Casting
di
Anna_83
genere
etero
Mi chiamo Anna e quel pomeriggio ero un fascio di nervi mentre salivo le scale strette di quel palazzo anonimo in periferia. I miei capelli rossi, lunghi e mossi, mi ricadevano sulle spalle come una cascata di fuoco, e li avevo lasciati sciolti proprio perché sapevo che agli uomini piacevano. Indossavo un vestitino nero corto, aderente, che faticava a contenere il mio seno abbondante: due tette grosse, pesanti, naturali, che ballonzolavano a ogni passo. Sentivo il tessuto tirare sul décolleté, e già solo quel leggero sfregamento dei capezzoli contro la stoffa mi faceva venire i brividi.
Sapevo perché ero lì. Non era un casting “normale”. Me l’aveva detto un’amica: «Vai, è un produttore indipendente, se gli piaci ti fa fare roba vera». Dentro di me, però, la voce della ragione urlava che stavo per fare una cazzata. Ero eccitata e spaventata allo stesso tempo. Le guance mi bruciavano. Sono solo una rossa con le tette grosse, pensavo, e lo sanno tutti che è questo che vogliono da me. Quel pensiero mi faceva bagnare un po’, contro la mia volontà.
Bussai alla porta. Mi aprì un uomo sui quarantacinque, alto, con la barba corta e uno sguardo che mi squadrò subito dalla testa ai piedi, soffermandosi senza pudore sul mio petto.
«Anna, giusto? Entra. Sono Marco.»
La stanza era spoglia: un divano grigio, una telecamera su treppiede, luci soft e un letto in fondo. Odore di caffè e di qualcosa di più animale. Chiusi la porta e il click della serratura mi fece accelerare il cuore.
«Siediti. Raccontami di te.»
Mi sedetti sul divano, le cosce strette, le mani sulle ginocchia. Mentre parlavo della mia passione per la recitazione, delle foto che gli avevo mandato, sentivo i suoi occhi che mi spogliavano mentalmente. Ogni volta che respiravo profondamente, il mio seno si alzava e lui lo notava. Dentro di me c’era un turbine: vergogna per essere lì, orgoglio per il mio corpo, e un calore traditore che saliva dal basso ventre.
«Togliti il vestito, Anna. Voglio vedere cosa offri davvero.»
La sua voce era calma, professionale, ma con un sottofondo di comando che mi fece stringere le cosce. Esitai un secondo. È solo un casting, mi ripetevo, ma sapevo che non era vero. Mi alzai, mi voltai leggermente di lato e feci scivolare le spalline giù. Il vestito cadde ai miei piedi. Rimasi in reggiseno nero di pizzo e perizoma. Le mie tette enormi, pallide con le lentiggini leggere, straripavano dal balconcino. I capezzoli già turgidi premevano contro la stoffa.
Marco sorrise. «Cazzo, sei proprio una rossa da manuale. Tette così non si vedono tutti i giorni. Togliti anche il reggiseno.»
Le mani mi tremavano mentre slacciavo il gancetto dietro la schiena. Quando lo lasciai cadere, le mie tette pesanti oscillarono libere, grosse e rotonde, con i capezzoli rosa scuro che puntavano dritti verso di lui. Sentii un’ondata di calore salirmi al viso. Mi sta guardando come se fossi carne, pensai, e quella umiliazione mi fece bagnare ancora di più. Il mio clitoride pulsava.
«Avvicinati. Fammi toccare.»
Mi avvicinai, il cuore che batteva fortissimo. Le sue mani grandi afferrarono subito i miei seni, li soppesarono, li strinsero. Gemetti piano quando i pollici sfregarono i capezzoli. Erano sensibili da morire. Ogni pizzicotto mandava scariche elettriche dirette alla mia figa.
«Sono vere, eh? Pesanti… morbide… Perfette per una scena hard.»
Parlava mentre le mani le palpavano, le sollevavano, le lasciavano ricadere. Io respiravo affannosamente. Dentro la mia testa c’era un caos: Dovrei fermarmi… ma è così bello essere desiderata così tanto… mi sento una troia… e mi piace.
«Inginocchiati.»
Obbedii senza pensarci due volte. Il pavimento era freddo sotto le ginocchia. Marco si aprì i pantaloni e tirò fuori un cazzo già mezzo duro, grosso, venoso. L’odore muschiato mi arrivò alle narici. Lo guardai dal basso, i miei capelli rossi che mi incorniciavano il viso, le tette che pendevano pesanti.
«Succhiamelo, Anna. Fammi vedere quanto vuoi questa parte.»
