La curiosità della preda

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La curiosità della preda





Consuelo era rimasta sola nell’appartamento a causa di un piccolo impegno in segreteria il lunedì mattina e aveva preferito restare, con un certo disappunto del suo ragazzo,
Le sue coinquiline erano ripartite la sera prima per tornare a casa. Il weekend lungo lo permetteva e tutte avevano approfittato della pausa dopo l’esame appena superato.
Due giorni prima avevano festeggiato.
Pizza, birra, musica e risate fino a tardi.
A un certo punto una delle ragazze aveva tirato fuori, ridendo, un video hard trovato per caso online. Lo avevano guardato tutte insieme tra commenti, battute e risate sempre più fragorose.
Consuelo appariva la più imbarazzata.
— Ma siete matte? — aveva protestato coprendosi il viso con le mani mentre le altre ridevano.
— Dai Consuelo, non fare la santarellina — aveva detto Marion.
— Ma spegni quella roba!
Eppure, tra le dita con cui cercava di coprirsi gli occhi, aveva comunque guardato.
Le immagini le erano rimaste dentro più di quanto volesse ammettere.
Quella mattina l’alba la sorprese in un dormiveglia inquieto.
La luce pallida filtrava dalle persiane socchiuse. L’appartamento era immerso nel silenzio di una domenica mattina universitaria: nessun rumore nel corridoio, nessuna voce.
Poi il pensiero tornò, quasi senza volerlo.
Le immagini di quel video e insieme un’idea di evasione
Consuelo scivolò lentamente con una mano sotto l’elastico del pigiama. Il gesto nacque quasi da solo, naturale, mentre il tepore delle lenzuola avvolgeva il suo corpo nel silenzio della stanza.

Chiuse gli occhi. Il respiro si fece più profondo, poi lentamente più rapido.

Nella penombra della sua mente le immagini cominciarono a prendere forma, vaghe all’inizio, poi sempre più vive. Il piacere cresceva piano, come un’onda che si solleva dal fondo e avanza inevitabile.

Le dita si mossero tra le cosce, dove il calore era già vivo e insistente.

Un gemito sommesso sfuggì dalle sue labbra e si perse nel cuscino.

— Sì… così…

Consuelo si mosse appena tra le lenzuola, il corpo che seguiva quel ritmo intimo e segreto. Sentiva la propria figa pulsare sotto le dita, sensibile, viva, come se ogni fibra del suo corpo si stesse raccogliendo lì.

Il respiro diventava corto, irregolare.

L’onda del piacere salì ancora, lenta ma inesorabile, fino a farle tendere le gambe tra le lenzuola. Un gemito più lungo e profondo le sfuggì dalle labbra mentre il corpo si irrigidiva per un istante, attraversato da quel calore improvviso che sembrava riempirla tutta.

Poi restò immobile.

Gli occhi chiusi, il petto che si sollevava lentamente mentre il battito del cuore non accennava a calmarsi nel silenzio della stanza.

Fu proprio allora che il campanello suonò.

Con gesto rapido Consuelo infilò i pantaloni del pigiama e si diede una sistemata alla meglio prima di correre alla porta. Non trovando le pantofole, infilò le vecchie sneakers usate.
— Chi può essere?
Aprì.
Sulla soglia c’era l’ingegner Vittorio Serpi, il proprietario dell’appartamento.
Un uomo sulla cinquantina, alto, impeccabile. Capelli appena brizzolati alle tempie e lo sguardo lucido di chi osserva molto prima di parlare.
Consuelo lo aveva già incontrato e volte aveva l’impressione che il suo sguardo si soffermasse su di lei un secondo di troppo.

In mano teneva una scatola di pasticcini.
— Buongiorno, Consuelo.
Lei rimase un attimo immobile.
— Ingegnere… buongiorno.
Serpi non rispose subito.
La stava guardando.
La maglietta del pigiama era stropicciata, come se l’avesse infilata senza pensarci troppo.
Ai piedi, un paio di sneakers prese in fretta, le prime che aveva trovato a portata di mano.
Teneva le mani dietro la schiena, incerte, come se non sapesse bene dove metterle.

