Maledetta tentazione. Capitolo 1
di
Michael035
genere
tradimenti
A volte il destino ha un senso dell’umorismo piuttosto macabro. O forse sono io che l’ho cercato, tornando proprio lì, in quella scatola di cemento e sudore dove tutto era iniziato.
A diciott’anni ero carne da macello. Un ragazzino tecnico, sì, ma con le gambe troppo sottili e il cuore troppo esposto. In Italia mi dicevano che ero "bravo", ma discontinuo. Poi è arrivata la batosta di Asia: il mio primo amore, il mio primo tradimento, la mia prima vera lezione di vita. Mentre io sognavo un futuro insieme, lei giocava a scacchi tra me e Federico, il "ragazzo d’oro", finendo per scegliere lui e lasciandomi con un pugno di mosche e un’autostima sotto i tacchi.
Il mio procuratore fu chiaro:
"Michael, l'Italia non è un paese per giovani. Se vuoi farti le ossa, devi andare dove il calcio è una battaglia continia."
E così è stato. L'Aston Villa U21 prima, poi i campi di fango e pioggia della League One con l'Exeter City. Cinque anni in Inghilterra mi hanno rivoltato come un calzino. Non sono più il ragazzino che accarezza il pallone; sono un CDC, un centrocampista difensivo. Quello che ringhia sulle caviglie, che spacca le azioni, che non ha paura di sporcarsi. Il mio fisico è diventato d’acciaio, la mia mente cinica. E Chloe... Chloe è la mia ancora lì. Mi ama, è dolce, farebbe tutto per me. Ma il Michael che sapeva amare senza difese è morto sotto i colpi di Asia.
Ora sono tornato a Roma. Un problema al collaterale del ginocchio destro che mi ha costrtto a fermarmi in una sera di pioggia contro il Portsmouth. Sono tornato alla base per la riabilitazione, avevo chiesto allo staff medico di essere seguito dal mio medico di fiducia e il club mi ha concesso il permesso di tornare. Il ginocchio è quasi a posto. E io sono tornato qui, in questa palestra decadente che profuma di gomma bruciata, per l'ultima fase di potenziamento.
Sapevo che l’avrei trovata. Era un calcolo matematico, un'ossessione che non si è mai spenta del tutto. Guardavo ancora le sue storie su instagram, frequentava ancora quella maledetta palestra.
È un sabato mattina di metà aprile. Il sole di Roma filtra sporco dalle vetrate alte della palestra. Sono sul tapis roulant, una corsa blanda a 8 km/h, giusto per scaldare l'articolazione. Indosso una canotta tecnica attillata rossa con lo stemma del club che evidenzia le spalle larghe e il tatuaggio che mi corre lungo il braccio sinistro.
Sento la porta d'ingresso cigolare. Non mi volto subito. Mantengo il ritmo, lo sguardo fisso nel vuoto, ma la coda dell'occhio è un radar.
Poi la vedo.
È lei. Asia.
Cristo, il tempo è stato un complice spietato. Ha i capelli neri lisci che le scendono appena sulle spalle e quegli occhi azzurri che, un tempo, mi facevano sentire un re e un mendicante nello stesso istante. Indossa un completo da palestra color lilla, di quelli talmente aderenti da sembrare una seconda pelle. Il seno è piccolo, accennato, ma è tutto il resto a togliere il fiato. Si volta per posare l'asciugamano su una panca e io resto a guardare il suo punto forte: un lato B scolpito, largo, tondo e marmoreo, frutto di anni di squat e dedizione. È una sfida alla gravità.
Sente lo sguardo addosso. Si guarda intorno con quell'aria di superiorità che non ha mai perso, finché i suoi occhi non incrociano i miei. Vedo il momento esatto in cui mi riconosce. Le sue sopracciglia si alzano appena, un sorriso sghembo, quasi di sfida, le compare sulle labbra.
Non abbasso lo sguardo. Anzi, rallento il tapis roulant fino a fermarlo, scendo con calma e mi asciugo il sudore dal collo, fissandola con l’indifferenza di chi sta valutando un avversario sul campo.
«Michael? Ma guarda un po’ chi è tornato dall’esilio.»
La sua voce è la stessa: calda, ma con quella nota di scherno che un tempo mi avrebbe fatto tremare le ginocchia. Si avvicina, ancheggiando in modo deliberato. Sa di essere guardata da mezza palestra.
«Asia. È passato un secolo,» rispondo. La mia voce è profonda, ferma. Non c'è traccia del ragazzino che balbettava.
Lei si ferma a un metro da me. Mi squadra apertamente, senza vergogna. Si sofferma sulle mie braccia, sul petto che preme contro il tessuto della canotta, poi torna ai miei occhi.
«L’Inghilterra ti ha fatto bene, vedo. Sei diventato... grosso. E un po' più cattivo. Il rosso ti dona»
«Si chiama sopravvivenza,» dico io con un mezzo sorriso cinico.
«Lì se non mordi, ti mangiano. Tu invece? Sempre qui a farti ammirare? Ho visto su Instagram che stai con un certo Francesco. Sembra uno che spende molto tempo davanti allo specchio.»
Asia ridacchia, passandosi una mano tra i capelli neri.
«Francesco è un uomo che sa cosa vuole. E sa come trattarmi. Ma vedo che anche tu non sei rimasto a guardare... Chloe, giusto? La biondina inglese. Un po' troppo "per bene" per i tuoi gusti, no?»
La sua è una frecciata, un tentativo di riprendere il controllo del gioco. Mi sta testando.
«Chloe è fantastica. Mi dà tutto quello che una donna dovrebbe dare. Senza giochetti, Asia. Una cosa che tu probabilmente non hai mai imparato a fare.»
Lei si fa più vicina. Sento il profumo, una fragranza costosa. Gli occhi azzurri brillano di una luce perversa.
«Allora tienitela stretta, Michael. Però non guardarmi così mentre parli di lei.»
Allunga una mano, sfiorandomi appena il bicipite con le unghie laccate. Un contatto elettrico, proibito.
