Mentre lei non c'è - Danni Collaterali. Parte 2

di
genere
etero

Erano le due di notte. Sul tavolo della sala da pranzo c’erano sparsi i faldoni del mio avvocato, le perizie psichiatriche e la trascrizione preliminare dell’udienza. Avevo ancora addosso la gonna a tubino grigia e la camicia di seta bianca, ormai stropicciata. Il collant mi stringeva la vita, ma non ci facevo caso. Avevo un bicchiere di gin mezzo vuoto in una mano e una penna nell'altra, gli occhi bruciavano per la stanchezza mentre rileggevo per l'ennesima volta la memoria difensiva di Sironi.
*“La revisione strategica… Il ripensamento di una donna lucida…”*
Quelle parole erano un veleno che mi scorreva nelle vene. Stavo cercando un cavillo, un dettaglio. Volevo distruggerlo. Volevo vederlo strisciare.
Sentii la chiave girare nella toppa. Riccardo rientrò dal turno di notte. Indossavs una giacca ad alta visibilità.
Si fermò sulla soglia del soggiorno. Mi guardò. Non disse niente per un lungo istante, limitandosi a sfilarsi la giacca.
«Sei ancora vestita come stamattina in tribunale,» mormorò, avvicinandosi al tavolo. Abbassò lo sguardo sulle carte.
«Vale, sono le due. Vai a dormire. Ti stai avvelenando da sola.»
«Devo trovare qualcosa,» risposi, la voce tesa, senza nemmeno alzare gli occhi dal foglio.
«Sironi ha convinto il giudice che io sia una calcolatrice. Se lascio passare questa linea difensiva, Michael vince. E lui non deve vincere.»
Riccardo sospirò pesantemente. Allungò una mano e mi chiuse il faldone proprio sotto il naso. «Basta.»
Scattai in piedi, la sedia che raschiava contro il pavimento.
«Ma che cazzo fai? Levami le mani dalle carte, Riccardo!»
Lui non indietreggiò. I suoi occhi, solitamente caldi, erano diventati due fessure scure.
«Ha ragione Sironi.»
L'aria nella stanza sembrò congelarsi.
«Cosa hai detto?»
«Ho detto che quel pezzo di merda del suo avvocato ha ragione. Non sulla causa, ma su di te,» ringhiò Riccardo, piantando le mani sul tavolo, invadendo il mio spazio. «Non te ne frega niente dei soldi, Valentina. A te frega di "lui". Questa causa è la tua fottuta scusa per non lasciarlo andare. Per costringerlo a guardarti. Sei qui, alle due di notte, vestita per lui, a pensare a lui, a combattere una guerra pur di non ammettere che sei ancora ossessionata dal tuo ex marito!»
«Tu non sai niente!» gli urlai contro, sentendo le lacrime di rabbia pungermi gli occhi.
«Tu non c'eri! Non sai cosa mi ha fatto!»
«So quello che stai facendo a me!» ribatté lui, la voce che faceva tremare i vetri.
«Ti scopo, ti tengo sveglia quando hai gli incubi, provo a tirarti fuori da questa merda, ma tu torni sempre lì. Nella testa, tu sei ancora la moglie di quello stronzo!»
La rabbia mi accecò. Il mio ego, ferito a morte prima da Michael e ora smascherato da Riccardo, scelse la via più crudele per difendersi.
«E allora?!» strillai, puntandogli un dito contro il petto.
« Non paragonarti a lui, perché non sei niente in confronto a quello che è stato lui per me! La nostra non è stata una storiella qualsiasi capito? Ho passato metà della mia vita con lui e tu non hai il diritto di commentare la nostra storia!»
Le parole restarono sospese. Vidi la mascella di Riccardo contrarsi fino a far sbiancare la pelle. Un muscolo gli tremava sul collo. Avevo colpito il punto più basso, e lo sapevo.
