Professionale 4
di
Stemmy
genere
dominazione
La sospensione shibari ha ormai trasformato il suo corpo in un arco vivente di sofferenza e tensione estrema. Ogni muscolo trema, le corde di juta hanno lasciato segni rossi profondi sulla pelle chiara, il fallo sul bastone entra ed esce con un ritmo implacabile che la Mistress mantiene costante, quasi meccanico, mentre il clitoride sfregato dalle corde tra le gambe è gonfio e ipersensibile. Lei geme senza più ritegno: suoni gutturali, spezzati, che si trasformano in singhiozzi quando un altro spasmo la attraversa.
Il suo viso capovolto è una maschera devastata, i capelli appiccicati alla fronte e alle guance bagnate di lacrime, muco e saliva che le colano, occhi semichiusi e vitrei, labbra gonfie e tremanti intorno alla mia cappella che continua a sfregarle contro la bocca. Ogni spinta della Mistress la fa sobbalzare, spingendole il viso contro di me con forza involontaria.
"Sta per cedere del tutto," mormora la Mistress, notando il modo in cui i muscoli interni della donna si contraggono spasmodicamente intorno al fallo. "Senti come stringe… è al limite."
Io le afferro i capelli più forte, tenendole la testa ferma mentre le sfrego il membro sulle labbra aperte.
"Lasciala venire," dico piano. "Falla venire mentre è ancora appesa come un trofeo rotto. Voglio che lo senta fino in fondo."
La Mistress accelera di colpo, spingendo il fallo più a fondo, più veloce, ruotando leggermente il bastone per colpire punti precisi all’interno. Contemporaneamente, con la mano libera, preme due dita contro il clitoride schiacciato dalla corda e inizia a strofinare in cerchi rapidi e brutali.
Il corpo della donna si irrigidisce come se fosse attraversato da corrente elettrica. Un urlo strozzato le esce dalla gola, soffocato dalla mia carne contro la bocca. Le gambe sospese tremano violentemente, le dita dei piedi si contraggono nell’aria, le corde cigolano sotto lo sforzo improvviso. L’orgasmo la colpisce come un’onda devastante: il bacino si contrae a scatti, un fiotto caldo le cola lungo le cosce e gocciola sul pavimento di cemento, il petto si solleva e si abbassa in respiri affannosi e irregolari. Piange apertamente ora, lacrime che scorrono all’insù verso la fronte, singhiozzi che si mescolano ai gemiti di piacere forzato.
La Mistress non rallenta subito. Continua a scoparla attraverso le contrazioni, prolungando l’orgasmo fino a quando non diventa quasi doloroso, fino a quando i gemiti si trasformano in lamenti supplichevoli e il corpo intero non inizia a crollare nella sospensione, incapace di reggere oltre.
Solo allora la Mistress ritira lentamente il fallo, lasciando la donna vuota e tremante, le labbra interne arrossate e pulsanti.
"Basta così per questa parte," dice la Mistress con voce calma, quasi clinica. Si alza, posa il bastone sporco su un tavolo vicino e comincia a sciogliere le corde una alla volta, con gesti precisi e rapidi.
Io la aiuto a sostenerla mentre il corpo scende piano piano. Prima allentiamo la corda principale che tiene i polsi tirati verso l’alto: le braccia ricadono pesanti, le spalle protestano con un gemito acuto. Poi le corde tra le gambe, che le strappano un ultimo singhiozzo quando sfregano sul clitoride ipersensibile. Infine le caviglie e le ginocchia, fino a quando non crolla completamente tra le nostre braccia, ginocchia sul cemento freddo, corpo madido di sudore, lacrime e umori.
La lasciamo lì un momento, ansimante, tremante, con i capelli appiccicati al viso e al collo. Non le diamo il tempo di riprendersi davvero.
La Mistress la afferra per un braccio, io per l’altro. La solleviamo e la trasciniamo verso l’angolo opposto della cella, dove ho già preparato la struttura metallica: due pali verticali di acciaio fissati al pavimento e al soffitto, con traverse orizzontali regolabili e morsetti industriali. È una delle installazioni più severe del dungeon, progettata per esposizione totale e immobilizzazione prolungata.
La facciamo inginocchiare tra i due pali.
Prima le togliamo ogni residuo di dignità rimasta: le infiliamo calze bianche lunghe fino a metà coscia, bianche, candide, che contrastano brutalmente con la sua nudità arrossata e segnata. Le calziamo poi un paio di tacchi altissimi neri, lucidi, che le costringono i piedi in una posizione innaturale.
Le braccia vengono sollevate sopra la testa. La Mistress usa i morsetti a vite per fissarle i polsi alle traverse orizzontali, stringendo abbastanza da farle sentire il metallo freddo che morde la pelle già irritata dalle corde. Le braccia sono tese al massimo, i gomiti leggermente piegati, le spalle tirate indietro in modo che il petto si spinga in avanti, i seni offerti e sollevati.
Poi le gambe: divaricate al limite, caviglie bloccate da morsetti simili ai polsi, fissati ai piedi dei pali. Una barra di metallo orizzontale sottile ma rigida viene posizionata all’altezza dell’inguine e legata stretto intorno alla vita con cinghie di cuoio, impedendole di chiudere le cosce anche di un millimetro. Il sesso resta completamente esposto, le labbra ancora gonfie e lucide dall’orgasmo precedente, il clitoride visibile e sensibile.
La coda di cavallo bionda le viene tirata indietro e legata alta con un nastro nero, costringendola a tenere la testa leggermente inclinata all’indietro, il collo esposto, la gola vulnerabile.
Quando abbiamo finito, è in piedi, completamente immobilizzata, braccia spalancate e tirate verso l’alto, gambe divaricate al massimo, corpo arcuato in avanti per via della barra alla vita. Nuda tranne le calze bianche e i tacchi, sudata, segnata, tremante. Il petto si solleva e si abbassa rapido, i capezzoli duri puntano verso l’esterno, un piccolo piercing all’ombelico luccica sotto la luce al neon.
La Mistress fa un passo indietro, ammira il risultato con un sorriso soddisfatto.
"Guarda come sta bene così," dice, dando un colpetto leggero con il frustino sulla parte interna di una coscia. Il colpo fa sobbalzare il corpo intero contro i morsetti.
Io mi avvicino, le passo un dito lungo la linea del collo sudato, poi scendo fino a sfiorarle un capezzolo.
"Sei quasi allo stremo, vero?" le sussurro vicino all’orecchio. "Eppure non hai ancora detto la parola. Significa che vuoi di più."
Lei ansima, gli occhi semichiusi, le labbra socchiuse. Non risponde a parole, ma il modo in cui il suo corpo trema, non solo di dolore, ma di un desiderio disperato e umiliato, parla per lei.
La Mistress ride piano.
E io so già che, qualunque cosa accadrà ora, lei non implorerà pietà.
Non ancora.
La Mistress fa un passo indietro con un sorriso soddisfatto, il frustino che dondola pigramente contro la coscia. Si pulisce le mani con un gesto lento, quasi cerimonioso, poi mi guarda dritto negli occhi.
"Tocca a te ora," dice con voce bassa e divertita. "Io ho già scaldato il motore. Falla venire come si deve, poi riprendiamo sul serio."
Si allontana di qualche passo, appoggiandosi al tavolo con le braccia incrociate sotto il seno pesante, pronta a godersi lo spettacolo.