«Vedo che hai il tutore, non sforzarti troppo. Se hai bisogno di qualcuno che ti aiuti con qualche esercizio sai dove trovarmi.»
Mi guarda con un'espressione di puro peccato, poi si volta e si dirige verso la zona pesi. Il suo fondoschiena danza davanti ai miei occhi a ogni passo, una provocazione vivente che urla vendetta.
Sorrido tra me e me, sentendo il sangue pulsare più forte.
La partita è appena iniziata. E io non ho nessuna intenzione di giocare pulito.
Qualche dopo, ero seduto su una panchina di ferro verniciato di verde, la gamba destra distesa per non caricare il collaterale. C'era un bel sole e ne stavo approfittando per scaldarmi un po', a Exeter il cielo è quasi sempre grigio. La distorsione stava rientrando, ma il fisioterapista dell'Exeter era stato chiaro: niente cazzate, o la stagione successiva me la sarei giocata in panchina.
Fissavo lo schermo del mio Samsung. Dall'altra parte c'era l'Inghilterra. C'era Chloe.
«Non esagerare con il recupero, se non torni a breve vengo io li a Roma... visto che mi avevi promesso di farmela visitare.» mi stava dicendo, sfoggiando quel suo sorriso perfetto, con i capelli biondi raccolti in una coda disordinata. Parlavamo in inglese, la sua lingua madre, che ormai padroneggiavo con un forte accento del sud-ovest.
«In estate ti ci porto, promesso» risposi nella sua lingua, abbozzando un sorriso.
«Torno tra dieci giorni. Appena il medico qui mi dà l'ok per il rientro in gruppo.»
«Mi manchi, Michael. Già ci vediamo poco, adesso non ci sei per niente... Voglio stare un po' con te.» Il suo tono si fece più basso, intimo. Chloe era così: trasparente, devota, dannatamente buona. Era la ragazza da sposare.
« Mi manchi anche tu, baby» risposi mandandole un bacio.
Poi la porta pesante della palestra si aprì. Era Asia.
Indossava dei leggings neri fascianti e un top sportivo corto che le lasciava scoperto l'addome piatto. Teneva il telefono incollato all'orecchio e gesticolava nervosamente con la mano libera. Anche da venti metri di distanza potevo percepire la sua irritazione.
«...Si però, Fra! Che cazzo. Non mi accompagnare per niente se poi non puoi venire a riprendermi. È già la seconda volta, hai rotto le palle» sbraitò in italiano. La voce le tremava per la rabbia.
Il mio istinto di sopravvivenza scattò prima della ragione. Non volevo che Asia mi sentisse parlare con Chloe. Non volevo che la mia ragazza vedesse l'ombra che mi oscurava il viso ogni volta che quella stronza entrava nel mio campo visivo. E, se dovevo essere brutalmente onesto con me stesso, stavo sgombrando il campo per poter giocare la mia partita.
«Chloe, scusami,» dissi di scatto, fingendo urgenza.
«Mi sta chiamando in seconda linea il medico. Devo rispondere, ti richiamo io dopo. Ti amo.»
«Oh, okay! Fammi sapere, ti a—» Click. Chiusi la chiamata senza farle finire la frase. Un piccolo, bastardo senso di colpa mi punse lo stomaco, ma svanì non appena Asia staccò il telefono dalla guancia, sbuffando, e si guardò intorno. I nostri sguardi si incrociarono.
Invece di abbassare gli occhi o fare finta di niente, gonfiò il petto e camminò dritta verso di me. Il suo fondoschiena, strizzato nel tessuto tecnico, ondeggiava a ogni passo con una prepotenza che sfidava la forza di gravità.
«Problemi in paradiso?» le chiesi in italiano, incrociando le braccia al petto.
«Francesco è un coglione,» sentenziò, fermandosi davanti a me. Emanava calore, un misto di sudore fresco e del suo profumo dolciastro.
«Fa tardi a lavoro e mi ha appena detto di prendere il pullman. Come se qui fuori passassero ogni due minuti.» Mi squadrò dall'alto in basso, fermandosi sulle chiavi della mia auto a noleggio che tenevo in mano.
«Hai la macchina, vero? L'ho vista l'altro giorno.»
Non era una domanda. Era una pretesa.
Il mio cervello, quello logico e razionale, accese una spia rossa lampeggiante: *Lasciala qui. Falla bollire nel suo brodo. Torna a casa e richiama Chloe.* Ma il sangue stava già pompando verso il basso. Il mio cavallo dei pantaloni si fece improvvisamente stretto. Volevo vederla cedere. Volevo piegare quell'arroganza.
«Si, è nel parcheggio qui dietro,» risposi, alzandomi lentamente, facendo finta che il ginocchio mi dolesse più del dovuto. «Andiamo.»
Il tragitto verso casa sua fu un distillato di tensione pura. L'abitacolo della Stelvio di mio padre era largo e comodo. Asia si era seduta al posto del passeggero sprofondando nel sedile, allargando leggermente le gambe. Guardavo la strada, ma con la coda dell'occhio non perdevo un millimetro dei suoi movimenti. Si passò una mano tra i capelli neri e umidi, scoprendo il collo.
«Bella macchina,» commentò, picchiettando le unghie laccate sul cruscotto.
«I soldi inglesi fanno comodo, eh?»
«È di mio padre, la mia è rimasta ad Exeter. Non sono un fan dei SUV. Sono più da Audi A3» replicai secco. Scalai marcia prima di una curva, e la mia mano sul cambio sfiorò quasi la sua coscia. Lei non si ritrasse. Anzi, mi sembrò che si fosse spostata di un millimetro verso di me.
«Francesco ha un SUV,» disse, con quel tono da bambina viziata che sapeva usare benissimo.
«Ma guida come un nonno. Tu invece hai il piede pesante.»
«Beh lo capisco sai... una frenata improvvisa potrebbe farti sbavare il rossetto...» Mi guardò, ma non disse nulla. Non si sarebbe mai aspettata una risposta del genere da me.
