Prostata 2
di
Anna_83
genere
etero
Mi chiamo Anna. Sono una rossa naturale con ricci fiammeggianti che mi ricadono pesanti sulla schiena, e ho un seno grosso, pieno, che sotto il camice bianco tende sempre la stoffa e mi fa sentire esposta anche quando cerco di mantenere un atteggiamento professionale. Il giorno dopo il primo massaggio prostatico, il medico supervisore mi disse che al signor Rossi era stato prescritto un secondo trattamento per completare il drenaggio. «Stesso protocollo, Anna. Procedi con calma.»
Entrai nella stanza con il cuore che batteva più forte del solito. Lui era di nuovo sdraiato sul letto, camice aperto. Quando mi vide, i suoi occhi scivolarono sui miei capelli rossi e sul rigonfiamento evidente del mio seno.
«Buongiorno. Oggi facciamo il secondo massaggio» dissi con voce calma, professionale. «Si metta in posizione laterale sinistra, per favore.»
Obbedì. Indossai i guanti sterili, applicai abbondante lubrificante sul dito e intorno al suo ano. Inserii lentamente il dito, trovai la prostata e iniziai i movimenti ritmici: cerchi delicati, pressione gentile dal centro verso i lati. Passarono trenta secondi, poi un minuto. Niente. Il suo pene rimase flaccido contro la coscia. Nessuna erezione, nessun respiro accelerato, nessuna reazione visibile.
Provai a variare leggermente la pressione, a cambiare il ritmo. Ancora nulla. La prostata era lì, sotto il mio polpastrello, ma il corpo del paziente sembrava non rispondere.
Mi fermai un momento, estrassi il dito e mi tolsi i guanti. Lo guardai negli occhi.
«A volte il corpo non collabora subito» mormorai. «Forse ha bisogno di uno stimolo diverso.»
Senza dargli il tempo di rispondere, presi la sua mano destra e la guidai lentamente verso il mio sedere. Sollevai un lembo del camice e me la posai direttamente sulla natica, sopra le mutandine sottili. La sua mano era calda, grande. La tenni lì qualche secondo, premendo leggermente le sue dita contro la mia carne morbida. Nessuna reazione. Il suo pene rimase immobile, il respiro regolare.
Allora spostai la sua mano più in alto, facendola scivolare sotto il camice fino al mio seno sinistro. Gliela premetti contro il tessuto teso. Il mio seno pesante riempì il suo palmo: caldo, pieno, il capezzolo già turgido che premeva contro la stoffa. Sentii le sue dita stringersi appena, una lieve contrazione. Un piccolo sussulto nel suo respiro. Il pene ebbe un leggerissimo guizzo, ma niente di più.
Non bastava.
Mi inginocchiai accanto al letto, il viso all’altezza del suo bacino. Abbassai il camice ospedaliero quel tanto che bastava per liberare il suo cazzo ancora flaccido. Era grosso anche da morbido, con una bella cappella rosa. Lo presi in mano, lo accarezzai lentamente con le dita, poi mi chinai e lo presi in bocca.
Il sapore era neutro, di pelle pulita. Iniziai a succhiare con calma, avvolgendolo con la lingua calda e umida. Lo sentii gonfiarsi rapidamente tra le mie labbra: diventava sempre più duro, più spesso, fino a riempirmi la bocca. I ricci rossi mi cadevano sul viso mentre muovevo la testa su e giù, prendendolo sempre più in profondità. Usavo la mano per accarezzargli le palle, mentre con la lingua stuzzicavo la vena sotto la cappella.
Il signor Rossi emise un gemito basso. Finalmente. La sua mano, quella che prima era rimasta quasi inerte, si alzò e si posò sulla mia testa, tra i capelli rossi. Non mi spinse, ma mi tenne lì, le dita che stringevano leggermente.
Continuai a succhiarlo con più foga: labbra strette, lingua che girava, succhiate profonde fino a sentire la cappella toccarmi la gola. Il suo cazzo era ormai durissimo, pulsante. Sentivo le sue palle contrarsi sotto le mie dita.
«Cazzo… Anna…» mormorò con voce roca.
Accelerai il ritmo, la testa che andava su e giù con movimenti fluidi e decisi. Il seno grosso mi ballava dentro il camice a ogni movimento, i capezzoli duri che sfregavano contro la stoffa. Dopo pochi minuti lo sentii irrigidirsi completamente. Il cazzo gli pulsò violentemente nella mia bocca e venne: schizzi caldi, abbondanti, salati, che mi riempirono la gola. Ingoiai tutto, senza fermarmi, succhiando fino all’ultima goccia mentre lui gemeva e spingeva leggermente i fianchi verso di me.
Quando finì, tenni il suo cazzo in bocca ancora qualche secondo, pulendolo con la lingua, poi lo lasciai scivolare fuori con un leggero “pop”.
Mi rialzai, mi pulii le labbra con il dorso della mano e lo guardai. Aveva il respiro pesante, gli occhi lucidi, il cazzo che si ammosciava lentamente, lucido di saliva e degli ultimi residui di sperma.
«Ora dovrebbe essere più rilassato» dissi con voce bassa, quasi un sussurro. «Possiamo riprovare il massaggio prostatico, se vuole… oppure possiamo fermarci qui per oggi.»
Lui mi fissò, ancora ansimante, con uno sguardo che non era più solo di imbarazzo. C’era desiderio, sorpresa e qualcosa di più oscuro.
Il mio seno si alzava e abbassava velocemente sotto il camice. Sentivo le mutandine bagnate tra le gambe. Avevo appena fatto venire un paziente con la bocca durante il tirocinio… e una parte di me, quella più nascosta e affamata, sperava già che il secondo trattamento prostatico non fosse sufficiente.
