Club - terza parte
di
Stemmy
genere
etero
Mi sono svegliato con il telefono sul comodino e quella strana sensazione di avere ancora addosso la notte.
Non era la prima volta, per me.
Ma c’era qualcosa, questa volta, che continuava a tornare con più insistenza del solito. Il modo in cui Elena mi aveva guardato. Troppo presente. Troppo dentro.
Quando ho visto il suo messaggio, così lungo, ho sorriso appena. Non per lei, non ancora… più per una specie di familiarità. So come vanno queste cose.
Eppure l’ho aperto subito:
“Ciao…
Non so nemmeno da dove iniziare. Ho passato tutta la notte a rigirarmi nel letto, con il corpo ancora che mi tremava al ricordo di te. Alla fine ho deciso di scriverti, anche se so che forse è troppo presto.
Mi chiamo Elena, nel caso tu voglia sapere il mio nome vero.
Sono sposata. Mio marito è un uomo molto ricco e potente, sempre in viaggio per lavoro. È quasi mai a casa. E quando c’è… beh, il sesso con lui è freddo, egoista. Pensa solo a se stesso, entra, finisce in due minuti e poi si gira dall’altra parte. Non mi ha mai fatta sentire come mi hai fatta sentire tu ieri notte. Mai.
Per questo ero in quel club. Cercavo qualcosa di vero. Volevo capire se il sesso potesse essere diverso, se potesse essere così intenso da togliermi il fiato. E sei arrivato tu.
Non riesco ancora a crederci. Quando mi hai toccata… quando le tue mani grandi mi hanno aperta e le tue dita hanno giocato con me così lentamente, tenendomi sul bordo per minuti interi… ho pensato di impazzire. E quando mi hai scopata da dietro, così profondo, così forte, mentre mi toccavi il clitoride… è stato come se il mio corpo si fosse acceso per la prima volta nella vita. Ogni orgasmo che mi hai dato è stato devastante. Sentivo le gambe che non mi reggevano più, la testa vuota, solo piacere puro.
E quando mi hai preso la bocca alla fine… quando sei venuto nella mia gola… Dio, non mi era mai successo niente del genere. Mi sono sentita completamente tua in quel momento.
Ora non riesco a pensare ad altro. Ogni volta che chiudo gli occhi rivedo le tue mani su di me, il tuo cazzo che mi riempiva, il modo in cui mi guardavi mentre ero alla tua mercé. Quelle sensazioni mi sono entrate dentro. Sono diventate l’unica cosa per cui mi sembra valga davvero la pena vivere in questo momento.
Mi sento viva solo quando penso a te.
So che è folle, so che sono sposata e che tutto questo è pericoloso… ma non riesco a fermarmi. Non voglio fermarmi.
Non vedo l’ora di rivederti. Voglio che mi prendi di nuovo, esattamente come hai fatto ieri. Voglio sentirmi di nuovo completamente tua, senza maschere, senza limiti.
Dimmi quando possiamo incontrarci. Anche solo per un’ora. Anche solo per ripetere quello che abbiamo fatto… o per fare di peggio.
Aspetto un tuo messaggio con il cuore che batte fortissimo.
Elena”
Riga dopo riga, Elena si è raccontata. Un marito ricco, importante, sempre lontano. Una vita perfetta sulla carta, svuotata lentamente di tutto il resto. Non c’era rabbia nelle sue parole… piuttosto una resa elegante, quasi composta.
Ma sotto, chiarissima, c’era la fame.
Diceva di essersi persa. Di non riconoscersi più. E che quel club era stato un tentativo, forse disperato, di sentire qualcosa di vero.
Non cercava me.
Cercava un varco.
E, a quanto pare, lo aveva trovato.
Ho rallentato mentre andavo avanti a leggere. Perché lì il tono cambiava. Diventava più denso, più difficile da controllare. Non entrava nei dettagli… ma non ce n’era bisogno. Si sentiva tutto. Il modo in cui quelle sensazioni le erano rimaste addosso, come un’eco continua.
