Mentre lei non c'è. Capitolo 6

di
genere
etero

Erano passate due settimane, quattordici giorni che erano sembrati il conto alla rovescia di un ordigno pronto a esplodere. Gibuti era ormai a un passo; tra sette giorni sarei decollato, lasciandomi alle spalle un deserto di cemento per uno di sabbia.
In casa l’aria era irrespirabile, densa come nebbia. Valentina non mi perdonava il mio "no". L'idea di aver rimandato la discussione sul figlio a dopo la missione era diventata un muro tra noi. Si muoveva per le stanze con una freddezza regale, parlandomi solo per lo stretto necessario. Per lei quel rinvio non era logica, era un rifiuto personale.
Quella mattina, il silenzio della colazione fu interrotto solo dal ticchettio ossessivo dell'orologio a muro. Erano le 09:30. Valentina guardò il posto vuoto dove Irene avrebbe dovuto già essere da un'ora e mezza. Era la seconda volta in quella settimana che la ragazza spariva senza preavviso.
«È inaccettabile, Michael,» disse Valentina, posando la tazza di porcellana con un rumore secco. «Questa non è beneficenza, è un rapporto di lavoro. Due ore di ritardo senza una chiamata?»
Afferrò il telefono e compose il numero di Irene. Mise il vivavoce. Il segnale di libero squillò a lungo prima che Irene rispondesse. La sua voce era un soffio, rovinata, quasi irriconoscibile.
«Pronto?»
«Irene, sono Valentina. Sono le nove e mezza. Dove sei?» Il tono di mia moglie era una lama affilata, privo di qualsiasi empatia.
«Signora... mi scusi. Sto male. Non riesco ad alzarmi dal letto, ho i brividi e...»
«Si avvisa, Irene,» la interruppe Valentina, implacabile. «Le ho già detto che la puntualità è la base, ma la comunicazione è ancora più importante. Se non ti senti bene, devi chiamare prima delle otto o la sera prima se già stai male. Non aspettare che sia io a cercarti. È la seconda volta questa settimana.»
«Ha ragione, mi dispiace... non succederà più...»
«Lo spero bene. Riprenditi.»
Valentina chiuse la chiamata senza salutare. Mi lanciò un'occhiata di sfida. « Se continua così devo mandarla via. Non lo faccio subito solo perché è in difficoltà.»
Poco dopo, il cancello automatico cigolò. Valentina era uscita con sua madre; doveva accompagnarla a una visita specialistica fuori città. Sarei rimasto solo con i miei fantasmi per tutto il giorno.
Mi sedetti sul divano, avevo gli occhi chiusi per cercare un momento di tranquillità, ma cinque minuti dopo, il mio cellulare, vibrò.
«Michael, ti prego. Puoi venire da me? La situazione è un più seria di quello che ho detto a lei.»
Andai da lei, il quartiere di Irene mi accolse con il solito grigiore. Parcheggiai l'auto lontano, nell'ombra di un palazzo fatiscente, cercando di passare inosservato. Salii le scale a due a due, il cuore che batteva un ritmo irregolare.
Quando mi aprì capii subito che non aveva l'influenza. Aveva gli occhi gonfi di pianto. Mi avvicinai rapido, scostandole la mano dal viso. Il labbro inferiore era spaccato, il sangue rappreso in una crosta violacea. Sul suo braccio destro c'erano dei graffi ancora freschi, graffi tipici di chi si è difeso da un'aggressione.
«Marco,» ringhiai, la rabbia che tornava a ribollire nel sangue. «È stato lui ?»
Irene annui con la testa. « Si. Ha dato di matto perchè non ci vediamo più. E soprattutto perché non voglio che mi tocchi. Mi ha chiesto se c'era un altro. Io ho detto di no per paura della sua reazione, ma non mi ha creduto.»
Si mise a sedere su una sedia, appoggiandosi allo schienale. «E poi c'è il resto, che fortunatamente ancora non sa... Ho dieci giorni di ritardo. Dieci giorni.»
« Dieci? La pillola, Irene... ne avevamo parlato.»
