Mentre lei non c'è. Capitolo 1
di
Michael035
genere
etero
Il silenzio in casa mia ha un suono particolare. Non è pace; è una specie di ronzio elettrico, il rumore bianco di un matrimonio che va avanti per inerzia. Sei anni con Valentina, e ormai la nostra vita è un incastro di agende. Io in caserma, o peggio in qualche missione di 6 mesi con l'esercito. Lei a organizzare matrimoni da favola per gente che ha decisamente più tempo di noi per goderseli.
Io ho 35 anni, mia moglie appena 2 in meno, 33.
Anche quando non c'è, Valentina riempie la casa. Lo fa attraverso lo smartphone. Messaggi vocali da due minuti sparati a velocità 1.5x, direttive precise su come deve girare il mondo in sua assenza. E, ultimamente, il bersaglio principale delle sue direttive è Irene.
Irene ha venticinque anni, una cascata di capelli castani che le finiscono sempre davanti agli occhi, tagliati da una frangetta un po' irregolare, e un bisogno disperato di lavorare. Valentina l'ha assunta perché costava poco, ma la tratta come se la pagasse a peso d'oro.
«Michael, controlla che Irene passi la cera sul parquet dello studio. L'altra volta ha fatto un lavoro approssimativo. E dille di lavare le tende di lino a freddo, se me le restringe la caccio su due piedi.» Ascolto questi vocali mentre mi preparo il caffè, guardando Irene di sottecchi. È in salotto, piegata in due a strofinare il battiscopa. Ha le cuffiette nelle orecchie per isolarsi dal mondo, indossa pantaloni della tuta sformati e una maglietta di cotone troppo grande. So che ha una situazione difficile a casa: un padre assente dalla sua nascita, una madre con problemi di salute che conta su di lei per fare la spesa, e un fidanzato. Un ragazzo con cui sta dai tempi della scuola, una di quelle relazioni che spesso diventano un'altra gabbia da cui non sai come uscire. Entrambi siamo legati a qualcun altro. Entrambi siamo bloccati.
Io cerco di alleggerirle il carico. Quando Valentina mi ordina di farle fare gli straordinari per pulire l'argenteria, le dico di lasciare perdere. "Ha detto mia moglie che va benissimo così, Irene. Stacca pure." Lei mi guarda sempre con quel misto di sospetto e gratitudine, abbassando subito i grandi occhi scuri.
È una ragazza precisa, ma la vita le rema contro. Prende due autobus per arrivare da noi. Almeno un paio di volte a settimana il mio telefono vibra alle 8:15. «Buongiorno Michael, mi scusi tanto, il 43 ha saltato la corsa. Farò un quarto d'ora di ritardo, recupero a fine turno, le giuro.»
Le rispondo sempre la stessa cosa: «Tranquilla. Non correre, fai con calma.» So che se lo dicesse a Valentina, mia moglie le farebbe una ramanzina infinita sul valore del tempo e della puntualità. Io, che la puntualità militare ce l'ho tatuata nel cervello, con lei me ne frego. Quando arriva, trafelata, col fiatone e le guance arrossate, le faccio trovare una tazza di caffè caldo sul bancone della cucina e torno nel mio studio senza dire una parola.
Il nostro è un balletto muto. Fino a giovedì scorso.
Valentina era a Firenze per tre giorni. La casa era silenziosa, pioveva. Irene stava finendo il suo turno. Sentivo il rumore dell'acqua in cucina. Poi, improvvisamente, si fermò. Venne verso la porta del mio studio, fermandosi sulla soglia come se ci fosse un campo minato. Si torturava le mani rosse per i detersivi.
"Tutto a posto, Irene?" chiesi, togliendomi gli occhiali da riposo.
"Sì... cioè, no." Si morse il labbro inferiore. " Michael, io avrei bisogno di un favore... mi vergogno da morire a chiederglielo. Ma sua moglie non risponde al telefono."
"Sarà impegnata in qualche riunione con i clienti. Dimmi pure."
Prese un respiro profondo. "Avrei... avrei bisogno di un anticipo sullo stipendio del mese prossimo. Mia madre ha dovuto fare delle visite extra e... non ci arrivo. Se è un problema, faccia finta di niente."
La sua voce tremava. L'umiliazione le colorava il collo di chiazze rosse. Sapevo che Valentina le avrebbe detto di no per "questione di principio".
Mi alzai, aprii il cassetto della scrivania dove tenevo dei contanti per le emergenze e presi tre banconote da cento. Gliele porsi.
"Non dire nulla a Valentina. Questi te li do io. Consideralo un extra. "
Lei sgranò gli occhi. Fece per rifiutare, ma ne aveva troppo bisogno. Prese i soldi, sfiorandomi le dita. La sua mano era gelida.
"Io... non so come ringraziarla, davvero."
"Stacca pure, Irene, hai fatto un buon lavoro. "
Quel piccolo segreto ha cambiato la densità dell'aria tra di noi. L'indifferenza era sparita, sostituita da una tensione sottile, invisibile, che ci legava ogni volta che ci incrociavamo in corridoio.
Il muro ha rischiato di crollare ieri mattina.
Ero seduto sul divano a leggere un dossier. Irene stava spolverando la cristalliera in salotto. Ho sentito il suono del suo respiro spezzato, seguito da un tonfo secco e un rumore di vetri in frantumi.
Mi sono voltato di scatto.