Per lei non era stata solo una notte.
Era diventata una misura.
Un prima e un dopo.
E questo, ho pensato, complica sempre tutto.
Ho riletto un paio di passaggi. Non per nostalgia. Per capire fino a che punto fosse già andata oltre.
Molto più di quanto avrei fatto io.
Per me era stato… intenso, sì. Piacevole. Pulito, nel suo modo. Ma pur sempre qualcosa che sapevo contenere, archiviare, lasciare nel posto giusto.
Per lei no.
Per lei era già diventato qualcosa che somigliava pericolosamente a un bisogno.
Alla fine del messaggio, quasi senza difese, mi scriveva che non vedeva l’ora di rivedermi.
Sono rimasto qualche secondo fermo, il telefono ancora in mano.
Non era la prima volta che succedeva.
Ma ogni volta ha un sapore diverso, quando capisci che per l’altra persona non è stato solo quello che è stato per te.
“Va bene,” penso.
Se è davvero questo che vuoi… se credi di aver trovato in me qualcosa che nella tua vita manca così profondamente, allora possiamo vedere fin dove sei disposta ad arrivare.
Non è la prima volta che mi capita una situazione del genere.
Ma in Elena c’era qualcosa di diverso. Non esperienza. Non controllo. Anzi, il contrario. Una specie di abbandono ingenuo, quasi pericoloso. Come se avesse appena scoperto una parte di sé e non fosse più in grado di gestirla.
Ai miei occhi, più che una donna vissuta, sembrava una principiante travolta da qualcosa di troppo grande.
E questo… lo rendeva interessante.
Decido di risponderle senza esitazioni. Poche parole, calibrate. Nessuna profondità, nessuna promessa. Solo un appuntamento.
Un centro commerciale.
Un luogo neutro, quasi banale. Luce piena, gente ovunque, vite normali che scorrono accanto. L’esatto opposto di ciò che è successo tra noi.
Voglio vederla lì.
Capire se quello che ho letto nel suo messaggio esiste davvero anche fuori da quella notte. Se regge lo sguardo, la distanza, la realtà.
O se invece ha bisogno del buio per sentirsi viva.
Mentre invio il messaggio, mi rendo conto che non è solo curiosità.
C’è anche qualcos’altro.
Una mia inclinazione più sottile… il desiderio di spingere appena oltre, di osservare fin dove può arrivare qualcuno quando smette di trattenersi.
E ho la sensazione che Elena, in questo, potrebbe sorprendermi.
Il giorno dell’appuntamento arrivo per primo e scelgo un tavolino un po’ appartato in una caffetteria elegante ma discreta. Mi siedo e aspetto, sorseggiando un caffè.
Quando lei entra, per un attimo resto senza fiato.
Indossa un vestito rosso intenso, aderente quanto basta per ricordare l’abito della prima sera, ma più sofisticato, più da giorno. I capelli sono perfettamente acconciati in onde morbide che le cadono sulle spalle, troppo belli, troppo curati per un semplice caffè del pomeriggio. Sembra quasi fuori luogo in questo ambiente banale. Al braccio porta una borsa che grida lusso da lontano: pelle pregiata, dettagli dorati, sicuramente costosissima.
Mi vede e un sorriso nervoso le illumina il viso. Si avvicina al tavolino e io mi alzo. Ci baciamo sulle guance, due baci leggeri, come se ci conoscessimo da anni, come se fossimo due vecchi amici che si incontrano per un caffè. Eppure l’aria tra noi è già elettrica.
“Ciao…” dice piano, sedendosi di fronte a me.
La sua voce è diversa da quella della notte al club. Più bassa, più incerta. Sembra impacciata. Le mani eleganti giocherellano con il manico della borsa, gli occhi che ogni tanto sfuggono i miei per poi tornare a cercarli.
Iniziamo a parlare del più e del meno: il tempo, quanto fosse trafficata la strada, quanto sia carina la caffetteria. Ma la conversazione è rigida, piena di pause. Lei ride un po’ troppo forte a una mia battuta innocua, poi abbassa lo sguardo sul tavolo. Parlare di persona non è come scrivere quel lungo messaggio. Qui non può nascondersi dietro lo schermo.