«Lo so!» urlò lei, scoppiando di nuovo in lacrime. «Ma io non ho mai preso la pillola prima... non so se abbia fatto effetto! »
Si toccò il ventre, un gesto istintivo e tremendo. « se sono in cinta e lo scopre mi ammazza.»
La stanza sembrò restringersi. Il contrasto tra la villa di marmo e quel buco di periferia non era mai stato così brutale. Da una parte Valentina che pretendeva un figlio come un trofeo sociale, dall'altra Irene, che forse ne portava uno che era una condanna a morte.
Mi avvicinai e la strinsi forte, cercando di non farle male sulle ferite.
«Non ti toccherà più. Te lo giuro, Irene. Non ti toccherà più.»
La presi dolcemente facendo attenzione alle sue ferite
« non pensarci ora »
Ci recammo nella sua camera da letto iniziando a spogliarci. Il suo respiro era ancora spezzato dalla paura. La feci sdraiare in quel letto piccolo, stretto tra muri che trasudavano umidità, cercammo di cancellare il mondo esterno. Fu una passione febbrile, carica di una disperazione che non aveva nulla a che fare con l'amore da copertina. Era un bisogno di appartenersi prima che tutto crollasse. Il sapore del sangue sul suo labbro si mescolò ai nostri baci, mentre il ticchettio del tempo — quello che mi portava in Africa e quello che faceva crescere un dubbio dentro di lei — continuava a correre.
Sapevo che Valentina sarebbe tornata tra poche ore. Sapevo che Marco poteva essere dietro l'angolo. Ma in quel momento, in quel silenzio elettrico, eravamo solo due naufraghi su un'isola destinata ad affondare.

Il letto a una piazza e mezza era un’isola minuscola in quella stanza che odorava di detersivo economico e pioggia. Quel giorno ebbi la conferma che Irene avrebbe fatto parte della mia vita.
Fino a pochi mesi prima, tradire Valentina mi sarebbe sembrato non solo sbagliato, ma pura fantascienza. La mia vita era un ingranaggio perfetto, un piano studiato a tavolino in cui non c'era spazio per l'imprevisto. Con Irene, invece, era carne, sangue, paura e un amore così fottutamente reale da togliermi il fiato. Non era un banale sfogo. Era l'unico posto al mondo in cui mi sentivo me stesso.
Mi stesi sopra di lei, attento a non caricare troppo peso sulle braccia segnate dai lividi. In quello spazio così ristretto, non c'era modo di non toccarsi. Ogni centimetro della mia pelle era a contatto con la sua. Le baciai il collo, scendendo verso la clavicola, e Irene inarcò la schiena, emettendo un gemito basso che mi fece vibrare i nervi.
«Sei bellissima,» le sussurrai contro la pelle calda, prima di catturare di nuovo le sue labbra. Feci attenzione al taglio, sfiorandolo appena con la lingua, un contrasto di dolcezza e urgenza che la fece fremere.
Entrai in lei, con un affondo deciso, sentendola avvolgermi, stretta e calda. Lei emise un gemito soffocato, le sue mani che mi tenevano ben saldo a lei. Lo spazio era così ristretto che i miei gomiti battevano contro il materasso o contro il muro a ogni spinta, costringendoci a fondere i nostri corpi in un'unica entità ansimante.
Mi muovevo dentro di lei con un ritmo inizialmente lento, volendo assaporare ogni secondo, ogni sensazione. La sua pelle era coperta di sudore, rendendo l'attrito tra i nostri corpi scivoloso e elettrico. Le guardai gli occhi, profondi, e ci fu un momento di riconoscimento, una connessione che andava oltre il sesso, che mi fece venire voglia di chiuderli e nascondermi. Invece, mi tuffai in un altro bacio, divorandole la bocca per non dover parlare.