Con un gesto così violento e improvviso che non feci in tempo a gridare, Riccardo spazzò via tutto dal tavolo. I faldoni, i fogli di Sironi, le perizie, il mio bicchiere di gin. Tutto volò a terra con uno schianto tremendo, il vetro che andava in frantumi sul parquet.
Poi mi afferrò.
Le sue mani larghe e ruvide mi presero per i fianchi. Mi sollevò di peso, sbattendomi sul legno nudo del tavolo. Il colpo mi fece mancare il fiato.
«Io non sono nessuno quindi, eh?» sibilò, il viso a un millimetro dal mio. Il suo respiro sapeva di caffè freddo e rabbia pura.
«Vediamo se il tuo fottuto Capitano ti faceva sentire così.»
Mi afferrò la camicia di seta e tirò. I bottoni saltarono via come proiettili, schizzando per la stanza. Rimasi col petto ansante, coperto solo dal reggiseno di pizzo nero. Non feci resistenza. La sua aggressività non mi spaventava; era benzina sul fuoco della mia stessa frustrazione.
Riccardo mi spinse giù, costringendomi a sdraiarmi sulla schiena. Mi infilò una mano sotto la gonna a tubino, afferrando il collant e gli slip in una presa unica. Con uno strattone brutale, tirò via tutto. I miei pantaloni e i miei slip.
Ero nuda dalla vita in giù, esposta, le gambe aperte sul bordo del tavolo.
Lui si slacciò la cintura con gesti furiosi. Non si tolse né la maglietta né gli stivali. Tirò fuori il suo cazzo, duro come la pietra, gonfio e livido per la rabbia. Non ci furono preliminari. Non c'era amore, stasera. C'era solo una dichiarazione di guerra.
Mi afferrò le cosce e le spinse verso il mio petto, aprendomi completamente, e affondò dentro di me con una spinta unica, spietata.
Lanciai un urlo strozzato. Fece male. Un dolore acuto e bruciante che si trasformò istantaneamente in una scarica di adrenalina e piacere così intenso da farmi inarcare la schiena. Riccardo iniziò a scoparmi con foga, il bacino che sbatteva contro le mie natiche e contro il legno del tavolo con un rumore osceno, carnale.
«Pensa al tuo Capitano adesso!» ringhiava tra una spinta e l'altra, le dita che mi stringevano i polsi, bloccandomeli sopra la testa.
«Pensalo, mentre ti sfondo!»
« Aah, aaah. Ssiiii » gridai
Ero persa. Il tavolo tremava. I fogli delle difese di Sironi, sparsi a terra, venivano calpestati dai suoi stivali a ogni affondo. Il piacere stava prendendo il sopravvento sulla ragione. Le mie pareti interne si contraevano avidamente attorno a lui, l'attrito ruvido mi stava portando sull'orlo del baratro in tempi record. La mente andò in cortocircuito. Il trauma, il processo, Michael in tribunale col suo abito sartoriale, e questa forza bruta che mi stava possedendo, si fusero in un unico vortice allucinante.
Sbattevo la testa all'indietro a ogni colpo. Il respiro era corto, il cuore mi martellava in gola. Riccardo mi afferrò i seni, stringendoli più forte del dovuto.
«Ahii... siii, ssiii, ti prego...» ansimavo, ma la tensione era troppa. Ero sovraccarica. Sentii l'orgasmo salire, un'onda incandescente che minacciava di spezzarmi in due.
Riccardo aumentò il ritmo. Era sudato, furioso, stava per cedere anche lui. La sua presa sui miei polsi divenne d'acciaio. Affondò due, tre volte, sfiorando il mio punto più profondo.
Il piacere esplose. Il mio corpo ebbe uno spasmo violento e, senza che potessi controllarlo, il cervello sputò fuori l'unico nome che aveva infestato la mia testa per tutto il maledetto giorno.
«Sì... oh Dio... Michael!!»
L'urlo squarciò la stanza.
Riccardo si paralizzò.
