Un regalo inaspettato

di
genere
etero

Anna suonò due volte il campanello della porta in legno massello scuro davanti a sé. Pioveva a dirotto e, nonostante l’impermeabile, sentiva l’acqua insinuarsi fin sotto i vestiti.
Per un attimo pensò di fare dietrofront.
Poi la porta si aprì.
Lui era molto diverso da come se l’era immaginato. Bello, sì, ma in modo discreto. Sembrava il tipo di uomo che ci si aspetta di vedere dietro lo sportello di una banca più che in un posto del genere.
Era sulla quarantina, portava occhiali con una montatura sottile e capelli tagliati cortissimi, quasi rasati. I suoi occhi verde bosco la osservarono con attenzione, senza però risultare invadenti.
Indossava una semplice maglietta di cotone blu che lasciava intuire un fisico allenato, sebbene tutt’altro che muscoloso.
«Anna?» disse lui, con voce bassa.
«Sì.»
«Sono Paolo. Benvenuta.»
Le porse la mano; la stretta fu sicura ma gentile.
«Possiamo darci del tu?»
«Certamente.»
La fece entrare.
L’ingresso era piccolo ma ordinato. Nell’aria si percepiva un leggero odore di incenso.
«Vuoi bere qualcosa? Acqua?» chiese, mentre la accompagnava lungo un breve corridoio.
Lei scosse la testa e lo seguì senza dire una parola.
Entrarono in una stanza poco illuminata. Una grande finestra con tendine oscuranti occupava quasi per intero una parete; sul lato opposto c’erano una sedia, uno scaffale con asciugamani piegati e alcune bottiglie che sembravano contenere lozioni; al centro un lettino da massaggio coperto da un lenzuolo bianco. Sulla destra, una porta socchiusa lasciava intravedere un lavabo e l’angolo di una doccia.
Anna rimase in piedi, stringendo al petto la borsa a tracolla. Non sapeva cosa fare.
Il silenzio era rotto soltanto dalla pioggia che batteva sui vetri.
«Anna, puoi spogliarti in bagno e fare una doccia. Troverai un asciugamano pulito. Torno tra pochissimo.»
Pronunciate quelle parole, Paolo uscì dalla stanza, lasciandola sola.
Anna posò la borsa, si sfilò lentamente l’impermeabile, lo appese con cura allo schienale della sedia e si diresse, quasi ipnotizzata, verso il bagno.

5 settimane prima.
«Prima che arrivino le altre devo darti questo», disse Chiara abbassando la voce e accennando un sorriso cospiratorio.
Erano sedute al tavolo del locale, in attesa delle altre due amiche con cui avrebbero festeggiato il compleanno di Anna.
Tirò fuori dalla borsa una busta da lettere, gialla, anonima.
«Buon compleanno.»
Anna la prese, perplessa.
«Cosa diavolo è?»
«Aprila.»
Dentro c’era un foglietto con scritto soltanto un numero di telefono.
Anna alzò lo sguardo, interrogativa.
«È un massaggiatore», sussurrò Chiara, con gli occhi che brillavano. «Ti ho regalato un massaggio… tantrico.»
Il sorrisetto che accompagnò quella frase, unito alla breve pausa che lasciò cadere tra le parole “massaggio” e “tantrico”, bastò a far capire ad Anna che non si trattava di un semplice trattamento rilassante.
«Ma sei scema?»
Anna aveva cercato di mantenere un tono severo, ma le uscì una specie di risata strozzata.
«Sono sposata. Ho due figli. Non andrò a farmi… massaggiare da uno sconosciuto.»
Chiara non perse il sorriso.
«Sono sposata anch’io, tesoro. Fidati di me, per una volta. Quando lo stress causato dal lavoro, dai figli e soprattuto da mio marito, mi fanno raggiungere il culmine… questo numero è l’unica cosa in grado di riportarmi in vita. È come una droga, se ci vai una volta poi ci torni di sicuro».
«Non lo farò. Ma grazie, comunque.»
«Ti prego, vacci. Devi solo dire il tuo nome, penserà a tut…»
In quel momento arrivarono le altre due amiche e la conversazione si interruppe.
La busta finì in fondo alla borsa di Anna.
Lei e Chiara si scambiarono un’occhiata e fecero finta di niente.

Prima di entrare sotto la doccia, Anna raccolse i suoi lunghi ricci rossi e li legò in alto, fermandoli con cura per non bagnarli.