Io la osservo in silenzio per qualche secondo, studiandola.
È chiaro che non è venuta solo per un caffè.
Lo sento quasi nell’aria: quel leggero rossore sulle guance, il modo in cui stringe le cosce sotto il tavolo, il respiro un po’ più corto del normale. È in attesa. Il suo corpo è già carico di desiderio. Sembra che l’eccitazione le esca dai pori, un odore dolce e caldo che riconosco perfettamente.
Decido di non girarci troppo intorno.
Mi sporgo leggermente verso di lei e abbasso la voce, quel tanto che basta perché solo lei possa sentire.
“Sei bellissima oggi”, dico con calma. “Ma questo vestito rosso… lo hai messo per me, vero ?”
Lei arrossisce visibilmente e annuisce piano, mordendosi il labbro inferiore.
«Sì…»
Faccio una pausa, guardandola dritto negli occhi.
“Dimmi la verità, Elena. Sei venuta qui solo per bere un caffè… o c’è qualcos’altro che vuoi da me ?”
Lei resta in silenzio per un istante. Le dita stringono più forte il manico della borsa. Poi alza lo sguardo, e nei suoi occhi vedo di nuovo quella supplica silenziosa che avevo visto nella stanza del club.
“Io…” inizia, la voce un po’ tremante. “Non riesco a smettere di pensare a quella notte. A come mi hai toccata… a come mi hai fatta sentire. Ogni volta che chiudo gli occhi ti rivedo sopra di me, dentro di me.”
Deglutisce, poi continua, più piano:
“Sono qui perché ti voglio. Di nuovo. Non riesco a pensare ad altro.”
Il suo sguardo è intenso, quasi febbrile. Sotto il tavolo sento il suo ginocchio che sfiora il mio, un contatto leggero ma intenzionale.
“Dimmi cosa vuoi che ti faccia ogg”, mormoro, senza distogliere gli occhi dai suoi. “E non avere fretta di rispondere. Voglio sentirti dire esattamente cosa desideri”
Lei respira più velocemente, le guance rosse. Sembra combattuta tra l’imbarazzo e il desiderio bruciante che le scorre sotto la pelle.
Ora tocca a lei parlare.
La mia era una domanda retorica. Non le do il tempo di rispondere.
Senza dire una parola, sposto la sedia e mi alzo. Allungo la mano verso di lei con decisione, lo sguardo fermo.
Elena mi guarda per un secondo, sorpresa, poi posa la mano nella mia. Le sue dita sono calde e leggermente tremanti.
La accompagno attraverso la caffetteria, tenendola per mano come se fossimo una coppia normale. Quando capisce dove la sto portando, rallenta il passo. I tacchi battono più piano sul pavimento.
Arriviamo davanti alla porta delle toilette delle donne. Lei si ferma di colpo, tirando leggermente indietro la mano. Il suo sguardo è titubante, quasi spaventato.
“Non… non possiamo entrare insieme qui”, sussurra, la voce bassa e incerta. “Qualcuno potrebbe vederci…”
Non le rispondo con le parole. Invece la tiro delicatamente ma con fermezza verso di me, facendola entrare nel corridoio dei bagni. Mi avvicino al suo orecchio e le sussurro, con voce calda e profonda:
“Non te ne pentirai. Fidati di me.”
Lei esita ancora un istante, il respiro accelerato, ma la voglia è più forte della paura. Si lascia guidare.
Per fortuna i bagni delle donne sono deserti. Entriamo velocemente. Chiudo la porta dell’ultimo box dietro di noi con un clic deciso. Lo spazio è stretto, intimo, illuminato da una luce fredda.
Appena la porta si chiude, sento il suo cuore battere fortissimo. È vicinissima a me, il petto che si alza e si abbassa rapidamente contro il mio. Ha paura, è evidente: gli occhi un po’ spalancati, le guance arrossate, il corpo rigido per la tensione.