Si fermò con una tale brutalità che mi sembrò di essermi schiantata contro un muro. Il tempo si congelò. Il mio respiro era affannoso, il corpo ancora scosso dagli spasmi del piacere, ma quando aprii gli occhi e vidi il viso di Riccardo, il sangue mi si gelò nelle vene.
I suoi occhi erano dilatati, vitrei. L'ira che c'era un secondo prima era stata sostituita da un disgusto assoluto, freddo e letale.
«Riccardo...» sussurrai, la voce tremante. La nebbia si stava diradando e la consapevolezza di quello che avevo appena fatto mi cadde addosso come una lastra di cemento.
«Scusani, io... io non volevo...»
Lui non rispose. Si sfilò da me con un gesto così brusco da farmi vacillare sul tavolo. Guardò il suo pene, ancora eretto e lucido, poi guardò me. C'era un disprezzo totale.
Non finì dentro di me.
Si ricompose in silenzio. Il rumore della zip dei suoi pantaloni fu l'unico suono nella stanza.
Rimasi sdraiata sul tavolo, la camicia strappata, il respiro rotto, incapace di muovermi. La vergogna mi bruciava la pelle più di quanto non avesse fatto il suo corpo.
Riccardo si avvicinò e afferrò la sua giacca bagnata dal divano.
«Richi, ti prego, ascoltami...» provai a dire, tirandomi su a fatica, cercando di coprirmi i seni con i lembi rovinati della camicia.
«Zitta, per favore. Non voglio sentirti,» disse lui, la voce vuota, priva di ogni emozione. «Cosa pensi che sia io, eh? Un rimpiazzo? Perchè se è cosi, se sono solo un giocattolo, possiamo chiuderla qui.»
Senza guardarmi in faccia, si girò e uscì dalla stanza. La porta d'ingresso sbatté dietro di lui con un tonfo sordo, lasciandomi sola in mezzo ai vetri rotti e alle carte calpestate, col sapore amaro di una sconfitta che mi ero inflitta da sola.

Per quattro giorni, il mio telefono è rimasto muto. Quattro giorni in cui l'eco del nome di Michael, urlato in quel momento disastroso, sembrava rimbalzare contro le pareti del mio appartamento, deridendomi.
Avevo raccolto i vetri, messo via i fascicoli di Sironi e fatto ordine sul tavolo, ma il disordine vero era dentro di me. Riccardo aveva ragione su tutto: stavo usando la causa per tenere in vita un fantasma, e nel farlo stavo distruggendo l'unico uomo reale, solido e sincero che avesse provato a salvarmi.
Il quinto giorno, non ce l'ho fatta più.
Ho guidato fino alla centrale del 118. Ho parcheggiato, aspettando la fine del suo turno. Quando l'ho visto uscire dal cancello automatico, con il borsone in spalla e la stanchezza scavata sul viso, il cuore mi è salito in gola.
Mi sono avvicinata a passo svelto. Lui si è irrigidito non appena mi ha vista, gli occhi scuri che si chiudevano a riccio. Ha fatto per superarmi.
«Richi, ti prego. Fermati.»
«Devo andare a casa, Valentina. Sono a pezzi,» ha risposto freddo, senza guardarmi.
«Cinque minuti. Ascoltami per cinque minuti e se poi vorrai andartene, giuro che non ti cercherò mai più.»
Si è fermato sotto la luce arancione di un lampione, voltandosi verso di me. Aveva un'espressione ferita, quella di un uomo che si è sentito usato come una pezza da piedi.
«Non ero in me, l'altra sera,» ho iniziato, la voce che mi tremava per lo sforzo di abbattere ogni mia difesa. «Quel nome… è stato un cortocircuito. Una reazione al trauma, alla rabbia. Ma non era desiderio, Riccardo. Te lo giuro sulla mia vita. Tu non sei un rimpiazzo. Tu sei la cosa migliore che mi sia capitata da quando sono finita in quell'ospedale. Non mi farò più prendere in quel modo dal processo, te lo prometto. Voglio solo te.»
