momento mi travolsero. Il mio cazzo divenne duro come il marmo in una frazione di secondo, pulsando con una violenza che mi fece quasi male. Essendo in piedi, con lei premuta addosso a me, l'attrito fu inevitabile e spietato.
Nel momento esatto in cui il suo bacino sfiorò il rigonfiamento teso e inequivocabile contro la stoffa dei miei pantaloni da lavoro, la sentii sussultare.
L'abbraccio si spezzò. Manuela si irrigidì all'istante e fece un passo indietro, come se si fosse appena scottata.
Il silenzio che calò nel ristorante vuoto fu assordante, rotto solo dal ronzio dei frigoriferi e dai nostri respiri che, improvvisamente, viaggiavano alla stessa folle velocità.
Rimase senza parole. I suoi occhi scuri erano sgranati, fissi nei miei, le labbra socchiuse in un'espressione indecifrabile a metà tra lo shock e qualcosa che somigliava terribilmente all'eccitazione. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente sotto la camicetta.
«Cazzo... mà, scusa», balbettai, passandomi le mani sul viso, sentendo il sangue pulsarmi nelle orecchie. L'istinto era quello di scappare via, ma le mie gambe si rifiutavano di muoversi.
«Scusa, io... non volevo. Cioè...»
Lei non disse nulla. Continuava a guardarmi, le braccia lungo i fianchi, le dita che stringevano nervosamente la gonna.
«Non ce la faccio più», sbottai, la voce roca, gettando via ogni maschera.
«Da quando è finita con Martina sto impazzendo. Ho ventidue anni, sono sotto stress per l'università, mio padre non c'è mai, mi ammazzo di lavoro qui dentro... e l'unica cosa che vedo tutto il giorno sei tu.»
Mia madre deglutì. La vidi vacillare per un istante, ma non distolse lo sguardo.
«Sei attraente, ti vesti così... scusami ancora, non doveva accadere», continuai, il respiro corto, le parole che mi uscivano dalla bocca senza che il cervello potesse fermarle.
«Sei sempre perfetta, mi stai vicino, e io passo le mie giornate a cercare di non guardarti, a fare il cretino con le battutine a doppio senso per nascondere il fatto che... che mi fai impazzire. Non ho una valvola di sfogo. E averti così addosso... io non sono di pietra. Scusa.»
Mi aspettavo uno schiaffo. Mi aspettavo che mi urlasse addosso che ero un ragazzino malato, che lo avrebbe detto a mio padre, che ero un irresponsabile.
Invece, chiuse gli occhi per un secondo lunghissimo. Si portò la mano destra davanti alla bocca e si girò per qualche secondo. Quando si rigirò, riaprì gli occhi, la severità aveva lasciato il posto a qualcosa di diverso, compassione? Vergogna? Non lo so. Sapevo che era tutto sbagliato, che stavo per calpestare una linea che non avrei mai più potuto ridisegnare.
«Ok.... adesso calmati però... è successo, è imbarazzante, ma è successo. Respira e calmati, ok?»
«Sei stressato, tesoro... non devi vergognarti. Però potevi dirmelo prima che stavi cosi sotto pressione»
«Capisco tutto, hai avuto una reazione involontaria, ma è colpa del momento che stai attraversando. Anche io sono stressata, non sei l'unico.»
Stava cercando di costruire un discorso logico, ma il suo sguardo era cambiato. La frustrazione per le assenze di papà, la solitudine che lei stessa provava e la cruda attrazione animale che si era innescata in quella stanza stavano avendo la meglio.
Si portò di nuovo la mano alla bocca, forse per coprire qualcosa, si guardò intorno nel locale in penombra, come per assicurarsi che fossimo davvero soli. Poi, tornò a fissarmi, con un'espressione che non le avevo mai visto in volto: decisa, autoritaria, ma carica di lussuria.
«È uno sbaglio, Lorenzo», sussurrò, la voce incredibilmente bassa e tremante. «È una follia e me ne pentirò amaramente.»
«Che vuoi dire ?..» domandai con voce tremante.
«Ascoltami», mi interruppe, facendo un passo verso di me. Piantò gli occhi nei miei, ferocemente seria.
«Facciamo un patto. Tu hai bisogno di sfogarti. E forse... forse ne ho bisogno anche io. Ma deve capitare una sola volta. Stasera. Qui. E poi non ne parleremo mai più. Torneremo a essere madre e figlio. Se non sei in grado di garantirmelo, allora è fuori discussione e ce ne andiamo a casa subito.»
Il cuore mi martellava nel petto così forte che temevo potesse esplodere. Annuì lentamente, senza riuscire a staccare gli occhi dalla scollatura della sua camicia.
«Stai dicendo sul serio? Sei.. sei mia madre.»
Manuela prese un respiro profondo, assecondando la sua stessa decisione. Non ci furono sorrisi, solo una tensione erotica così densa che si poteva tagliare con un coltello.
Allungò una mano e mi afferrò per il polso, stringendolo con forza.
«Forza, prima che ci ripensi. Andiamo», ordinò, con quel tono da sergente che usava durante i servizi più duri, ma che ora mi faceva ribollire il sangue.
Mi alzai. Ero più alto di lei, ma in quel momento era lei ad avere il controllo assoluto su ogni singola cosa. Mi tirò verso il corridoio che portava alle cucine, superandole senza fermarsi, dritta verso la pesante porta di metallo in fondo. Il magazzino.
Senza finestre, insonorizzato, pieno di scaffali di alluminio, scorte di vino, sacchi di farina e pacchi di tovaglioli di carta. L'odore di cartone e spezie ci avvolse non appena aprì la porta. La richiuse alle nostre spalle con un colpo sordo, facendo scattare la pesante serratura interna.
Eravamo chiusi dentro, c'era solo una lieve luce calda a illuminare la stanza.
Le mie mani esplorano, scendono lungo la sua schiena, fino a posarsi sul suo sedere formoso, lo stringo, tirandola ancora più addosso. Lei emette un piccolo gemito vicino alla mia bocca, un suono che mi scuote fino alle fondamenta. La sua mano scende dal mio petto, lungo l'addome, fino a posarsi sul mio cazzo duro, che palpa decisa attraverso i pantaloni.
«A qualcuno non interessa niente dei gradi di parentela» sussurra, strofinandolo lentamente.