Aprii la bocca e lo presi dentro. Era caldo, salato. Iniziai a leccare la cappella, poi lo presi più a fondo, facendo scorrere le labbra lungo l’asta. Le mie tette ondeggiavano a ogni movimento della testa. Marco mi mise una mano tra i capelli rossi e spinse un po’, facendomi strozzare leggermente. Gli occhi mi lacrimarono, ma non mi fermai. Sentivo la figa fradicia, il perizoma inzuppato. Sto succhiando il cazzo di uno sconosciuto per un ruolo… e mi sto eccitando da morire.
«Brava… proprio una brava puttanella rossa. Ora sdraiati sul divano e apri le gambe.»
Mi alzai, le labbra gonfie, un filo di saliva che mi colava sul mento. Mi tolsi il perizoma. La mia figa era completamente depilata, le grandi labbra gonfie e lucide di umori. Mi sdraiai, aprii le cosce. Marco puntò la telecamera verso di me.
«Toccati. Fammi vedere come ti piace.»
Le mie dita scivolarono tra le labbra, trovarono il clitoride duro e iniziarono a girarci intorno. Gemetti forte. Guardavo lui che mi filmava, che si segava lentamente il cazzo lucido della mia saliva. Mi sentivo esposta, volgare, bellissima. Le mie tette si allargavano sul petto mentre ansimavo. Infilai due dita dentro, le mossi veloce. Il rumore bagnato riempiva la stanza.
«Vieni qui. Voglio scoparti.»
Si sedette sul divano. Mi misi a cavalcioni su di lui. Le mie tette enormi gli finirono in faccia. Lui ne prese una in bocca, succhiando forte il capezzolo mentre io guidavo il suo cazzo verso la mia entrata. Scivolò dentro con facilità, grosso e duro. Urlai di piacere quando mi riempì completamente.
Iniziai a muovermi, su e giù, le tette che sbattevano contro il suo viso. Ogni affondo mi faceva vedere le stelle. Dentro di me pensavo: Sono solo una rossa con le tette grosse che si fa fottere per un casting… e lo adoro. La vergogna e l’eccitazione si mescolavano in un piacere devastante.
Marco mi afferrò i fianchi, spinse dal basso con forza. I miei capelli rossi mi volavano intorno. Venni per prima, urlando, la figa che si contraeva intorno al suo cazzo. Lui continuò a martellarmi, poi mi fece alzare, mi mise in ginocchio e mi venne in faccia e sulle tette, fiotti caldi e densi che colavano sui miei seni pallidi.
Rimasi lì, ansimante, il viso e il petto sporchi del suo sperma, i capelli rossi appiccicati alla fronte sudata.
Marco sorrise, spegnendo la telecamera.
«Brava, Anna. Direi che hai la parte.»
Io, ancora in ginocchio, con il cuore che batteva forte e la figa che pulsava, sorrisi debolmente. Dentro di me sapevo che non era finita lì. E una parte di me non voleva che finisse.
Sapevo perché ero lì. Non era un casting “normale”. Me l’aveva detto un’amica: «Vai, è un produttore indipendente, se gli piaci ti fa fare roba vera». Dentro di me, però, la voce della ragione urlava che stavo per fare una cazzata. Ero eccitata e spaventata allo stesso tempo. Le guance mi bruciavano. Sono solo una rossa con le tette grosse, pensavo, e lo sanno tutti che è questo che vogliono da me. Quel pensiero mi faceva bagnare un po’, contro la mia volontà.
Bussai alla porta. Mi aprì un uomo sui quarantacinque, alto, con la barba corta e uno sguardo che mi squadrò subito dalla testa ai piedi, soffermandosi senza pudore sul mio petto.
«Anna, giusto? Entra. Sono Marco.»
La stanza era spoglia: un divano grigio, una telecamera su treppiede, luci soft e un letto in fondo. Odore di caffè e di qualcosa di più animale. Chiusi la porta e il click della serratura mi fece accelerare il cuore.
«Siediti. Raccontami di te.»
Mi sedetti sul divano, le cosce strette, le mani sulle ginocchia. Mentre parlavo della mia passione per la recitazione, delle foto che gli avevo mandato, sentivo i suoi occhi che mi spogliavano mentalmente. Ogni volta che respiravo profondamente, il mio seno si alzava e lui lo notava. Dentro di me c’era un turbine: vergogna per essere lì, orgoglio per il mio corpo, e un calore traditore che saliva dal basso ventre.
«Togliti il vestito, Anna. Voglio vedere cosa offri davvero.»
La sua voce era calma, professionale, ma con un sottofondo di comando che mi fece stringere le cosce. Esitai un secondo. È solo un casting, mi ripetevo, ma sapevo che non era vero. Mi alzai, mi voltai leggermente di lato e feci scivolare le spalline giù. Il vestito cadde ai miei piedi. Rimasi in reggiseno nero di pizzo e perizoma. Le mie tette enormi, pallide con le lentiggini leggere, straripavano dal balconcino. I capezzoli già turgidi premevano contro la stoffa.