Ma sotto quella paura c’è qualcosa di molto più potente: il desiderio crudo, quasi disperato. Lo sento nel suo respiro corto, nel modo in cui le sue dita stringono ancora la mia mano, nel leggero tremore delle sue gambe.
Siamo chiusi dentro un bagno pubblico, lei con quel vestito rosso elegante, i capelli perfetti, la borsa costosa appoggiata a terra. E io la tengo contro la parete, vicinissimo, il mio corpo che preme leggermente contro il suo.
La guardo negli occhi, a pochi centimetri dal suo viso.
“Hai paura?” le chiedo piano, la voce bassa.
Lei annuisce appena, deglutendo.
“Ma non vuoi fermarti, vero?”
Elena non risponde a parole. Invece chiude gli occhi per un secondo e poi li riapre, pieni di una miscela pericolosa di timore ed eccitazione.
Il suo corpo tradisce la verità: il respiro accelerato, le pupille dilatate, il modo in cui le sue cosce si stringono leggermente una contro l’altra.
La voglia di sesso è molto più forte della paura.
Siamo chiusi nel box del bagno, il cuore di Elena che batte così forte che riesco quasi a sentirlo contro il mio petto. La tensione nell’aria è elettrica.
All’improvviso è lei a prendere l’iniziativa. Si alza sulle punte dei tacchi, mi afferra il viso con entrambe le mani e cerca avidamente la mia bocca. Il bacio è famelico, disperato. Spinge il bacino contro di me con urgenza, premendo il ventre contro il mio membro già duro.
Io ricambio il bacio con la stessa intensità. La mia lingua, più grossa e lunga della sua, invade la sua bocca senza pietà. La bacio profondamente, dominandola, intrecciando la mia lingua alla sua in un modo possessivo e bagnato. Lei geme piano dentro il bacio, un suono soffocato e avido.
Mentre continuiamo a baciarci, le faccio sentire chiaramente la mia erezione. Premo il bacino contro il suo, lasciando che senta quanto sono duro e grosso attraverso i pantaloni. Lei risponde spingendosi ancora di più contro di me, strofinando la figa contro il mio cazzo come se non riuscisse a controllarsi.
La mia mano destra scivola lentamente lungo il suo corpo. Scendo dal fianco, accarezzo la curva del suo culo fasciato dal vestito rosso, poi risalgo sotto l’orlo del vestito. Le dita sfiorano la pelle liscia delle cosce e continuano a salire fino a raggiungere le sue mutandine.
Sono bagnatissime.
Il tessuto è completamente inzuppato, caldo e scivoloso contro le mie dita. Appena le sfioro, Elena sussulta nel bacio e spinge il bacino ancora più forte contro la mia mano, cercando pressione.
“Sei fradicia…” mormoro contro le sue labbra, senza smettere di baciarla.
Le mie dita iniziano a giocare con lei attraverso il pizzo bagnato: sfioro le labbra gonfie, premo leggermente sul clitoride, tracciando piccoli cerchi lenti. Lei trema visibilmente, le gambe che si aprono un po’ di più per darmi accesso, mentre continua a baciarmi con quella fame disperata, la lingua che cerca la mia in modo sempre più sottomesso.
Il contrasto è fortissimo: fuori dal box c’è una caffetteria tranquilla, gente che chiacchiera e beve caffè… e qui dentro lei, elegante e bellissima nel suo vestito rosso, è premuta contro la parete di un bagno pubblico, con la mia lingua in bocca e le mie dita che giocano con la sua figa fradicia.
Elena si muove in modo scomposto contro di me, il corpo che si contorce nel poco spazio del bagno. Sembra quasi che stia cercando di non fare rumore: piccoli movimenti frenetici del bacino, le anche che spingono contro la mia mano in modo irregolare, come se volesse disperatamente prendere di più senza far sentire nulla fuori dal box.
Ma sta godendo. Lo sento chiaramente.