Il senso di colpa mi assale come un'ondata. Mio padre. L'immagine del suo viso mi passa davanti agli occhi. Ma il desiderio è una fiamma che divora tutto, anche il buon senso di una madre. Si inginocchia davanti a me, con un movimento agile e sensuale. Le sue dita abili sbottonano i miei pantaloni, li fanno scendere insieme alle mutande. Il mio cazzo salta fuori, duro e pulsante al contatto con l'aria fredda del magazzino.
Mi guarda dall'alto in basso, un'espressione di pura bramosia sul suo viso. Poi, senza esitazione, afferra la mia asta e lecca la punta. Un brivido mi percorre tutta la schiena. La sua bocca si chiude attorno alla mia cappella, calda e umida. Inizia a muovere la testa, succhiando con un ritmo lento e profondo, la sua lingua danza intorno alla mia asta. È un'esperienza travolgente. Ma quando abbasso lo sguardo e la vedo lì, in ginocchio, con il suo viso sollevato verso di me mentre il suo rossetto rosso si macchia sulla mia pelle, qualcosa si spezza dentro di me. È troppo. È il viso di mia madre.
Il mio stomaco si stringe in un nodo doloroso. Non posso guardarla. Non riesco a sopportare l'immagine.
«Fermati,» dico, la voce è roca, tesa. Lei si ferma, confusa, e mi guarda con gli occhi pieni di domande.
«Girati,» le chiedo, quasi la supplico. «Girati e appoggiati alle casse. Non ce la faccio a guardarti in faccia»
Lei capisce. Senza dire una parola, obbedisce. Si alza, si gira e si sporge in avanti, appoggiando i gomiti su una pila di scatole di cartone. Solleva la sua gonna. Io sposto le sue mutande. Adesso la sua figa è lì, esposta, umida, pronta per me, nella luce dorata del magazzino. Il senso di colpa è ancora lì, un sapore amaro in bocca, ma ora è sopito, nascosto da un bisogno più forte, più primordiale. Mi libero completamente dei pantaloni, mi posiziono dietro di lei, e la mia mano afferra il mio cazzo, guidandolo verso la sua entrata. La punta si pressa contro le sue labbra bagnate e calde.
La punta del mio pene preme contro la sua entrata bagnata, e per un attimo esito. L'immagine di mio padre mi attraversa la mente, ma il bisogno fisico è più forte. Spingo lentamente, sentendo la sua figa aprirsi per accogliermi. È calda, stretta, incredibilmente bagnata. Emette un gemito soffocato quando la riempio completamente, le sue dita si aggrappano al cartone delle casse.
«Uh!...» sussurra, la voce roca. «Dio... che stiamo–»
Inizio a muovermi, prima lentamente, poi con più forza. La sua voce si ferma all'improvviso, sostituita da un altro gemito.
«Ahh!.. si!» Ogni colpo è uno sfogo, una scarica di tutta la tensione accumulata: le dodici ore al ristorante, l'esame che mi aspetta, la solitudine che mi divora dall'interno. Le mie mani afferrano i suoi fianchi, le mie dita si conficcano nella sua carne morbida mentre la spingo contro di me con violenza. Il ritmo accelera, diventando quasi frenetico. Le casse di cartone sotto di noi oscillano minacciosamente, alcune bottiglie di vino tintinnano pericolosamente. Le mie mani salgono più su fino a trovare i bottoni della sua camicia. Sbottono quattro bottoni, poi prendo le coppe del suo reggiseno e le tiro giù. Stringo quelle tette giganti che riempiono completamente le mie mani. Sono calde, pesanti e leggermente sudate.
«Oddio... aaah ... siii» geme, la voce distorta dal piacere. «Dai, tesoro, sfogati.»
La sua parola "tesoro" mi pugnala, ma non mi fermo. Aumento la velocità, i miei coglioni sbattono contro di lei ad ogni spinta, producendo un suono umido e schioccante che riempie il magazzino.
Inizia a gridare, un suono acuto di puro piacere che risuona contro le pareti di cemento. Istintivamente, le copro la bocca con la mano destra.
«Piano, mà, per favore» sibilo contro il suo orecchio, anche se so perfettamente che non c'è nessuno che possa sentirci. È un gesto meccanico, quasi un controllo che non serve a nulla ma che sento di dover esercitare.
Mi morde il palmo della mano per sopprimere i suoi gemiti soffocati e più disperati.
Continuo a spingere, a usarla come uno sfogo. Poi mi ritiro lentamente.
Ho bisogno di una pausa, di un attimo per riprendere fiato. Vedo una sedia pieghevole nell'angolo del magazzino, probabilmente dimenticata da qualche dipendente. Mi ci siedo sopra, il cazzo ancora duro e pulsante, coperto dei suoi succhi.
Manuela si volta, i suoi occhi nocciola sono lucidi di piacere misto alla vergogna. Capisce immediatamente cosa voglio. Si avvicina, si toglie le scarpe con un gesto rapido, poi si posiziona sopra di me, dandomi sempre le spalle. Afferra il mio cazzo e lo guida verso la sua figa ancora bagnata, scendendo lentamente finché non mi sono completamente dentro di lei.
Le controllo il ritmo, afferrandola per i fianchi, facendola salire e scendere su di me, ma quando scende provo una sensazione di puro piacere. Ogni movimento è lento, deliberato, ma senza passione. È puro sfogo fisico, un bisogno primordiale di svuotarmi. Le sue mani si appoggiano alle mie cosce, la sua testa è reclinata all'indietro, i capelli castani mi sfiorano il viso.
«Tesoro... quando stai per venire avverti... chiaro?» chiede. Continuo con il mio ritmo, lento ma costante, godendo della sensazione di calore e umidità che mi avvolge. Le sue natiche si contraggono intorno a me ad ogni spinta, un massaggio involontario che mi avvicina sempre di più all'orgasmo.
Dopo alcuni minuti, sento il limite avvicinarsi. Un calore intenso mi sale dai coglioni, le mie gambe si irrigidiscono. È il momento.
Spingo via mia madre con un gesto brusco. Lei balza in avanti e si appoggia di nuovo alle casse. Il suo respiro è affannoso, il suo corpo ancora tremante.