Marco sorrise. «Cazzo, sei proprio una rossa da manuale. Tette così non si vedono tutti i giorni. Togliti anche il reggiseno.»
Le mani mi tremavano mentre slacciavo il gancetto dietro la schiena. Quando lo lasciai cadere, le mie tette pesanti oscillarono libere, grosse e rotonde, con i capezzoli rosa scuro che puntavano dritti verso di lui. Sentii un’ondata di calore salirmi al viso. Mi sta guardando come se fossi carne, pensai, e quella umiliazione mi fece bagnare ancora di più. Il mio clitoride pulsava.
«Avvicinati. Fammi toccare.»
Mi avvicinai, il cuore che batteva fortissimo. Le sue mani grandi afferrarono subito i miei seni, li soppesarono, li strinsero. Gemetti piano quando i pollici sfregarono i capezzoli. Erano sensibili da morire. Ogni pizzicotto mandava scariche elettriche dirette alla mia figa.
«Sono vere, eh? Pesanti… morbide… Perfette per una scena hard.»
Parlava mentre le mani le palpavano, le sollevavano, le lasciavano ricadere. Io respiravo affannosamente. Dentro la mia testa c’era un caos: Dovrei fermarmi… ma è così bello essere desiderata così tanto… mi sento una troia… e mi piace.
«Inginocchiati.»
Obbedii senza pensarci due volte. Il pavimento era freddo sotto le ginocchia. Marco si aprì i pantaloni e tirò fuori un cazzo già mezzo duro, grosso, venoso. L’odore muschiato mi arrivò alle narici. Lo guardai dal basso, i miei capelli rossi che mi incorniciavano il viso, le tette che pendevano pesanti.
«Succhiamelo, Anna. Fammi vedere quanto vuoi questa parte.»
Aprii la bocca e lo presi dentro. Era caldo, salato. Iniziai a leccare la cappella, poi lo presi più a fondo, facendo scorrere le labbra lungo l’asta. Le mie tette ondeggiavano a ogni movimento della testa. Marco mi mise una mano tra i capelli rossi e spinse un po’, facendomi strozzare leggermente. Gli occhi mi lacrimarono, ma non mi fermai. Sentivo la figa fradicia, il perizoma inzuppato. Sto succhiando il cazzo di uno sconosciuto per un ruolo… e mi sto eccitando da morire.
«Brava… proprio una brava puttanella rossa. Ora sdraiati sul divano e apri le gambe.»
Mi alzai, le labbra gonfie, un filo di saliva che mi colava sul mento. Mi tolsi il perizoma. La mia figa era completamente depilata, le grandi labbra gonfie e lucide di umori. Mi sdraiai, aprii le cosce. Marco puntò la telecamera verso di me.
«Toccati. Fammi vedere come ti piace.»
Le mie dita scivolarono tra le labbra, trovarono il clitoride duro e iniziarono a girarci intorno. Gemetti forte. Guardavo lui che mi filmava, che si segava lentamente il cazzo lucido della mia saliva. Mi sentivo esposta, volgare, bellissima. Le mie tette si allargavano sul petto mentre ansimavo. Infilai due dita dentro, le mossi veloce. Il rumore bagnato riempiva la stanza.
«Vieni qui. Voglio scoparti.»
Si sedette sul divano. Mi misi a cavalcioni su di lui. Le mie tette enormi gli finirono in faccia. Lui ne prese una in bocca, succhiando forte il capezzolo mentre io guidavo il suo cazzo verso la mia entrata. Scivolò dentro con facilità, grosso e duro. Urlai di piacere quando mi riempì completamente.
Iniziai a muovermi, su e giù, le tette che sbattevano contro il suo viso. Ogni affondo mi faceva vedere le stelle. Dentro di me pensavo: Sono solo una rossa con le tette grosse che si fa fottere per un casting… e lo adoro. La vergogna e l’eccitazione si mescolavano in un piacere devastante.
Marco mi afferrò i fianchi, spinse dal basso con forza. I miei capelli rossi mi volavano intorno. Venni per prima, urlando, la figa che si contraeva intorno al suo cazzo. Lui continuò a martellarmi, poi mi fece alzare, mi mise in ginocchio e mi venne in faccia e sulle tette, fiotti caldi e densi che colavano sui miei seni pallidi.
Rimasi lì, ansimante, il viso e il petto sporchi del suo sperma, i capelli rossi appiccicati alla fronte sudata.
Marco sorrise, spegnendo la telecamera.
«Brava, Anna. Direi che hai la parte.»
Io, ancora in ginocchio, con il cuore che batteva forte e la figa che pulsava, sorrisi debolmente. Dentro di me sapevo che non era finita lì. E una parte di me non voleva che finisse.
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