Quando aprì l’acqua, il calore la avvolse subito. Il getto le scivolò sulla nuca, scese lungo la schiena e, per un istante, riuscì ad allentare la tensione che le irrigidiva le spalle.
Prese il sapone liquido neutro appoggiato sulla mensola e iniziò a insaponarsi. Fece scivolare le mani sulle curve del seno, sul ventre piatto, poi sui fianchi e infine sui glutei.
La striscia di peli rossi che sovrastava il sesso si inzuppò e si appiattì contro la pelle, arresa alla forza dell’acqua.
Cazzo, pensò. Ho fatto una cazzata. Cosa diavolo ci faccio qui.
Il panico le strinse la bocca dello stomaco.
Per un istante fu tentata di andarsene: asciugarsi in fretta, rivestirsi, infilare l’impermeabile e sparire senza voltarsi.
Attraverso il rumore dell’acqua sentì la sua voce.
«Tutto bene, Anna?»
La voce di Paolo era calma, lontana e allo stesso tempo vicinissima. Non aveva nulla di minaccioso. Era solo una domanda.
Lei chiuse gli occhi e inspirò.
«Sì, grazie. Esco subito.»
Chiuse l’acqua.
Uscì dalla doccia.
Si asciugò in fretta.
Trovò un perizoma di carta monouso piegato con cura sopra una sedia. Lo infilò e si avvolse nel grande telo bianco, annodandolo davanti, all’altezza del seno.
I suoi capezzoli, duri per il passaggio dall’acqua calda all’aria tiepida della stanza, premevano contro il tessuto.
Uscì.
Paolo era lì, in piedi accanto al lettino.
La aspettava.
Con fare professionale ma gentile, l’aiutò a togliere l’asciugamano.
Lei si sentì esposta.
Lui indicò il lettino e Anna si stese a pancia in giù, appoggiando la guancia sulle mani incrociate.
«Ora chiudi gli occhi, cerca di rilassarti e di non pensare a niente.»
Mentre pronunciava quelle parole, versò un filo d’olio tiepido sulla sua schiena.
Anna sussultò appena.
Poi iniziò il massaggio.
Le sue mani erano calde, più grandi di quanto ricordasse.
Cominciò dalle spalle, con pressioni lente e circolari che sembravano voler sciogliere non solo i muscoli, ma anche la sua timidezza.
Le dita affondarono nei trapezi con una precisione quasi chirurgica, trovando nodi che Anna non sapeva di avere.
Il dolore durò un istante; subito dopo rimase soltanto una sensazione di profondo sollievo.
Le mani scivolarono lungo la schiena seguendo i lati della colonna vertebrale.
Con i pollici esercitava una pressione costante lungo due linee parallele che salivano e scendevano con un ritmo lento e regolare.
Piano, il massaggio si allargò lateralmente.
A ogni passaggio vicino alle costole, Anna si accorgeva di trattenere il respiro, incerta e in attesa del contatto successivo.
Le mani si spostarono più in basso.
Paolo le prese i fianchi con entrambe le mani e li sollevò appena dal lettino, accompagnando il movimento in un allungamento lento e controllato.
Le vertebre sembrarono distendersi una dopo l’altra.
Fu in quel momento che Anna sentì arrivare il primo vero rilassamento.
Non era solo il sollievo dei muscoli che si scioglievano: era qualcosa di più profondo, una sensazione di peso che finalmente abbandonava il corpo.
Le spalle si abbassarono senza che se ne accorgesse e il lettino sembrò accoglierla, facendola sprofondare in una quiete che non si concedeva da tempo.
«Tutto bene?»
«Sì, benissimo, grazie.»
Lo disse con una punta di entusiasmo più alta di quanto avrebbe voluto.
Quando sembrò aver trovato pace e anche un po’ di coraggio, lui scese a massaggiarle il fondoschiena.
Anna si irrigidì per riflesso, ma bastarono pochi istanti perché il corpo smettesse di opporre resistenza.
Le mani scivolarono lungo la parte posteriore delle cosce e il massaggio cambiò.
Divenne più fluido, più ampio.
Con gomiti, avambracci e palmi delle mani, Paolo risaliva dai polpacci fino alle natiche, fermandosi a un soffio dal perizoma.
Anna sentì un’umidità nuova mescolarsi a quella della doccia appena fatta.
La tensione non era più quella muscolare.
Era un’altra.
Ogni volta che le mani si avvicinavano all’interno delle natiche, lei tratteneva il fiato, aspettando un contatto che non arrivava mai del tutto.
Fu un piccolo, lunghissimo tormento.