Mi alzo dalla sedia, il cazzo pulsante tra le mie mani. Inizio a segarmi rapidamente, gli occhi chiusi, concentrato solo sulla sensazione.
L'orgasmo mi travolge come un'onda. Un gemito profondo mi esce dalla gola mentre schizzi caldi colpiscono le sue natiche, la sua schiena, la gonna che le copre la metà inferiore del corpo. Continuo a venire, più di quanto pensassi, finché le mie gambe non cedono e sono costretto a appoggiarmi alla sedia per non cadere.
Per un attimo, c'è solo il suono dei nostri respiri affannosi che riempiono il silenzio del magazzino. Poi si volta.
Il contrasto con la donna che mi aveva trascinato qui dentro, padrona della situazione, è brutale. L'adrenalina sta scendendo a picco, lasciando il posto a una lucidità agghiacciante. La fiamma scura che le bruciava negli occhi si è spenta, sostituita da un'ombra pesante, carica di consapevolezza e di vergogna.
Si abbottona la camicia stropicciata con un gesto nervoso, quasi difensivo. Sulla sua pelle sudata e sulla stoffa della gonna a tubino, il mio sperma brilla sotto la luce spettrale del neon d'emergenza. Vederlo lì, addosso a lei, mia madre, è l'immagine più oscena e al tempo stesso più colpevole che il mio cervello abbia mai registrato.
«Ok, è finita... ci siamo sfogati» mormora lei, chiudendo gli occhi e appoggiando la fronte contro un ripiano freddo di metallo. La voce le trema, svuotata di tutta la fermezza di prima.
«Dimentichiamo e andiamo avanti come prima...»
Sento lo stomaco stringersi. Il mio "sfogo" è svanito, lasciandomi addosso solo un freddo improvviso e le gambe che ancora formicolano per lo sforzo.
«Non dovevi se...» provo a dire, allungando una mano verso di lei.
«No.» Si scosta di un millimetro, sufficiente per evitare il mio tocco. Non è rabbia, è senso di colpa puro, acido, che le sta corrodendo lo stomaco. Riapre gli occhi e si guarda intorno, frenetica. Afferra uno dei pacchi di tovaglioli di carta industriali impilati sullo scaffale accanto a lei.
Il rumore della plastica strappata rimbomba nel silenzio del magazzino. È un suono così banale, così quotidiano, che stona ferocemente con la gravità di quello che è appena successo.
Tira fuori una manciata di tovaglioli ruvidi. Me ne spinge un paio contro il petto senza guardarmi in faccia.
«Tieni. Pulisciti.»
Prendo la carta in silenzio, sentendomi improvvisamente minuscolo. Un ragazzino che ha appena combinato un disastro irrimediabile.
Manuela si gira di tre quarti, cercando di raggiungere il culo e la gonna con le mani tremanti. Pulisce la pelle, strofinando con forza, forse con troppa forza, quasi volesse cancellare non solo le mie tracce, ma l'intera ultima mezz'ora. Fa una smorfia quando si rende conto che il tessuto è irrimediabilmente macchiato, un danno collaterale che sarà difficile nascondere. Accartoccia i tovaglioli sporchi in una palla serrata nel pugno.
«Faccio io», le sussurro, vedendola in difficoltà nel pulirsi dietro, e faccio un passo avanti per aiutarla.
«Ho detto di no, Lorenzo. Ci penso io.» Il suo tono è perentorio, tagliente. Ha rialzato il muro. La complice passionale è sparita, inghiottita dall'odore di polvere e cartone del magazzino. Si volta verso di me, gli occhi lucidi nella penombra. Il senso di colpa le ha irrigidito i lineamenti, facendola sembrare improvvisamente più grande, più adulta. Distante.
«Il patto era chiaro», scandisce, la voce ridotta a un sibilo duro per non farsi sentire oltre quella porta blindata.
«Questa è stata la prima e l'ultima volta. Abbiamo perso la testa tutti e due. La stanchezza, lo stress... tutto...» Si ferma. Chiude gli occhi per un secondo, come se avesse appena preso uno schiaffo.
«È stato un errore. Che non ripeteremo.»
Guardo la sua camicetta stropicciata, il respiro ancora irregolare, le guance arrossate. Annuisco lentamente, la bocca secca, schiacciato dal peso di quel ritorno alla realtà.
«Lo abbiamo chiarito. Una sola volta.»
«Bene.» Mia madre si passa le mani tra i capelli, cercando di ridarsi un contegno, di ricomporre la maschera della madre seria e decisa. Si liscia la gonna umida, sistemandola alla meno peggio per farla sembrare solo una macchia d'acqua presa al lavandino
Posa la mano sulla maniglia della porta. Prima di spingerla, mi lancia un ultimo sguardo da sopra la spalla.
«Adesso esci, prendi la tua roba e vai a casa. Domani io e te ci comporteremo come abbiamo sempre fatto. Niente di tutto questo è mai successo. Intesi?»
«Intesi», rispondo a mezza voce, passandomi la mano tra i capelli ancora sudati.
Mia madre scivola fuori senza voltarsi indietro, tornando nel suo mondo, e lasciandomi lì, al buio, a fare i conti con un nodo allo stomaco che nessuno sfogo fisico avrebbe mai potuto sciogliere.
Questa raccolta riunisce racconti erotici autoconclusivi, ciascuno nato da un'idea o da uno spunto narrativo. Le storie non sono collegate tra loro e possono essere lette in qualsiasi ordine.
Chiunque desideri proporre un'idea per un futuro racconto può inviarmela via email. Gli spunti selezionati saranno sviluppati in un racconto originale e, salvo diversa richiesta, il nome dell'autore dell'idea sarà indicato all'inizio del racconto come riconoscimento del suo contributo.
Buona lettura.
Racconto proposto da: Inchiostro e mente
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Ci sono odori che ti si incollano all'anima prima ancora che ai vestiti. Il mix nauseante di olio fritto, sugo ristretto e sgrassatore industriale al limone è diventato la mia seconda pelle, il marchio indelebile della mia prigionia.
Mio padre lo chiama "il nostro futuro", ma per me questo ristorante è solo un casello autostradale. Devo pagarmi il biglietto d'uscita, che ha la forma di una laurea in economia, e l'unico modo per farlo è spaccarmi la schiena qui dentro. Tra i turni massacranti, le prove con la band che saltano sistematicamente insieme agli allenamenti di calcio. La mia vita privata è praticamente finita.