Riccardo mi ha fissata a lungo. Ho visto la sua mascella rilassarsi millimetro dopo millimetro. Ha lasciato cadere il borsone a terra, ha fatto un passo verso di me e mi ha preso il viso tra le mani, baciandomi con una dolcezza disperata che mi ha fatto sciogliere in lacrime proprio lì, in mezzo alla strada.
Quando siamo entrati nel mio appartamento, non c'è stata la foga brutale dell'ultima volta. C'era un bisogno profondo, quasi sacro, di ritrovarci.
Ci siamo spogliati lentamente in camera da letto, alla sola luce dei lampioni che filtrava dalle tapparelle socchiuse. Mi ha sfilato il cappotto, poi il vestito, baciandomi la pelle ovunque la scoprisse. Quando siamo rimasti nudi, mi ha spinta dolcemente sul bordo del materasso, facendomi stendere, per poi sedersi e tirarmi a cavalcioni su di lui.
Ho avvolto le gambe attorno alla sua vita, sentendo il calore del suo petto nudo contro i miei seni. Era già rigido, pronto. Con un movimento lento, mi sono abbassata, accogliendolo dentro di me.
Un sospiro profondo, spezzato, è sfuggito a entrambi.
Era una sensazione di pienezza totale, di riappropriazione. Riccardo emise un sibilo tra i denti, la mascella serrata, mentre i miei muscoli lo avvolgevano, stringendolo in un abbraccio viscido e caldo. Era un incastro perfetto, pieno e rassicurante. Non mi mossi veloce. Volevo assaporare ogni millimetro.
Mi sono sporta in avanti, incollando la mia fronte alla sua. I nostri nasi si sfiorarono, sfregandosi leggermente a ogni respiro affannoso. Potevo sentire la sua aria calda mescolarsi con la mia, un ritmo sincopato che accelerava mentre io iniziavo a oscillare sui fianchi. I nostri occhi erano spalancati, fissi a pochi centimetri di distanza, e in quello sguardo c'era tutto il rimorso e tutto l'amore che non avevamo saputo dire a voce..
«Sei bellissima...» ha mormorato Riccardo contro la mia bocca, le sue mani che mi accarezzavano la schiena, salendo fino a intrecciarsi nei miei capelli.
«Sono tua,» ho sussurrato, baciandolo. Un bacio umido, aperto, le nostre lingue che si cercavano senza sosta, accompagnando il ritmo del mio bacino.
Non smettevamo di baciarci. Era come se avessimo bisogno di respirare la stessa aria. Mi sollevavo, stringendo i muscoli attorno al suo sesso, per poi scendere fino in fondo, rubandogli un gemito.
«Dimostramelo, Vale,» ha ansimato lui, rompendo il bacio solo per una frazione di secondo.
«Scopami... fammi sentire che ci sei solo tu. Che ci siamo solo noi.»
«Ci siamo solo noi,» ho risposto, aumentando il ritmo, graffiandogli leggermente le spalle.
« Si cosii Richi... mmh... aah ssiii, siii.»
«Cazzo, sì... così. Continua.»
La tensione saliva, densa e caldissima. Con una mossa fluida, Riccardo ha afferrato i miei fianchi, mi ha sollevata e, ribaltando le posizioni, mi ha schienata sul materasso. I miei capelli biondi sparsi come un alone sul cuscino, e Riccardo sopra di me, pesante e possente. La sua pelle calda e sudata premeva contro la mia, il tatuaggio tribale sulla sua spalla che brillava leggermente per il sudore.
Non perse tempo. Le sue labbra abbandonarono la mia bocca e scesero lungo la mia mandibola, mordicchiando il lobo del mio orecchio prima di tracciare una linea di fuoco lungo il collo. Si fermò sul mio seno, prendendosi il suo tempo. Le sue mani mi afferrarono le tette, grosse e pesanti, schiacciandole insieme mentre la sua bocca si chiudeva su un capezzolo già duro. Lui continuò la sua discesa. La sua lingua tracciò un solco bagnato tra i miei seni, scivolò lungo lo sterno e il ventre, fermandosi a incidere l'ombelico. Poi fu giù, tra le mie cosce. Le sue mani mi aprirono con decisione, esponendo la mia figa already bagnata e gonfia. Quando la sua lingua mi colpì per la prima volta, sollevai i fianchi dal letto, arcuandomi.
