Io e Loredana esibizionisti della domenica

di
genere
esibizionismo

Era una domenica pomeriggio d’inverno. Io avevo 27 anni e Loredana, la mia futura moglie, ne aveva appena compiuti 23. La guardai con quel sorriso da porco che lei ormai conosceva fin troppo bene e le dissi:
«Mettiti la minigonna nera, quella cortissima. Collant velati neri, senza niente sotto. E gli stivali al ginocchio.»
Lei arrossì violentemente, ma obbedì. Pochi minuti dopo era uno spettacolo: la minigonna le fasciava i fianchi morbidi, gli stivali lucidi le slanciavano le gambe, e sotto solo il collant sottile che lasciava intravedere il suo pelo castano corto e curato.
In macchina continuai a provocarla per tutto il tragitto: ad ogni semaforo alzavo la gonna, le facevo aprire le cosce e mostravo la sua figa coperta dal nylon a scooteristi e passanti. Loredana era mortificata ma obbediva, bagnandosi sempre di più.
A un certo punto non resistetti più. Accostai in una stradina secondaria poco trafficata ma non completamente isolata. Tirai fuori il cazzo, già duro come marmo, e cominciai a segarmi lentamente mentre con l’altra mano le infilavo le dita tra le cosce, strofinando la sua figa attraverso il collant bagnato.
Proprio in quel momento un vecchietto in bicicletta, che doveva averci visto da lontano, si fermò e si avvicinò lentamente alla nostra auto, posizionandosi proprio dal lato di Loredana. Aveva circa settant’anni, faccia rugosa e occhi famelici. Ci guardò per qualche secondo, poi, eccitato dalla scena, tirò fuori il suo cazzo direttamente accanto al finestrino abbassato.
Era impressionante: lungo e soprattutto con una cappella enorme, gonfia e violacea, lucida. Iniziò a segarselo con movimenti lenti ma decisi, a meno di mezzo metro dal viso di Loredana.
«Girati e guardalo» le ordinai con voce roca, continuando a masturbarmi più forte.
Loredana, rossa di vergogna fino alla radice dei capelli, girò lentamente la testa. Quando vide quel grosso cazzo di vecchio a un palmo dal suo viso, con quella cappella gigantesca che puntava verso di lei, sussultò. Un gemito strozzato le uscì dalle labbra.
«Oddio…» mormorò, ma non riuscì a staccare gli occhi.
La sentii bagnarsi in modo esagerato: il collant divenne fradicio sotto le mie dita, un calore umido che le colava lungo le cosce. La sua figa pulsava visibilmente attraverso il nylon.
Io segavo il mio cazzo con furia, eccitato da morire da quella situazione perversa. Il vecchietto accelerò il ritmo, la cappella che brillava a pochi centimetri dal volto imbarazzato e arrossato di Loredana.
Non resistetti più. Con un grugnito venni violentemente, schizzando getti densi e potenti che finirono sulla coscia di Loredana, sullo stivale e sul bordo del sedile. Quasi nello stesso istante lei esplose: un orgasmo violentissimo la travolse, bagnando il collant e il sedile con fiotti caldi, tremando e gemendo come non l’avevo mai sentita fare.
Il vecchio, vedendo quello spettacolo, emise un rantolo e sborrò anche lui. Un quantitativo esagerato di sborra bianca e densa schizzò fuori dalla sua grossa cappella: alcuni schizzi arrivarono persino sul finestrino e sulla portiera, colando abbondantemente mentre lui continuava a strizzarsi il cazzo con sguardo estasiato.
Per qualche secondo restammo tutti e tre in silenzio, ansimanti. Poi il vecchietto, con il cazzo ancora semi-duro che penzolava, rimontò in bicicletta e si allontanò lentamente, voltandosi un’ultima volta.
Loredana rimase immobile, il viso in fiamme, il collant completamente zuppo della sua eccitazione e della mia sborra. Io le accarezzai una guancia, ancora col respiro corto.
«Sei stata bravissima…» le sussurrai.
Quella domenica pomeriggio restò impressa nella nostra memoria come una delle esperienze più sporche e intense che avessimo mai vissuto.
scritto il
2026-06-28
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