Quando finalmente Paolo passò a massaggiarle le caviglie e i piedi, fu quasi una tregua.
Per un attimo pensò di potersi addormentare, cullata da quelle piacevoli carezze, ma la voce di Paolo la riportò bruscamente alla realtà.
«Ti va di girarti?»
Anna esitò.
Arrossì.
Sapeva cosa stava succedendo.
Il suo seno sarebbe stato lì, nudo, esposto alla vista di Paolo.
Il suo sesso, coperto soltanto da quel sottile strato di carta.
Si girò lentamente e per un minuscolo istante incrociò il suo sguardo.
Il lettino scricchiolò.
Lui le sorrise.
La osservava con la stessa intensità pacata di prima, le mani ancora sospese a mezz’aria, pronte a ricominciare.
Anna chiuse gli occhi.
Paolo girò intorno al lettino.
Le mani si posarono sulle sue clavicole, leggere come un soffio.
Iniziarono a muoversi seguendo l’osso e allargandosi verso le spalle.
Non c’era fretta nei suoi gesti.
Lavorava con la punta delle dita, tracciando cerchi minuscoli sulla pelle ancora umida dalla doccia.
«Non trattenere il respiro, prova a rilassarti.»
«Ci provo», rispose lei con tono tutt’altro che convinto.
Le dita premettero ai lati del collo e risalirono lentamente fino alla mandibola.
Lei sentì la gola contrarsi sotto quel tocco.
Un riflesso involontario.
«Ci sono molti nodi… hai una vita frenetica, immagino.»
Lei non disse nulla.
Non poteva.
Era immersa in quella sensazione e non voleva interromperla.
Le dita continuarono a sciogliere piccoli nodi alla base del cranio, dove il collo incontra la nuca.
Poi le mani scivolarono giù, lente, seguendo la curva del torace.
Si fermarono appena sopra il seno.
«Posso?»
Anna sgranò gli occhi, spaventata, ma il viso sereno di lui la tranquillizzò immediatamente.
Fece un piccolo cenno con la testa e richiuse gli occhi.
Con un movimento che sembrava chiedere permesso a ogni millimetro, le dita iniziarono a scendere.
Le mani seguirono la curva esterna senza sfiorare il capezzolo.
Premettero, rilasciarono, risalirono e ridiscesero in un movimento circolare che diventava sempre più piccolo, più stretto, più vicino al centro.
Anna sentiva il cuore battere contro quel tocco, che sembrava studiato per non raggiungere mai il punto che ora iniziava a desiderare.
I capezzoli, già duri per l’aria della stanza, diventarono tesi, quasi dolenti.
Un gemito le sfuggì dalla gola e le sembrò così forte da riempire la stanza, ma Paolo non ebbe alcuna reazione.
Continuò semplicemente il movimento.
Alla fine i polpastrelli le sfiorarono il capezzolo.
Fu un contatto brevissimo, quasi casuale.
Come se non fosse successo.
Anna sussultò.
Un fremito le attraversò la pancia e un calore umido le si raccolse tra le gambe.
«La prima volta è normale essere… emozionati.»
Non riusciva a capire come, ma in qualche modo Paolo sembrava leggerle nel pensiero.
Continuò a sfiorarle il seno, solleticando la zona areolare con il pollice e l’indice. Il contatto tra la pelle e la punta delle sue dita evocava in lei una sensazione nuova, un piacere che non sapeva riconoscere.
Quasi all’improvviso, come se avesse intuito che si aspettasse qualcosa di più, lasciò quel seno e passò all’altro, ricominciando dall’esterno.
Ancora cerchi, ancora avvicinamenti, ancora quel tormento dolce di un contatto promesso, negato e infine concesso appena, per un istante, leggerissimo.
Le mani scivolarono più giù, sul ventre.
Anna aprì gli occhi di scatto. Dove voleva arrivare?
Lui era fermo, la guardava, impassibile. Con lo sguardo sembrava invitarla ad abbandonarsi di nuovo.
Richiuse gli occhi.
Paolo appoggiò i palmi sulla sua pancia. Erano caldi e lei sentì quel calore diffondersi lentamente nel corpo. Le dita premettero, affondando appena nella pelle. Scese un po’ più in profondità, sotto l’ombelico.
«Respira», disse Paolo. «Rilassati e respira.»
Lei provò, ma il respiro continuava a fermarsi a metà. Lui aspettò finché non la sentì pronta. Le mani ripresero a muoversi, lente, seguendo il bordo del bacino, premendo sui fianchi e risalendo verso le costole.