Poi, con un movimento fluido, invertimmo le posizioni. Mi sdraiai sulla schiena, sentendo la rete del letto cedere sotto il mio peso, e lei si arrampicò sopra di me. La vista della sua silhouette contro la luce fioca della lampada da comodino mi tolse il respiro. I suoi capelli le cadevano sul viso mentre mi cavalcava, i fianchi oscillanti in un movimento ipnotico. Le presi i fianchi per guidarla, le mie dita affondando nella sua carne morbida.
« Aah si, aah siiì,» mormorò lei, la voce roca, la testa all'indietro mentre si impalava sul mio cazzo.
Il ritmo era moderato, deliberato. Ogni sua discesa era un'agonia di piacere, ogni sua risalita lasciava vuoto un desiderio che solo lei poteva riempire. Le sue tette rimbalzavano leggermente con il movimento, e mi alzai leggermente per afferrarle, per pizzicare i capezzoli. Lei gemette più forte, le mani poggiate sul mio petto per stabilizzarsi. « Oooh ssii "
Ma il bisogno di controllo, o forse la necessità di non guardarla in faccia mentre la prendevo, prese il sopravvento. La afferrai per la vita e la girai, facendola mettere a carponi sul piccolo materasso. Era difficile nello spazio ristretto, le sue ginocchia toccavano quasi il bordo del letto, ma ci riuscimmo, spingendo il cuscino a terra per far spazio.
La sua figura curvevole era offerta a me, il culo alzato in un invito irrefutabile. Mi posi dietro di lei, le mani che le stringevano i fianchi larghi, e la penetrai di nuovo. Questa volta il ritmo divenne più urgente. Il letto batteva contro il muro con ogni spinta, un ritmo percussivo che segnava il tempo del nostro sesso.
Lei affondò il viso nelle lenzuola, il suo grido di piacere smorzato dalle fibre del tessuto. La presi per i capelli, tirando leggermente indietro la sua testa per costringerla ad archeggiare la schiena.
La stimolazione era intensa, il mio cazzo che riempiva la sua figa in profondità, le palle che battevano contro il suo clitoride sensibile. Potevo sentire i suoi muscoli contrarsi intorno a me, segno che stava vicina. Non mi fermai. Aumentai il ritmo, spingendo sempre più a fondo, cercando di raggiungere un punto di non ritorno dove i pensieri non potevano seguirmi.
" Oh ssii.. Vengoo Michael, vengoo "
Lei tremò, il corpo che si scosse sotto di mine mentre un orgasmo potente la travolgeva. La sua figa si strinse intorno al mio cazzo in una morsa viscosa. Sentivo i suoi spasmi e i suoi liquidi scivolare su tutto il mio cazzo, arrivando fino alle palle prima di gocciolare sulle lenzuola.
Poi la tirai di nuovo sotto di me, incrociando le sue gambe dietro la mia schiena. Eravamo un blocco unico, sudati, disperati, innamorati persi in un mare di guai. La tensione montò, rapida e inesorabile. I miei muscoli si tesero, il battito del cuore mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo di guerra.
Vidi i suoi occhi neri dilatarsi, persi nel piacere. Seppi che stavamo per cedere entrambi.
«Michael...» ansimò lei, la voce spezzata dall'eccitazione e da un lampo di improvvisa, cruda lucidità. Piantò le unghie nelle mie spalle, stringendomi con una forza che non credevo avesse. «Ti giuro che se vieni di nuovo dentro... ti uccido.»
Era una minaccia detta col fiato corto, ma carica di tutto il terrore per quel ritardo che pendeva sulle nostre teste.
«Non lo farò,» ringhiai a denti stretti, aumentando il ritmo per le ultime, decisive spinte.
Resistei una frazione di secondo in più, per godere di quella sensazione assoluta, poi mi sfilai da lei con un movimento brusco, un attimo prima di perdere del tutto il controllo.
Mi svuotai copiosamente su di lei, macchiando la sua pelle, il respiro che mi bruciava i polmoni. Il mio seme le coprì il seno sollevato dai respiri affannosi, scivolando caldo fino alla bocca dello stomaco.
Crollai di lato, incastrandomi tra lei e il muro freddo. Restammo così per lunghi minuti, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono. Il silenzio tornò a impadronirsi della stanza, rotto solo dal rumore dei nostri respiri che cercavano di tornare normali.