Il suo respiro è spezzato, caldo contro la mia bocca. Ogni volta che le mie dita premono sul clitoride attraverso le mutandine bagnate, un piccolo gemito soffocato le sfugge dalle labbra, subito represso. Le gambe le tremano, le ginocchia che si piegano leggermente per poi tendersi di nuovo. Il bacino si muove a scatti, strofinandosi contro la mia mano e contro il mio cazzo duro con urgenza sempre maggiore.
La sua mano destra scende lungo il mio braccio e si chiude intorno al polso. Le sue dita eleganti, curate, con lo smalto perfetto, cercano di avvolgerlo tutto… ma non ci riescono. Il mio polso è troppo grosso per lei. Riesce a malapena a circondarlo per metà. Stringe forte comunque, come se avesse bisogno di aggrapparsi a qualcosa mentre il piacere la travolge.
Questa donna elegante e ricca, con il suo vestito rosso costoso, i capelli perfettamente acconciati, la borsa di lusso abbandonata sul pavimento, è ora ridotta a una troia in cerca di piacere.
Senza più alcuna grazia, senza più alcuna compostezza. Solo un corpo caldo e disperato che si strofina contro di me in un bagno pubblico, con le mutandine fradice e la figa che pulsa sotto le mie dita.
"Sei così bagnata…" mormoro contro le sue labbra, la voce bassa e roca. "Ti piace essere toccata qui, vero? In un bagno pubblico, con il rischio che qualcuno entri da un momento all’altro…"
Elena non risponde a parole. Stringe più forte il mio polso con quella mano che non riesce a circondarlo del tutto, e spinge il bacino contro la mia mano con più forza, quasi con rabbia. Un gemito più acuto le sfugge dalla gola, subito soffocato contro la mia bocca.
Le sue anche si muovono in modo scoordinato, strofinando la figa gonfia contro le mie dita, cercando di prendere di più. Il contrasto è violento e eccitante: fuori da questo box c’è una caffetteria tranquilla con gente normale che beve il caffè… e qui dentro lei, ridotta a una troia bagnata e tremante, aggrappata al mio polso mentre si fa toccare come una puttana in calore.
Sento il suo corpo che si tende sempre di più. Le cosce tremano visibilmente. Sta godendo tantissimo, esattamente come voleva.
Elena continua a strofinarsi contro di me in modo scomposto, la mano che stringe il mio polso senza riuscire a circondarlo del tutto, il corpo che trema di voglia repressa.
Senza preavviso la afferro per i fianchi e la giro bruscamente contro il muro. Lei appoggia istintivamente le mani sulla parete fredda, il vestito rosso che le si solleva sulle cosce.
Mi abbasso rapidamente i pantaloni e le mutande, liberando il mio cazzo duro e pesante. La cappella è già gonfia e rossa, lucida di precum.
Con una mano le sposto le mutandine di lato, esponendo la sua figa fradicia. Appoggio la cappella tra le sue labbra gonfie e, senza alcun avvertimento, la penetro violentemente con un colpo solo.
Elena viene spinta con forza contro il muro. Un gemito forte, acuto, le esce dalla gola prima che riesca a trattenerlo.
“Ahh!”
Lo spingo fino in fondo, fino alle palle, sentendo la sua figa stretta che si allarga intorno al mio cazzo. Rimango così per qualche secondo, completamente seppellito dentro di lei, il bacino premuto contro il suo culo.
Lei ansima forte, le mani aperte contro la parete, il corpo che trema.
Prima di iniziare a pompare, infilo entrambe le mani nelle sue mutandine da davanti. Con le dita della mano destra trovo subito il clitoride gonfio e inizio a massaggiarlo con movimenti circolari decisi, mentre con l’altra mano le tengo aperte le labbra.
So perfettamente che così la farò impazzire.
Elena sussulta violentemente, la testa che si piega in avanti contro il muro.
“Oh cazzo… sì…” mormora con voce rotta, cercando di non gridare.