Mi leccò con avidità, non come un medico che cura, ma come un uomo affamato. La sua bocca si muoveva su e giù, succhiando le mie labbra maggiori, pungendo il clitoride sensibile, penetrandomi con la lingua rigida. I suoni che faceva erano pornografici, schioccamenti umidi e gemiti profondi che vibravano contro la mia carne. Poi si fermò di colpo, risalì. Si posizionò tra le mie gambe allineando il suo cazzo duro alla mia entrata. Mi penetrò in un colpo solo, ri riempendo bruscamente, cancellando il vuoto lasciato dalla sua bocca.
Ora era lui sopra di me. Ho istintivamente alzato le gambe, incrociando le caviglie dietro la sua schiena, intrappolandolo contro il mio bacino per non fargli perdere un millimetro di profondità.
« Ooh, si Richi, sii cosi ti prego »
Riccardo ha preso il mio viso tra le sue mani grandi e calde, i pollici che mi accarezzavano gli zigomi. I suoi occhi erano neri di desiderio, ma carichi di una tenerezza infinita. Si è abbassato e ha ricominciato a baciarmi.
Un bacio dopo l'altro, profondo, vorace. Baciava le mie labbra, poi scendeva sul mento, sul collo, per poi tornare alla mia bocca, mentre il suo bacino spingeva dentro di me con colpi lunghi, misurati, potenti.
«Sei mia,» ha ringhiato dolcemente, a fior di labbra. «Tutta mia.»
«Sì... spingi, amore mio... ancora,» ansimavo, persa nel sapore della sua lingua e nel piacere che mi inondava il ventre. Le mie unghie affondavano nei suoi glutei, spronandolo a darmi di più.
Non c'era più rabbia, non c'erano fantasmi, non c'erano tribunali. Era sesso crudo, intimo, sporco nelle parole ma puro nell'intenzione.
«Voglio venirti dentro,» ha sussurrato Riccardo, il respiro che si faceva irregolare, la presa sul mio viso che si stringeva. «Voglio lasciarti il mio sapore addosso. Dimmi di sì, Valentina.»
«Sì, vieni dentro di me, Richi. Inondami,» ho pregato, stringendo le pareti vaginali attorno a lui, spingendo il mio bacino contro il suo per sfregare il mio clitoride contro il suo inguine sudato.
È bastato quello. Ho sentito l'orgasmo esplodermi dentro, un'onda dorata e caldissima che mi ha fatto inarcare la schiena con un gemito lungo e vibrante contro la sua bocca.
« Oddiooo, siiii... aaahh »
Riccardo ha seguito il mio piacere: si è irrigidito, ha affondato per l'ultima volta, premendosi contro di me con tutte le sue forze, e si è svuotato con un sospiro profondo, tremando.
Il suo seme caldo mi ha inondata, una sensazione di pienezza e di appartenenza totale.
Non si è spostato. Ha lasciato che il suo peso mi coprisse come una coperta sicura, il cuore che gli batteva all'impazzata contro il mio petto. Non abbiamo smesso di baciarci. Baci lenti, stanchi, salati di sudore e dolci di sollievo, le nostre bocche ancora incollate mentre i nostri corpi si rilassavano nella penombra.
«Questa è la Valentina che conosco io,» ha mormorato lui alla fine, staccandosi di pochi centimetri per guardarmi negli occhi, sorridendo debolmente.
Gli ho accarezzato la guancia, tracciando il contorno delle sue labbra con il pollice.
«Ti amo, Riccardo. Non voglio perderti, ma sono ancora un po' confusa e destabilizzata.»