Con la mano libera, presi un lembo del lenzuolo e iniziai a pulirla con movimenti lenti e delicati. Irene mi lasciò fare, gli occhi chiusi, ma la tensione che l'aveva abbandonata durante l'amore stava già tornando a irrigidirle i muscoli.
Si voltò verso di me. Il suo viso era a pochissimi centimetri da me, il suosguardo, poco prima perso nella passione, ora era carico di un'angoscia che le scavava il viso.
«Ma...» sussurrò, la voce che tremava appena. «Se lo fossi davvero? Se il test fosse positivo... cosa succederà? Io sono terrorizzata.»
Mi appoggiai su un gomito, sovrastandola leggermente, e le scostai una ciocca di capelli incollata alla fronte sudata.
«Succederà che non sarai sola,» risposi, il tono fermo e irrevocabile del Capitano che non ammetteva repliche. «Se c'è un bambino, me ne assumerò ogni responsabilità. Ti porterò via da questo buco. E quando tornerò da Gibuti, non ci nasconderemo più.»
«E Valentina?...» provò a dire, ingoiando a fatica. «Lei non ti lascerà andare facilmente. Ha i soldi, ha il potere, ti farà terra bruciata intorno. Io non voglio che tu perda tutto per colpa mia.»
«Cosa dovrei perdere? La casa è mia, non abbiamo figli, abbiamo la separazione dei beni.,» la interruppi, accarezzandole la guancia sana. «Affronterò Valentina da uomo. Affronterò la sua famiglia e le loro ritorsioni. Ho comandato uomini in zone di guerra, credi che mi faccia spaventare dagli avvocati di mia moglie? Se c'è un figlio di mezzo, Valentina e il suo orgoglio passano in secondo piano.»
Vidi le sue spalle rilassarsi di un millimetro, rassicurata dalla mia sicurezza di granito. Ma il mio tono cambiò, indurendosi, diventando freddo e tagliente.
«C'è una condizione, però, Irene. Ed è vitale.» Le presi il mento, obbligandola a non distogliere lo sguardo. «Devi chiudere con Marco. Definitivamente. Niente più scuse, niente più incontri per dargli soldi o per "calmarlo". Devi sparire dalla sua portata.»
«Michael, io cerco di allontanarlo, ma lui...»
«Non mi interessa come,» dissi, scandendo ogni parola. «Quel bastardo ti ha spaccato il labbro perché ha solo dei sospetti. Se scopre cosa è successo, in un raptus di follia ti ammazza sul serio. E io sarò a migliaia di chilometri di distanza, non potrò difenderti.»
Irene chiuse gli occhi, una lacrima solitaria le sfuggì, scivolando sul cuscino. Sapeva che avevo ragione. Sapeva che Marco era una mina vagante.
«Se non lo fai tu, Irene, giuro su Dio che prima di partire lo cerco io,» conclusi, la voce che era un basso ringhio. «E se lo trovo, mi assicuro che non possa più alzare una mano su di te finché campa. Sono stato chiaro?»
Lei riaprì gli occhi, fissandomi. Non c'era paura nel suo sguardo per le mie parole, ma una profonda, viscerale gratitudine. Aveva passato la vita a difendersi da sola; ora, per la prima volta, c'era qualcuno disposto a bruciare il proprio mondo pur di tenerla al sicuro.
«Sei stato chiarissimo,» sussurrò, allungando una mano per accarezzarmi la mascella tesa. «Chiuderò con lui. Te lo prometto.»

Il fruscio dei vestiti che venivano recuperati dal pavimento fu l'unico suono a riempire la stanza per qualche minuto. L'aria fredda si era ripresa il suo spazio, pungendo la pelle umida di sudore. Mi allacciai i bottoni della camicia con gesti meccanici, la mente che già elaborava la mossa successiva come in un briefing operativo.
Irene si era infilata un maglione di lana infeltrito e stava cercando di sistemarsi i capelli disordinati guardandosi nel riflesso del vetro della finestra. Le sue mani tremavano ancora.