Io mi avvicino lentamente alla donna immobilizzata. È tesa al limite: braccia spalancate e tirate verso l’alto dai morsetti d’acciaio, spalle forzate all’indietro, petto spinto in fuori, capezzoli già duri e gonfi per il freddo, l’adrenalina e gli stimoli precedenti. Le calze bianche lunghe fino a metà coscia contrastano con la pelle arrossata e segnata; i tacchi alti la costringono a stare sulle punte, muscoli delle gambe contratti, inguine completamente esposto dalla barra che le tiene la vita bloccata. La coda di cavallo bionda è tirata alta, il collo arcuato, la bocca socchiusa in un respiro affannoso e irregolare.
Le passo un dito lungo la linea del collo sudato, scendo piano fino al centro del petto, tra i seni. Lei sussulta al contatto leggero, un gemito strozzato le sfugge dalle labbra.
"Hai resistito fin qui," le sussurro vicino all’orecchio, abbastanza piano da farle sentire solo il mio respiro caldo. "Ma ora ti do qualcosa di diverso. Qualcosa che ti farà implorare… di smettere. E poi di non smettere mai."
Prendo dal tavolo i morsetti per capezzoli: due pinze d’acciaio con catenelle corte e pesetti a forma di goccia. Le tengo sospese davanti ai suoi occhi per un secondo, lasciandole vedere il metallo lucido e freddo. Lei spalanca gli occhi, scuote appena la testa, un movimento minuscolo, istintivo, ma non dice niente. Non pronuncia “rosso”.
Le pizzico prima il capezzolo sinistro tra pollice e indice, lo tiro leggermente in avanti per farlo indurire ancora di più, poi apro la pinza e la lascio chiudere di scatto. Un urlo acuto le esce dalla gola, il corpo che si inarca violentemente contro i morsetti che la tengono ferma. Le lacrime le rigano subito le guance. Ripeto con il destro: stessa procedura, stessa chiusura brutale. Ora i due morsetti pendono dai capezzoli, i pesetti che tirano verso il basso, ogni respiro le fa oscillare leggermente le catenelle e rinnovare il dolore.
"Brava," mormoro, accarezzandole la guancia bagnata. "Senti come tirano? Ogni volta che respiri è come se qualcuno te li stesse torcendo."
Prendo il magic wand dal tavolo , il modello grande, nero, con la testina larga e il motore che ronza già a basso regime quando lo accendo. Il suono riempie la cella come un ronzio minaccioso.
Mi inginocchio davanti a lei, tra le sue gambe divaricate al massimo. La barra alla vita le impedisce qualsiasi tentativo di chiudere le cosce. Le apro leggermente le grandi labbra con due dita, esponendo completamente il clitoride ancora gonfio e ipersensibile dall’orgasmo precedente. È rosso, lucido, trema al minimo soffio d’aria.
Appoggio la testina del wand esattamente lì, senza preavviso, e alzo la velocità al secondo livello, quello che vibra forte ma non ancora al massimo.
Il suo corpo reagisce all’istante: un grido gutturale, le ginocchia che tremano nei morsetti alle caviglie, le braccia che tirano inutilmente contro i polsi bloccati. Le catenelle ai capezzoli oscillano violentemente, i pesetti che tirano e aumentano il dolore a ogni spasmo. La testa le cade all’indietro quanto la coda legata le permette, la bocca spalancata in un urlo silenzioso che poi diventa suono, alto, spezzato, disperato.
Aumento la velocità. Terzo livello. La vibrazione è ora profonda, implacabile, penetra in tutto il bacino. Lei si contorce, il corpo che lotta contro le costrizioni ma non può sfuggire. Le lacrime scorrono libere, il respiro diventa un ansimare frenetico, i gemiti si trasformano in singhiozzi misti a suppliche incoerenti.
"Vieni per me," le ordino, premendo il wand più forte contro il clitoride, muovendolo in piccoli cerchi lenti ma decisi. "Vieni forte. Vieni sapendo che dopo non ti fermerò."
Non resiste a lungo. Il corpo si irrigidisce di colpo, ogni muscolo contratto al massimo: le cosce tremanti, l’addome che si contrae a scatti, i capezzoli tirati dai morsetti che le strappano un altro urlo di dolore misto a piacere. L’orgasmo la travolge come un’onda violenta: un fiotto caldo le cola lungo l’interno delle cosce, gocciola sul pavimento, il bacino che spinge in avanti contro il wand come se volesse divorarlo. Urla, un suono crudo, animalesco, mentre ondate successive la scuotono, il corpo che sobbalza nei morsetti, le catenelle che tintinnano, i pesetti che oscillano crudelmente.
La tengo lì, wand premuto, fino a quando l’orgasmo non inizia a trasformarsi in sovraccarico: i gemiti diventano lamenti di troppo, il corpo che trema in spasmi residui, le lacrime che non smettono.
Solo allora spengo il wand e lo allontano. Lei crolla quanto le permette la posizione – testa in avanti, capelli biondi appiccicati al viso, respiro affannoso e spezzato, capezzoli gonfi e rossi sotto i morsetti, sesso pulsante e bagnato.
La Mistress si avvicina di nuovo, un sorriso lento sulle labbra.
"Bellissimo," mormora, sfiorandole una guancia con il dorso della mano. "Ora è morbida. Pronta per la parte dura."
Io mi alzo, slacciandomi lentamente i pantaloni, il membro già duro e pronto.
"Togligli i morsetti," dico alla Mistress"
La Mistress ride piano e si china sui capezzoli.
La donna, esausta e tremante, alza gli occhi vitrei verso di me.
Non dice niente.
Ma il suo sguardo dice tutto: continua. Non fermarti.
E noi non ci fermeremo.
La Mistress si china sui capezzoli arrossati e gonfi, le dita forti e sicure che afferrano le pinze una alla volta. Io resto in piedi davanti a lei, il membro ancora duro e lucido, osservando ogni dettaglio.
Mentre la Mistress apre la prima pinza con un gesto secco e deliberato, un urlo acuto le squarcia la gola. Il sangue affluisce di colpo al capezzolo liberato, un bruciore lancinante che le attraversa il petto come fuoco liquido. Il secondo morsetto segue subito dopo: stessa stretta crudele che si allenta, stesso dolore esplosivo. Le lacrime le rigano il viso in rivoli caldi, il corpo che sobbalza nei morsetti metallici, le braccia tese che tremano, le gambe divaricate che non possono chiudersi per alleviare nulla.
Dentro di sé, in quel frammento di mente ancora lucida tra il dolore e il sovraccarico sensoriale, pensa: Sono ridotta a questo. Un corpo appeso, segnato, esposto. Le tette che bruciano, la fica che pulsa ancora dall’orgasmo che mi hanno strappato a forza. Non sono più una persona. Sono una cosa. Una cosa nelle mani di questa donna grassa e potente che ride mentre mi fa male, che mi guarda come se fossi un giocattolo da smontare e rimontare a piacimento.
La vergogna le brucia più del dolore fisico. È una vergogna profonda, viscerale: sa che sta gocciolando ancora, che il suo sesso traditore continua a contrarsi anche ora che il wand è lontano, che le calze bianche, così innocenti, così umilianti, sono ormai macchiate di sudore e umori. Pensa alla sua vita fuori da qui: la professionista impeccabile. E ora? Ora è nuda, immobilizzata, con i capezzoli in fiamme e il corpo offerto come un pezzo di carne su un banco. Mi stanno guardando. Max guarda. Lei guarda. E io… io lo voglio ancora. È questo che mi umilia di più. Che non riesco a smettere di desiderarlo.
La Mistress si rialza lentamente, le mani ancora calde del contatto con la sua pelle. Le sfiora il mento con due dita, costringendola a sollevare lo sguardo.
"Guarda che bel disastro sei diventata," le dice con voce bassa e compiaciuta. "Occhi gonfi, faccia bagnata, tette rosse e gonfie… e tra le gambe sei un lago. Pensi che qualcuno ti riconoscerebbe ora? La tua faccia da prima pagina, ridotta a questo."