Arrivammo sotto il suo palazzo, in un bel quartiere residenziale di Roma Nord. Accostai il motore e lo spensi. Il silenzio nell'auto divenne improvvisamente assordante. Potevo sentire il suo respiro irregolare.
«Bene. Capolinea,» dissi, guardandola negli occhi azzurri.
Lei si voltò verso di me. Si inumidì le labbra, un gesto lentissimo e calcolato. Poi sospirò, slacciandosi la cintura.
«Senti...» iniziò, cambiando improvvisamente tono. Più morbido, quasi esitante. Una recita perfetta.
«Qualche ora fa è passato il corriere. Il portiere mi ha tenuto giù in guardiola uno scatolone di pesi e un pacco enorme di Zara. Peseranno venti chili in due. Francesco doveva aiutarmi a portarli su al terzo piano, visto che l'ascensore del palazzo è rotto da una settimana.» Fece una pausa, abbassando lo sguardo sulle mie spalle larghe e sulle mie braccia, per poi tornare a fissarmi.
«Visto che mi hai fatto da autista e se il ginocchio nom ti da troppo... fastidio... ti dispiacerebbe darmi una mano? Ci mettiamo due minuti. Tranquillo, non voglio far arrabbiare la tua biondina d'oltremanica.»
Era una scusa banale. Una trappola per topi talmente evidente che faceva sorridere. Un pacco da portare su, il fidanzato assente, l'ascensore rotto. Un cliché da film porno. Ma lei sapeva che io lo sapevo, ed era proprio lì la sfida. Voleva vedere se avevo le palle di infilarmi nella tana del lupo.
La guardai per qualche secondo. Le sue labbra erano socchiuse, in attesa.
«D'accordo,» dissi, slacciandomi la cintura.
«Ti aiuto e me ne vado..»
Salii l'ultimo scalino con un grugnito sordo. Erano manubri e dischi in ghisa, roba pesante da sfoggiare in un appartamentino moderno che puzzava di candele costose e finto lusso. Entrai nell'appartamento di Francesco e Asia, sentendo subito il contrasto tra l'aria condizionata a palla e il sudore che mi incollava la canotta alla schiena.
«Mettili pure lì, vicino alla panca,» mi ordinò Asia, indicando un angolo del grande salone.
Poggiai il carico e mi raddrizzai, stringendo i denti. Il collaterale mediale mi mandò una scossa acuta, ricordandomi che non ero d'acciaio. Feci per voltarmi verso la porta, ma le gambe sembravano inchiodate al parquet.
Asia era appoggiata all'isola in marmo nero della cucina. Si versò un bicchiere d’acqua e lo bevve lentamente, lasciando che una goccia le scivolasse lungo il collo, dritta verso la scollatura del top sportivo. Mi stava fissando.
«Non fare l'asociale, Michael. Sei sudato e hai il fiatone,» disse, la voce vellutata. Ne versò un altro bicchiere e lo picchiettò sul marmo.
«Siediti un attimo prima che quel ginocchio ti ceda del tutto.»
Esitai, l'istinto che mi urlava di scappare, ma l'adrenalina e un desiderio perverso mi spinsero in avanti. Mi sedetti su uno degli sgabelli alti in pelle, allargando le gambe per far respirare i muscoli, poggiando i gomiti sul bancone gelido.
Invece di passarmi l'acqua, Asia fece il giro dell'isola. I suoi passi erano lenti, felpati. Si infilò esattamente nello spazio tra le mie gambe divaricate.
L'aria si fece improvvisamente densa. Il suo profumo dolce si mescolava all'odore aggressivo del mio sudore. Eravamo a un millimetro dal contatto.
«Ti fa male?» sussurrò. La sua mano si posò sulla mia coscia destra, proprio sopra il ginocchio infortunato. Le sue dita erano fresche, ma attraverso il tessuto sottile dei pantaloni della tuta mi sembrarono marchiare la pelle a fuoco.
La mia mano scattò, afferrandole il polso. La strinsi, forse un po' troppo forte.
«Non giocare, Asia,» ringhiai, la voce resa roca dalla tensione.
«Non sono più il ragazzino che pendeva dalle tue labbra.»
Lei non fece una piega. Anzi, il suo sorriso si allargò, mostrando i denti bianchissimi.
«Sei diventato prepotente, eh? L'Inghilterra ti ha reso... duro.» Il suo sguardo scese verso il mio inguine, dove la stoffa non riusciva già più a nascondere la mia reazione. «Molto duro. Dimmi la verità, Michael... ti piaccio ancora, vero?»
«Sei solo una vipera con un bel culo,» le sputai addosso, cercando di mantenere lo sguardo fermo.
«Non farti illusioni.»
«Vediamo se il tuo cazzo è d'accordo con la tua bocca,» ribatté lei con un sussurro spietato.
Senza che potessi fermarla, la sua mano libera scivolò dalla mia coscia, risalendo con una lentezza esasperante. Le sue dita trovarono l'elastico della mia tuta. Lo abbassò appena, infilando la mano all'interno.
Sussultai, le dita che si conficcavano nel bordo del tavolo di marmo. Il contrasto tra la temperatura della stanza e il calore rovente della sua mano sulla mia virilità fu uno shock elettrico. Non potevo negarlo. Il mio corpo era un traditore, rispondeva a lei come aveva sempre fatto, ignorando completamente il cervello che mi urlava di spingerla via. Mi afferrò con sicurezza, tirandomi fuori dai boxer e liberando la mia erezione pulsante. I suoi occhi azzurri erano fissi nei miei, lucidi di una lussuria cattiva.
Iniziò a muovere la mano. Una stretta decisa, un movimento lento, dal basso verso l'alto. La pelle morbida del suo palmo e il graffio leggero delle sue unghie laccate mi fecero chiudere gli occhi per un istante, il respiro che mi si spezzò in gola.
«Cazzo...» imprecai a denti stretti.
«Tanto lo hai sempre desiderato, e non dire di no» sussurrò, muovendo il pollice sul glande bagnato che iniziava a .