Restammo li, sdraiati sul letto a guardarci e a scambiarci baci intimi e dolci.

IL RITORNO IN AULA:

L'aria nell'aula del tribunale era pesante, satura di quell'attesa tesa che precede le mosse decisive in una partita a scacchi. Mi sedetti dritta al banco, accanto all'avvocato Demichelis. Era il mio momento. Avevo chiesto di rilasciare dichiarazioni spontanee.
Sapevo che Michael mi stava guardando, ma tenni gli occhi fissi sulla Giudice. Dovevo smontare il castello di carta che Sironi aveva costruito dipingendomi come una stratega fredda e vendicativa.
Presi un respiro profondo. Quando parlai, la mia voce non tremò.
«Vostro Onore, l'avvocato della controparte mi ha accusata di aver pianificato questa causa, di aver aspettato per "monetizzare le macerie". Ma la verità è molto meno calcolata e molto più dolorosa.»
Feci una breve pausa, lasciando che il silenzio riempisse la stanza.
«Non ho aspettato per costruire una causa. Ho aspettato perché nei primi mesi non ero fisicamente e mentalmente in grado di capire cosa mi stesse accadendo, né di chiamarlo con il suo nome. Ho provato a minimizzare. A reggere.»
Con la coda dell'occhio vidi Sironi. Era sprofondato nella sua poltrona, la penna stilografica che picchiettava leggera sul blocco note in pelle. Fece una piccola smorfia con le labbra, un sorriso asimmetrico e sprezzante, scuotendo impercettibilmente la testa. Il suo linguaggio del corpo era un messaggio chiaro per la Giudice: "Sarà tutto inutile. Sono le solite lacrime di coccodrillo."
Ma non mi lasciai intimidire. Strinsi le mani a pugno sotto il tavolo e continuai, alzando leggermente il mento.
«Ho fatto quello che fanno le persone umiliate quando non riescono ancora a permettersi di crollare: ho rimandato. Ho finto che il dolore fosse gestibile, per pura sopravvivenza. La controparte chiama questo "calcolo strategico". Il mio medico lo ha chiamato "stress post traumatico".»
Guardai Michael per una frazione di secondo. Era una statua di marmo, il volto imperscrutabile, ma notai che aveva irrigidito la mascella.
«Non ero lucida in quei mesi,» conclusi.
«Ero semplicemente in apnea.»
Quando tornai a sedermi, Demichelis mi diede una leggera pacca incoraggiante sul braccio. Era il momento del nostro carico da novanta. La cancelliera chiamò a deporre la dottoressa Masini.
La mia psicologa entrò nell'aula con il suo solito passo misurato. Indossava un completo blu scuro e portava con sé una spessa cartellina clinica. Prestò giuramento con voce chiara e professionale, accomodandosi poi davanti al microfono.
«Dottoressa Masini,» esordì Demichelis, alzandosi in piedi.
«Ci può descrivere in quali condizioni cliniche ha trovato la signora Bellardi quando ha iniziato il suo percorso terapeutico?»
La dottoressa sistemò gli occhiali sul naso e aprì la cartellina, consultando appena i propri appunti.
«Ho preso in carico la signora Bellardi circa tre settimane dopo la separazione,» disse, con un tono così clinico e distaccato da rendere le sue parole pesanti come piombo.
«La paziente presentava una sintomatologia severa, compatibile con un episodio depressivo maggiore con marcata componente ansioso-traumatica.»
Sironi smise di giocherellare con la penna. Prese un appunto veloce, aggrottando la fronte.
«Dottoressa,» intervenne la Giudice, sporgendosi in avanti.
«La difesa fa notare che la signora, al momento della separazione, si è mostrata estremamente lucida, misurata, capace di accordi civili. Questo non contrasta con una diagnosi di depressione maggiore e trauma?»
Era la domanda chiave. Quella su cui Sironi aveva scommesso tutto.