Recuperai il portafoglio dalla tasca dei pantaloni, estrassi una banconota da cinquanta euro e mi avvicinai a lei. Le presi una mano e le misi i soldi nel palmo, chiudendole le dita con dolcezza ma con fermezza.
«Vai a comprare quel test,» le dissi, abbassando il tono di voce per renderlo calmo, rassicurante. «Lo facciamo oggi. Insieme. Ti aspetto qui, se qualcuno ci vede in giro per il quartiere può essere un problema. Comprane due... di quelli buoni.»
Irene fissò il mio pugno chiuso sul suo. Sollevò lo sguardo, le iridi scure che tradivano una paura fottuta.
«Sei sicuro?» sussurrò. «Michael, se lo facciamo... non si torna indietro.»
«Sì, sono sicuro,» risposi, accarezzandole il viso per scostarle una ciocca ribelle. «Voglio sapere se diventerò padre oppure no. E voglio saperlo prima di partire. Vai.»
Lei annuì, deglutendo a vuoto. Infilò i soldi in tasca, prese il cappotto ed uscì.
Rimasto solo, l'appartamento mi sembrò ancora più piccolo. Dieci minuti. Dieci fottuti minuti che durarono un'eternità. Camminai avanti e indietro per il minuscolo soggiorno, guardando i mobili vecchi, i muri scrostati. Mi soffermai su una piccola cornice riposta sul mobile del soggiorno. Una foto di Irene da bambina. Aveva un viso già bellissimo e un sorriso che non le avevo mai visto da quando la conoscevo. Mi misi sul divano con la sua foto in mano. Avrei voluto vederla felice anche solo per un minuto, ma guardandomi intorno capivo perfettamente la sua situazione. Il suo era un mondo di stenti, di sopravvivenza quotidiana. E io, con la mia vita perfetta, ci ero entrato come un carro armato. Non provavo senso di colpa per quello che avevamo fatto. Provavo solo il terrore viscerale che le potessero fare del male. Quello era il mio unico pensiero.
Il rumore della chiave nella toppa mi fece scattare. Riposi velocemente la sua foto. Irene entrò, il fiato corto, le guance arrossate dal freddo e dalla corsa. Chiuse la porta a doppia mandata e si appoggiò al legno, stringendo un sacchetto bianco di carta della farmacia.
Senza dire una parola, si diresse in bagno.
«Vengo con te,» dissi, seguendola.
« Eh? Aspetta fuori. Non voglio che mi guardi mentre faccio pipì su uno stick. » Mi disse
« Ti ho vista fare cose peggiori » risposi quasi ridendo.
« Sei veramente un idiota, lo sai ? Entra ma girati " le avevo strappato una piccola e leggera risata e mi bastava.
Il bagno era così stretto che le mie spalle sfioravano lo stipite della porta. Le piastrelle sbeccate e la luce al neon ronzante creavano un'atmosfera clinica, crudele. Irene estrasse due scatole dalla busta. Due test di quelli digitali, precisi. Le tremavano le mani mentre strappava gli involucri.
Feci un passo indietro per darle privacy, girandomi verso la porta chiusa, sentendo il fruscio dei suoi vestiti.
«Fatto,» mormorò lei, la voce strozzata.
Mi voltai. Aveva appoggiato i due bastoncini di plastica bianca sul bordo del lavandino, in bilico. Il display di entrambi lampeggiava, un simbolo di clessidra che scandiva i tre minuti più lunghi della mia intera esistenza.
Ci mettemmo uno accanto all'altra, fissando quel pezzo di plastica come se fosse un oracolo. Le passai un braccio intorno alla vita, tirandola contro il mio fianco. La sentivo vibrare come una corda tesa.
*Due minuti.*
«Ho paura, Michael,» bisbigliò.
«Ci sono io. Shh.»
« facciamo così » mi misi dietro di lei coprendole gli occhi con le mani.
« No dai, così è peggio. L'attesa mi uccide »
*Un minuto.*
Il ronzio del neon sembrava trapelare nel cranio. L'aria era ferma.
