Prostata 3
di
Anna_83
genere
etero
Mi chiamo Anna. I ricci rossi mi ricadevano disordinati sul viso mentre mi rialzavo lentamente dal letto del signor Rossi, le labbra ancora umide e gonfie per averlo appena fatto venire nella mia bocca. Sentivo il sapore salato del suo sperma in gola e il seno pesante che si alzava e abbassava rapidamente sotto il camice bianco, i capezzoli durissimi che sfregavano contro la stoffa.
Lui era ancora sdraiato sul fianco, il respiro affannoso, il cazzo lucido di saliva che si ammosciava piano contro la coscia. I suoi occhi mi fissavano con un misto di shock, gratitudine e un desiderio che stava tornando velocemente.
«Cosa preferisce, signor Rossi?» gli chiesi di nuovo, la voce bassa e un po’ roca. «Possiamo provare di nuovo il massaggio prostatico… o possiamo continuare in un altro modo.»
Non rispose con parole. Invece allungò la mano e questa volta fu lui a prendermi per il camice, tirandomi più vicino al letto. Le sue dita trovarono i bottoni e li aprirono uno dopo l’altro con urgenza. Il camice si aprì, rivelando il mio reggiseno bianco di pizzo che a malapena conteneva il mio seno enorme. Lui emise un suono basso, quasi un ringhio, e infilò entrambe le mani sotto il tessuto, liberando le mie tette grosse e pesanti.
«Cazzo… sono ancora più belle di quanto sembravano» mormorò, soppesandole, stringendole forte tra le dita. I pollici strofinarono i capezzoli turgidi, facendomi sfuggire un gemito. Il mio corpo reagì all’istante: una scarica di calore mi bagnò le mutandine.
Mi tirò verso di sé finché non fui praticamente sdraiata accanto a lui sul letto stretto. Mi baciò con forza, invadendomi la bocca con la lingua mentre continuava a palpeggiarmi il seno, strizzandolo, facendolo traboccare tra le sue mani grandi.
«Voglio finire quello che hai iniziato» disse contro le mie labbra. «Ma questa volta voglio sentirti davvero.»
Senza aspettare risposta, mi fece girare e mi posizionò a carponi sul letto, proprio come avevo immaginato nelle mie fantasie più proibite durante il tirocinio. Il camice mi era scivolato giù dalle spalle, il reggiseno slacciato pendeva inutilmente. Ero in ginocchio, il culo in alto, il seno grosso che penzolava pesante sotto di me, i capezzoli che sfioravano le lenzuola.
Lui si mise dietro di me. Sentii le sue mani aprirmi le natiche, poi la lingua calda e bagnata che leccava prima la mia figa fradicia, poi saliva fino all’ano. Mi leccò con avidità, infilando la lingua dentro di me mentre con una mano mi raggiungeva il clitoride e lo strofinava.
Ero già vicinissima all’orgasmo solo per averlo succhiato poco prima. Quando mi penetrò con due dita nella figa e continuò a leccarmi il culo, venni per la prima volta: un orgasmo violento che mi fece tremare le gambe e gemere forte contro il cuscino.
Ma lui non si fermò.
Si alzò sulle ginocchia, il cazzo di nuovo durissimo dopo la mia bocca e dopo avermi vista venire. Lo sentii premere contro la mia entrata bagnata. Con un colpo solo affondò dentro di me fino in fondo. Era grosso, mi riempiva completamente. Iniziò a scoparmi con spinte profonde e potenti, tenendomi per i fianchi. Il mio seno ballava selvaggiamente a ogni affondo, sbatteva uno contro l’altro con suoni pesanti e osceni.
«Prendi il cazzo, infermierina» ringhiò, accelerando. «Quelle tette enormi che ballano mentre ti scopo… sei una puttana sotto quel camice, vero?»