Ho rotto con Martina, la mia ragazza, perché ormai non riuscivamo più a vederci:
«Non ci sei mai, Lorenzo. E quando ci sei, sei troppo stanco o devi studiare o allenarti o suonare con la tua cazzo di band», mi ha detto, prima di andarsene definitivamente. Aveva ragione. Non potevo biasimarla, ma il vuoto che ha lasciato si è sommato allo stress per gli esami, trasformandomi in una corda di violino pronta a spezzarsi.
Senza una ragazza, senza valvole di sfogo, l'unica donna con cui passo la maggior parte del mio tempo è mia madre, Manuela.
Dovrei vederla solo come madre, ma il problema è che non ci riesco proprio e la biologia, a volte, se ne frega delle etichette familiari. Soprattutto quando lei è un metro e cinquantanove di curve esplosive, mora, con un sorriso solare che illumina la sala e una quinta misura di seno che nessun vestito riesce a far passare inosservata.
Ho iniziato a guardarla con occhi diversi. Occhi sbagliati. Me ne rendo conto da solo, mi do del coglione cento volte al giorno, ma è più forte di me. È una presenza fissa, accogliente. È una madre comprensiva quando mi vede distrutto dai libri, ma sa essere un sergente di ferro quando c'è da mandare avanti la baracca. Per nascondere questo stupido cortocircuito ormonale, ho alzato il tiro delle mie solite battutine. Sono estroverso, il ragazzino sfacciato con la battuta a doppio senso sempre pronta. Lei ci è abituata, alza gli occhi al cielo o mi dà uno scappellotto affettuoso, liquidando il tutto come "il solito Lorenzo". Non immagina nemmeno lontanamente cosa mi passi per la testa.
Fino a una sera...
La cucina è un girone dantesco. Fuori c'è il pienone, fa un caldo asfissiante e la ventola d'aspirazione sembra rantolare. Ho la maglietta appiccicata ai muscoli della schiena, i capelli umidi di sudore, e l'ansia per l'esame di Economia che avrò tra tre giorni mi martella le tempie.
A un certo punto, le porte a battente si aprono.
Manuela entra per sollecitare una comanda. Lei è quasi sempre alla cassa, il che significa che è vestita in modo impeccabile: una gonna a tubino scura che le fascia i fianchi alla perfezione e una blusa di seta avorio. Entra nel mio inferno di vapore e grasso portando con sé un'ondata del suo profumo dolce, qualcosa che sa di vaniglia e fiori.
«Lory, il tavolo quattro aspetta i risotti da venti minuti, a che punto siamo?» chiede, con quel tono autoritario ma morbido che mi fa impazzire.
«Dammi due minuti e impiatto, Mà. Ho sempre e solo due mani», le rispondo, senza staccare gli occhi dalle padelle che sto spadellando.
«Meno male, un polpo non saprebbe fare le tue battutacce», ribatte lei, mezza divertita.
Si volta verso il bancone dei camerieri per riorganizzare dei tovaglioli di stoffa. Per farlo, si piega leggermente in avanti.
Il movimento tende il tessuto della gonna sul suo fondoschiena tondo e perfetto. Resto incantato. Il cervello mi si svuota all'istante, cancellando le comande, l'università, mio padre assente, Martina. Ci siamo solo io e la linea sinuosa dei suoi fianchi.
Inconsapevolmente, sposto la mano sinistra per afferrare una pinza. Sbaglio mira. Il mio avambraccio si appoggia direttamente sul bordo rovente della griglia di ghisa.
Il rumore della pelle che frigge arriva una frazione di secondo prima del dolore.
«Porca puttana!» urlo, stringendo i denti e ritraendo il braccio di scatto.
Mia madre si gira di botto, lasciando cadere i tovaglioli. Gli occhi scuri le si sgranano. In un secondo cancella le distanze e mi è addosso.
«Lorenzo! Attento però, fammi vedere che ti sei fatto!»
Non mi dà nemmeno il tempo di rispondere. Mi afferra il polso con una presa ferrea, sorprendentemente forte, e mi trascina verso il lavandino di servizio. Apre il rubinetto dell'acqua fredda al massimo e ci spinge sotto il mio braccio.
Il getto ghiacciato è un sollievo per l'ustione, ma il vero shock termico è il corpo di mia madre. Lo spazio davanti al lavandino è angusto e lei, per tenermi fermo il braccio, si è dovuta premere contro di me. Sento il calore del suo petto generoso schiacciato contro il mio bicipite. Il suo respiro accelerato mi sbatte contro il collo, facendomi venire i brividi.
«Sei un proprio un caprone certe volte...» mormora, il tono severo che si incrina in una sincera preoccupazione materna. L'odore del suo profumo ora copre del tutto quello della cucina.
«Ma si può sapere dove stavi guardando?»
Tiro su col naso, il respiro irregolare. Il bruciore al braccio sta già passando in secondo piano, sovrastato dall'elettricità che mi sta attraversando il corpo per quel contatto. Mi volto leggermente a guardarla. È così vicina che posso contare le sue ciglia.
«Niente mà, ero semplicemente distratto... scusa», mormoro, la voce stranamente rauca, più bassa del solito. Niente tono da ragazzino sfrontato, niente ironia. Solo una scusa banale.
Manuela alza lo sguardo sul mio viso. I nostri occhi si agganciano. L'acqua continua a scorrere rumorosamente sul metallo del lavandino, ma per un istante infinito sembra che il tempo in cucina si sia cristallizzato.
La sua espressione cambia. Passa dalla preoccupazione a un lampo di improvvisa consapevolezza. Capisce esattamente a cosa mi sto riferendo. Socchiude le labbra, forse per rimproverarmi, forse per dirmi la sua solita frase di incoraggiamento, ma non dice nulla.
La sua presa sul mio polso si allenta leggermente, ma non si sposta di un millimetro. Non si allontana. Rimane premuta contro di me, intrappolata nel mio sguardo, mentre l'acqua gelida continua a scorrere.
La serata finalmente giunse al termine. Il rumore dell’ultima sedia rovesciata sul tavolo segnò la fine ufficiale dell’inferno. Erano passate da poco le due di notte. Le luci della sala principale erano state dimezzate, lasciando il ristorante in una penombra ambrata che faceva sembrare tutto più finto, quasi un set cinematografico abbandonato.