«Anzi, non dire niente. Goditi il momento.»
L'istinto prese il sopravvento. Mi sporsi in avanti, la mano che si spostò dal suo polso per afferrarle la nuca, cercando la sua bocca. Volevo baciarla, volevo dominarla. Ma lei fu più veloce. Ritrasse la testa con uno scatto secco, piantandomi l'altra mano sul petto e respingendomi contro lo schienale dello sgabello.
«Fermo lì,» sibilò, fredda come il ghiaccio.
«Niente baci, Michael. Il romanticismo lo lasciamo alla tua dolcissima Chloe. Io non sono qui per farti le coccole.»
«Sei una stronza,» ansimai, cercando di ritrovare lucidità, ma la sua mano aveva appena accelerato il ritmo. La frizione era perfetta, calcolata al millimetro. Sapeva esattamente dove premere, come stringere.
«Io stronza? Tu però non mi hai detto di fermarmi. Tu non sei uno stronzo?» rispose lei, avvicinando il viso al mio, sfiorandomi l'orecchio con le labbra ma senza toccarmi.
«Ma dimmi, provi le stesse cose con lei?
«Non tirarla in ballo... ah... cazzo, Asia!» Il mio bacino si mosse da solo, spingendo contro la sua mano, cercando disperatamente più attrito. Stavo perdendo la testa. L'odio e l'eccitazione si stavano fondendo in una miscela esplosiva.
«Perché no?» continuò lei, la voce che si faceva più roca mentre guardava la mia erezione scattare sotto il suo tocco.
«Sbrigati...» ringhiai, i muscoli dell'addome contratti fino allo spasmo.
«Fammi finire..»
«Ssh, Michael,» sussurrò lei, rallentando improvvisamente il ritmo. Una tortura chirurgica. Sfiorò solo la punta con il pollice, mandandomi scariche di puro piacere lungo la spina dorsale.
«Io sono meglio di lei. Ammettilo»
«Va all'inferno...»
«Come vuoi,» disse, fermando del tutto la mano.
«No! Aspetta!» La mia voce tradì una disperazione di cui mi sarei vergognato per il resto della vita.
«Non fermarti. Cazzo, Asia, continua.»
Sorrise, trionfante. E riprese. Più veloce, più forte, spingendomi sull'orlo del baratro. Il mio respiro era diventato un rantolo animale. La guardavo negli occhi e non vedevo altro che il mio stesso vizio riflesso. Ero completamente in sua balia.
«Ci sono... Asia... cristo...» ansimai, stringendo i pugni sul bancone. L'onda di piacere si stava sollevando, i testicoli contratti, il cervello spento. Chiusi gli occhi, pronto a esplodere nella sua mano.
E poi... il vuoto.
L'attrito sparì. Il calore sparì.
Aprii gli occhi di scatto, sbarrandoli. Asia aveva ritirato la mano di colpo. Fece un passo indietro, uscendo dallo spazio tra le mie gambe, lasciandomi esposto, eretto, pulsante e fottutamente dolorante per l'orgasmo negato a un millimetro dalla fine.
Restai paralizzato, il respiro pesante che rimbombava nel silenzio dell'attico, un senso di vertigine e di rabbia pura che mi infiammava il petto.
Asia si voltò verso il lavandino, aprì l'acqua e si sciacquò la mano con una calma che rasentava la psicopatia.
«Ops. Mi fa male il polso,» disse, asciugandosi con un pezzo di carta senza nemmeno guardarmi.
«E poi Francesco potrebbe tornare a momenti. Ti converrebbe tirarti su i pantaloni. Dovresti vedere la tua faccia...»
Volevo alzarmi, sbatterla contro il muro e prendermela con la forza. I miei muscoli fremettero, pronti a scattare. Ma restai immobile. Affondare le unghie nei palmi fu l'unico modo per non saltarle addosso. Me lo rimisi nei pantaloni con le mani che mi tremavano di frustrazione e rabbia.
«Questa me la paghi, Asia,» le dissi a denti stretti.
Lei sorrise appena, lenta. Quel tipo di sorriso insopportabile che usava quando sapeva di aver vinto.
Si sistemò il top con calma esasperante.
Feci due passi verso di lei prima ancora di rendermene conto. Asia non si mosse. Rimase lì, appoggiata al bancone della cucina, a fissarmi con quegli occhi scuri pieni di sfida.
Le afferrai il fianco e la spinsi contro il marmo. Piano, ma abbastanza da farle sfuggire un piccolo respiro sorpreso.
«Ti diverti ancora così tanto a provocarmi?» sussurrai a pochi centimetri dalla sua bocca.
Lei inclinò appena la testa, le labbra socchiuse.
«Solo con te.»
Per un istante il mondo sembrò fermarsi. Sentivo il suo profumo, il calore del suo corpo contro il mio, e quella maledetta espressione soddisfatta che mi faceva perdere la lucidità ogni volta.
Dio, quanto volevo baciarla.
Ma Asia era sempre la stessa: veleno avvolto nella seta. Ti faceva impazzire e poi si tirava indietro un secondo prima di cedere davvero.
Le lasciai il fianco di scatto, facendo un passo indietro.
Lei rise piano. Non una risata cattiva. Peggio. Una di quelle che dicevano "ti conosco ancora troppo bene."
«Bravo, campione,» disse sottovoce.
«Per un attimo pensavo avessi perso il controllo.» disse spingendomi delicatamente all'indietro.
Uscii da quell'appartamento con il sangue in ebollizione e l'orgoglio distrutto.
Proprio mentre chiudevo la portiera dell'alfa, il telefono vibrò sul sedile passeggero.
Chloe: Ho appena comprato un completino nuovo... te lo faccio vedere in videochiamata stasera? Ti amo
Fissai lo schermo in silenzio.
Avrei dovuto sentirmi in colpa. Invece strinsi il volante fino a farmi sbiancare le nocche.
Perché il veleno di Asia era già tornato in circolo. E la cosa peggiore… era che lei lo sapeva benissimo.