«Cosa preferisce, signor Rossi?» chiesi, sfiorandomi distrattamente il bordo del camice con le dita.
Lui non rispose subito. Ma la sua mano si mosse di nuovo verso di me, questa volta da sola.
Entrai nella stanza con il cuore che batteva più forte del solito. Lui era di nuovo sdraiato sul letto, camice aperto. Quando mi vide, i suoi occhi scivolarono sui miei capelli rossi e sul rigonfiamento evidente del mio seno.
«Buongiorno. Oggi facciamo il secondo massaggio» dissi con voce calma, professionale. «Si metta in posizione laterale sinistra, per favore.»
Obbedì. Indossai i guanti sterili, applicai abbondante lubrificante sul dito e intorno al suo ano. Inserii lentamente il dito, trovai la prostata e iniziai i movimenti ritmici: cerchi delicati, pressione gentile dal centro verso i lati. Passarono trenta secondi, poi un minuto. Niente. Il suo pene rimase flaccido contro la coscia. Nessuna erezione, nessun respiro accelerato, nessuna reazione visibile.
Provai a variare leggermente la pressione, a cambiare il ritmo. Ancora nulla. La prostata era lì, sotto il mio polpastrello, ma il corpo del paziente sembrava non rispondere.
Mi fermai un momento, estrassi il dito e mi tolsi i guanti. Lo guardai negli occhi.
«A volte il corpo non collabora subito» mormorai. «Forse ha bisogno di uno stimolo diverso.»
Senza dargli il tempo di rispondere, presi la sua mano destra e la guidai lentamente verso il mio sedere. Sollevai un lembo del camice e me la posai direttamente sulla natica, sopra le mutandine sottili. La sua mano era calda, grande. La tenni lì qualche secondo, premendo leggermente le sue dita contro la mia carne morbida. Nessuna reazione. Il suo pene rimase immobile, il respiro regolare.
Allora spostai la sua mano più in alto, facendola scivolare sotto il camice fino al mio seno sinistro. Gliela premetti contro il tessuto teso. Il mio seno pesante riempì il suo palmo: caldo, pieno, il capezzolo già turgido che premeva contro la stoffa. Sentii le sue dita stringersi appena, una lieve contrazione. Un piccolo sussulto nel suo respiro. Il pene ebbe un leggerissimo guizzo, ma niente di più.
Non bastava.
Mi inginocchiai accanto al letto, il viso all’altezza del suo bacino. Abbassai il camice ospedaliero quel tanto che bastava per liberare il suo cazzo ancora flaccido. Era grosso anche da morbido, con una bella cappella rosa. Lo presi in mano, lo accarezzai lentamente con le dita, poi mi chinai e lo presi in bocca.
Il sapore era neutro, di pelle pulita. Iniziai a succhiare con calma, avvolgendolo con la lingua calda e umida. Lo sentii gonfiarsi rapidamente tra le mie labbra: diventava sempre più duro, più spesso, fino a riempirmi la bocca. I ricci rossi mi cadevano sul viso mentre muovevo la testa su e giù, prendendolo sempre più in profondità. Usavo la mano per accarezzargli le palle, mentre con la lingua stuzzicavo la vena sotto la cappella.
Il signor Rossi emise un gemito basso. Finalmente. La sua mano, quella che prima era rimasta quasi inerte, si alzò e si posò sulla mia testa, tra i capelli rossi. Non mi spinse, ma mi tenne lì, le dita che stringevano leggermente.
Continuai a succhiarlo con più foga: labbra strette, lingua che girava, succhiate profonde fino a sentire la cappella toccarmi la gola. Il suo cazzo era ormai durissimo, pulsante. Sentivo le sue palle contrarsi sotto le mie dita.
«Cazzo… Anna…» mormorò con voce roca.
Accelerai il ritmo, la testa che andava su e giù con movimenti fluidi e decisi. Il seno grosso mi ballava dentro il camice a ogni movimento, i capezzoli duri che sfregavano contro la stoffa. Dopo pochi minuti lo sentii irrigidirsi completamente. Il cazzo gli pulsò violentemente nella mia bocca e venne: schizzi caldi, abbondanti, salati, che mi riempirono la gola. Ingoiai tutto, senza fermarmi, succhiando fino all’ultima goccia mentre lui gemeva e spingeva leggermente i fianchi verso di me.
Quando finì, tenni il suo cazzo in bocca ancora qualche secondo, pulendolo con la lingua, poi lo lasciai scivolare fuori con un leggero “pop”.
Mi rialzai, mi pulii le labbra con il dorso della mano e lo guardai. Aveva il respiro pesante, gli occhi lucidi, il cazzo che si ammosciava lentamente, lucido di saliva e degli ultimi residui di sperma.
«Ora dovrebbe essere più rilassato» dissi con voce bassa, quasi un sussurro. «Possiamo riprovare il massaggio prostatico, se vuole… oppure possiamo fermarci qui per oggi.»
Lui mi fissò, ancora ansimante, con uno sguardo che non era più solo di imbarazzo. C’era desiderio, sorpresa e qualcosa di più oscuro.
Il mio seno si alzava e abbassava velocemente sotto il camice. Sentivo le mutandine bagnate tra le gambe. Avevo appena fatto venire un paziente con la bocca durante il tirocinio… e una parte di me, quella più nascosta e affamata, sperava già che il secondo trattamento prostatico non fosse sufficiente.
«Cosa preferisce, signor Rossi?» chiesi, sfiorandomi distrattamente il bordo del camice con le dita.
Lui non rispose subito. Ma la sua mano si mosse di nuovo verso di me, questa volta da sola.
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