Le parole colpiscono come schiaffi. Dentro di lei si accende un’ondata nuova di umiliazione: Ha ragione. Non mi riconoscerei nemmeno io. Sono patetica. Sono bagnata perché mi ha fatto venire mentre ero appesa come un salame, mentre un fallo enorme mi sfondava, mentre Max mi sfregava il cazzo in faccia. E ora… ora voglio che continuino. Voglio che mi usino ancora, che mi facciano male ancora, che mi facciano sentire ancora più piccola, più inutile, più loro.
Un singhiozzo le sfugge, ma non è solo dolore. È rilascio. È la consapevolezza che sta cedendo completamente, che l’orgoglio che portava fuori da queste mura si è dissolto goccia a goccia sul pavimento di cemento.
La Mistress le accarezza la guancia con il dorso della mano, un gesto quasi tenero che rende tutto ancora più crudele.
"Brava ragazza," mormora. "Piange pure. Piange perché sa di essere esattamente dove deve essere: nelle mie mani. Nelle nostre mani."
Io mi avvicino di nuovo, il membro premuto contro le sue labbra socchiuse. Lei apre la bocca senza che glielo chieda, la lingua che sfiora istintivamente la cappella, un gesto automatico di sottomissione totale.
La Mistress ride piano, prendendo un nuovo attrezzo dal tavolo , una cinghia di cuoio larga, con fibbia metallica.
"Ora che è morbida e bagnata," dice guardandomi, "possiamo ricominciare sul serio. Tu riempila davanti. Io la colpisco dietro. Vediamo quanto riesce a reggere prima di implorare davvero."
La donna, tra le lacrime e i respiri affannosi, pensa un’ultima volta: Non dirò rosso. Non ancora. Voglio sapere fino a dove posso cadere. Voglio che mi distruggano completamente… perché solo così mi sento viva.
E mentre io spingo piano dentro di lei, sentendola stringersi intorno al mio sesso ancora sensibile dall’orgasmo precedente, la cinghia della Mistress fende l’aria con un sibilo.
Il primo colpo atterra sul culo con un suono secco.
Lei urla, il corpo che si tende nei morsetti.
Ma non chiede pietà.
Non ancora.
La Mistress impugna la cinghia di cuoio con un gesto lento e deliberato, facendola schioccare leggermente nell’aria per far salire la tensione. Io, intanto, mi posiziono davanti a lei, le gambe divaricate quanto basta per allineare il mio membro duro con la sua bocca spalancata. Le afferro la coda di cavallo con una mano, tirandola all’indietro per costringerla a tenere la testa alta, e con l’altra guido la cappella tra le sue labbra tremanti. Spingo piano all’inizio, sentendola cedere, la lingua che sfiora involontariamente la pelle calda e pulsante.
Mentre entro più a fondo, la Mistress fa partire il primo colpo: la cinghia atterra secca sul suo culo, lasciando un segno rosso immediato che si allarga sulla pelle chiara. Il corpo di lei si tende all’istante, un urlo soffocato dal mio sesso che le riempie la bocca. I morsetti metallici ai polsi e alle caviglie cigolano, le calze bianche si tendono sulle cosce tremanti, il petto si solleva in un respiro spezzato che fa oscillare i capezzoli ancora gonfi e sensibili.
Dentro di sé, in quel vortice di dolore e possesso, i pensieri le si accavallano come onde violente. Dio, che umiliazione. Sto qui, appesa come un animale in un mattatoio, le braccia tese fino al punto di rottura, le gambe spalancate come se fossi in esposizione in una vetrina per pervertiti. E questa donna… questa Mistress grassa, con il suo sorriso crudele e le mani che sembrano fatte per schiacciare, mi sta colpendo come se fossi niente. Niente. Solo un pezzo di carne da punire. Sento il bruciore sul culo, e ogni colpo mi fa contrarre la fica, mi fa bagnare di più. È disgustoso. Sono disgustosa io. Fuori da qui sono qualcuno: una donna che comanda, che fa girare le teste. Qui? Qui sono una puttana che implora con gli occhi di essere usata di più, di essere umiliata di più. Max me lo sta infilando in gola, e io lo succhio come se fosse l’unica cosa che mi tiene in vita. Perché? Perché mi fa sentire piccola, inutile, libera da tutto quel peso che porto ogni giorno. L’umiliazione mi brucia dentro come acido: sapere che sto godendo di questo, che il mio corpo tradisce la mia mente, che sto piangendo non solo per il dolore ma per quanto mi sento sporca, esposta, ridotta a un buco bagnato e un culo arrossato. Lei mi guarda e ride, e io penso: “Sì, ridi pure. Ridimi in faccia mentre mi fai male. È questo che voglio. Essere spezzata, essere niente nelle tue mani grasse e potenti.”
La Mistress colpisce di nuovo, questa volta più in basso, sulla curva dove le cosce incontrano il culo. Il suono è un crack secco, seguito dal mio affondo più profondo in sincrono: entro fino in fondo alla sua gola, sentendola gorgogliare, le lacrime che le colano lungo il naso e si mischiano alla saliva che le cola dal mento. Lei ingoia, contrae la gola intorno a me, un riflesso automatico che mi fa gemere piano.
Ancora. Colpiscimi ancora, pensa lei, la mente un turbine di vergogna e desiderio. Ogni scossa mi ricorda quanto sono caduta in basso. Non sono più la donna forte, no. Sono un oggetto. Il suo oggetto. Le sue mani mi stanno marchiando, e io lo accetto. Lo bramo. L’umiliazione è come una droga: mi fa odiare me stessa e amarmi allo stesso tempo. Perché qui, in questa cella sporca, con il suo frustino e il suo sguardo che mi trapassa, non devo fingere. Posso essere la troia che nascondevo dentro, quella che si eccita quando viene trattata come spazzatura. Max lo sa. Lei lo sa. E io… io sto venendo di nuovo, solo per il pensiero di quanto sono patetica.
La Mistress varia il ritmo: un colpo sul fianco, uno sulla schiena, uno più leggero ma preciso sull’interno coscia. Ogni impatto la fa sobbalzare, spingendola più avanti sulla mia lunghezza, la bocca che si riempie completamente. Io tengo il ritmo, scopandole la gola con spinte controllate, godendomi i suoni bagnati e i suoi gemiti soffocati.
"Senti come urla", mormora la Mistress, la voce rauca per l’eccitazione. "È completamente persa. Una bambola rotta nelle mie mani."
Lei annuisce impercettibilmente, le lacrime che continuano a scorrere. Sì, sono rotta. E non voglio essere riparata. Non stasera. Umiliatemi ancora. Fatemi sentire il fondo del baratro.
Io accelero, sentendo l’orgasmo avvicinarsi. La Mistress colpisce un’ultima volta, più forte, e lei si contrae intorno a me in un altro spasmo involontario.
La notte è ancora lunga, e la sua umiliazione interiore, quel fuoco che le consuma l’anima, è solo all’inizio del suo apice.
La cinghia della Mistress atterra di nuovo con un sibilo acuto, questa volta sulla curva interna della coscia sinistra, lasciando un marchio rosso che si allarga come un fiore di fuoco sulla pelle chiara e sudata. Il corpo di lei si contrae in uno spasmo violento, le caviglie bloccate nei morsetti che cigolano, le braccia tese sopra la testa che tirano inutilmente contro l’acciaio freddo. Un urlo strozzato le esce dalla gola, ma è subito soffocato dal mio membro che le riempie la bocca, spingendo fino in fondo, la cappella che tocca il palato e la fa deglutire convulsamente.