Inizio a pomparla con colpi profondi e potenti, spingendola contro il muro a ogni spinta. Il suono umido della mia carne che sbatte contro la sua riempie il piccolo box. Le mie dita non smettono di lavorare sul suo clitoride, sfregandolo con forza mentre il mio cazzo la riempie completamente da dietro.
Lei è ormai persa. Le gambe le tremano, le mani scivolano sulla parete mentre cerca di reggersi. Ogni colpo la fa gemere più forte, anche se tenta disperatamente di soffocare i suoni.
Il contrasto è brutale ed eccitante: fuori dal bagno la gente beve il caffè tranquillamente, mentre qui dentro questa donna elegante e ricca viene scopata come una troia contro il muro, con il mio cazzo dentro fino alle palle e le mie dita che le torturano il clitoride senza pietà.
Elena trema violentemente, le mani aperte contro la parete, il respiro corto e spezzato.
Mi chino sul suo orecchio e le parlo con voce bassa, rauca e sporca:
“Senti come sei bagnata? La tua figa sta colando tutta sul mio cazzo… Sei una troia, Elena. Una troia ricca e sposata che si fa scopare nel bagno di una caffetteria come una puttana qualunque.”
Lei geme più forte, il corpo che si contrae intorno al mio cazzo.
“Oh Dio…” ansima.
Continuo a spingere dentro di lei con forza, facendo sbattere il mio bacino contro il suo culo ad ogni colpo.
“Ti piace eh? Ti piace farti fottere così, contro il muro, con il rischio che qualcuno entri e ti senta gemere come una puttana in calore.”
Le mie dita accelerano sul clitoride, sfregandolo più velocemente mentre continuo a scoparla senza pietà.
“Guarda come stringi il mio cazzo… La tua figa sposata non ha mai preso una cosa così grossa, vero? Tuo marito non ti ha mai riempita così. Lui ti scopa in due minuti e tu resti insoddisfatta… mentre io ti sto aprendo in due come meriti”
Elena emette un gemito acuto, soffocato a stento contro il muro. Il suo corpo reagisce subito alle mie parole: la figa si contrae forte intorno al mio cazzo, diventando ancora più bagnata.
“Sì… sì…” mormora con voce rotta, spingendo il culo indietro contro di me per prendermi più a fondo.
Le mordo piano il lobo dell’orecchio e continuo, la voce ancora più bassa e sporca:
“Dimmi la verità… ti eccita essere la mia troia? Ti eccita sapere che mentre tuo marito è chissà dove a fare soldi, tu sei qui con le mutandine spostate e il mio cazzo che ti sfonda la figa?”
Lei annuisce freneticamente, le gambe che tremano.
“Rispondi”, le ordino, spingendo un colpo più violento. “Dimmi che sei la mia troia”
Elena geme forte, la voce spezzata dal piacere:
“Sono… sono la tua troia…”
Le mie dita continuano a torturarle il clitoride senza sosta mentre la scopo con colpi sempre più profondi e rapidi.
“Brava puttana”, ringhio contro il suo orecchio. “Ora vieni sul mio cazzo. Voglio sentirti venire mentre ti scopo in questo cazzo di bagno”
Il suo corpo si tende violentemente. Sento che sta per esplodere.
Le mie parole sporche e il pericolo di essere scoperti la stanno facendo impazzire. Continuo a scoparla con colpi profondi e ritmici, il mio cazzo che entra e esce completamente dalla sua figa fradicia, mentre le dita le sfregano il clitoride senza pietà.
Elena è al limite. Il suo corpo trema violentemente, le gambe che faticano a reggerla. Le mani aperte contro il muro scivolano leggermente mentre cerca di non crollare.
“Cazzo… sto per venire…” ansima con voce rotta, cercando disperatamente di tenere basso il volume. “Non riesco… a trattenermi…”
“Allora vieni, troia,» le ringhio all’orecchio, accelerando sia le spinte che il movimento delle dita sul clitoride. «Vieni sul mio cazzo mentre qualcuno potrebbe entrare da un momento all’altro e vederti così. Vieni come la puttana sposata che sei”
Il suo corpo si irrigidisce all’improvviso. Un orgasmo violentissimo la travolge.