Irene era in ginocchio sul tappeto, pietrificata. Ai suoi piedi c'erano i resti di un calice di cristallo blu scuro. Uno dei bicchieri che Valentina aveva comprato in Sri Lanka durante il nostro viaggio di nozze. La sua collezione intoccabile.
"Oh Dio. " mormorò Irene, la voce strozzata dal panico. "Mi dispiace, mi dispiace tanto, mi è sfuggito dalla mano e non ho fatto in tempo a riprenderlo." Dagli occhi le cadde una lacrima, rotta dallo stress accumulato. Iniziò a raccogliere i cocci con le mani nude, tremando come una foglia.
"Ferma, cazzo, ti tagli!" scattai in piedi e mi precipitai da lei, buttandomi in ginocchio sul tappeto.
"Lo ripago, le giuro che lo ripago, le dica che..." cercando di afferrare un pezzo tagliente.
Le bloccai i polsi con le mani. La stretta fu forte, forse troppo. "Irene. Calmati. È un cazzo di bicchiere, ok? "
Si bloccò. Alzò il viso verso il mio. Eravamo vicinissimi. Potevo vedere le pagliuzze dorate nei suoi occhi castani, il petto che le si alzava e abbassava freneticamente.
"Non lo ripaghi e non le dici niente. Lo dirò io a Valentina," dissi, a voce bassissima. "Le dirò che l'ho urtato io mentre prendevo il bicchiere per il Wiishkey. È chiaro?"
Lei schiuse le labbra, incredula. "Ma... si arrabbierà con lei."
"Sopravviverò," risposi.
Non lasciai i suoi polsi. E lei non fece nulla per ritirare le mani. Rimanemmo lì, in ginocchio sui vetri rotti. La distanza tra noi era di una manciata di centimetri. Il profumo del suo collo – vaniglia e sudore pulito – mi entrò nei polmoni prepotentemente. Sentivo il calore della sua pelle sotto le mie dita, il battito accelerato del suo polso contro il mio pollice.
Il mio sguardo scese per un istante sulle sue labbra dischiuse, poi sulla sua mano sinistra. C'era un anellino d'argento da poco prezzo. Quello del suo fidanzato. Poi guardai la mia fede d'oro, fredda, pesante.
L'istinto di annullare quello stupido spazio, di tirarla a me e zittire le sue paure in un modo che avrebbe distrutto le vite di tutti e quattro, ruggì nel mio stomaco. Fu come stare in equilibrio sull'orlo di un tetto. Un passo e sei giù.
Lei trattenne il respiro. Sapeva cosa stavo pensando. Lo stava pensando anche lei. Lo sentivo dalla tensione del suo corpo, attratto verso il mio come una calamita.
Il muro invisibile scricchiolò, si piegò, ma alla fine resse.
Lasciai andare i suoi polsi, spezzando il contatto prima di fare una cazzata irrimediabile. Mi alzai, passandomi una mano tra i capelli.
"Vado a prendere la scopa e la paletta," dissi, la voce dura per lo sforzo di mantenere il controllo. "Tu non muoverti di lì."
Le diedi le spalle e andai verso il ripostiglio, cercando di ignorare il rumore del mio stesso cuore che pompava sangue a mille all'ora.
Il giorno dopo, la casa era di nuovo immersa in quella quiete finta, spezzata solo dalla voce metallica di Valentina in vivavoce sul mio telefono. Ero in cucina, appoggiato al bancone, con una tazza di caffè in mano. Lei sarebbe tornata l'indomani sera e mi stava facendo un resoconto estenuante sui centrotavola di peonie e sui problemi con il catering di un matrimonio che sembrava più una manovra militare che una festa.
"...e ti rendi conto che mi hanno sbagliato la sfumatura di rosa per i tovaglioli? Cioè, Michael, mi stai ascoltando o stai guardando nel vuoto come al solito?"
"Ti ascolto, Vale. Tovaglioli sbagliati, disastro totale," risposi, con un tono neutro e addestrato.
Mentre parlava, il mio sguardo cadde sul lavandino. C'era un bicchiere da poco, uno di quelli presi all'Ikea mille anni fa. Liscio, trasparente, insignificante. E poi c'era il ricordo degli occhi terrorizzati di Irene il giorno prima, le sue mani tremanti sui frammenti blu. Valentina non avrebbe mai lasciato cadere la cosa. Avrebbe ispezionato la cristalliera appena rientrata.
Presi il bicchiere trasparente con due dita. Lo guardai per un secondo, poi, con un movimento secco, lo lasciai cadere sul pavimento di gres porcellanato.
CRASH.
"Cristo Santo, Michael! Cos'è stato questo rumore?" strillò Valentina dall'altra parte della cornetta.
Sentii dei passi veloci lungo il corridoio. Irene apparve sulla soglia della cucina, gli occhi spalancati, uno straccio giallo stretto in una mano. Si bloccò appena vide i vetri a terra, per poi guardare me. Le feci cenno di stare ferma con la mano libera.
"Scusa, Vale," dissi al telefono, strofinandomi la fronte. "Ho urtato un bicchiere e mi è caduto a terra."
"Dimmi che non è uno di quelli buoni. Dimmi che è uno di quelli del supermercato."
Feci un respiro profondo, fissando Irene negli occhi. "È quello blu. Quello dello Sri Lanka. Colpa mia."
Il silenzio dall'altra parte durò due secondi, prima dell'esplosione.