La dottoressa Masini alzò lo sguardo sui presenti, un'espressione quasi severa sul volto.
«Assolutamente no, Vostro Onore. Anzi. In termini semplici: il fatto che la signora Valentina fosse capace di sembrare lucida e distaccata non è clinicamente incompatibile con un trauma profondo. È, semmai, una delle sue manifestazioni più comuni nei soggetti socialmente e professionalmente strutturati.»
Il silenzio in aula divenne assoluto.
«La paziente,» continuò la Masini,
«ha messo in atto un "meccanismo difensivo". Ha isolato l'emozione dell'abbandono e del tradimento per poter gestire le pratiche burocratiche e la logistica della separazione senza impazzire. Quella che l'avvocato della difesa chiama 'lucidità strategica', in psicologia si chiama 'coping di evitamento'. La signora non stava calcolando i danni. Stava tenendo insieme i pezzi della sua sanità mentale, finché non è crollata completamente non appena il divorzio è diventato ufficiale.»
Sironi scattò in piedi, il viso rosso.
«Vostro Onore, mi oppongo! La dottoressa sta facendo congetture su quello che la difesa intende o non intende. Chiedo che si attenga alla diagnosi clinica.»
« L'opposizione è respinta, avvocato Sironi,» lo zittì la Giudice con un gesto secco della mano.
«La dottoressa sta spiegando esattamente perché la vostra tesi dell'incompatibilità temporale non ha basi cliniche. Prego, dottoressa, continui.»
Guardai Sironi rimettersi a sedere. Quella smorfia arrogante che aveva sul viso poco prima era sparita, sostituita da un cipiglio rabbioso. Aveva provato a dipingermi come una stratega spietata, ma la dottoressa Masini aveva appena trasformato la sua arma principale nella prova schiacciante della mia devastazione psicologica.
Per la prima volta da quando era iniziato quel maledetto incubo legale, respirai davvero. Guardai Michael dall'altra parte dell'aula. Stava fissando il tavolo, le mani intrecciate così forte che le nocche erano bianche.
Il processo era ancora lungo, ma Sironi non era l'unico a saper giocare le sue carte. E ora, in quell'aula, la verità aveva finalmente il suo peso.
Però il senso di vittoria che mi aveva appena riscaldato il petto durò esattamente il tempo che Sironi impiegò ad alzare lo sguardo dal suo blocco note.
Nell'aula scese un silenzio sospeso, quasi innaturale. La Giudice si sistemò gli occhiali sul naso e guardò verso il banco della difesa.
«Avvocato Sironi? Desidera intervenire per il controinterrogatorio?»
Sironi non rispose subito. Fece finta di scorrere un documento. In quel preciso istante, Michael si chinò impercettibilmente verso di lui. Non lo guardò in faccia, mantenne lo sguardo fisso in avanti, ma gli sussurrò qualcosa all'orecchio. Poche, rapide sillabe. Una coordinazione tattica perfetta.
Sironi annuì piano, un mezzo sorriso che gli piegò un solo angolo della bocca. Poi si alzò. Con una calma estenuante, si abbottonò la giacca, come se la risposta che stava per ottenere gli interessasse molto meno della piega dei suoi pantaloni. Era la postura di un predatore che sa già che la preda non ha vie di fuga.
«Dottoressa Rinaldi, vorrei solo un chiarimento tecnico, se possibile,» esordì Sironi, la voce vellutata, priva di qualsiasi aggressività. Era quello il suo superpotere: non ti urlava mai contro. Ti decapitava con estrema educazione.
Si avvicinò al centro dell'aula e sfiorò il suo fascicolo con due dita, senza nemmeno aprirlo. Lo sapeva a memoria.
«Lei ha parlato di un quadro depressivo con marcata componente ansioso-traumatica, e il Tribunale ne prende atto. La sua professionalità è indiscutibile.» Fece una pausa calcolata.
«Ma nella formulazione della sua valutazione clinica, lei ha considerato anche l’episodio di aggressione fisica subito dalla signora Valentina nei mesi successivi alla separazione... corretto?»