CONTINUA... . .
A diciott’anni ero carne da macello. Un ragazzino tecnico, sì, ma con le gambe troppo sottili e il cuore troppo esposto. In Italia mi dicevano che ero "bravo", ma discontinuo. Poi è arrivata la batosta di Asia: il mio primo amore, il mio primo tradimento, la mia prima vera lezione di vita. Mentre io sognavo un futuro insieme, lei giocava a scacchi tra me e Federico, il "ragazzo d’oro", finendo per scegliere lui e lasciandomi con un pugno di mosche e un’autostima sotto i tacchi.
Il mio procuratore fu chiaro:
"Michael, l'Italia non è un paese per giovani. Se vuoi farti le ossa, devi andare dove il calcio è una battaglia continia."
E così è stato. L'Aston Villa U21 prima, poi i campi di fango e pioggia della League One con l'Exeter City. Cinque anni in Inghilterra mi hanno rivoltato come un calzino. Non sono più il ragazzino che accarezza il pallone; sono un CDC, un centrocampista difensivo. Quello che ringhia sulle caviglie, che spacca le azioni, che non ha paura di sporcarsi. Il mio fisico è diventato d’acciaio, la mia mente cinica. E Chloe... Chloe è la mia ancora lì. Mi ama, è dolce, farebbe tutto per me. Ma il Michael che sapeva amare senza difese è morto sotto i colpi di Asia.
Ora sono tornato a Roma. Un problema al collaterale del ginocchio destro che mi ha costrtto a fermarmi in una sera di pioggia contro il Portsmouth. Sono tornato alla base per la riabilitazione, avevo chiesto allo staff medico di essere seguito dal mio medico di fiducia e il club mi ha concesso il permesso di tornare. Il ginocchio è quasi a posto. E io sono tornato qui, in questa palestra decadente che profuma di gomma bruciata, per l'ultima fase di potenziamento.
Sapevo che l’avrei trovata. Era un calcolo matematico, un'ossessione che non si è mai spenta del tutto. Guardavo ancora le sue storie su instagram, frequentava ancora quella maledetta palestra.
È un sabato mattina di metà aprile. Il sole di Roma filtra sporco dalle vetrate alte della palestra. Sono sul tapis roulant, una corsa blanda a 8 km/h, giusto per scaldare l'articolazione. Indosso una canotta tecnica attillata rossa con lo stemma del club che evidenzia le spalle larghe e il tatuaggio che mi corre lungo il braccio sinistro.
Sento la porta d'ingresso cigolare. Non mi volto subito. Mantengo il ritmo, lo sguardo fisso nel vuoto, ma la coda dell'occhio è un radar.
Poi la vedo.
È lei. Asia.
Cristo, il tempo è stato un complice spietato. Ha i capelli neri lisci che le scendono appena sulle spalle e quegli occhi azzurri che, un tempo, mi facevano sentire un re e un mendicante nello stesso istante. Indossa un completo da palestra color lilla, di quelli talmente aderenti da sembrare una seconda pelle. Il seno è piccolo, accennato, ma è tutto il resto a togliere il fiato. Si volta per posare l'asciugamano su una panca e io resto a guardare il suo punto forte: un lato B scolpito, largo, tondo e marmoreo, frutto di anni di squat e dedizione. È una sfida alla gravità.
Sente lo sguardo addosso. Si guarda intorno con quell'aria di superiorità che non ha mai perso, finché i suoi occhi non incrociano i miei. Vedo il momento esatto in cui mi riconosce. Le sue sopracciglia si alzano appena, un sorriso sghembo, quasi di sfida, le compare sulle labbra.
Non abbasso lo sguardo. Anzi, rallento il tapis roulant fino a fermarlo, scendo con calma e mi asciugo il sudore dal collo, fissandola con l’indifferenza di chi sta valutando un avversario sul campo.
«Michael? Ma guarda un po’ chi è tornato dall’esilio.»
La sua voce è la stessa: calda, ma con quella nota di scherno che un tempo mi avrebbe fatto tremare le ginocchia. Si avvicina, ancheggiando in modo deliberato. Sa di essere guardata da mezza palestra.
«Asia. È passato un secolo,» rispondo. La mia voce è profonda, ferma. Non c'è traccia del ragazzino che balbettava.
Lei si ferma a un metro da me. Mi squadra apertamente, senza vergogna. Si sofferma sulle mie braccia, sul petto che preme contro il tessuto della canotta, poi torna ai miei occhi.
«L’Inghilterra ti ha fatto bene, vedo. Sei diventato... grosso. E un po' più cattivo. Il rosso ti dona»
«Si chiama sopravvivenza,» dico io con un mezzo sorriso cinico.
«Lì se non mordi, ti mangiano. Tu invece? Sempre qui a farti ammirare? Ho visto su Instagram che stai con un certo Francesco. Sembra uno che spende molto tempo davanti allo specchio.»
Asia ridacchia, passandosi una mano tra i capelli neri.
«Francesco è un uomo che sa cosa vuole. E sa come trattarmi. Ma vedo che anche tu non sei rimasto a guardare... Chloe, giusto? La biondina inglese. Un po' troppo "per bene" per i tuoi gusti, no?»
La sua è una frecciata, un tentativo di riprendere il controllo del gioco. Mi sta testando.
«Chloe è fantastica. Mi dà tutto quello che una donna dovrebbe dare. Senza giochetti, Asia. Una cosa che tu probabilmente non hai mai imparato a fare.»
Lei si fa più vicina. Sento il profumo, una fragranza costosa. Gli occhi azzurri brillano di una luce perversa.
«Allora tienitela stretta, Michael. Però non guardarmi così mentre parli di lei.»
Allunga una mano, sfiorandomi appena il bicipite con le unghie laccate. Un contatto elettrico, proibito.
«Vedo che hai il tutore, non sforzarti troppo. Se hai bisogno di qualcuno che ti aiuti con qualche esercizio sai dove trovarmi.»