Manuela si passò una mano tra i capelli, sfilando l’elastico che li teneva legati e lasciando cadere le onde scure sulle spalle. Sembrava esausta, ma la sua camicetta, per qualche legge della fisica a me sconosciuta, era ancora maledettamente perfetta.
Si appoggiò al bancone del bar e guardò i ragazzi della sala.
«Ok, basta così per stasera», disse, la voce incrinata dalla stanchezza.
«Marco, Sara, Ambra… voi vi siete fatti il doppio turno. Andate a casa. La sala la finiamo io e Lorenzo con i ragazzi del serale. Fuori, su, prima che vi chiuda dentro.»
Ci furono mormorii di ringraziamento e sospiri di sollievo. In dieci minuti i "superstiti" del turno diurno svuotarono gli spogliatoi e sparirono nella notte.
Rimasti in cinque, il ritmo delle pulizie rallentò. Io avevo in mano uno spruzzino di detergente all'ammoniaca e uno straccio, e stavo passando i tavoli della veranda con movimenti meccanici. Il braccio destro mi pulsava leggermente dove mi ero bruciato, ma il dolore era sovrastato da una stanchezza ossea, quel tipo di stanchezza che ti fa tremare le ginocchia.
Manuela mi affiancò, iniziando a sistemare i tavoli per il giorno dopo. Il rumore delle sedie spostate riempiva il silenzio.
«Due comande sbagliate al tavolo sette, e il filetto del quattro rimandato indietro perché era troppo cotto», sbottai all'improvviso, fermandomi a fissare la superficie del tavolo.
«Un disastro. È stata una serata di merda.»
Lei sospirò, posando un calice.
«Lo so, Lory. C'era troppa gente e in cucina eravate sotto organico.»
«Siamo sempre sotto organico quando c'è di mezzo un catering grosso», ribattei, alzando la voce più del necessario.
«Non è gestibile questa cosa. O assumiamo altre due persone fisse, o diamo disponibilità solo per eventi più piccoli. Non possiamo svuotare il ristorante per fare i matrimoni e i congressi, e lasciare qui chi resta a farsi massacrare. La gente se ne accorge. La qualità va a farsi fottere.»
Mi fermai, aspettandomi che prendesse le difese di mio padre, che mi ricordasse che il catering portava soldi veri. Invece, Manuela si appoggiò allo stipite della porta a vetri, incrociando le braccia sotto il seno. L'ombra della stanchezza le scavava i lineamenti, rendendola più vulnerabile, più vera.
«Hai ragione», ammise a bassa voce.
Alzai lo sguardo, sorpreso.
«Gliel'ho detto anche io, Lorenzo. Più di una volta», continuò lei, massaggiandosi la base del collo con una smorfia.
«Ma lo sai com'è fatto tuo padre. Quando vede un evento importante, non capisce più niente. E il risultato è che lui è fuori per tre giorni di fila e noi siamo qui a impazzire, a prendere gli insulti dei clienti e a coprire i buchi.»
C'era una nota amara nella sua voce. Una frustrazione vera, non solo professionale, ma personale. In quel momento non era la madre che cercava di rimproverare il proprio figlio, era una donna esausta per il suo uomo quasi sempre assente, che si stava sfogando con l'unica persona in grado di capirla. Quel confine invisibile che ci separava si era appena fatto ancora più sfocato.
Mezz'ora dopo, l'ultimo lavapiatti salutò, chiudendosi la porta di servizio alle spalle.
Il rumore della serratura metallica riecheggiò nel locale vuoto. Un clack pesante, definitivo. Eravamo completamente soli.
Il ronzio dei frigoriferi in cucina divenne l'unico rumore di fondo. L'aria odorava di candeggina, limone e caffè stantio.
Io mi lasciai cadere su una delle sedie che avevo appena tirato giù da un tavolo, le gambe divaricate, i gomiti appoggiati alle ginocchia. L'adrenalina del servizio stava calando a picco, lasciando il posto al panico. Mercoledì. Mancavano tre giorni all'esame di macroeconomia. Il libro gigante mi aspettava sulla scrivania, fermo allo stesso capitolo da una settimana.
Mi coprii il viso con le mani, strofinandomi gli occhi brucianti, lasciandomi sfuggire un respiro tremante. Non ce l'avrei mai fatta. Sarei rimasto incastrato in quella sala per sempre, tra l'odore di fritto e i turni doppi.
Sentii il rumore dei tacchi di mia madre avvicinarsi sul pavimento appena lavato. Non alzai la testa finché non si fermò esattamente davanti a me. La punta delle sue scarpe nere sfiorava le mie da ginnastica usurate.
«Ehi...» mormorò. Il suo tono era cambiato. Via l'amarezza per mio padre, via la voce da capo-sala. Era tornata morbida. Calda.
Scossi la testa, tenendo gli occhi bassi.
«Sono fuso, mà. Fisicamente e mentalmente fuso.»
Sentii il fruscio della seta della sua camicetta quando si chinò leggermente verso di me.
«È per l'esame, vero?» chiese.
Lentamente, sollevai il viso. Era a meno di mezzo metro da me. L'illuminazione bassa del locale proiettava ombre dolci sul suo viso. Si era tolta il grembiule nero, e senza quella barriera di stoffa rigida, la sua presenza fisica era quasi opprimente.
«Non ho aperto il libro», confessai, la gola secca. Era la prima volta che lo ammettevo ad alta voce, disarmato, senza nascondermi dietro una battuta sarcastica.
«Non so un cazzo. Niente. Quando torno a casa stasera mi metto a leggere, ma so già che mi addormenterò sulla tastiera. È inutile. Questa cazzo di vita mi sta inghiottendo.» Sbottai, alzandomi in piedi
Lei mi guardò in silenzio per un lunghissimo momento. Nei suoi occhi scuri c'era una compassione immensa, ma anche qualcosa di più denso, un'attenzione totale, assoluta, che mi fece accelerare il battito cardiaco.
Senza dire una parola, fece un piccolo passo in avanti, annullando la distanza tra noi. Alzò una mano e, con una lentezza disarmante, mi scostò una ciocca di capelli sudati dalla fronte. Il tocco dei suoi polpastrelli sulla mia pelle era caldo, elettrico.