"Io non ci posso credere! Sei un incapace! Te l'ho detto mille volte di starci attento, sono un ricordo, non li rimpiazzeremo mai! Possibile che devi essere sempre un elefante in un negozio di cristalli? Fai attenzione alle tue stupide mimetiche e poi mi distruggi le cose in casa!"
Ascoltai la sfuriata senza battere ciglio, la mascella contratta. Irene, a tre metri da me, aveva portato una mano alla bocca. Aveva capito perfettamente. Stavo prendendo gli insulti, stavo assorbendo la rabbia di mia moglie per creare l'alibi perfetto. Per salvarla del tutto.
"Hai ragione, mi dispiace. Ne parliamo domani sera quando torni. Devo pulire il disastro ora. Ciao Vale." Chiusi la chiamata prima che potesse aggiungere altro.
Gettai il telefono sul bancone e mi abbassai per raccogliere i cocci del finto calice blu.
Irene era rimasta paralizzata sulla porta. Guardava me, poi i vetri, poi di nuovo me. Il suo petto si alzava in un respiro affannoso, e sapevo che in quel momento il muro che avevamo faticosamente tenuto in piedi stava iniziando a sgretolarsi per davvero.
" Faccio io, tranquilla. Vai pure a finire di là" Non disse una parola, si voltò e sparì in corridoio.
Un paio d'ore più tardi, la cercai. Era nella nostra camera da letto.
Stava usando una vecchia scaletta pieghevole, mezza arrugginita, per pulire la parte superiore del grande armadio a muro. Si allungava in punta di piedi, la maglietta che le si sollevava scoprendo un lembo di pelle sopra i fianchi. La scala traballava paurosamente a ogni suo movimento.
"Ferma, ferma, che stai facendoi?" sbottai, entrando di corsa. Mi precipitai dietro di lei e afferrai saldamente i due montanti laterali della scala, bloccandola.
Lei sussultò, perdendo il ritmo del respiro.
"Ehi," le dissi, abbassando il tono, ma tenendo la voce ferma. "Questa scala qui non è affatto sicura, ha i perni lenti. Se devi fare lavori del genere vado a prendere quella buona in garage, ma non farmi vedere mai più che sali qui sopra."
"Scusa, io... Valentina mi ha chiesto di dare una pulita sopra gli armadi... ho trovato solo questa," balbettò lei, guardandomi dall'alto in basso, sopra la sua spalla. "Scendo."
"Scendi piano," le ordinai.
Ma nella fretta, complice il panico e la mia vicinanza, mise male il piede sul penultimo gradino. Il metallo scricchiolò, il suo tallone scivolò nel vuoto.
Lanciò un piccolo grido e cadde all'indietro.
La presi al volo. Le mie braccia scattarono in automatico, afferrandola per la vita e stringendola contro il mio petto per evitare che finisse a terra. L'impatto fu morbido, ma devastante.
La tenni sollevata da terra per un secondo, il suo schienale premuto contro il mio petto, le mie mani serrate sui suoi fianchi. Potevo sentire ogni singolo respiro, il calore della sua pelle attraverso la maglietta di cotone sottile. Il profumo mi riempì il cervello, azzerando ogni pensiero razionale.
Si girò verso di me, ma non allentai la presa. Rimanemmo così, le mie braccia ancora avvolte intorno al suo busto. Lei non cercò di allontanarsi. Sollevò leggermente la nuca. Ora eravamo faccia a faccia, a un soffio l'uno dall'altra.
"Perché l'hai fatto?" sussurrò. Aveva abbandonato il 'lei'. La sua voce era un filo tremante, gli occhi lucidi e piantati nei miei. "Al telefono. Ti sei preso la colpa, le hai lasciato credere..."
"Perché non sopportavo l'idea di vederla scaricare le sue frustrazioni su di te," risposi, la voce bassa, quasi rauca. "E perché so com'è fatta. Per queste cazzate può mandarti via e magari passare sopra ad altre più gravi"
Lei schiuse le labbra, cercando una risposta che non arrivò. Il suo sguardo cadde sulla mia bocca, poi tornò ai miei occhi. La tensione accumulata in quei mesi, gli sguardi rubati, i respiri trattenuti, esplosero in quel singolo fottuto istante. Il muro crollò, ridotto in polvere.
Fui io a colmare gli ultimi millimetri. Le presi il viso tra le mani, ruvido e deciso, e posai le mie labbra sulle sue.
All'inizio fu quasi un esperimento, un tocco esitante. Ma lei rispose subito. Schiuse la bocca con un piccolo gemito che mi diede alla testa e mi afferrò i capelli dietro la nuca. Il bacio divenne profondo, affamato, disperato. Sapeva di caffè e di un desiderio tenuto a freno per troppo tempo.
La spinsi all'indietro, i suoi passi incerti finché i passi si fermarono bloccati dal'armadio contro la sua schiena. Premetti il mio corpo contro il suo, schiacciandola. Le mie mani non riuscivano a stare ferme: scesero dal suo viso al suo collo, lungo le spalle, avide di sentirla tutta. Lei mi tirava la maglietta, accarezzandomi la schiena attraverso il tessuto, con una furia che non le avrei mai immaginato addosso.
Le presi l'orlo della maglietta extra-large e la sfilai via con un movimento fluido, gettandola sul pavimento. Rimase in reggiseno, il petto che si sollevava e si abbassava rapidamente contro di me, la pelle arrossata. Mi chinai per baciarle il collo, proprio sotto l'orecchio, facendole sfuggire un sospiro spezzato.