La Mistress si ferma un istante, la cinghia che dondola pigramente contro il suo fianco, e si china di nuovo verso il viso arrossato e bagnato della donna. Le afferra il mento con dita grasse e forti, costringendola a girare leggermente la testa nonostante la mia presa sulla coda di cavallo.
“Guardami negli occhi, cagnetta”, ringhia la Mistress, la voce bassa e tagliente come una lama. “Dimmi quanto sei inutile. Apri quella bocca piena di cazzo e dimmi che sei una schiava patetica che merita solo di essere usata e buttata via. Dillo, o il prossimo colpo ti farà vedere le stelle”.
Lei esita un secondo, gli occhi gonfi e rossi che incontrano quelli della Mistress, un lampo di resistenza residua che svanisce subito nel vuoto della sottomissione. Io mi ritraggo quel tanto che basta per permetterle di parlare, la saliva che le cola in fili dal mento al petto, e lei balbetta con voce rotta, tremante: “S-sono inutile… una schiava patetica… merito solo di essere usata… buttata via…”
La Mistress ride, un suono profondo e crudele che riecheggia nella cella. “Brava, lurida puttana. Ora dimmi che mi appartieni. Che le mie mani grasse e il mio frustino sono l’unica cosa che ti fa sentire viva. Dillo forte, mentre lui ti riempie di nuovo”.
Io spingo di nuovo dentro, e lei geme intorno a me, ma obbedisce: “Mi appartieni… le tue mani… il tuo frustino… mi fanno sentire viva… ti prego…”
Dentro di lei, la sottomissione totale si cristallizza come un diamante tagliente, affondando in ogni fibra del suo essere.
Non è più una scelta. È un’abisso in cui sto cadendo volontariamente, senza rete. Ogni insulto della Mistress – “cagnetta”, “lurida puttana”, mi strappa un altro pezzo di ego, e io lo offro come un sacrificio. Sento il mio corpo cedere completamente: i muscoli che si rilassano contro le costrizioni, la mente che si spegne, lasciando solo un vuoto riempito dal dolore e dal piacere intrecciati. Non resisto più. Non voglio resistere. Sono sua. Sono loro. La sottomissione mi avvolge come una catena calda: ogni colpo, ogni spinta, ogni parola degradante mi fa affondare più in profondità in questo stato di resa assoluta. Fuori da qui, comando io. Qui, obbedisco. Qui, imploro. Qui, sono niente se non quello che mi dicono di essere: una schiava, un buco, una cosa da possedere. E questo mi terrorizza e mi eccita allo stesso tempo. La vergogna è totale, sapere che sto bagnandomi di più a ogni umiliazione, che il mio clitoride pulsa al ritmo dei loro insulti, che sto succhiando avidamente mentre lei mi colpisce. Non c’è più “io”. C’è solo obbedienza cieca, sottomissione pura, un abbandono che mi fa tremare di un piacere oscuro e inconfessabile. Voglio che mi spezzino del tutto. Voglio essere ricostruita dalle loro mani. È questo il fondo: non combattere, non pensare, solo esistere per loro.
La Mistress colpisce di nuovo, questa volta sul seno destro, la cinghia che lascia un segno trasversale sul capezzolo ancora sensibile. “Esatto, schiava mia”, dice con un ghigno. “Appartieni a me. Al mio corpo grasso e potente che ti schiaccia. Dimmi grazie per ogni colpo, lurida troietta. Ringrazia mentre lui ti usa la gola come un preservativo usa e getta”.
“G-grazie… Mistress…” balbetta lei tra un affondo e l’altro, la voce spezzata dai gemiti. Io accelero, sentendola cedere completamente, la gola che si apre come se fosse fatta per questo.
La Mistress varia: un colpo sul ventre, uno sul clitoride esposto, leggero ma preciso, che la fa urlare e contrarsi intorno al nulla. “Sei una schiava perfetta, no? che si eccita a essere degradata da una come me. Dillo: “Sono la tua schiava grassa e inutile, Mistress. Usami come vuoi.”
Lei obbedisce senza esitare, le parole che le escono in un sussurro affannoso: “Sono la tua schiava grassa e inutile, Mistress… usami come vuoi…”
La resa è totale ora. Non c’è più lotta interiore. Solo un fiume di sottomissione che mi travolge. Ogni comando è un ordine divino; ogni insulto è una carezza brutale che mi fa sentire al mio posto. Sono sua schiava. La sua cosa. E in questa sottomissione assoluta, trovo una pace distorta, un’estasi che non conoscevo. Non voglio che finisca. Voglio che mi portino oltre, che mi facciano implorare per di più, che mi riducano a un relitto tremolante di obbedienza cieca. È questo che significa sottomettersi totalmente: non avere più volontà propria, solo la loro.
Io vengo con un gemito basso, svuotandomi in fondo alla sua gola, tenendola ferma mentre ingoia. La Mistress colpisce un’ultima volta, sul culo già segnato, e ride mentre lei trema in un orgasmo silenzioso e involontario.
Lei annuisce debolmente, gli occhi persi nel vuoto della sottomissione totale. Non c’è più ritorno. Solo avanti, nel baratro che ha scelto.
La Mistress posa la cinghia sul tavolo con un gesto lento, quasi cerimonioso, e si avvicina di nuovo al viso della donna, che pende ancora dai morsetti, il corpo madido di sudore, segnato da strisce rosse e viola, la gola arrossata, le labbra gonfie e lucide.
“Hai dato tutto”, le sussurra la Mistress, sfiorandole la guancia con il dorso della mano. “Hai implorato, hai pianto, hai obbedito. Ora sei vuota… e perfetta così”.
Io mi ritraggo piano dalla sua bocca, lasciandola ansimare, un filo di saliva che le collega ancora le labbra al mio sesso. Le accarezzo i capelli umidi, sciogliendo la coda di cavallo con dita gentili, il primo gesto di tenerezza dopo ore di brutalità.
La Mistress inizia a liberarla: prima i morsetti alle caviglie, poi quelli ai polsi. Le braccia le ricadono pesanti lungo i fianchi, le gambe cedono, ma la sosteniamo entrambe prima che crolli sul cemento. La adagiamo sul materasso logoro in un angolo della cella, avvolgendola in una coperta morbida che avevo preparato in anticipo.
Lei trema ancora, piccoli spasmi residui che le attraversano il corpo. Gli occhi sono semichiusi, lo sguardo lontano, perso in quel luogo che nel BDSM chiamiamo subspace, uno stato di dissociazione serena, di resa assoluta.
Mi siedo accanto a lei, tenendola stretta contro il petto. La Mistress si allontana di qualche passo, rispettando il momento, ma resta lì, vigile.
“Sei stata incredibile”, le sussurro tra i capelli. “Hai toccato il fondo e sei tornata. Ora sei al sicuro”.
Un singhiozzo le sfugge, ma è diverso: non di dolore, non di vergogna. È di sollievo puro.
Dopo lunghi minuti, apre gli occhi. Mi guarda, poi guarda la Mistress, poi di nuovo me.
“Grazie”, mormora con voce rauca. “Per tutto”.
La Mistress sorride, un sorriso finalmente più morbido.
La aiutiamo a rivestirsi lentamente: il cappotto lungo, gli occhiali da sole, la borsa. Ogni movimento è delicato, attento. La accompagniamo alla porta.
Prima di uscire si ferma sulla soglia, si volta verso di me.
“Ti scrivo presto”, dice piano.
Io annuisco.
“Lo so”.
La porta si chiude alle sue spalle con un clic morbido.
Il dungeon torna silenzioso, rotto solo dal ronzio lontano della lampadina al neon.
Io e la Mistress ci guardiamo un attimo.