La sua mano scivolò lentamente dalla mia fronte fino alla nuca. Le sue dita si intrecciarono tra i miei capelli umidi di sudore, con una dolcezza che mi disarmò completamente. Poi, senza dire una parola, mi avvolse le braccia attorno al collo.
Mi strinse a sé. La morbidezza esagerata dei suoi seni premuti contro il mio petto, fu il colpo di grazia. Chiusi gli occhi, inalando a pieni polmoni il suo profumo di vaniglia che ormai si era mischiato all'odore della cucina. Mi lasciò un bacio leggero, materno, sulla tempia.
Ma il mio corpo non aveva più nessuna linea di controllo in quel momento.
Fino a quella sera ero sempre riuscito a controllarmi, a seppellire l'istinto sotto strati di battute ironiche e finta indifferenza. Ma la stanchezza mi aveva azzerato i filtri, distruggendo ogni diga. La vicinanza, il calore del suo corpo, la vulnerabilità di quel momento mi travolsero. Il mio cazzo divenne duro come il marmo in una frazione di secondo, pulsando con una violenza che mi fece quasi male. Essendo in piedi, con lei premuta addosso a me, l'attrito fu inevitabile e spietato.
Nel momento esatto in cui il suo bacino sfiorò il rigonfiamento teso e inequivocabile contro la stoffa dei miei pantaloni da lavoro, la sentii sussultare.
L'abbraccio si spezzò. Manuela si irrigidì all'istante e fece un passo indietro, come se si fosse appena scottata.
Il silenzio che calò nel ristorante vuoto fu assordante, rotto solo dal ronzio dei frigoriferi e dai nostri respiri che, improvvisamente, viaggiavano alla stessa folle velocità.
Rimase senza parole. I suoi occhi scuri erano sgranati, fissi nei miei, le labbra socchiuse in un'espressione indecifrabile a metà tra lo shock e qualcosa che somigliava terribilmente all'eccitazione. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente sotto la camicetta.
«Cazzo... mà, scusa», balbettai, passandomi le mani sul viso, sentendo il sangue pulsarmi nelle orecchie. L'istinto era quello di scappare via, ma le mie gambe si rifiutavano di muoversi.
«Scusa, io... non volevo. Cioè...»
Lei non disse nulla. Continuava a guardarmi, le braccia lungo i fianchi, le dita che stringevano nervosamente la gonna.
«Non ce la faccio più», sbottai, la voce roca, gettando via ogni maschera.
«Da quando è finita con Martina sto impazzendo. Ho ventidue anni, sono sotto stress per l'università, mio padre non c'è mai, mi ammazzo di lavoro qui dentro... e l'unica cosa che vedo tutto il giorno sei tu.»
Mia madre deglutì. La vidi vacillare per un istante, ma non distolse lo sguardo.
«Sei attraente, ti vesti così... scusami ancora, non doveva accadere», continuai, il respiro corto, le parole che mi uscivano dalla bocca senza che il cervello potesse fermarle.
«Sei sempre perfetta, mi stai vicino, e io passo le mie giornate a cercare di non guardarti, a fare il cretino con le battutine a doppio senso per nascondere il fatto che... che mi fai impazzire. Non ho una valvola di sfogo. E averti così addosso... io non sono di pietra. Scusa.»
Mi aspettavo uno schiaffo. Mi aspettavo che mi urlasse addosso che ero un ragazzino malato, che lo avrebbe detto a mio padre, che ero un irresponsabile.
Invece, chiuse gli occhi per un secondo lunghissimo. Si portò la mano destra davanti alla bocca e si girò per qualche secondo. Quando si rigirò, riaprì gli occhi, la severità aveva lasciato il posto a qualcosa di diverso, compassione? Vergogna? Non lo so. Sapevo che era tutto sbagliato, che stavo per calpestare una linea che non avrei mai più potuto ridisegnare.
«Ok.... adesso calmati però... è successo, è imbarazzante, ma è successo. Respira e calmati, ok?»
«Sei stressato, tesoro... non devi vergognarti. Però potevi dirmelo prima che stavi cosi sotto pressione»
«Capisco tutto, hai avuto una reazione involontaria, ma è colpa del momento che stai attraversando. Anche io sono stressata, non sei l'unico.»
Stava cercando di costruire un discorso logico, ma il suo sguardo era cambiato. La frustrazione per le assenze di papà, la solitudine che lei stessa provava e la cruda attrazione animale che si era innescata in quella stanza stavano avendo la meglio.
Si portò di nuovo la mano alla bocca, forse per coprire qualcosa, si guardò intorno nel locale in penombra, come per assicurarsi che fossimo davvero soli. Poi, tornò a fissarmi, con un'espressione che non le avevo mai visto in volto: decisa, autoritaria, ma carica di lussuria.
«È uno sbaglio, Lorenzo», sussurrò, la voce incredibilmente bassa e tremante. «È una follia e me ne pentirò amaramente.»
«Che vuoi dire ?..» domandai con voce tremante.
«Ascoltami», mi interruppe, facendo un passo verso di me. Piantò gli occhi nei miei, ferocemente seria.
«Facciamo un patto. Tu hai bisogno di sfogarti. E forse... forse ne ho bisogno anche io. Ma deve capitare una sola volta. Stasera. Qui. E poi non ne parleremo mai più. Torneremo a essere madre e figlio. Se non sei in grado di garantirmelo, allora è fuori discussione e ce ne andiamo a casa subito.»
Il cuore mi martellava nel petto così forte che temevo potesse esplodere. Annuì lentamente, senza riuscire a staccare gli occhi dalla scollatura della sua camicia.
«Stai dicendo sul serio? Sei.. sei mia madre.»
Manuela prese un respiro profondo, assecondando la sua stessa decisione. Non ci furono sorrisi, solo una tensione erotica così densa che si poteva tagliare con un coltello.
Allungò una mano e mi afferrò per il polso, stringendolo con forza.
«Forza, prima che ci ripensi. Andiamo», ordinò, con quel tono da sergente che usava durante i servizi più duri, ma che ora mi faceva ribollire il sangue.