"Michael..." sussurrò, le mani che mi slacciavano furiosamente i primi bottoni della camicia da casa. Con la mia mano destra tirai giù una coppa del suo reggiseno, un push up nero. Una terza come mia moglie.
Eravamo a un punto di non ritorno. Stavo per sollevarla di peso per buttarla sul grande letto matrimoniale al centro della stanza, quando un rumore acuto, fastidioso, distrusse la magia.
La classica Suoneria Samsung, proveniente dalle tasche dei suoi pantaloni della tuta.
Irene si raggelò. Il suo respiro si bloccò, le mani si fermarono a metà sulla mia camicia sbottonata.
Si staccò da me, con gli occhi spalancati e l'espressione di chi si è appena svegliato da un sogno che non doveva fare. Infilò una mano tremante in tasca e tirò fuori il cellulare.
Sul display illuminato, una foto sgranata e un nome: Marco.
Il suo fidanzato.
Fissò lo schermo, poi guardò me, il viso che passava dal rosso fuoco della passione al bianco pallido del senso di colpa. Si coprì il petto con un braccio, un gesto istintivo e doloroso da vedere, e fece un passo indietro, raccogliendo da terra la maglietta in fretta e furia.
Il silenzio che seguì per il resto della giornata fu più pesante di un'esplosione in addestramento.
Irene era scappata via senza quasi guardarmi, infilandosi la maglietta alla rovescia mentre rispondeva al telefono con una voce che cercava disperatamente di sembrare normale. "Sì, Marco... arrivo, scusa, sono in ritardo con le pulizie." Quella frase era stata come una secchiata d'acqua gelida. Ero rimasto fermo in mezzo alla camera da letto, con la camicia sbottonata e il sapore di lei ancora sulle labbra, a fissare il vuoto.
Passai la serata come un automa. Ordinai una pizza che sapeva di cartone, bevvi una birra tiepida davanti al telegiornale e cercai di non pensare. Ma il problema dei soldati è che, quando non hanno un ordine da eseguire, il cervello diventa il loro peggior nemico.
Ogni angolo di quella casa, che Valentina aveva arredato con una precisione chirurgica e asettica, mi parlava di Irene. Vedevo l'alone sul vetro che non era riuscita a finire, sentivo ancora quel suo profumo che sembrava essersi incastrato nelle fibre del tappeto.
Mi infilai a letto verso l'una. Il lato del letto di Valentina era liscio, freddo, perfetto. Mi sdraiai a pancia in su, fissando il soffitto. Provai a pensare alla missione che mi aspettava tra 2 mesi, ai rapporti da consegnare, alla rabbia che avrei dovuto gestire domani sera quando Valentina per il bicchiere rotto. Ma era tutto inutile. Il mio corpo aveva una memoria diversa.
Appena chiudevo gli occhi, sentivo di nuovo la pressione di Irene contro la mia bocca. Sentivo il calore della sua pelle nuda sotto le mie dita quando le avevo sfilato la maglietta. Era stata una frazione di secondo, un contatto elettrico che aveva risvegliato qualcosa che credevo morto sotto anni di routine e distanze forzate.
Sentii il sangue pulsarmi nelle vene, concentrandosi tutto lì, sotto l’elastico dei boxer. Un’erezione prepotente, dolorosa, che non potevo ignorare. Non era il solito desiderio meccanico che a volte provavo con mia moglie; era una fame viscerale, un bisogno di abbattere quel muro di controllo che mi ero costruito intorno per anni.
"Cazzo," imprecai a bassa voce nell'oscurità.
Mi alzai recandomi in bagno, il pensiero di lei che mi afferrava i capelli durante il bacio mi colpì come un proiettile. Immaginai la sua espressione se non ci fosse stato quel telefono a squillare. Immaginai di spingerla sul letto, di liberarla da quei pantaloni della tuta sformati, di sentire quanto fosse bagnata e pronta per me.
abbassai i Boxer. Fu un gesto quasi rabbioso. Chiusi le dita intorno alla carne calda e dura, iniziando a muoverle con un ritmo serrato, militare. Non c'era delicatezza in quello che stavo facendo. Era un'esecuzione. Ogni respiro che facevo era spezzato, ogni immagine di Irene che mi passava per la testa – la sua frangetta spettinata, il collo arrossato, il modo in cui aveva schiuso le labbra – mi spingeva più vicino al limite.
Ero un uomo sposato, un ufficiale, un tipo tutto d'un pezzo. Eppure eccomi lì, a masturbarmi come un adolescente nel bagno della mia camera matrimoniale, fantasticando sulla ragazza delle pulizie che probabilmente in quel momento stava dormendo con il suo fidanzato, sentendosi in colpa per avermi toccato.
Il piacere arrivò violento, quasi accecante. Strinsi i denti per non emettere un suono, il corpo che si tendeva in un arco rigido mentre la tensione si scioglieva finalmente dentro il WC e tra le mie dita.
Quando riaprii gli occhi, Il battito del cuore rallentò gradualmente, lasciandomi addosso una sensazione strana: un misto di sollievo fisico e una lucidità spietata.
Il muro era crollato, e non bastava una scopa e una paletta per rimettere a posto i pezzi. Domani Irene sarebbe tornata per finire i turni. Domani Valentina sarebbe tornata per reclamare il suo territorio.