Il sangue mi si congelò nelle vene.
"L'aggressione." Sentii il respiro mancarmi. Demichelis, accanto a me, si irrigidì, la mascella contratta. Sironi aveva appena estratto il bisturi. Stava per usare il momento più terrificante della mia vita — un trauma quasi mortale — per salvare il conto in banca e la reputazione del mio ex marito.
La dottoressa Rinaldi esitò appena. Guardò me, poi la Giudice, consapevole della trappola. Ma era sotto giuramento. Era uno scienziato, non un avvocato difensore.
«Sì,» rispose infine, la voce neutra.
Sironi annuì, quasi distrattamente, facendo scivolare le mani nelle tasche dei pantaloni.
«Quell’episodio — per la sua natura violenta, improvvisa e fisicamente destabilizzante — è clinicamente compatibile con un aggravamento, o persino con l'innesco principale, del quadro ansioso-traumatico della paziente?»
«Mi oppongo!» scattò in piedi il mio avvicato.
«Vostro Onore, l'avvocato sta cercando di confondere le cause. Stiamo parlando del danno endofamiliare causato dall'ex marito, non—»
«Sto parlando di nesso causale, Vostro Onore,» lo interruppe Sironi, senza nemmeno alzare la voce, rivolgendosi alla Giudice con un garbo che rasentava la presa in giro.
«La controparte chiede un risarcimento pesante per un danno morale. È mio dovere accertarmi da dove derivi, "realmente" questo danno.»
La Giudice sospirò.
«L'opposizione è respinta. Risponda, dottoressa.»
La psicologa si fermò il tempo necessario a non tradire esitazione. Strinse le mani attorno al microfono.
«Sì, l'aggressione è certamente compatibile con un aggravamento del quadro.»
Sironi fece un altro passo, lento, avvicinandosi al banco dei testimoni. Ora la stava braccando.
«Quindi, per essere precisi, dottoressa: allo stato della sua valutazione clinica, lei può dire al Tribunale che la signora Valentina ha sviluppato un quadro psicologico reale e serio. Nessuno lo nega.» La sua voce si fece improvvisamente fredda, affilata come una lama.
«Ma lei "non può" affermare, con assoluto rigore tecnico, che l’entità del crollo oggi osservato sia causalmente riferibile al solo comportamento del mio assistito, senza l’interferenza aggravante e devastante di un evento violento successivo e autonomo. Corretto?»
La pausa che seguì fu breve. Inevitabile.
Sironi sapeva che la Rinaldi non poteva mentire. Sia per il ruolo che ricopriva sia per il giuramento. Aveva usato l'etica della mia dottoressa come un'arma contro di me.
La dottoressa Rinaldi serrò appena la mandibola. I suoi occhi si abbassarono per una frazione di secondo.
«Corretto,» ammise, le parole che le pesavano sulla lingua.
«In termini clinici e di fronte a traumi multipli sovrapposti, non è possibile isolare in modo assoluto e matematico un unico fattore causale esclusivo.»
Sironi non sorrise. Non esultò. La sua crudeltà era troppo raffinata per la teatralità da quattro soldi. Richiuse il blocco note con un gesto secco, composto. Un *clic* che risuonò nell'aula come la chiusura di una bara.
«La ringrazio per la sua onestà intellettuale, dottoressa. Nient’altro, Vostro Onore.»
Mentre Sironi tornava a sedersi, Michael non si voltò verso di me. Fissava il vuoto davanti a sé, la schiena dritta. Avevano appena preso la violenza che avevo subito per strada — il sangue, il terrore, i mesi di convalescenza — e l'avevano trasformata nel loro scudo legale perfetto.
Mi sentii annegare, proprio lì, sotto le luci al neon del tribunale. Sironi non aveva solo rigirato la frittata. Mi aveva appena tolto l'ossigeno.

CONTINUA... . . .
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2026-04-30
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