E soprattutto lo sguardo.
Un misto di sorpresa e qualcosa di più caldo, ancora acceso.
Serpi registrò tutto in un istante.
Dentro di sé sorrise.
— Passavo da queste parti — disse porgendole la scatola — e ho pensato di lasciare qualcosa a voi ragazze. Siete inquiline impeccabili.
Fece una breve pausa e lanciò uno sguardo oltre la soglia.
— Ma mi pare di capire che oggi sei sola.
Consuelo esitò appena.
— Sì… le altre sono tornate a casa.
Serpi annuì lentamente.
Lo sapeva già. Era da tempo che osservava quella ragazza dal cortile e dal balcone.
Attendeva un momento propizio e quella mattina, finalmente, lo era.
Poi tornò a guardarla negli occhi.
— Ti ho svegliata?
Consuelo scosse la testa troppo in fretta.
— No… io… ero già sveglia.
Serpi accennò un sorriso appena percettibile.
Aveva notato il respiro ancora irregolare.
Quel lieve rossore sulle guance.
Non disse nulla ma si limitò a porgerle la scatola.
Consuelo sembrò impacciata..
— Si accomodi ingegnere… le preparo un caffè.
Serpi entrò con calma nell’appartamento.
Mentre la seguiva verso la cucina, lo sguardo dell’uomo scivolò sulle sue spalle e sulla schiena sottile sotto la maglietta.
Nell’aria della stanza aleggiava ancora un odore caldo, quasi impercettibile, mescolato al profumo della pelle e delle lenzuola.
Non era un profumo vero e proprio, piuttosto una traccia intima, qualcosa che apparteneva al corpo più che alla stanza.
Serpi lo riconobbe senza esitazione.
Aveva interrotto qualcosa e la cosa lo intrigava non poc
Mentre lei era voltata verso il fornello, l’uomo le si avvicinò furtivamente alle spalle.
Consuelo rimase immobile quando sentì il corpo dell’ingegnere appoggiarsi alla schiena e il calore improvviso della sua presenza. Poi le mani. La palpeggiò lentamente, poi infilò le dita sotto la maglietta trovando la pelle calda. I polpastrelli incontrarono i capezzoli già tesi.
Consuelo ebbe un piccolo sussulto. Sapeva che avrebbe dovuto indignarsi, protestare.
Eppure non lo fece.
Una parte di lei era semplicemente curiosa.
L’uomo non aveva l’incertezza dei suoi coetanei. Ogni gesto sembrava guidato da una sicurezza naturale. Questo la affascinava.
E poi c’era il suo corpo. Solo pochi minuti prima era nel letto, sola, ancora accesa dai pensieri osceni suscitati dal video visto con le amiche. Quel calore non si era davvero spento, era rimasto sotto la pelle come una brace viva.
Serpi sembrava averlo capito.
Le sue mani continuavano a stringerle il seno.
La carne giovane gli riempiva i palmi con una morbidezza elastica, calda, che sembrava vivere sotto
le dita.

— Ingegnere… cosa sta facendo?
La voce uscì bassa, il tono sognante.
— Interessante… — disse in tutta risposta.
Consuelo trattenne il respiro.
— No… la smetta…
Lui avvicinò le labbra al suo orecchio.
— Quando hai aperto la porta avevi i capelli spettinati… il respiro corto… e le scarpe infilate di corsa.
Fece una breve pausa.
— Non stavi dormendo, Consuelo.
Lei rimase immobile.
Dentro di sé pensò che l’aveva interrotta proprio mentre si stava toccando e la sua figa doveva essere ancora calda.
Le sfiorò il collo con le labbra.
— Sei splendida…
Una mano scese lentamente lungo il ventre fino all’elastico del pigiama.
Consuelo si irrigidì appena.
— Ingegnere… oddio…
Serpi infilò la mano sotto il tessuto.
Le dita trovarono subito il calore umido di lei.
Non dovette cercare nulla.
— Quando hai aperto la porta — sibilò — avevi quello sguardo.
Fece una pausa, lasciando sospesa la frase.
— Lo sguardo di una ragazza che stava… facendo altro. Che giocava con la sua figa.

Le dita dell’uomo mossero con lentezza, esplorando quella risposta immediata del suo corpo.
Consuelo trattenne il respiro mentre il tocco diventava sempre più sicuro, sempre più intimo.
Poi le dita tornarono su.
Lucide.
Serpi le osservò per un istante, quindi le portò alle labbra.
Subito dopo avvicinò la mano alla bocca di Consuelo.
— Assapora — disse piano.
Consuelo dischiuse le labbra.
Il sapore caldo le rimase sulla lingua per un istante.