Mi diedi una ripulita. Tornai a letto, mi voltai dall'altra parte, chiudendo gli occhi. Il capitolo della "distanza sicura" era ufficialmente chiuso. Quello che stava per iniziare sarebbe stato molto più complicato da gestire.
CONTINUA..
Io ho 35 anni, mia moglie appena 2 in meno, 33.
Anche quando non c'è, Valentina riempie la casa. Lo fa attraverso lo smartphone. Messaggi vocali da due minuti sparati a velocità 1.5x, direttive precise su come deve girare il mondo in sua assenza. E, ultimamente, il bersaglio principale delle sue direttive è Irene.
Irene ha venticinque anni, una cascata di capelli castani che le finiscono sempre davanti agli occhi, tagliati da una frangetta un po' irregolare, e un bisogno disperato di lavorare. Valentina l'ha assunta perché costava poco, ma la tratta come se la pagasse a peso d'oro.
«Michael, controlla che Irene passi la cera sul parquet dello studio. L'altra volta ha fatto un lavoro approssimativo. E dille di lavare le tende di lino a freddo, se me le restringe la caccio su due piedi.» Ascolto questi vocali mentre mi preparo il caffè, guardando Irene di sottecchi. È in salotto, piegata in due a strofinare il battiscopa. Ha le cuffiette nelle orecchie per isolarsi dal mondo, indossa pantaloni della tuta sformati e una maglietta di cotone troppo grande. So che ha una situazione difficile a casa: un padre assente dalla sua nascita, una madre con problemi di salute che conta su di lei per fare la spesa, e un fidanzato. Un ragazzo con cui sta dai tempi della scuola, una di quelle relazioni che spesso diventano un'altra gabbia da cui non sai come uscire. Entrambi siamo legati a qualcun altro. Entrambi siamo bloccati.
Io cerco di alleggerirle il carico. Quando Valentina mi ordina di farle fare gli straordinari per pulire l'argenteria, le dico di lasciare perdere. "Ha detto mia moglie che va benissimo così, Irene. Stacca pure." Lei mi guarda sempre con quel misto di sospetto e gratitudine, abbassando subito i grandi occhi scuri.
È una ragazza precisa, ma la vita le rema contro. Prende due autobus per arrivare da noi. Almeno un paio di volte a settimana il mio telefono vibra alle 8:15. «Buongiorno Michael, mi scusi tanto, il 43 ha saltato la corsa. Farò un quarto d'ora di ritardo, recupero a fine turno, le giuro.»
Le rispondo sempre la stessa cosa: «Tranquilla. Non correre, fai con calma.» So che se lo dicesse a Valentina, mia moglie le farebbe una ramanzina infinita sul valore del tempo e della puntualità. Io, che la puntualità militare ce l'ho tatuata nel cervello, con lei me ne frego. Quando arriva, trafelata, col fiatone e le guance arrossate, le faccio trovare una tazza di caffè caldo sul bancone della cucina e torno nel mio studio senza dire una parola.
Il nostro è un balletto muto. Fino a giovedì scorso.
Valentina era a Firenze per tre giorni. La casa era silenziosa, pioveva. Irene stava finendo il suo turno. Sentivo il rumore dell'acqua in cucina. Poi, improvvisamente, si fermò. Venne verso la porta del mio studio, fermandosi sulla soglia come se ci fosse un campo minato. Si torturava le mani rosse per i detersivi.
"Tutto a posto, Irene?" chiesi, togliendomi gli occhiali da riposo.
"Sì... cioè, no." Si morse il labbro inferiore. " Michael, io avrei bisogno di un favore... mi vergogno da morire a chiederglielo. Ma sua moglie non risponde al telefono."
"Sarà impegnata in qualche riunione con i clienti. Dimmi pure."
Prese un respiro profondo. "Avrei... avrei bisogno di un anticipo sullo stipendio del mese prossimo. Mia madre ha dovuto fare delle visite extra e... non ci arrivo. Se è un problema, faccia finta di niente."
La sua voce tremava. L'umiliazione le colorava il collo di chiazze rosse. Sapevo che Valentina le avrebbe detto di no per "questione di principio".
Mi alzai, aprii il cassetto della scrivania dove tenevo dei contanti per le emergenze e presi tre banconote da cento. Gliele porsi.
"Non dire nulla a Valentina. Questi te li do io. Consideralo un extra. "
Lei sgranò gli occhi. Fece per rifiutare, ma ne aveva troppo bisogno. Prese i soldi, sfiorandomi le dita. La sua mano era gelida.
"Io... non so come ringraziarla, davvero."
"Stacca pure, Irene, hai fatto un buon lavoro. "
Quel piccolo segreto ha cambiato la densità dell'aria tra di noi. L'indifferenza era sparita, sostituita da una tensione sottile, invisibile, che ci legava ogni volta che ci incrociavamo in corridoio.
Il muro ha rischiato di crollare ieri mattina.
Ero seduto sul divano a leggere un dossier. Irene stava spolverando la cristalliera in salotto. Ho sentito il suono del suo respiro spezzato, seguito da un tonfo secco e un rumore di vetri in frantumi.
Mi sono voltato di scatto.
Irene era in ginocchio sul tappeto, pietrificata. Ai suoi piedi c'erano i resti di un calice di cristallo blu scuro. Uno dei bicchieri che Valentina aveva comprato in Sri Lanka durante il nostro viaggio di nozze. La sua collezione intoccabile.