“Ne è valsa la pena”, dice lei.
“Sì”, rispondo. “Ne è valsa la pena”.
E mentre spengo la luce, so già che il telefono vibrerà di nuovo tra pochi giorni.
Perché certe notti cambiano le persone.
E lei tornerà.
Sempre.
stemmy75@gmail.com
Il suo viso capovolto è una maschera devastata, i capelli appiccicati alla fronte e alle guance bagnate di lacrime, muco e saliva che le colano, occhi semichiusi e vitrei, labbra gonfie e tremanti intorno alla mia cappella che continua a sfregarle contro la bocca. Ogni spinta della Mistress la fa sobbalzare, spingendole il viso contro di me con forza involontaria.
"Sta per cedere del tutto," mormora la Mistress, notando il modo in cui i muscoli interni della donna si contraggono spasmodicamente intorno al fallo. "Senti come stringe… è al limite."
Io le afferro i capelli più forte, tenendole la testa ferma mentre le sfrego il membro sulle labbra aperte.
"Lasciala venire," dico piano. "Falla venire mentre è ancora appesa come un trofeo rotto. Voglio che lo senta fino in fondo."
La Mistress accelera di colpo, spingendo il fallo più a fondo, più veloce, ruotando leggermente il bastone per colpire punti precisi all’interno. Contemporaneamente, con la mano libera, preme due dita contro il clitoride schiacciato dalla corda e inizia a strofinare in cerchi rapidi e brutali.
Il corpo della donna si irrigidisce come se fosse attraversato da corrente elettrica. Un urlo strozzato le esce dalla gola, soffocato dalla mia carne contro la bocca. Le gambe sospese tremano violentemente, le dita dei piedi si contraggono nell’aria, le corde cigolano sotto lo sforzo improvviso. L’orgasmo la colpisce come un’onda devastante: il bacino si contrae a scatti, un fiotto caldo le cola lungo le cosce e gocciola sul pavimento di cemento, il petto si solleva e si abbassa in respiri affannosi e irregolari. Piange apertamente ora, lacrime che scorrono all’insù verso la fronte, singhiozzi che si mescolano ai gemiti di piacere forzato.
La Mistress non rallenta subito. Continua a scoparla attraverso le contrazioni, prolungando l’orgasmo fino a quando non diventa quasi doloroso, fino a quando i gemiti si trasformano in lamenti supplichevoli e il corpo intero non inizia a crollare nella sospensione, incapace di reggere oltre.
Solo allora la Mistress ritira lentamente il fallo, lasciando la donna vuota e tremante, le labbra interne arrossate e pulsanti.
"Basta così per questa parte," dice la Mistress con voce calma, quasi clinica. Si alza, posa il bastone sporco su un tavolo vicino e comincia a sciogliere le corde una alla volta, con gesti precisi e rapidi.
Io la aiuto a sostenerla mentre il corpo scende piano piano. Prima allentiamo la corda principale che tiene i polsi tirati verso l’alto: le braccia ricadono pesanti, le spalle protestano con un gemito acuto. Poi le corde tra le gambe, che le strappano un ultimo singhiozzo quando sfregano sul clitoride ipersensibile. Infine le caviglie e le ginocchia, fino a quando non crolla completamente tra le nostre braccia, ginocchia sul cemento freddo, corpo madido di sudore, lacrime e umori.
La lasciamo lì un momento, ansimante, tremante, con i capelli appiccicati al viso e al collo. Non le diamo il tempo di riprendersi davvero.
La Mistress la afferra per un braccio, io per l’altro. La solleviamo e la trasciniamo verso l’angolo opposto della cella, dove ho già preparato la struttura metallica: due pali verticali di acciaio fissati al pavimento e al soffitto, con traverse orizzontali regolabili e morsetti industriali. È una delle installazioni più severe del dungeon, progettata per esposizione totale e immobilizzazione prolungata.
La facciamo inginocchiare tra i due pali.
Prima le togliamo ogni residuo di dignità rimasta: le infiliamo calze bianche lunghe fino a metà coscia, bianche, candide, che contrastano brutalmente con la sua nudità arrossata e segnata. Le calziamo poi un paio di tacchi altissimi neri, lucidi, che le costringono i piedi in una posizione innaturale.
Le braccia vengono sollevate sopra la testa. La Mistress usa i morsetti a vite per fissarle i polsi alle traverse orizzontali, stringendo abbastanza da farle sentire il metallo freddo che morde la pelle già irritata dalle corde. Le braccia sono tese al massimo, i gomiti leggermente piegati, le spalle tirate indietro in modo che il petto si spinga in avanti, i seni offerti e sollevati.
Poi le gambe: divaricate al limite, caviglie bloccate da morsetti simili ai polsi, fissati ai piedi dei pali. Una barra di metallo orizzontale sottile ma rigida viene posizionata all’altezza dell’inguine e legata stretto intorno alla vita con cinghie di cuoio, impedendole di chiudere le cosce anche di un millimetro. Il sesso resta completamente esposto, le labbra ancora gonfie e lucide dall’orgasmo precedente, il clitoride visibile e sensibile.
La coda di cavallo bionda le viene tirata indietro e legata alta con un nastro nero, costringendola a tenere la testa leggermente inclinata all’indietro, il collo esposto, la gola vulnerabile.
Quando abbiamo finito, è in piedi, completamente immobilizzata, braccia spalancate e tirate verso l’alto, gambe divaricate al massimo, corpo arcuato in avanti per via della barra alla vita. Nuda tranne le calze bianche e i tacchi, sudata, segnata, tremante. Il petto si solleva e si abbassa rapido, i capezzoli duri puntano verso l’esterno, un piccolo piercing all’ombelico luccica sotto la luce al neon.
La Mistress fa un passo indietro, ammira il risultato con un sorriso soddisfatto.
"Guarda come sta bene così," dice, dando un colpetto leggero con il frustino sulla parte interna di una coscia. Il colpo fa sobbalzare il corpo intero contro i morsetti.
Io mi avvicino, le passo un dito lungo la linea del collo sudato, poi scendo fino a sfiorarle un capezzolo.
"Sei quasi allo stremo, vero?" le sussurro vicino all’orecchio. "Eppure non hai ancora detto la parola. Significa che vuoi di più."
Lei ansima, gli occhi semichiusi, le labbra socchiuse. Non risponde a parole, ma il modo in cui il suo corpo trema, non solo di dolore, ma di un desiderio disperato e umiliato, parla per lei.
La Mistress ride piano.
E io so già che, qualunque cosa accadrà ora, lei non implorerà pietà.
Non ancora.
La Mistress fa un passo indietro con un sorriso soddisfatto, il frustino che dondola pigramente contro la coscia. Si pulisce le mani con un gesto lento, quasi cerimonioso, poi mi guarda dritto negli occhi.
"Tocca a te ora," dice con voce bassa e divertita. "Io ho già scaldato il motore. Falla venire come si deve, poi riprendiamo sul serio."
Si allontana di qualche passo, appoggiandosi al tavolo con le braccia incrociate sotto il seno pesante, pronta a godersi lo spettacolo.
Io mi avvicino lentamente alla donna immobilizzata. È tesa al limite: braccia spalancate e tirate verso l’alto dai morsetti d’acciaio, spalle forzate all’indietro, petto spinto in fuori, capezzoli già duri e gonfi per il freddo, l’adrenalina e gli stimoli precedenti. Le calze bianche lunghe fino a metà coscia contrastano con la pelle arrossata e segnata; i tacchi alti la costringono a stare sulle punte, muscoli delle gambe contratti, inguine completamente esposto dalla barra che le tiene la vita bloccata. La coda di cavallo bionda è tirata alta, il collo arcuato, la bocca socchiusa in un respiro affannoso e irregolare.