Mi alzai. Ero più alto di lei, ma in quel momento era lei ad avere il controllo assoluto su ogni singola cosa. Mi tirò verso il corridoio che portava alle cucine, superandole senza fermarsi, dritta verso la pesante porta di metallo in fondo. Il magazzino.
Senza finestre, insonorizzato, pieno di scaffali di alluminio, scorte di vino, sacchi di farina e pacchi di tovaglioli di carta. L'odore di cartone e spezie ci avvolse non appena aprì la porta. La richiuse alle nostre spalle con un colpo sordo, facendo scattare la pesante serratura interna.
Eravamo chiusi dentro, c'era solo una lieve luce calda a illuminare la stanza.
Le mie mani esplorano, scendono lungo la sua schiena, fino a posarsi sul suo sedere formoso, lo stringo, tirandola ancora più addosso. Lei emette un piccolo gemito vicino alla mia bocca, un suono che mi scuote fino alle fondamenta. La sua mano scende dal mio petto, lungo l'addome, fino a posarsi sul mio cazzo duro, che palpa decisa attraverso i pantaloni.
«A qualcuno non interessa niente dei gradi di parentela» sussurra, strofinandolo lentamente.
Il senso di colpa mi assale come un'ondata. Mio padre. L'immagine del suo viso mi passa davanti agli occhi. Ma il desiderio è una fiamma che divora tutto, anche il buon senso di una madre. Si inginocchia davanti a me, con un movimento agile e sensuale. Le sue dita abili sbottonano i miei pantaloni, li fanno scendere insieme alle mutande. Il mio cazzo salta fuori, duro e pulsante al contatto con l'aria fredda del magazzino.
Mi guarda dall'alto in basso, un'espressione di pura bramosia sul suo viso. Poi, senza esitazione, afferra la mia asta e lecca la punta. Un brivido mi percorre tutta la schiena. La sua bocca si chiude attorno alla mia cappella, calda e umida. Inizia a muovere la testa, succhiando con un ritmo lento e profondo, la sua lingua danza intorno alla mia asta. È un'esperienza travolgente. Ma quando abbasso lo sguardo e la vedo lì, in ginocchio, con il suo viso sollevato verso di me mentre il suo rossetto rosso si macchia sulla mia pelle, qualcosa si spezza dentro di me. È troppo. È il viso di mia madre.
Il mio stomaco si stringe in un nodo doloroso. Non posso guardarla. Non riesco a sopportare l'immagine.
«Fermati,» dico, la voce è roca, tesa. Lei si ferma, confusa, e mi guarda con gli occhi pieni di domande.
«Girati,» le chiedo, quasi la supplico. «Girati e appoggiati alle casse. Non ce la faccio a guardarti in faccia»
Lei capisce. Senza dire una parola, obbedisce. Si alza, si gira e si sporge in avanti, appoggiando i gomiti su una pila di scatole di cartone. Solleva la sua gonna. Io sposto le sue mutande. Adesso la sua figa è lì, esposta, umida, pronta per me, nella luce dorata del magazzino. Il senso di colpa è ancora lì, un sapore amaro in bocca, ma ora è sopito, nascosto da un bisogno più forte, più primordiale. Mi libero completamente dei pantaloni, mi posiziono dietro di lei, e la mia mano afferra il mio cazzo, guidandolo verso la sua entrata. La punta si pressa contro le sue labbra bagnate e calde.
La punta del mio pene preme contro la sua entrata bagnata, e per un attimo esito. L'immagine di mio padre mi attraversa la mente, ma il bisogno fisico è più forte. Spingo lentamente, sentendo la sua figa aprirsi per accogliermi. È calda, stretta, incredibilmente bagnata. Emette un gemito soffocato quando la riempio completamente, le sue dita si aggrappano al cartone delle casse.
«Uh!...» sussurra, la voce roca. «Dio... che stiamo–»
Inizio a muovermi, prima lentamente, poi con più forza. La sua voce si ferma all'improvviso, sostituita da un altro gemito.
«Ahh!.. si!» Ogni colpo è uno sfogo, una scarica di tutta la tensione accumulata: le dodici ore al ristorante, l'esame che mi aspetta, la solitudine che mi divora dall'interno. Le mie mani afferrano i suoi fianchi, le mie dita si conficcano nella sua carne morbida mentre la spingo contro di me con violenza. Il ritmo accelera, diventando quasi frenetico. Le casse di cartone sotto di noi oscillano minacciosamente, alcune bottiglie di vino tintinnano pericolosamente. Le mie mani salgono più su fino a trovare i bottoni della sua camicia. Sbottono quattro bottoni, poi prendo le coppe del suo reggiseno e le tiro giù. Stringo quelle tette giganti che riempiono completamente le mie mani. Sono calde, pesanti e leggermente sudate.
«Oddio... aaah ... siii» geme, la voce distorta dal piacere. «Dai, tesoro, sfogati.»
La sua parola "tesoro" mi pugnala, ma non mi fermo. Aumento la velocità, i miei coglioni sbattono contro di lei ad ogni spinta, producendo un suono umido e schioccante che riempie il magazzino.
Inizia a gridare, un suono acuto di puro piacere che risuona contro le pareti di cemento. Istintivamente, le copro la bocca con la mano destra.
«Piano, mà, per favore» sibilo contro il suo orecchio, anche se so perfettamente che non c'è nessuno che possa sentirci. È un gesto meccanico, quasi un controllo che non serve a nulla ma che sento di dover esercitare.
Mi morde il palmo della mano per sopprimere i suoi gemiti soffocati e più disperati.
Continuo a spingere, a usarla come uno sfogo. Poi mi ritiro lentamente.
Ho bisogno di una pausa, di un attimo per riprendere fiato. Vedo una sedia pieghevole nell'angolo del magazzino, probabilmente dimenticata da qualche dipendente. Mi ci siedo sopra, il cazzo ancora duro e pulsante, coperto dei suoi succhi.
Manuela si volta, i suoi occhi nocciola sono lucidi di piacere misto alla vergogna. Capisce immediatamente cosa voglio. Si avvicina, si toglie le scarpe con un gesto rapido, poi si posiziona sopra di me, dandomi sempre le spalle. Afferra il mio cazzo e lo guida verso la sua figa ancora bagnata, scendendo lentamente finché non mi sono completamente dentro di lei.