"Oh Dio. " mormorò Irene, la voce strozzata dal panico. "Mi dispiace, mi dispiace tanto, mi è sfuggito dalla mano e non ho fatto in tempo a riprenderlo." Dagli occhi le cadde una lacrima, rotta dallo stress accumulato. Iniziò a raccogliere i cocci con le mani nude, tremando come una foglia.
"Ferma, cazzo, ti tagli!" scattai in piedi e mi precipitai da lei, buttandomi in ginocchio sul tappeto.
"Lo ripago, le giuro che lo ripago, le dica che..." cercando di afferrare un pezzo tagliente.
Le bloccai i polsi con le mani. La stretta fu forte, forse troppo. "Irene. Calmati. È un cazzo di bicchiere, ok? "
Si bloccò. Alzò il viso verso il mio. Eravamo vicinissimi. Potevo vedere le pagliuzze dorate nei suoi occhi castani, il petto che le si alzava e abbassava freneticamente.
"Non lo ripaghi e non le dici niente. Lo dirò io a Valentina," dissi, a voce bassissima. "Le dirò che l'ho urtato io mentre prendevo il bicchiere per il Wiishkey. È chiaro?"
Lei schiuse le labbra, incredula. "Ma... si arrabbierà con lei."
"Sopravviverò," risposi.
Non lasciai i suoi polsi. E lei non fece nulla per ritirare le mani. Rimanemmo lì, in ginocchio sui vetri rotti. La distanza tra noi era di una manciata di centimetri. Il profumo del suo collo – vaniglia e sudore pulito – mi entrò nei polmoni prepotentemente. Sentivo il calore della sua pelle sotto le mie dita, il battito accelerato del suo polso contro il mio pollice.
Il mio sguardo scese per un istante sulle sue labbra dischiuse, poi sulla sua mano sinistra. C'era un anellino d'argento da poco prezzo. Quello del suo fidanzato. Poi guardai la mia fede d'oro, fredda, pesante.
L'istinto di annullare quello stupido spazio, di tirarla a me e zittire le sue paure in un modo che avrebbe distrutto le vite di tutti e quattro, ruggì nel mio stomaco. Fu come stare in equilibrio sull'orlo di un tetto. Un passo e sei giù.
Lei trattenne il respiro. Sapeva cosa stavo pensando. Lo stava pensando anche lei. Lo sentivo dalla tensione del suo corpo, attratto verso il mio come una calamita.
Il muro invisibile scricchiolò, si piegò, ma alla fine resse.
Lasciai andare i suoi polsi, spezzando il contatto prima di fare una cazzata irrimediabile. Mi alzai, passandomi una mano tra i capelli.
"Vado a prendere la scopa e la paletta," dissi, la voce dura per lo sforzo di mantenere il controllo. "Tu non muoverti di lì."
Le diedi le spalle e andai verso il ripostiglio, cercando di ignorare il rumore del mio stesso cuore che pompava sangue a mille all'ora.
Il giorno dopo, la casa era di nuovo immersa in quella quiete finta, spezzata solo dalla voce metallica di Valentina in vivavoce sul mio telefono. Ero in cucina, appoggiato al bancone, con una tazza di caffè in mano. Lei sarebbe tornata l'indomani sera e mi stava facendo un resoconto estenuante sui centrotavola di peonie e sui problemi con il catering di un matrimonio che sembrava più una manovra militare che una festa.
"...e ti rendi conto che mi hanno sbagliato la sfumatura di rosa per i tovaglioli? Cioè, Michael, mi stai ascoltando o stai guardando nel vuoto come al solito?"
"Ti ascolto, Vale. Tovaglioli sbagliati, disastro totale," risposi, con un tono neutro e addestrato.
Mentre parlava, il mio sguardo cadde sul lavandino. C'era un bicchiere da poco, uno di quelli presi all'Ikea mille anni fa. Liscio, trasparente, insignificante. E poi c'era il ricordo degli occhi terrorizzati di Irene il giorno prima, le sue mani tremanti sui frammenti blu. Valentina non avrebbe mai lasciato cadere la cosa. Avrebbe ispezionato la cristalliera appena rientrata.
Presi il bicchiere trasparente con due dita. Lo guardai per un secondo, poi, con un movimento secco, lo lasciai cadere sul pavimento di gres porcellanato.
CRASH.
"Cristo Santo, Michael! Cos'è stato questo rumore?" strillò Valentina dall'altra parte della cornetta.
Sentii dei passi veloci lungo il corridoio. Irene apparve sulla soglia della cucina, gli occhi spalancati, uno straccio giallo stretto in una mano. Si bloccò appena vide i vetri a terra, per poi guardare me. Le feci cenno di stare ferma con la mano libera.
"Scusa, Vale," dissi al telefono, strofinandomi la fronte. "Ho urtato un bicchiere e mi è caduto a terra."
"Dimmi che non è uno di quelli buoni. Dimmi che è uno di quelli del supermercato."
Feci un respiro profondo, fissando Irene negli occhi. "È quello blu. Quello dello Sri Lanka. Colpa mia."
Il silenzio dall'altra parte durò due secondi, prima dell'esplosione.
"Io non ci posso credere! Sei un incapace! Te l'ho detto mille volte di starci attento, sono un ricordo, non li rimpiazzeremo mai! Possibile che devi essere sempre un elefante in un negozio di cristalli? Fai attenzione alle tue stupide mimetiche e poi mi distruggi le cose in casa!"