Mi guarda con un'espressione di puro peccato, poi si volta e si dirige verso la zona pesi. Il suo fondoschiena danza davanti ai miei occhi a ogni passo, una provocazione vivente che urla vendetta.
Sorrido tra me e me, sentendo il sangue pulsare più forte.
La partita è appena iniziata. E io non ho nessuna intenzione di giocare pulito.
Qualche dopo, ero seduto su una panchina di ferro verniciato di verde, la gamba destra distesa per non caricare il collaterale. C'era un bel sole e ne stavo approfittando per scaldarmi un po', a Exeter il cielo è quasi sempre grigio. La distorsione stava rientrando, ma il fisioterapista dell'Exeter era stato chiaro: niente cazzate, o la stagione successiva me la sarei giocata in panchina.
Fissavo lo schermo del mio Samsung. Dall'altra parte c'era l'Inghilterra. C'era Chloe.
«Non esagerare con il recupero, se non torni a breve vengo io li a Roma... visto che mi avevi promesso di farmela visitare.» mi stava dicendo, sfoggiando quel suo sorriso perfetto, con i capelli biondi raccolti in una coda disordinata. Parlavamo in inglese, la sua lingua madre, che ormai padroneggiavo con un forte accento del sud-ovest.
«In estate ti ci porto, promesso» risposi nella sua lingua, abbozzando un sorriso.
«Torno tra dieci giorni. Appena il medico qui mi dà l'ok per il rientro in gruppo.»
«Mi manchi, Michael. Già ci vediamo poco, adesso non ci sei per niente... Voglio stare un po' con te.» Il suo tono si fece più basso, intimo. Chloe era così: trasparente, devota, dannatamente buona. Era la ragazza da sposare.
« Mi manchi anche tu, baby» risposi mandandole un bacio.
Poi la porta pesante della palestra si aprì. Era Asia.
Indossava dei leggings neri fascianti e un top sportivo corto che le lasciava scoperto l'addome piatto. Teneva il telefono incollato all'orecchio e gesticolava nervosamente con la mano libera. Anche da venti metri di distanza potevo percepire la sua irritazione.
«...Si però, Fra! Che cazzo. Non mi accompagnare per niente se poi non puoi venire a riprendermi. È già la seconda volta, hai rotto le palle» sbraitò in italiano. La voce le tremava per la rabbia.
Il mio istinto di sopravvivenza scattò prima della ragione. Non volevo che Asia mi sentisse parlare con Chloe. Non volevo che la mia ragazza vedesse l'ombra che mi oscurava il viso ogni volta che quella stronza entrava nel mio campo visivo. E, se dovevo essere brutalmente onesto con me stesso, stavo sgombrando il campo per poter giocare la mia partita.
«Chloe, scusami,» dissi di scatto, fingendo urgenza.
«Mi sta chiamando in seconda linea il medico. Devo rispondere, ti richiamo io dopo. Ti amo.»
«Oh, okay! Fammi sapere, ti a—» Click. Chiusi la chiamata senza farle finire la frase. Un piccolo, bastardo senso di colpa mi punse lo stomaco, ma svanì non appena Asia staccò il telefono dalla guancia, sbuffando, e si guardò intorno. I nostri sguardi si incrociarono.
Invece di abbassare gli occhi o fare finta di niente, gonfiò il petto e camminò dritta verso di me. Il suo fondoschiena, strizzato nel tessuto tecnico, ondeggiava a ogni passo con una prepotenza che sfidava la forza di gravità.
«Problemi in paradiso?» le chiesi in italiano, incrociando le braccia al petto.
«Francesco è un coglione,» sentenziò, fermandosi davanti a me. Emanava calore, un misto di sudore fresco e del suo profumo dolciastro.
«Fa tardi a lavoro e mi ha appena detto di prendere il pullman. Come se qui fuori passassero ogni due minuti.» Mi squadrò dall'alto in basso, fermandosi sulle chiavi della mia auto a noleggio che tenevo in mano.
«Hai la macchina, vero? L'ho vista l'altro giorno.»
Non era una domanda. Era una pretesa.
Il mio cervello, quello logico e razionale, accese una spia rossa lampeggiante: *Lasciala qui. Falla bollire nel suo brodo. Torna a casa e richiama Chloe.* Ma il sangue stava già pompando verso il basso. Il mio cavallo dei pantaloni si fece improvvisamente stretto. Volevo vederla cedere. Volevo piegare quell'arroganza.
«Si, è nel parcheggio qui dietro,» risposi, alzandomi lentamente, facendo finta che il ginocchio mi dolesse più del dovuto. «Andiamo.»
Il tragitto verso casa sua fu un distillato di tensione pura. L'abitacolo della Stelvio di mio padre era largo e comodo. Asia si era seduta al posto del passeggero sprofondando nel sedile, allargando leggermente le gambe. Guardavo la strada, ma con la coda dell'occhio non perdevo un millimetro dei suoi movimenti. Si passò una mano tra i capelli neri e umidi, scoprendo il collo.
«Bella macchina,» commentò, picchiettando le unghie laccate sul cruscotto.
«I soldi inglesi fanno comodo, eh?»
«È di mio padre, la mia è rimasta ad Exeter. Non sono un fan dei SUV. Sono più da Audi A3» replicai secco. Scalai marcia prima di una curva, e la mia mano sul cambio sfiorò quasi la sua coscia. Lei non si ritrasse. Anzi, mi sembrò che si fosse spostata di un millimetro verso di me.
«Francesco ha un SUV,» disse, con quel tono da bambina viziata che sapeva usare benissimo.
«Ma guida come un nonno. Tu invece hai il piede pesante.»
«Beh lo capisco sai... una frenata improvvisa potrebbe farti sbavare il rossetto...» Mi guardò, ma non disse nulla. Non si sarebbe mai aspettata una risposta del genere da me.
Arrivammo sotto il suo palazzo, in un bel quartiere residenziale di Roma Nord. Accostai il motore e lo spensi. Il silenzio nell'auto divenne improvvisamente assordante. Potevo sentire il suo respiro irregolare.