Le controllo il ritmo, afferrandola per i fianchi, facendola salire e scendere su di me, ma quando scende provo una sensazione di puro piacere. Ogni movimento è lento, deliberato, ma senza passione. È puro sfogo fisico, un bisogno primordiale di svuotarmi. Le sue mani si appoggiano alle mie cosce, la sua testa è reclinata all'indietro, i capelli castani mi sfiorano il viso.
«Tesoro... quando stai per venire avverti... chiaro?» chiede. Continuo con il mio ritmo, lento ma costante, godendo della sensazione di calore e umidità che mi avvolge. Le sue natiche si contraggono intorno a me ad ogni spinta, un massaggio involontario che mi avvicina sempre di più all'orgasmo.
Dopo alcuni minuti, sento il limite avvicinarsi. Un calore intenso mi sale dai coglioni, le mie gambe si irrigidiscono. È il momento.
Spingo via mia madre con un gesto brusco. Lei balza in avanti e si appoggia di nuovo alle casse. Il suo respiro è affannoso, il suo corpo ancora tremante.
Mi alzo dalla sedia, il cazzo pulsante tra le mie mani. Inizio a segarmi rapidamente, gli occhi chiusi, concentrato solo sulla sensazione.
L'orgasmo mi travolge come un'onda. Un gemito profondo mi esce dalla gola mentre schizzi caldi colpiscono le sue natiche, la sua schiena, la gonna che le copre la metà inferiore del corpo. Continuo a venire, più di quanto pensassi, finché le mie gambe non cedono e sono costretto a appoggiarmi alla sedia per non cadere.
Per un attimo, c'è solo il suono dei nostri respiri affannosi che riempiono il silenzio del magazzino. Poi si volta.
Il contrasto con la donna che mi aveva trascinato qui dentro, padrona della situazione, è brutale. L'adrenalina sta scendendo a picco, lasciando il posto a una lucidità agghiacciante. La fiamma scura che le bruciava negli occhi si è spenta, sostituita da un'ombra pesante, carica di consapevolezza e di vergogna.
Si abbottona la camicia stropicciata con un gesto nervoso, quasi difensivo. Sulla sua pelle sudata e sulla stoffa della gonna a tubino, il mio sperma brilla sotto la luce spettrale del neon d'emergenza. Vederlo lì, addosso a lei, mia madre, è l'immagine più oscena e al tempo stesso più colpevole che il mio cervello abbia mai registrato.
«Ok, è finita... ci siamo sfogati» mormora lei, chiudendo gli occhi e appoggiando la fronte contro un ripiano freddo di metallo. La voce le trema, svuotata di tutta la fermezza di prima.
«Dimentichiamo e andiamo avanti come prima...»
Sento lo stomaco stringersi. Il mio "sfogo" è svanito, lasciandomi addosso solo un freddo improvviso e le gambe che ancora formicolano per lo sforzo.
«Non dovevi se...» provo a dire, allungando una mano verso di lei.
«No.» Si scosta di un millimetro, sufficiente per evitare il mio tocco. Non è rabbia, è senso di colpa puro, acido, che le sta corrodendo lo stomaco. Riapre gli occhi e si guarda intorno, frenetica. Afferra uno dei pacchi di tovaglioli di carta industriali impilati sullo scaffale accanto a lei.
Il rumore della plastica strappata rimbomba nel silenzio del magazzino. È un suono così banale, così quotidiano, che stona ferocemente con la gravità di quello che è appena successo.
Tira fuori una manciata di tovaglioli ruvidi. Me ne spinge un paio contro il petto senza guardarmi in faccia.
«Tieni. Pulisciti.»
Prendo la carta in silenzio, sentendomi improvvisamente minuscolo. Un ragazzino che ha appena combinato un disastro irrimediabile.
Manuela si gira di tre quarti, cercando di raggiungere il culo e la gonna con le mani tremanti. Pulisce la pelle, strofinando con forza, forse con troppa forza, quasi volesse cancellare non solo le mie tracce, ma l'intera ultima mezz'ora. Fa una smorfia quando si rende conto che il tessuto è irrimediabilmente macchiato, un danno collaterale che sarà difficile nascondere. Accartoccia i tovaglioli sporchi in una palla serrata nel pugno.
«Faccio io», le sussurro, vedendola in difficoltà nel pulirsi dietro, e faccio un passo avanti per aiutarla.
«Ho detto di no, Lorenzo. Ci penso io.» Il suo tono è perentorio, tagliente. Ha rialzato il muro. La complice passionale è sparita, inghiottita dall'odore di polvere e cartone del magazzino. Si volta verso di me, gli occhi lucidi nella penombra. Il senso di colpa le ha irrigidito i lineamenti, facendola sembrare improvvisamente più grande, più adulta. Distante.
«Il patto era chiaro», scandisce, la voce ridotta a un sibilo duro per non farsi sentire oltre quella porta blindata.
«Questa è stata la prima e l'ultima volta. Abbiamo perso la testa tutti e due. La stanchezza, lo stress... tutto...» Si ferma. Chiude gli occhi per un secondo, come se avesse appena preso uno schiaffo.
«È stato un errore. Che non ripeteremo.»
Guardo la sua camicetta stropicciata, il respiro ancora irregolare, le guance arrossate. Annuisco lentamente, la bocca secca, schiacciato dal peso di quel ritorno alla realtà.
«Lo abbiamo chiarito. Una sola volta.»
«Bene.» Mia madre si passa le mani tra i capelli, cercando di ridarsi un contegno, di ricomporre la maschera della madre seria e decisa. Si liscia la gonna umida, sistemandola alla meno peggio per farla sembrare solo una macchia d'acqua presa al lavandino
Posa la mano sulla maniglia della porta. Prima di spingerla, mi lancia un ultimo sguardo da sopra la spalla.
«Adesso esci, prendi la tua roba e vai a casa. Domani io e te ci comporteremo come abbiamo sempre fatto. Niente di tutto questo è mai successo. Intesi?»
«Intesi», rispondo a mezza voce, passandomi la mano tra i capelli ancora sudati.
Mia madre scivola fuori senza voltarsi indietro, tornando nel suo mondo, e lasciandomi lì, al buio, a fare i conti con un nodo allo stomaco che nessuno sfogo fisico avrebbe mai potuto sciogliere.
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