Il corpo reagiva prima dei pensieri.
Un brivido lento le attraversò la schiena.
In quel momento non c’era più nulla da difendere.
Solo la verità semplice del corpo che rispondeva.
Quando l’uomo la girò verso di sé, lei lo guardò con il viso acceso e il respiro corto.
— La prego… non è giusto…
Lui sorrise.
— Lo so.
La baciò, lento ma deciso.
Poi la guidò verso la camera con quella sicurezza tranquilla che non lasciava spazio a esitazioni.
Il letto ancora caldo, le lenzuola odorose di lei erano un invito irresistibile.
Le sneakers scivolarono via dai piedi di Consuelo mentre lui la faceva sedere.
Serpi sollevò quei piedini sottili tra le mani.
La pelle era calda, leggermente umida.

Inspirò.

L’odore era vivo, quasi pungente: un sentore appena acido di pelle scaldata dal sudore, mescolato al profumo consumato delle sneakers che li avevano appena avvolti.
Quel tenue afrore lo colpì come un piccolo shock sensoriale.
Sfiorò con la lingua le dita del piede.
Consuelo rabbrividì.
— …Oh… Oh…no, ingegnere!
Dentro di sé Serpi sentì crescere una soddisfazione lenta, quasi orgogliosa.
La giovane universitaria continuava a chiamarlo così, con quel rispetto formale che sembrava voler mantenere una distanza mentre il suo corpo raccontava tutt’altra storia.
Quella parola — ingegnere — suonava ormai meno come una difesa e più come una resa inconsapevole.
Serpi sollevò lo sguardo verso di lei.
Il rossore sulle guance, il respiro corto, quel lieve tremore nelle gambe.
Sorrise appena.
Come se sapesse di avere ormai capito molto più di quanto Consuelo stessa fosse pronta ad ammettere.
Quando la fece distendere, Consuelo non oppose resistenza.
Il contatto diventò subito più profondo.
Lui avanzò dentro di lei con decisione.
Consuelo lasciò uscire un grido breve, sorpresa dalla forza della sensazione.
Il corpo si tese sotto di lui.
Per un istante rimase senza fiato.
Le mani salirono alle spalle di lui e si aggrapparono. Le gambe si aprirono istintivamente. Lui si mosse ancora. Lento, sicuro. Consuelo chiuse gli occhi. Il corpo smise di opporsi.
Il ritmo divenne più intenso.
Il corpo di Serpi la copriva quasi completamente, pesante e caldo, e il materasso cedeva sotto il loro peso.
— Non si fermi… — sussurrò Consuelo. Poi il piacere la travolse.
Consuelo si inarcò sotto di lui, il petto che si sollevava in un respiro profondo mentre le tette premevano contro il torace di lui. Serpi abbassò il volto e chiuse i denti in un piccolo morso su uno dei capezzoli induriti.
Lei lasciò sfuggire uno strillo acuto.
— Cattivo! — Strillò.
Le gambe si serrarono attorno ai suoi fianchi, trattenendolo.
Poi qualcosa cambiò.
Una corrente più forte le salì dal ventre.
Consuelo sospirò.
— Aspetti… — sussurrò con un filo di voce.
Per un momento Serpi cercò di rallentare. Trattenne il respiro, il corpo irrigidito sopra di lei come se volesse riprendere il controllo.
— Consuelo… — disse piano. — Mi stai facendo perdere la testa.
Un brivido gli attraversò la schiena.
Provò ancora a frenarsi.
— Non riesco più a fermarmi.
Consuelo lo strinse ancora di più con le gambe, il respiro caldo contro il suo collo.
— Allora non si fermi! — urlò.
Il corpo di lui cedette contro il suo.
Consuelo trattenne il fiato mentre un sentore caldo, vischioso si diffuse tra le sue gambe, facendole contrarre il corpo in un piccolo sussulto. Il suo bacino ebbe un movimento istintivo in avanti, quasi a cercarlo ancora.
Le braccia di Consuelo si spalancarono sul letto.
Restarono così per qualche secondo, immobili, il respiro di entrambi ancora irregolare. Il volto di Serpi era vicino al suo collo, la pelle calda contro la sua.
Lui lasciò uscire lentamente il respiro.
— Guarda cosa mi fai fare… — con un’ombra di ironia nella voce.
Consuelo sollevò appena il viso verso di lui, gli occhi ancora caldi.
— Pentito? — sussurrò.
— Non ancora.