«Bene. Capolinea,» dissi, guardandola negli occhi azzurri.
Lei si voltò verso di me. Si inumidì le labbra, un gesto lentissimo e calcolato. Poi sospirò, slacciandosi la cintura.
«Senti...» iniziò, cambiando improvvisamente tono. Più morbido, quasi esitante. Una recita perfetta.
«Qualche ora fa è passato il corriere. Il portiere mi ha tenuto giù in guardiola uno scatolone di pesi e un pacco enorme di Zara. Peseranno venti chili in due. Francesco doveva aiutarmi a portarli su al terzo piano, visto che l'ascensore del palazzo è rotto da una settimana.» Fece una pausa, abbassando lo sguardo sulle mie spalle larghe e sulle mie braccia, per poi tornare a fissarmi.
«Visto che mi hai fatto da autista e se il ginocchio nom ti da troppo... fastidio... ti dispiacerebbe darmi una mano? Ci mettiamo due minuti. Tranquillo, non voglio far arrabbiare la tua biondina d'oltremanica.»
Era una scusa banale. Una trappola per topi talmente evidente che faceva sorridere. Un pacco da portare su, il fidanzato assente, l'ascensore rotto. Un cliché da film porno. Ma lei sapeva che io lo sapevo, ed era proprio lì la sfida. Voleva vedere se avevo le palle di infilarmi nella tana del lupo.
La guardai per qualche secondo. Le sue labbra erano socchiuse, in attesa.
«D'accordo,» dissi, slacciandomi la cintura.
«Ti aiuto e me ne vado..»
Salii l'ultimo scalino con un grugnito sordo. Erano manubri e dischi in ghisa, roba pesante da sfoggiare in un appartamentino moderno che puzzava di candele costose e finto lusso. Entrai nell'appartamento di Francesco e Asia, sentendo subito il contrasto tra l'aria condizionata a palla e il sudore che mi incollava la canotta alla schiena.
«Mettili pure lì, vicino alla panca,» mi ordinò Asia, indicando un angolo del grande salone.
Poggiai il carico e mi raddrizzai, stringendo i denti. Il collaterale mediale mi mandò una scossa acuta, ricordandomi che non ero d'acciaio. Feci per voltarmi verso la porta, ma le gambe sembravano inchiodate al parquet.
Asia era appoggiata all'isola in marmo nero della cucina. Si versò un bicchiere d’acqua e lo bevve lentamente, lasciando che una goccia le scivolasse lungo il collo, dritta verso la scollatura del top sportivo. Mi stava fissando.
«Non fare l'asociale, Michael. Sei sudato e hai il fiatone,» disse, la voce vellutata. Ne versò un altro bicchiere e lo picchiettò sul marmo.
«Siediti un attimo prima che quel ginocchio ti ceda del tutto.»
Esitai, l'istinto che mi urlava di scappare, ma l'adrenalina e un desiderio perverso mi spinsero in avanti. Mi sedetti su uno degli sgabelli alti in pelle, allargando le gambe per far respirare i muscoli, poggiando i gomiti sul bancone gelido.
Invece di passarmi l'acqua, Asia fece il giro dell'isola. I suoi passi erano lenti, felpati. Si infilò esattamente nello spazio tra le mie gambe divaricate.
L'aria si fece improvvisamente densa. Il suo profumo dolce si mescolava all'odore aggressivo del mio sudore. Eravamo a un millimetro dal contatto.
«Ti fa male?» sussurrò. La sua mano si posò sulla mia coscia destra, proprio sopra il ginocchio infortunato. Le sue dita erano fresche, ma attraverso il tessuto sottile dei pantaloni della tuta mi sembrarono marchiare la pelle a fuoco.
La mia mano scattò, afferrandole il polso. La strinsi, forse un po' troppo forte.
«Non giocare, Asia,» ringhiai, la voce resa roca dalla tensione.
«Non sono più il ragazzino che pendeva dalle tue labbra.»
Lei non fece una piega. Anzi, il suo sorriso si allargò, mostrando i denti bianchissimi.
«Sei diventato prepotente, eh? L'Inghilterra ti ha reso... duro.» Il suo sguardo scese verso il mio inguine, dove la stoffa non riusciva già più a nascondere la mia reazione. «Molto duro. Dimmi la verità, Michael... ti piaccio ancora, vero?»
«Sei solo una vipera con un bel culo,» le sputai addosso, cercando di mantenere lo sguardo fermo.
«Non farti illusioni.»
«Vediamo se il tuo cazzo è d'accordo con la tua bocca,» ribatté lei con un sussurro spietato.
Senza che potessi fermarla, la sua mano libera scivolò dalla mia coscia, risalendo con una lentezza esasperante. Le sue dita trovarono l'elastico della mia tuta. Lo abbassò appena, infilando la mano all'interno.
Sussultai, le dita che si conficcavano nel bordo del tavolo di marmo. Il contrasto tra la temperatura della stanza e il calore rovente della sua mano sulla mia virilità fu uno shock elettrico. Non potevo negarlo. Il mio corpo era un traditore, rispondeva a lei come aveva sempre fatto, ignorando completamente il cervello che mi urlava di spingerla via. Mi afferrò con sicurezza, tirandomi fuori dai boxer e liberando la mia erezione pulsante. I suoi occhi azzurri erano fissi nei miei, lucidi di una lussuria cattiva.
Iniziò a muovere la mano. Una stretta decisa, un movimento lento, dal basso verso l'alto. La pelle morbida del suo palmo e il graffio leggero delle sue unghie laccate mi fecero chiudere gli occhi per un istante, il respiro che mi si spezzò in gola.
«Cazzo...» imprecai a denti stretti.
«Tanto lo hai sempre desiderato, e non dire di no» sussurrò, muovendo il pollice sul glande bagnato che iniziava a .
«Anzi, non dire niente. Goditi il momento.»