Le sue parole mi fecero bagnare ancora di più. Spingevo indietro contro di lui, prendendo ogni centimetro. Dopo qualche minuto mi tirò i capelli rossi con una mano, costringendomi ad inarcare la schiena. Con l’altra mano mi schiaffeggiò una natica, poi l’altra, lasciandomi impronte rosse.
Mi fece venire di nuovo così, da dietro, il cazzo che mi martellava la figa mentre il mio seno ondeggiava incontrollato.
Poi uscì da me. Sentii la cappella premere contro il mio ano.
«Ora ti voglio qui» disse con voce roca. «Come l’ultima volta, ma fino in fondo.»
Versò del lubrificante (quello che era rimasto sul comodino) tra le mie natiche e spinse lentamente. Il mio ano si aprì intorno al suo cazzo grosso, bruciando deliziosamente. Entrò centimetro dopo centimetro finché non fu completamente sepolto dentro di me. Rimase fermo un momento, godendosi la stretta, poi iniziò a sodomizzarmi con spinte sempre più forti.
Ero a quattro zampe, il culo in alto, il seno che sbatteva contro il materasso a ogni colpo violento. Lui mi teneva per i capelli e per un fianco, scopandomi il sedere senza pietà. Il piacere era oscuro, intenso, quasi doloroso. Venni per la terza volta con un grido soffocato, il culo che si contraeva ritmicamente intorno al suo cazzo.
Lui non resistette più. Con un grugnito animalesco si spinse fino in fondo e venne dentro di me, riempiendomi l’intestino di schizzi caldi e abbondanti. Sentii ogni pulsazione mentre mi svuotava completamente.
Quando finalmente uscì, un rivolo di sperma mi colò fuori dal culo dilatato, scendendo lungo la figa ancora tremante. Crollai sul letto, esausta, il seno schiacciato contro le lenzuola, i capelli rossi appiccicati al viso sudato.
Lui si sdraiò accanto a me, una mano possessiva che mi stringeva ancora una tetta.
«Il secondo trattamento è andato molto meglio del previsto» mormorò con un sorriso soddisfatto. «Forse domani ne servirà un terzo…»
Io, ancora ansimante, con il culo dolorante e pieno del suo sperma, mi limitai a sorridere debolmente.
Sapevo che non era più solo un tirocinio.
Ero diventata la sua infermiera personale… e lui il mio paziente più pericoloso.
Lui era ancora sdraiato sul fianco, il respiro affannoso, il cazzo lucido di saliva che si ammosciava piano contro la coscia. I suoi occhi mi fissavano con un misto di shock, gratitudine e un desiderio che stava tornando velocemente.
«Cosa preferisce, signor Rossi?» gli chiesi di nuovo, la voce bassa e un po’ roca. «Possiamo provare di nuovo il massaggio prostatico… o possiamo continuare in un altro modo.»
Non rispose con parole. Invece allungò la mano e questa volta fu lui a prendermi per il camice, tirandomi più vicino al letto. Le sue dita trovarono i bottoni e li aprirono uno dopo l’altro con urgenza. Il camice si aprì, rivelando il mio reggiseno bianco di pizzo che a malapena conteneva il mio seno enorme. Lui emise un suono basso, quasi un ringhio, e infilò entrambe le mani sotto il tessuto, liberando le mie tette grosse e pesanti.
«Cazzo… sono ancora più belle di quanto sembravano» mormorò, soppesandole, stringendole forte tra le dita. I pollici strofinarono i capezzoli turgidi, facendomi sfuggire un gemito. Il mio corpo reagì all’istante: una scarica di calore mi bagnò le mutandine.
Mi tirò verso di sé finché non fui praticamente sdraiata accanto a lui sul letto stretto. Mi baciò con forza, invadendomi la bocca con la lingua mentre continuava a palpeggiarmi il seno, strizzandolo, facendolo traboccare tra le sue mani grandi.
«Voglio finire quello che hai iniziato» disse contro le mie labbra. «Ma questa volta voglio sentirti davvero.»