Anna non riusciva più a distinguere il confine tra massaggio e carezza.
Ogni gesto sembrava avere una doppia intenzione e lei non sapeva più quale delle due desiderasse davvero.
Aprì gli occhi e vide la sua mano scivolare lungo l’interno della coscia.
Le prese una gamba, sollevandola appena. La coscia si aprì leggermente sotto il suo tocco. Le mani iniziarono dalla caviglia e risalirono lungo il polpaccio, premendo con i pollici ai lati del muscolo, per fermarsi dietro il ginocchio, dove la pelle è più sottile.
Anna sentì un brivido che non aveva nulla a che fare con i muscoli.
Le dita proseguirono lente sulla parte anteriore della coscia e poi verso l’interno.
Lei trattenne il respiro.
Le mani continuarono a risalire con una lentezza che ad Anna sembrò studiata al millimetro.
Arrivarono vicino al confine che il corpo aveva ancora bisogno di mantenere. Si fermarono. Premettero appena. Poi ripresero a scendere, come se nulla fosse.
Anna lasciò uscire il respiro in un soffio che sembrava quasi un lamento.
Sentiva il calore crescere dentro di sé, ed ormai era difficile da ignorare.
Le dita ripresero a muoversi, salendo e scendendo lungo la coscia, fermandosi ogni volta un po’ più in alto. Ogni volta un po’ più vicine. Poi si fermarono.
«Posso?» chiese Paolo.
La stessa domanda di prima. Semplice. Diretta. La stessa voce calma, ma questa volta le implicazioni erano diverse.
Anna sentì la gola secca. Annuì, poi chiuse gli occhi e fece cadere la testa all’indietro.
Le dita di Paolo toccarono la superficie del pelo, il pube, dolcemente, percorrendolo da una parte all'altra.
Il perizoma di carta cedette inerme.
La mano di Paolo scivolò più giù, premendo sul punto caldo, incontrando l'umidità che colava.
Anna gemette, si abbandonò, offrendosi a quel tocco gentile.
Con l'indice e il medio aprì le pieghe umide, e con il pollice dell’altra mano iniziò a disegnare cerchi lenti, premendo appena sul clitoride.
Il polpastrello girava attorno al punto più sensibile, senza mai fermarcisi direttamente, e Anna sentiva la tensione salire, una marea che cresceva dal basso ventre.
Le dita di Paolo si fermarono. «Anna, vorrei dirti una cosa, prima di continuare.» Lei aprì gli occhi, deglutì, il cuore le martellava contro le costole, il respiro corto, la mano di lui ancora ferma tra le sue gambe, calda, presente, immobile.
«Non c'è alcuna aspettativa, qui», disse Paolo. «Nessun obbligo. Se in qualsiasi momento vuoi fermarti, ti fermi. Se vuoi ridere, ridi. Se vuoi piangere, fallo. Qualunque cosa esca da questo…qualunque cosa il tuo corpo senta o decida di liberare, è benvenuta nella misura in cui aiuta te a lasciare andare qualcosa che non ti serve più. Lo stress. La tensione. Il controllo. Non c'è altro scopo. Sei qui per te stessa. Va bene?»
Anna sentì un nodo sciogliersi nella gola.
Fece cenno di sì con la testa, senza parole, gli occhi improvvisamente lucidi.
«Bene», disse Paolo. «Ora chiudi gli occhi e lasciati andare. Io ci sono.»
Obbedì.
La mano di Paolo riprese a muoversi. L'indice e il medio scivolarono ancora più in basso. L’apertura era calda, umida, pronta. Ma non entrò. Si fermò lì. A un soffio. La punta del dito sfiorò appena l'ingresso, premendo, accarezzando il bordo, spostando l'umidità avanti e indietro.
Intanto il pollice riprese i cerchi intorno al clitoride, premendo appena, rilasciando, premendo ancora.
Anna sentì il respiro accelerare senza ragione, senza controllo.
Le mani le si strinsero ai bordi del lettino. Un gemito le salì dal petto, basso, rotto, e questa volta non provò a trattenerlo.
La tensione cominciò a salire, una marea lenta, inesorabile. Anna sentì i muscoli delle cosce contrarsi, il bacino sollevarsi impercettibilmente dal lettino, il corpo che chiedeva di più senza che la mente avesse voce in capitolo.
«Entra, per favore….entra».
«Eccomi».