Poi, i display smisero di lampeggiare. Contemporaneamente.
Sullo schermo del primo apparve una scritta inequivocabile: **INCINTA 2-3 **.
Spostai lo sguardo sul secondo. Il risultato apparve qualche secondo dopo ** INCINTA 2-3 **
« Allora? Sono pronti? »
« Si. » risposi togliendo lentamente le mani dai suoi occhi. « Diventeremo genitori »
Il silenzio che seguì fu assordante. Come una sentenza.
Irene si portò le mani ai capelli, indietreggiando fino a sbattere contro le piastrelle del muro. «Dio.. no...» iniziò a balbettare, il respiro che le si mozzava in gola, diventando irregolare, frenetico. L'iperventilazione la stava travolgendo.
« E Adesso? Non so come fare...» piagnucolò, gli occhi spalancati dal panico. «Sono incinta. Come faccio? Marco mi ammazza... ti giuro che mi ammazza se lo scopre. Valentina mi licenzierà.. il tuo matrimonio. Sta andando tutto a puttane.»
Si staccò da me poggiandosi al muro, portandosi le mani alla faccia.
Io mi aspettavo il colpo. Mi aspettavo che il peso di quella notizia mi schiacciasse, che mi facesse pensare agli avvocati, al divorzio, allo scandalo. Ma mentre la guardavo piangere disperata, sentii succedere qualcosa di strano nel mio petto. Una crepa. Il ghiaccio che aveva avvolto la mia vita per anni si infranse.
Guardai di nuovo quei due test. *Incinta*.
Sarei diventato padre. E la madre non era la donna fredda e calcolatrice che mi aspettava in una villa a fine giornata, ma una ragazza fragile e coraggiosa che stava crollando davanti a me.
Feci due passi, mi davanti a lei e le presi i polsi, staccandole le mani dal viso con una forza gentile.
«Irene. Ehi. Guardami.»
Lei scosse la testa, singhiozzando.
«Guardami!» alzai appena la voce, quel tanto che bastava per farle riaprire gli occhi. Erano un lago nero e disperato.
Le presi il viso tra le mani. Sentii un bruciore insolito dietro gli occhi. La vista mi si appannò per una frazione di secondo. Io, l'uomo che non aveva mai ceduto a un'emozione fuori posto, stavo piangendo. Una singola lacrima traditrice mi rigò la guancia, ma non feci nulla per nasconderla.
«Smettila di pensare a loro,» sussurrai, la voce incrinata, profonda, spogliata di ogni armatura. «Smettila di pensare a Marco, a Valentina o a qualsiasi altra cosa. Guardami.»
Avvicinai il mio viso al suo, sfiorandole il naso. Il mio respiro si mescolò al suo.
«Io ti amo.»
Irene smise improvvisamente di piangere. Il respiro le si bloccò nel petto. Spalancò gli occhi, incredula. Era la prima volta che glielo dicevo. Non l'avevo mai detto prima, nemmeno nell'intimità più sfrenata. Non lo avevo detto perché per me quelle parole avevano un peso assoluto.
«Ti amo, Irene,» le ripetei, scandendo ogni lettera, come per inciderle nella sua pelle. «Ti amo in un modo che non ha alcun fottuto senso logico, ma è una delle poche cose sicure nella mia vita. E questo bambino... questo bambino è nostro. Non mi importa cosa dovrò affrontare. Non dico che sarà facile... ma voi due venite via con me.»
Le sue labbra tremarono. La disperazione lasciò il posto a uno shock vulnerabile. Si slanciò in avanti, aggrappandosi al mio collo, seppellendo il viso contro la mia spalla, scoppiando in un pianto liberatorio, un fiume in piena di sollievo e amore.
La strinsi a me, cullandola. Avevamo tutto da perdere. Il mondo stava per crollarci addosso. Ma in quel momento, con lei tra le braccia e la vita che cresceva dentro di lei, mi sentii invincibile.

CONTINUA....
scritto il
2026-04-18
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