Le passo un dito lungo la linea del collo sudato, scendo piano fino al centro del petto, tra i seni. Lei sussulta al contatto leggero, un gemito strozzato le sfugge dalle labbra.
"Hai resistito fin qui," le sussurro vicino all’orecchio, abbastanza piano da farle sentire solo il mio respiro caldo. "Ma ora ti do qualcosa di diverso. Qualcosa che ti farà implorare… di smettere. E poi di non smettere mai."
Prendo dal tavolo i morsetti per capezzoli: due pinze d’acciaio con catenelle corte e pesetti a forma di goccia. Le tengo sospese davanti ai suoi occhi per un secondo, lasciandole vedere il metallo lucido e freddo. Lei spalanca gli occhi, scuote appena la testa, un movimento minuscolo, istintivo, ma non dice niente. Non pronuncia “rosso”.
Le pizzico prima il capezzolo sinistro tra pollice e indice, lo tiro leggermente in avanti per farlo indurire ancora di più, poi apro la pinza e la lascio chiudere di scatto. Un urlo acuto le esce dalla gola, il corpo che si inarca violentemente contro i morsetti che la tengono ferma. Le lacrime le rigano subito le guance. Ripeto con il destro: stessa procedura, stessa chiusura brutale. Ora i due morsetti pendono dai capezzoli, i pesetti che tirano verso il basso, ogni respiro le fa oscillare leggermente le catenelle e rinnovare il dolore.
"Brava," mormoro, accarezzandole la guancia bagnata. "Senti come tirano? Ogni volta che respiri è come se qualcuno te li stesse torcendo."
Prendo il magic wand dal tavolo , il modello grande, nero, con la testina larga e il motore che ronza già a basso regime quando lo accendo. Il suono riempie la cella come un ronzio minaccioso.
Mi inginocchio davanti a lei, tra le sue gambe divaricate al massimo. La barra alla vita le impedisce qualsiasi tentativo di chiudere le cosce. Le apro leggermente le grandi labbra con due dita, esponendo completamente il clitoride ancora gonfio e ipersensibile dall’orgasmo precedente. È rosso, lucido, trema al minimo soffio d’aria.
Appoggio la testina del wand esattamente lì, senza preavviso, e alzo la velocità al secondo livello, quello che vibra forte ma non ancora al massimo.
Il suo corpo reagisce all’istante: un grido gutturale, le ginocchia che tremano nei morsetti alle caviglie, le braccia che tirano inutilmente contro i polsi bloccati. Le catenelle ai capezzoli oscillano violentemente, i pesetti che tirano e aumentano il dolore a ogni spasmo. La testa le cade all’indietro quanto la coda legata le permette, la bocca spalancata in un urlo silenzioso che poi diventa suono, alto, spezzato, disperato.
Aumento la velocità. Terzo livello. La vibrazione è ora profonda, implacabile, penetra in tutto il bacino. Lei si contorce, il corpo che lotta contro le costrizioni ma non può sfuggire. Le lacrime scorrono libere, il respiro diventa un ansimare frenetico, i gemiti si trasformano in singhiozzi misti a suppliche incoerenti.
"Vieni per me," le ordino, premendo il wand più forte contro il clitoride, muovendolo in piccoli cerchi lenti ma decisi. "Vieni forte. Vieni sapendo che dopo non ti fermerò."
Non resiste a lungo. Il corpo si irrigidisce di colpo, ogni muscolo contratto al massimo: le cosce tremanti, l’addome che si contrae a scatti, i capezzoli tirati dai morsetti che le strappano un altro urlo di dolore misto a piacere. L’orgasmo la travolge come un’onda violenta: un fiotto caldo le cola lungo l’interno delle cosce, gocciola sul pavimento, il bacino che spinge in avanti contro il wand come se volesse divorarlo. Urla, un suono crudo, animalesco, mentre ondate successive la scuotono, il corpo che sobbalza nei morsetti, le catenelle che tintinnano, i pesetti che oscillano crudelmente.
La tengo lì, wand premuto, fino a quando l’orgasmo non inizia a trasformarsi in sovraccarico: i gemiti diventano lamenti di troppo, il corpo che trema in spasmi residui, le lacrime che non smettono.
Solo allora spengo il wand e lo allontano. Lei crolla quanto le permette la posizione – testa in avanti, capelli biondi appiccicati al viso, respiro affannoso e spezzato, capezzoli gonfi e rossi sotto i morsetti, sesso pulsante e bagnato.
La Mistress si avvicina di nuovo, un sorriso lento sulle labbra.
"Bellissimo," mormora, sfiorandole una guancia con il dorso della mano. "Ora è morbida. Pronta per la parte dura."
Io mi alzo, slacciandomi lentamente i pantaloni, il membro già duro e pronto.
"Togligli i morsetti," dico alla Mistress"
La Mistress ride piano e si china sui capezzoli.
La donna, esausta e tremante, alza gli occhi vitrei verso di me.
Non dice niente.
Ma il suo sguardo dice tutto: continua. Non fermarti.
E noi non ci fermeremo.
La Mistress si china sui capezzoli arrossati e gonfi, le dita forti e sicure che afferrano le pinze una alla volta. Io resto in piedi davanti a lei, il membro ancora duro e lucido, osservando ogni dettaglio.
Mentre la Mistress apre la prima pinza con un gesto secco e deliberato, un urlo acuto le squarcia la gola. Il sangue affluisce di colpo al capezzolo liberato, un bruciore lancinante che le attraversa il petto come fuoco liquido. Il secondo morsetto segue subito dopo: stessa stretta crudele che si allenta, stesso dolore esplosivo. Le lacrime le rigano il viso in rivoli caldi, il corpo che sobbalza nei morsetti metallici, le braccia tese che tremano, le gambe divaricate che non possono chiudersi per alleviare nulla.
Dentro di sé, in quel frammento di mente ancora lucida tra il dolore e il sovraccarico sensoriale, pensa: Sono ridotta a questo. Un corpo appeso, segnato, esposto. Le tette che bruciano, la fica che pulsa ancora dall’orgasmo che mi hanno strappato a forza. Non sono più una persona. Sono una cosa. Una cosa nelle mani di questa donna grassa e potente che ride mentre mi fa male, che mi guarda come se fossi un giocattolo da smontare e rimontare a piacimento.
La vergogna le brucia più del dolore fisico. È una vergogna profonda, viscerale: sa che sta gocciolando ancora, che il suo sesso traditore continua a contrarsi anche ora che il wand è lontano, che le calze bianche, così innocenti, così umilianti, sono ormai macchiate di sudore e umori. Pensa alla sua vita fuori da qui: la professionista impeccabile. E ora? Ora è nuda, immobilizzata, con i capezzoli in fiamme e il corpo offerto come un pezzo di carne su un banco. Mi stanno guardando. Max guarda. Lei guarda. E io… io lo voglio ancora. È questo che mi umilia di più. Che non riesco a smettere di desiderarlo.
La Mistress si rialza lentamente, le mani ancora calde del contatto con la sua pelle. Le sfiora il mento con due dita, costringendola a sollevare lo sguardo.
"Guarda che bel disastro sei diventata," le dice con voce bassa e compiaciuta. "Occhi gonfi, faccia bagnata, tette rosse e gonfie… e tra le gambe sei un lago. Pensi che qualcuno ti riconoscerebbe ora? La tua faccia da prima pagina, ridotta a questo."