Senza aspettare risposta, mi fece girare e mi posizionò a carponi sul letto, proprio come avevo immaginato nelle mie fantasie più proibite durante il tirocinio. Il camice mi era scivolato giù dalle spalle, il reggiseno slacciato pendeva inutilmente. Ero in ginocchio, il culo in alto, il seno grosso che penzolava pesante sotto di me, i capezzoli che sfioravano le lenzuola.
Lui si mise dietro di me. Sentii le sue mani aprirmi le natiche, poi la lingua calda e bagnata che leccava prima la mia figa fradicia, poi saliva fino all’ano. Mi leccò con avidità, infilando la lingua dentro di me mentre con una mano mi raggiungeva il clitoride e lo strofinava.
Ero già vicinissima all’orgasmo solo per averlo succhiato poco prima. Quando mi penetrò con due dita nella figa e continuò a leccarmi il culo, venni per la prima volta: un orgasmo violento che mi fece tremare le gambe e gemere forte contro il cuscino.
Ma lui non si fermò.
Si alzò sulle ginocchia, il cazzo di nuovo durissimo dopo la mia bocca e dopo avermi vista venire. Lo sentii premere contro la mia entrata bagnata. Con un colpo solo affondò dentro di me fino in fondo. Era grosso, mi riempiva completamente. Iniziò a scoparmi con spinte profonde e potenti, tenendomi per i fianchi. Il mio seno ballava selvaggiamente a ogni affondo, sbatteva uno contro l’altro con suoni pesanti e osceni.
«Prendi il cazzo, infermierina» ringhiò, accelerando. «Quelle tette enormi che ballano mentre ti scopo… sei una puttana sotto quel camice, vero?»
Le sue parole mi fecero bagnare ancora di più. Spingevo indietro contro di lui, prendendo ogni centimetro. Dopo qualche minuto mi tirò i capelli rossi con una mano, costringendomi ad inarcare la schiena. Con l’altra mano mi schiaffeggiò una natica, poi l’altra, lasciandomi impronte rosse.
Mi fece venire di nuovo così, da dietro, il cazzo che mi martellava la figa mentre il mio seno ondeggiava incontrollato.
Poi uscì da me. Sentii la cappella premere contro il mio ano.
«Ora ti voglio qui» disse con voce roca. «Come l’ultima volta, ma fino in fondo.»
Versò del lubrificante (quello che era rimasto sul comodino) tra le mie natiche e spinse lentamente. Il mio ano si aprì intorno al suo cazzo grosso, bruciando deliziosamente. Entrò centimetro dopo centimetro finché non fu completamente sepolto dentro di me. Rimase fermo un momento, godendosi la stretta, poi iniziò a sodomizzarmi con spinte sempre più forti.
Ero a quattro zampe, il culo in alto, il seno che sbatteva contro il materasso a ogni colpo violento. Lui mi teneva per i capelli e per un fianco, scopandomi il sedere senza pietà. Il piacere era oscuro, intenso, quasi doloroso. Venni per la terza volta con un grido soffocato, il culo che si contraeva ritmicamente intorno al suo cazzo.
Lui non resistette più. Con un grugnito animalesco si spinse fino in fondo e venne dentro di me, riempiendomi l’intestino di schizzi caldi e abbondanti. Sentii ogni pulsazione mentre mi svuotava completamente.
Quando finalmente uscì, un rivolo di sperma mi colò fuori dal culo dilatato, scendendo lungo la figa ancora tremante. Crollai sul letto, esausta, il seno schiacciato contro le lenzuola, i capelli rossi appiccicati al viso sudato.
Lui si sdraiò accanto a me, una mano possessiva che mi stringeva ancora una tetta.
«Il secondo trattamento è andato molto meglio del previsto» mormorò con un sorriso soddisfatto. «Forse domani ne servirà un terzo…»
Io, ancora ansimante, con il culo dolorante e pieno del suo sperma, mi limitai a sorridere debolmente.
Sapevo che non era più solo un tirocinio.
Ero diventata la sua infermiera personale… e lui il mio paziente più pericoloso.
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