L'istinto prese il sopravvento. Mi sporsi in avanti, la mano che si spostò dal suo polso per afferrarle la nuca, cercando la sua bocca. Volevo baciarla, volevo dominarla. Ma lei fu più veloce. Ritrasse la testa con uno scatto secco, piantandomi l'altra mano sul petto e respingendomi contro lo schienale dello sgabello.
«Fermo lì,» sibilò, fredda come il ghiaccio.
«Niente baci, Michael. Il romanticismo lo lasciamo alla tua dolcissima Chloe. Io non sono qui per farti le coccole.»
«Sei una stronza,» ansimai, cercando di ritrovare lucidità, ma la sua mano aveva appena accelerato il ritmo. La frizione era perfetta, calcolata al millimetro. Sapeva esattamente dove premere, come stringere.
«Io stronza? Tu però non mi hai detto di fermarmi. Tu non sei uno stronzo?» rispose lei, avvicinando il viso al mio, sfiorandomi l'orecchio con le labbra ma senza toccarmi.
«Ma dimmi, provi le stesse cose con lei?
«Non tirarla in ballo... ah... cazzo, Asia!» Il mio bacino si mosse da solo, spingendo contro la sua mano, cercando disperatamente più attrito. Stavo perdendo la testa. L'odio e l'eccitazione si stavano fondendo in una miscela esplosiva.
«Perché no?» continuò lei, la voce che si faceva più roca mentre guardava la mia erezione scattare sotto il suo tocco.
«Sbrigati...» ringhiai, i muscoli dell'addome contratti fino allo spasmo.
«Fammi finire..»
«Ssh, Michael,» sussurrò lei, rallentando improvvisamente il ritmo. Una tortura chirurgica. Sfiorò solo la punta con il pollice, mandandomi scariche di puro piacere lungo la spina dorsale.
«Io sono meglio di lei. Ammettilo»
«Va all'inferno...»
«Come vuoi,» disse, fermando del tutto la mano.
«No! Aspetta!» La mia voce tradì una disperazione di cui mi sarei vergognato per il resto della vita.
«Non fermarti. Cazzo, Asia, continua.»
Sorrise, trionfante. E riprese. Più veloce, più forte, spingendomi sull'orlo del baratro. Il mio respiro era diventato un rantolo animale. La guardavo negli occhi e non vedevo altro che il mio stesso vizio riflesso. Ero completamente in sua balia.
«Ci sono... Asia... cristo...» ansimai, stringendo i pugni sul bancone. L'onda di piacere si stava sollevando, i testicoli contratti, il cervello spento. Chiusi gli occhi, pronto a esplodere nella sua mano.
E poi... il vuoto.
L'attrito sparì. Il calore sparì.
Aprii gli occhi di scatto, sbarrandoli. Asia aveva ritirato la mano di colpo. Fece un passo indietro, uscendo dallo spazio tra le mie gambe, lasciandomi esposto, eretto, pulsante e fottutamente dolorante per l'orgasmo negato a un millimetro dalla fine.
Restai paralizzato, il respiro pesante che rimbombava nel silenzio dell'attico, un senso di vertigine e di rabbia pura che mi infiammava il petto.
Asia si voltò verso il lavandino, aprì l'acqua e si sciacquò la mano con una calma che rasentava la psicopatia.
«Ops. Mi fa male il polso,» disse, asciugandosi con un pezzo di carta senza nemmeno guardarmi.
«E poi Francesco potrebbe tornare a momenti. Ti converrebbe tirarti su i pantaloni. Dovresti vedere la tua faccia...»
Volevo alzarmi, sbatterla contro il muro e prendermela con la forza. I miei muscoli fremettero, pronti a scattare. Ma restai immobile. Affondare le unghie nei palmi fu l'unico modo per non saltarle addosso. Me lo rimisi nei pantaloni con le mani che mi tremavano di frustrazione e rabbia.
«Questa me la paghi, Asia,» le dissi a denti stretti.
Lei sorrise appena, lenta. Quel tipo di sorriso insopportabile che usava quando sapeva di aver vinto.
Si sistemò il top con calma esasperante.
Feci due passi verso di lei prima ancora di rendermene conto. Asia non si mosse. Rimase lì, appoggiata al bancone della cucina, a fissarmi con quegli occhi scuri pieni di sfida.
Le afferrai il fianco e la spinsi contro il marmo. Piano, ma abbastanza da farle sfuggire un piccolo respiro sorpreso.
«Ti diverti ancora così tanto a provocarmi?» sussurrai a pochi centimetri dalla sua bocca.
Lei inclinò appena la testa, le labbra socchiuse.
«Solo con te.»
Per un istante il mondo sembrò fermarsi. Sentivo il suo profumo, il calore del suo corpo contro il mio, e quella maledetta espressione soddisfatta che mi faceva perdere la lucidità ogni volta.
Dio, quanto volevo baciarla.
Ma Asia era sempre la stessa: veleno avvolto nella seta. Ti faceva impazzire e poi si tirava indietro un secondo prima di cedere davvero.
Le lasciai il fianco di scatto, facendo un passo indietro.
Lei rise piano. Non una risata cattiva. Peggio. Una di quelle che dicevano "ti conosco ancora troppo bene."
«Bravo, campione,» disse sottovoce.
«Per un attimo pensavo avessi perso il controllo.» disse spingendomi delicatamente all'indietro.
Uscii da quell'appartamento con il sangue in ebollizione e l'orgoglio distrutto.
Proprio mentre chiudevo la portiera dell'alfa, il telefono vibrò sul sedile passeggero.
Chloe: Ho appena comprato un completino nuovo... te lo faccio vedere in videochiamata stasera? Ti amo
Fissai lo schermo in silenzio.
Avrei dovuto sentirmi in colpa. Invece strinsi il volante fino a farmi sbiancare le nocche.
Perché il veleno di Asia era già tornato in circolo. E la cosa peggiore… era che lei lo sapeva benissimo.
CONTINUA... . .
1
voti
voti
valutazione
8
8
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Mentre lei non c'è - Danni Collaterali. Finale
Commenti dei lettori al racconto erotico