Ascoltai la sfuriata senza battere ciglio, la mascella contratta. Irene, a tre metri da me, aveva portato una mano alla bocca. Aveva capito perfettamente. Stavo prendendo gli insulti, stavo assorbendo la rabbia di mia moglie per creare l'alibi perfetto. Per salvarla del tutto.
"Hai ragione, mi dispiace. Ne parliamo domani sera quando torni. Devo pulire il disastro ora. Ciao Vale." Chiusi la chiamata prima che potesse aggiungere altro.
Gettai il telefono sul bancone e mi abbassai per raccogliere i cocci del finto calice blu.
Irene era rimasta paralizzata sulla porta. Guardava me, poi i vetri, poi di nuovo me. Il suo petto si alzava in un respiro affannoso, e sapevo che in quel momento il muro che avevamo faticosamente tenuto in piedi stava iniziando a sgretolarsi per davvero.
" Faccio io, tranquilla. Vai pure a finire di là" Non disse una parola, si voltò e sparì in corridoio.
Un paio d'ore più tardi, la cercai. Era nella nostra camera da letto.
Stava usando una vecchia scaletta pieghevole, mezza arrugginita, per pulire la parte superiore del grande armadio a muro. Si allungava in punta di piedi, la maglietta che le si sollevava scoprendo un lembo di pelle sopra i fianchi. La scala traballava paurosamente a ogni suo movimento.
"Ferma, ferma, che stai facendoi?" sbottai, entrando di corsa. Mi precipitai dietro di lei e afferrai saldamente i due montanti laterali della scala, bloccandola.
Lei sussultò, perdendo il ritmo del respiro.
"Ehi," le dissi, abbassando il tono, ma tenendo la voce ferma. "Questa scala qui non è affatto sicura, ha i perni lenti. Se devi fare lavori del genere vado a prendere quella buona in garage, ma non farmi vedere mai più che sali qui sopra."
"Scusa, io... Valentina mi ha chiesto di dare una pulita sopra gli armadi... ho trovato solo questa," balbettò lei, guardandomi dall'alto in basso, sopra la sua spalla. "Scendo."
"Scendi piano," le ordinai.
Ma nella fretta, complice il panico e la mia vicinanza, mise male il piede sul penultimo gradino. Il metallo scricchiolò, il suo tallone scivolò nel vuoto.
Lanciò un piccolo grido e cadde all'indietro.
La presi al volo. Le mie braccia scattarono in automatico, afferrandola per la vita e stringendola contro il mio petto per evitare che finisse a terra. L'impatto fu morbido, ma devastante.
La tenni sollevata da terra per un secondo, il suo schienale premuto contro il mio petto, le mie mani serrate sui suoi fianchi. Potevo sentire ogni singolo respiro, il calore della sua pelle attraverso la maglietta di cotone sottile. Il profumo mi riempì il cervello, azzerando ogni pensiero razionale.
Si girò verso di me, ma non allentai la presa. Rimanemmo così, le mie braccia ancora avvolte intorno al suo busto. Lei non cercò di allontanarsi. Sollevò leggermente la nuca. Ora eravamo faccia a faccia, a un soffio l'uno dall'altra.
"Perché l'hai fatto?" sussurrò. Aveva abbandonato il 'lei'. La sua voce era un filo tremante, gli occhi lucidi e piantati nei miei. "Al telefono. Ti sei preso la colpa, le hai lasciato credere..."
"Perché non sopportavo l'idea di vederla scaricare le sue frustrazioni su di te," risposi, la voce bassa, quasi rauca. "E perché so com'è fatta. Per queste cazzate può mandarti via e magari passare sopra ad altre più gravi"
Lei schiuse le labbra, cercando una risposta che non arrivò. Il suo sguardo cadde sulla mia bocca, poi tornò ai miei occhi. La tensione accumulata in quei mesi, gli sguardi rubati, i respiri trattenuti, esplosero in quel singolo fottuto istante. Il muro crollò, ridotto in polvere.
Fui io a colmare gli ultimi millimetri. Le presi il viso tra le mani, ruvido e deciso, e posai le mie labbra sulle sue.
All'inizio fu quasi un esperimento, un tocco esitante. Ma lei rispose subito. Schiuse la bocca con un piccolo gemito che mi diede alla testa e mi afferrò i capelli dietro la nuca. Il bacio divenne profondo, affamato, disperato. Sapeva di caffè e di un desiderio tenuto a freno per troppo tempo.
La spinsi all'indietro, i suoi passi incerti finché i passi si fermarono bloccati dal'armadio contro la sua schiena. Premetti il mio corpo contro il suo, schiacciandola. Le mie mani non riuscivano a stare ferme: scesero dal suo viso al suo collo, lungo le spalle, avide di sentirla tutta. Lei mi tirava la maglietta, accarezzandomi la schiena attraverso il tessuto, con una furia che non le avrei mai immaginato addosso.
Le presi l'orlo della maglietta extra-large e la sfilai via con un movimento fluido, gettandola sul pavimento. Rimase in reggiseno, il petto che si sollevava e si abbassava rapidamente contro di me, la pelle arrossata. Mi chinai per baciarle il collo, proprio sotto l'orecchio, facendole sfuggire un sospiro spezzato.
"Michael..." sussurrò, le mani che mi slacciavano furiosamente i primi bottoni della camicia da casa. Con la mia mano destra tirai giù una coppa del suo reggiseno, un push up nero. Una terza come mia moglie.