Anna ansimò. L'indice scivolò dentro, lento, caldo, preciso. Entrò fino alla seconda falange, poi si fermò, aspettando che il corpo di Anna si abituasse a quella presenza. Lei sentì ogni millimetro di quella penetrazione, ogni minima tensione dei muscoli interni che si aprivano per accoglierlo.
«Sì», sussurrò lei. «Ancora.»
Il dito riprese il movimento. Entrava e usciva con un ritmo lento, profondo, mentre il pollice premeva sul clitoride con una costanza che toglieva il respiro.
Quando ormai pensava di essere in grado di gestire la situazione, ecco insinuarsi anche il dito medio.
Anna sentì il piacere accumularsi, una tensione che cresceva dentro di lei come un'onda che non riusciva più a fermare. Non voleva fermarla.
Non pensava a niente.
Non c'era spazio per i pensieri. C'erano solo le dita di lui, il calore che si diffondeva dal basso ventre verso l'alto, il respiro che diventava sempre più corto, la pelle che si accendeva a ogni tocco.
«Lasciati andare», disse Paolo.
Le dita si piegarono a uncino.
Anna sentì il punto di rottura avvicinarsi, sentì la tensione salire, salire, fino a non riuscire più a contenerla.
Non aveva neppure più idea di cosa stesse davvero facendo quella mano lì sotto. Entrava, usciva, sussultava, si fermava appena, e poi riprendeva ancora.
L'orgasmo la colpì come un'onda.
Non fu un'esplosione. Fu uno scioglimento.
Istintivamente puntò i piedi ed inarcò la schiena, prima di liberare un gemito lungo, profondo, inopportuno.
I muscoli interni si contrassero intorno alle due dita di Paolo in una serie di ondate che sembravano non voler finire, mentre la sua mano continuava a muoversi, accompagnando lentamente, senza forzare.
Respirava a scatti. Una piccolissima lacrima le solcò il viso.
E poi, piano, il corpo ricadde sul lettino.
I muscoli si rilasciarono uno dopo l’altro. Le spalle affondarono. Le gambe si aprirono, molli. La testa girò di lato.
Tornò il silenzio.
Si sentiva solo il respiro di Anna, ancora affannato, e la pioggia che batteva contro i vetri.
Paolo tenne la mano ferma per qualche secondo, ancora dentro, sentendo le ultime contrazioni affievolirsi. Poi, con la stessa lentezza con cui era entrato, si ritirò.
La mano si posò sulla pancia di Anna, piatta, calda. Un contatto semplice.
«Brava», disse a bassa voce.

Anna non rispose subito. Non riusciva a parlare. Sentiva il cuore batterle ancora forte nel petto, la pelle calda, umida di un sudore leggero. Un rossore acceso le copriva le guance, il collo, il petto. Ma non era imbarazzo. Era stupore. Non si sentiva così da… non ricordava se mai si fosse sentita così.
Leggera.
Il respiro le tornò piano, a ondate sempre più lente.
Rimase in silenzio. Paolo non disse nulla. Aspettò.
Dopo lunghi secondi, Anna aprì gli occhi. Li girò verso di lui.
Anna rise. Una risata leggera, incredula, ancora un po' rotta dal respiro corto.
«Cazzo», disse. Poi rise ancora, portandosi una mano al viso, nascondendosi.
Paolo sorrise, un sorriso discreto.
«Tutto bene?»
«Sì», disse Anna, scoprendo il viso. Le guance le bruciavano. Non osava guardarlo negli occhi, ma lo fece. «Sì. Molto bene. Solo… non mi aspettavo…»
Si fermò. Scosse la testa, ancora incredula.
«Non mi sentivo così da… non so da quando.»
Paolo annuì, senza dire nulla. Il silenzio era naturale e giusto.
Anna rimase lì, stesa, sentendo il peso del corpo abbandonato sul lettino. Guardò il soffitto, poi le tendine oscuranti, poi tornò a guardare Paolo. Si schiarì la voce.
«Scusami», disse, con un sorriso sospeso tra l’imbarazzo e l’ironia. «Lo so che sembrerà patetico, ma… credo di volerlo fare ancora.»
Paolo accennò una risata.
«Adesso?»
Anna scoppiò a ridere e scosse subito la testa.
«No. Intendevo dire… che credo ti chiamerò per un altro appuntamento.»
Lui sorrise appena e annuì.
«Va bene.»
Fece una breve pausa.
«Sono contento che tu sia stata bene.»
Anna abbassò lo sguardo per un istante, ancora con il respiro non del tutto tornato regolare.
Poi sorrise.
«Anch’io.»
scritto il
2026-06-25
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