Le parole colpiscono come schiaffi. Dentro di lei si accende un’ondata nuova di umiliazione: Ha ragione. Non mi riconoscerei nemmeno io. Sono patetica. Sono bagnata perché mi ha fatto venire mentre ero appesa come un salame, mentre un fallo enorme mi sfondava, mentre Max mi sfregava il cazzo in faccia. E ora… ora voglio che continuino. Voglio che mi usino ancora, che mi facciano male ancora, che mi facciano sentire ancora più piccola, più inutile, più loro.
Un singhiozzo le sfugge, ma non è solo dolore. È rilascio. È la consapevolezza che sta cedendo completamente, che l’orgoglio che portava fuori da queste mura si è dissolto goccia a goccia sul pavimento di cemento.
La Mistress le accarezza la guancia con il dorso della mano, un gesto quasi tenero che rende tutto ancora più crudele.
"Brava ragazza," mormora. "Piange pure. Piange perché sa di essere esattamente dove deve essere: nelle mie mani. Nelle nostre mani."
Io mi avvicino di nuovo, il membro premuto contro le sue labbra socchiuse. Lei apre la bocca senza che glielo chieda, la lingua che sfiora istintivamente la cappella, un gesto automatico di sottomissione totale.
La Mistress ride piano, prendendo un nuovo attrezzo dal tavolo , una cinghia di cuoio larga, con fibbia metallica.
"Ora che è morbida e bagnata," dice guardandomi, "possiamo ricominciare sul serio. Tu riempila davanti. Io la colpisco dietro. Vediamo quanto riesce a reggere prima di implorare davvero."
La donna, tra le lacrime e i respiri affannosi, pensa un’ultima volta: Non dirò rosso. Non ancora. Voglio sapere fino a dove posso cadere. Voglio che mi distruggano completamente… perché solo così mi sento viva.
E mentre io spingo piano dentro di lei, sentendola stringersi intorno al mio sesso ancora sensibile dall’orgasmo precedente, la cinghia della Mistress fende l’aria con un sibilo.
Il primo colpo atterra sul culo con un suono secco.
Lei urla, il corpo che si tende nei morsetti.
Ma non chiede pietà.
Non ancora.
La Mistress impugna la cinghia di cuoio con un gesto lento e deliberato, facendola schioccare leggermente nell’aria per far salire la tensione. Io, intanto, mi posiziono davanti a lei, le gambe divaricate quanto basta per allineare il mio membro duro con la sua bocca spalancata. Le afferro la coda di cavallo con una mano, tirandola all’indietro per costringerla a tenere la testa alta, e con l’altra guido la cappella tra le sue labbra tremanti. Spingo piano all’inizio, sentendola cedere, la lingua che sfiora involontariamente la pelle calda e pulsante.
Mentre entro più a fondo, la Mistress fa partire il primo colpo: la cinghia atterra secca sul suo culo, lasciando un segno rosso immediato che si allarga sulla pelle chiara. Il corpo di lei si tende all’istante, un urlo soffocato dal mio sesso che le riempie la bocca. I morsetti metallici ai polsi e alle caviglie cigolano, le calze bianche si tendono sulle cosce tremanti, il petto si solleva in un respiro spezzato che fa oscillare i capezzoli ancora gonfi e sensibili.
Dentro di sé, in quel vortice di dolore e possesso, i pensieri le si accavallano come onde violente. Dio, che umiliazione. Sto qui, appesa come un animale in un mattatoio, le braccia tese fino al punto di rottura, le gambe spalancate come se fossi in esposizione in una vetrina per pervertiti. E questa donna… questa Mistress grassa, con il suo sorriso crudele e le mani che sembrano fatte per schiacciare, mi sta colpendo come se fossi niente. Niente. Solo un pezzo di carne da punire. Sento il bruciore sul culo, e ogni colpo mi fa contrarre la fica, mi fa bagnare di più. È disgustoso. Sono disgustosa io. Fuori da qui sono qualcuno: una donna che comanda, che fa girare le teste. Qui? Qui sono una puttana che implora con gli occhi di essere usata di più, di essere umiliata di più. Max me lo sta infilando in gola, e io lo succhio come se fosse l’unica cosa che mi tiene in vita. Perché? Perché mi fa sentire piccola, inutile, libera da tutto quel peso che porto ogni giorno. L’umiliazione mi brucia dentro come acido: sapere che sto godendo di questo, che il mio corpo tradisce la mia mente, che sto piangendo non solo per il dolore ma per quanto mi sento sporca, esposta, ridotta a un buco bagnato e un culo arrossato. Lei mi guarda e ride, e io penso: “Sì, ridi pure. Ridimi in faccia mentre mi fai male. È questo che voglio. Essere spezzata, essere niente nelle tue mani grasse e potenti.”
La Mistress colpisce di nuovo, questa volta più in basso, sulla curva dove le cosce incontrano il culo. Il suono è un crack secco, seguito dal mio affondo più profondo in sincrono: entro fino in fondo alla sua gola, sentendola gorgogliare, le lacrime che le colano lungo il naso e si mischiano alla saliva che le cola dal mento. Lei ingoia, contrae la gola intorno a me, un riflesso automatico che mi fa gemere piano.
Ancora. Colpiscimi ancora, pensa lei, la mente un turbine di vergogna e desiderio. Ogni scossa mi ricorda quanto sono caduta in basso. Non sono più la donna forte, no. Sono un oggetto. Il suo oggetto. Le sue mani mi stanno marchiando, e io lo accetto. Lo bramo. L’umiliazione è come una droga: mi fa odiare me stessa e amarmi allo stesso tempo. Perché qui, in questa cella sporca, con il suo frustino e il suo sguardo che mi trapassa, non devo fingere. Posso essere la troia che nascondevo dentro, quella che si eccita quando viene trattata come spazzatura. Max lo sa. Lei lo sa. E io… io sto venendo di nuovo, solo per il pensiero di quanto sono patetica.
La Mistress varia il ritmo: un colpo sul fianco, uno sulla schiena, uno più leggero ma preciso sull’interno coscia. Ogni impatto la fa sobbalzare, spingendola più avanti sulla mia lunghezza, la bocca che si riempie completamente. Io tengo il ritmo, scopandole la gola con spinte controllate, godendomi i suoni bagnati e i suoi gemiti soffocati.
"Senti come urla", mormora la Mistress, la voce rauca per l’eccitazione. "È completamente persa. Una bambola rotta nelle mie mani."
Lei annuisce impercettibilmente, le lacrime che continuano a scorrere. Sì, sono rotta. E non voglio essere riparata. Non stasera. Umiliatemi ancora. Fatemi sentire il fondo del baratro.
Io accelero, sentendo l’orgasmo avvicinarsi. La Mistress colpisce un’ultima volta, più forte, e lei si contrae intorno a me in un altro spasmo involontario.
La notte è ancora lunga, e la sua umiliazione interiore, quel fuoco che le consuma l’anima, è solo all’inizio del suo apice.
La cinghia della Mistress atterra di nuovo con un sibilo acuto, questa volta sulla curva interna della coscia sinistra, lasciando un marchio rosso che si allarga come un fiore di fuoco sulla pelle chiara e sudata. Il corpo di lei si contrae in uno spasmo violento, le caviglie bloccate nei morsetti che cigolano, le braccia tese sopra la testa che tirano inutilmente contro l’acciaio freddo. Un urlo strozzato le esce dalla gola, ma è subito soffocato dal mio membro che le riempie la bocca, spingendo fino in fondo, la cappella che tocca il palato e la fa deglutire convulsamente.
La Mistress si ferma un istante, la cinghia che dondola pigramente contro il suo fianco, e si china di nuovo verso il viso arrossato e bagnato della donna. Le afferra il mento con dita grasse e forti, costringendola a girare leggermente la testa nonostante la mia presa sulla coda di cavallo.