Eravamo a un punto di non ritorno. Stavo per sollevarla di peso per buttarla sul grande letto matrimoniale al centro della stanza, quando un rumore acuto, fastidioso, distrusse la magia.
La classica Suoneria Samsung, proveniente dalle tasche dei suoi pantaloni della tuta.
Irene si raggelò. Il suo respiro si bloccò, le mani si fermarono a metà sulla mia camicia sbottonata.
Si staccò da me, con gli occhi spalancati e l'espressione di chi si è appena svegliato da un sogno che non doveva fare. Infilò una mano tremante in tasca e tirò fuori il cellulare.
Sul display illuminato, una foto sgranata e un nome: Marco.
Il suo fidanzato.
Fissò lo schermo, poi guardò me, il viso che passava dal rosso fuoco della passione al bianco pallido del senso di colpa. Si coprì il petto con un braccio, un gesto istintivo e doloroso da vedere, e fece un passo indietro, raccogliendo da terra la maglietta in fretta e furia.
Il silenzio che seguì per il resto della giornata fu più pesante di un'esplosione in addestramento.
Irene era scappata via senza quasi guardarmi, infilandosi la maglietta alla rovescia mentre rispondeva al telefono con una voce che cercava disperatamente di sembrare normale. "Sì, Marco... arrivo, scusa, sono in ritardo con le pulizie." Quella frase era stata come una secchiata d'acqua gelida. Ero rimasto fermo in mezzo alla camera da letto, con la camicia sbottonata e il sapore di lei ancora sulle labbra, a fissare il vuoto.
Passai la serata come un automa. Ordinai una pizza che sapeva di cartone, bevvi una birra tiepida davanti al telegiornale e cercai di non pensare. Ma il problema dei soldati è che, quando non hanno un ordine da eseguire, il cervello diventa il loro peggior nemico.
Ogni angolo di quella casa, che Valentina aveva arredato con una precisione chirurgica e asettica, mi parlava di Irene. Vedevo l'alone sul vetro che non era riuscita a finire, sentivo ancora quel suo profumo che sembrava essersi incastrato nelle fibre del tappeto.
Mi infilai a letto verso l'una. Il lato del letto di Valentina era liscio, freddo, perfetto. Mi sdraiai a pancia in su, fissando il soffitto. Provai a pensare alla missione che mi aspettava tra 2 mesi, ai rapporti da consegnare, alla rabbia che avrei dovuto gestire domani sera quando Valentina per il bicchiere rotto. Ma era tutto inutile. Il mio corpo aveva una memoria diversa.
Appena chiudevo gli occhi, sentivo di nuovo la pressione di Irene contro la mia bocca. Sentivo il calore della sua pelle nuda sotto le mie dita quando le avevo sfilato la maglietta. Era stata una frazione di secondo, un contatto elettrico che aveva risvegliato qualcosa che credevo morto sotto anni di routine e distanze forzate.
Sentii il sangue pulsarmi nelle vene, concentrandosi tutto lì, sotto l’elastico dei boxer. Un’erezione prepotente, dolorosa, che non potevo ignorare. Non era il solito desiderio meccanico che a volte provavo con mia moglie; era una fame viscerale, un bisogno di abbattere quel muro di controllo che mi ero costruito intorno per anni.
"Cazzo," imprecai a bassa voce nell'oscurità.
Mi alzai recandomi in bagno, il pensiero di lei che mi afferrava i capelli durante il bacio mi colpì come un proiettile. Immaginai la sua espressione se non ci fosse stato quel telefono a squillare. Immaginai di spingerla sul letto, di liberarla da quei pantaloni della tuta sformati, di sentire quanto fosse bagnata e pronta per me.
abbassai i Boxer. Fu un gesto quasi rabbioso. Chiusi le dita intorno alla carne calda e dura, iniziando a muoverle con un ritmo serrato, militare. Non c'era delicatezza in quello che stavo facendo. Era un'esecuzione. Ogni respiro che facevo era spezzato, ogni immagine di Irene che mi passava per la testa – la sua frangetta spettinata, il collo arrossato, il modo in cui aveva schiuso le labbra – mi spingeva più vicino al limite.
Ero un uomo sposato, un ufficiale, un tipo tutto d'un pezzo. Eppure eccomi lì, a masturbarmi come un adolescente nel bagno della mia camera matrimoniale, fantasticando sulla ragazza delle pulizie che probabilmente in quel momento stava dormendo con il suo fidanzato, sentendosi in colpa per avermi toccato.
Il piacere arrivò violento, quasi accecante. Strinsi i denti per non emettere un suono, il corpo che si tendeva in un arco rigido mentre la tensione si scioglieva finalmente dentro il WC e tra le mie dita.
Quando riaprii gli occhi, Il battito del cuore rallentò gradualmente, lasciandomi addosso una sensazione strana: un misto di sollievo fisico e una lucidità spietata.
Il muro era crollato, e non bastava una scopa e una paletta per rimettere a posto i pezzi. Domani Irene sarebbe tornata per finire i turni. Domani Valentina sarebbe tornata per reclamare il suo territorio.
Mi diedi una ripulita. Tornai a letto, mi voltai dall'altra parte, chiudendo gli occhi. Il capitolo della "distanza sicura" era ufficialmente chiuso. Quello che stava per iniziare sarebbe stato molto più complicato da gestire.
CONTINUA..
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