La porta dell’appartamento si chiuse piano.
Il rumore dei passi di Serpi nel corridoio si allontanò lentamente, fino a dissolversi nel silenzio del palazzo.
Consuelo rimase immobile sul letto per qualche secondo.
Il corpo ancora caldo tra le lenzuola disfatte, la catenina che oscillava piano tra le mammelle seguendo il ritmo del respiro.
Solo quando fu certa che l’uomo fosse davvero uscito si sollevò lentamente.
I piedi toccarono il pavimento.
La luce lattiginosa della mattina filtrava dalla finestra e scivolava sul suo corpo mentre si fermava davanti allo specchio dell’armadio.
Per un momento rimase ferma.
Si guardò.
I capelli ancora un po’ spettinati, le labbra leggermente gonfie, il volto acceso da un rossore che non era soltanto imbarazzo.
Abbassò lo sguardo.
Il ventre portava ancora una sensazione tiepida e diffusa, come un’eco del calore che poco prima l’aveva attraversata.
Più sotto, tra le cosce lascivamente dischiuse, il boschetto scuro appariva quasi più vivo, scomposto, come se raccontasse silenziosamente ciò che era appena accaduto.
Consuelo arrossì.
Portò una mano al collo, sfiorando la catenina.
Il piccolo ciondolo tintinnò appena contro la pelle.
Nello specchio vide la propria espressione.
Rimase ancora qualche secondo davanti allo specchio, osservandosi come se quella figura riflessa fosse, in parte, una sconosciuta.
Poi si mosse.
Attraversò la stanza lentamente e raggiunse il bagno. Il pavimento era freddo sotto il piede nudo; una slipper era rimasta accanto al letto, dimenticata.
Aprì il rubinetto del bidet. L’acqua scese chiara.
Si chinò e si lavò tra le cosce con gesti lenti, quasi cauti, come se il corpo fosse ancora sensibile al ricordo recente.
Poi prese un asciugamano, si asciugò con cura e lo lasciò piegato sul bordo.
Nello specchio sopra il lavabo il suo sguardo tornò a incontrare il proprio riflesso.
Il rossore sul volto si era attenuato, ma non era scomparso del tutto.
Consuelo rimase a fissarsi per qualche secondo.
— Cosa ho fatto… — mormorò piano.
Consuelo tornò nella camera.
Le lenzuola erano ancora disfatte, il cuscino spostato, la coperta scivolata a metà del letto.
Si fermò sulla soglia.
Poi fece qualche passo verso il letto.
Raddrizzò distrattamente il cuscino.
Quando sollevò il lenzuolo per tirarlo, la mano si fermò.
Il tessuto era ancora umido.
Consuelo sussultò appena.
Guardò quella macchia più scura, irregolare, nel bianco del lenzuolo.
Restò immobile qualche secondo.
Poi, quasi senza pensarci, si sedette sul bordo del letto.
Le dita sfiorarono il tessuto.
Esitò.
Avvicinò il volto.
Inspirò piano, in un gesto rapido, quasi istintivo, come se volesse assicurarsi che fosse reale.
Il rossore le tornò sulle guance.
Poi scosse appena la testa, come sorpresa da se stessa.

— Cielo… — mormorò piano.
Lasciò andare il lenzuolo.
Si alzò e iniziò a rifare il letto.

La porta dell’appartamento si chiuse alle sue spalle con un clic morbido.
Vittorio Serpi infilò le mani nelle tasche della giacca e scese le scale.
Passo lento.
Il marmo sotto le suole.
Nella mente gli tornò l’immagine lasciata nella stanza.
Quando arrivò al portone si fermò un istante.
Il nome gli passò nella mente insieme al ricordo della sua pelle e del suo sapore.
La rivide tra le lenzuola: il corpo snello, i seni perfetti, a goccia, con la catenina che scivolava tra di loro. Più sotto il vello scuro sulla pelle chiara. E quei piedini nudi tra le lenzuola, ancora caldi, con quell’odore leggero, acre di pelle e scarpe.
Serpi inspirò lentamente.
Poi arrivarono le fantasie.
Pensieri brevi. Sporchi. Molto sporchi.
Sapeva già cosa le avrebbe fatto la prossima volta.
E questo lo eccitava più di tutto.
Perché ormai lei era entrata nel suo gioco.














scritto il
2026-05-06
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