“Guardami negli occhi, cagnetta”, ringhia la Mistress, la voce bassa e tagliente come una lama. “Dimmi quanto sei inutile. Apri quella bocca piena di cazzo e dimmi che sei una schiava patetica che merita solo di essere usata e buttata via. Dillo, o il prossimo colpo ti farà vedere le stelle”.
Lei esita un secondo, gli occhi gonfi e rossi che incontrano quelli della Mistress, un lampo di resistenza residua che svanisce subito nel vuoto della sottomissione. Io mi ritraggo quel tanto che basta per permetterle di parlare, la saliva che le cola in fili dal mento al petto, e lei balbetta con voce rotta, tremante: “S-sono inutile… una schiava patetica… merito solo di essere usata… buttata via…”
La Mistress ride, un suono profondo e crudele che riecheggia nella cella. “Brava, lurida puttana. Ora dimmi che mi appartieni. Che le mie mani grasse e il mio frustino sono l’unica cosa che ti fa sentire viva. Dillo forte, mentre lui ti riempie di nuovo”.
Io spingo di nuovo dentro, e lei geme intorno a me, ma obbedisce: “Mi appartieni… le tue mani… il tuo frustino… mi fanno sentire viva… ti prego…”
Dentro di lei, la sottomissione totale si cristallizza come un diamante tagliente, affondando in ogni fibra del suo essere.
Non è più una scelta. È un’abisso in cui sto cadendo volontariamente, senza rete. Ogni insulto della Mistress – “cagnetta”, “lurida puttana”, mi strappa un altro pezzo di ego, e io lo offro come un sacrificio. Sento il mio corpo cedere completamente: i muscoli che si rilassano contro le costrizioni, la mente che si spegne, lasciando solo un vuoto riempito dal dolore e dal piacere intrecciati. Non resisto più. Non voglio resistere. Sono sua. Sono loro. La sottomissione mi avvolge come una catena calda: ogni colpo, ogni spinta, ogni parola degradante mi fa affondare più in profondità in questo stato di resa assoluta. Fuori da qui, comando io. Qui, obbedisco. Qui, imploro. Qui, sono niente se non quello che mi dicono di essere: una schiava, un buco, una cosa da possedere. E questo mi terrorizza e mi eccita allo stesso tempo. La vergogna è totale, sapere che sto bagnandomi di più a ogni umiliazione, che il mio clitoride pulsa al ritmo dei loro insulti, che sto succhiando avidamente mentre lei mi colpisce. Non c’è più “io”. C’è solo obbedienza cieca, sottomissione pura, un abbandono che mi fa tremare di un piacere oscuro e inconfessabile. Voglio che mi spezzino del tutto. Voglio essere ricostruita dalle loro mani. È questo il fondo: non combattere, non pensare, solo esistere per loro.
La Mistress colpisce di nuovo, questa volta sul seno destro, la cinghia che lascia un segno trasversale sul capezzolo ancora sensibile. “Esatto, schiava mia”, dice con un ghigno. “Appartieni a me. Al mio corpo grasso e potente che ti schiaccia. Dimmi grazie per ogni colpo, lurida troietta. Ringrazia mentre lui ti usa la gola come un preservativo usa e getta”.
“G-grazie… Mistress…” balbetta lei tra un affondo e l’altro, la voce spezzata dai gemiti. Io accelero, sentendola cedere completamente, la gola che si apre come se fosse fatta per questo.
La Mistress varia: un colpo sul ventre, uno sul clitoride esposto, leggero ma preciso, che la fa urlare e contrarsi intorno al nulla. “Sei una schiava perfetta, no? che si eccita a essere degradata da una come me. Dillo: “Sono la tua schiava grassa e inutile, Mistress. Usami come vuoi.”
Lei obbedisce senza esitare, le parole che le escono in un sussurro affannoso: “Sono la tua schiava grassa e inutile, Mistress… usami come vuoi…”
La resa è totale ora. Non c’è più lotta interiore. Solo un fiume di sottomissione che mi travolge. Ogni comando è un ordine divino; ogni insulto è una carezza brutale che mi fa sentire al mio posto. Sono sua schiava. La sua cosa. E in questa sottomissione assoluta, trovo una pace distorta, un’estasi che non conoscevo. Non voglio che finisca. Voglio che mi portino oltre, che mi facciano implorare per di più, che mi riducano a un relitto tremolante di obbedienza cieca. È questo che significa sottomettersi totalmente: non avere più volontà propria, solo la loro.
Io vengo con un gemito basso, svuotandomi in fondo alla sua gola, tenendola ferma mentre ingoia. La Mistress colpisce un’ultima volta, sul culo già segnato, e ride mentre lei trema in un orgasmo silenzioso e involontario.
Lei annuisce debolmente, gli occhi persi nel vuoto della sottomissione totale. Non c’è più ritorno. Solo avanti, nel baratro che ha scelto.
La Mistress posa la cinghia sul tavolo con un gesto lento, quasi cerimonioso, e si avvicina di nuovo al viso della donna, che pende ancora dai morsetti, il corpo madido di sudore, segnato da strisce rosse e viola, la gola arrossata, le labbra gonfie e lucide.
“Hai dato tutto”, le sussurra la Mistress, sfiorandole la guancia con il dorso della mano. “Hai implorato, hai pianto, hai obbedito. Ora sei vuota… e perfetta così”.
Io mi ritraggo piano dalla sua bocca, lasciandola ansimare, un filo di saliva che le collega ancora le labbra al mio sesso. Le accarezzo i capelli umidi, sciogliendo la coda di cavallo con dita gentili, il primo gesto di tenerezza dopo ore di brutalità.
La Mistress inizia a liberarla: prima i morsetti alle caviglie, poi quelli ai polsi. Le braccia le ricadono pesanti lungo i fianchi, le gambe cedono, ma la sosteniamo entrambe prima che crolli sul cemento. La adagiamo sul materasso logoro in un angolo della cella, avvolgendola in una coperta morbida che avevo preparato in anticipo.
Lei trema ancora, piccoli spasmi residui che le attraversano il corpo. Gli occhi sono semichiusi, lo sguardo lontano, perso in quel luogo che nel BDSM chiamiamo subspace, uno stato di dissociazione serena, di resa assoluta.
Mi siedo accanto a lei, tenendola stretta contro il petto. La Mistress si allontana di qualche passo, rispettando il momento, ma resta lì, vigile.
“Sei stata incredibile”, le sussurro tra i capelli. “Hai toccato il fondo e sei tornata. Ora sei al sicuro”.
Un singhiozzo le sfugge, ma è diverso: non di dolore, non di vergogna. È di sollievo puro.
Dopo lunghi minuti, apre gli occhi. Mi guarda, poi guarda la Mistress, poi di nuovo me.
“Grazie”, mormora con voce rauca. “Per tutto”.
La Mistress sorride, un sorriso finalmente più morbido.
La aiutiamo a rivestirsi lentamente: il cappotto lungo, gli occhiali da sole, la borsa. Ogni movimento è delicato, attento. La accompagniamo alla porta.
Prima di uscire si ferma sulla soglia, si volta verso di me.
“Ti scrivo presto”, dice piano.
Io annuisco.
“Lo so”.
La porta si chiude alle sue spalle con un clic morbido.
Il dungeon torna silenzioso, rotto solo dal ronzio lontano della lampadina al neon.
Io e la Mistress ci guardiamo un attimo.
“Ne è valsa la pena”, dice lei.
“Sì”, rispondo. “Ne è valsa la pena”.
E mentre spengo la luce, so già che il telefono vibrerà di nuovo tra pochi giorni.
Perché certe notti cambiano le persone.
E lei tornerà.
Sempre.
stemmy75@gmail.com
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