Elena stringe forte le labbra per non urlare, ma non ci riesce del tutto. Un gemito acuto e prolungato le sfugge dalla gola mentre la sua figa si contrae spasmodicamente intorno al mio cazzo. Le gambe le cedono, il corpo che si tende come una corda. Sento le sue pareti interne stringermi con forza ritmica, pulsando e strizzandomi mentre viene intensamente, bagnandomi ancora di più.
“Ahhh… sì… sììì!” geme, la voce spezzata e soffocata contro il muro.
Io non rallento. Continuo a pomparla attraverso l’orgasmo, prolungandolo, mentre le dita le massaggiano il clitoride senza sosta. Il suo corpo è scosso da tremiti violenti, il culo che spinge indietro contro di me in modo incontrollato.
Solo quando i suoi spasmi iniziano a calmarsi, sento il mio piacere salire rapidamente.
Le afferro i fianchi con più forza e inizio a scoparla con spinte brevi e potenti, sempre più veloci. Il suono umido della carne che sbatte è ormai impossibile da nascondere.
“Ora tocca a me”, ringhio contro il suo orecchio. “Ti riempio questa figa sposata… ti riempio tutta”
Con un ultimo colpo profondo mi spingo fino in fondo e vengo.
Getti caldi e abbondanti di sperma le esplodono dentro, riempiendola completamente. Continuo a pompare mentre vengo, svuotandomi dentro di lei con forza, pulsando a ogni schizzo. Il mio cazzo vibra violentemente mentre la riempio fino all’ultima goccia, il seme che si mescola ai suoi umori e inizia già a colare lungo le sue cosce.
Elena geme piano, ancora scossa dal suo orgasmo, sentendo il calore del mio sperma che la invade.
Restiamo così per qualche secondo, entrambi ansimanti, il mio cazzo ancora seppellito dentro di lei, il suo corpo premuto contro il muro.
Fuori dal box si sente il rumore distante di tacchi che entrano nel bagno delle donne.
Il rischio è diventato reale.
stemmy75@gmail.com
Non era la prima volta, per me.
Ma c’era qualcosa, questa volta, che continuava a tornare con più insistenza del solito. Il modo in cui Elena mi aveva guardato. Troppo presente. Troppo dentro.
Quando ho visto il suo messaggio, così lungo, ho sorriso appena. Non per lei, non ancora… più per una specie di familiarità. So come vanno queste cose.
Eppure l’ho aperto subito:
“Ciao…
Non so nemmeno da dove iniziare. Ho passato tutta la notte a rigirarmi nel letto, con il corpo ancora che mi tremava al ricordo di te. Alla fine ho deciso di scriverti, anche se so che forse è troppo presto.
Mi chiamo Elena, nel caso tu voglia sapere il mio nome vero.
Sono sposata. Mio marito è un uomo molto ricco e potente, sempre in viaggio per lavoro. È quasi mai a casa. E quando c’è… beh, il sesso con lui è freddo, egoista. Pensa solo a se stesso, entra, finisce in due minuti e poi si gira dall’altra parte. Non mi ha mai fatta sentire come mi hai fatta sentire tu ieri notte. Mai.
Per questo ero in quel club. Cercavo qualcosa di vero. Volevo capire se il sesso potesse essere diverso, se potesse essere così intenso da togliermi il fiato. E sei arrivato tu.
Non riesco ancora a crederci. Quando mi hai toccata… quando le tue mani grandi mi hanno aperta e le tue dita hanno giocato con me così lentamente, tenendomi sul bordo per minuti interi… ho pensato di impazzire. E quando mi hai scopata da dietro, così profondo, così forte, mentre mi toccavi il clitoride… è stato come se il mio corpo si fosse acceso per la prima volta nella vita. Ogni orgasmo che mi hai dato è stato devastante. Sentivo le gambe che non mi reggevano più, la testa vuota, solo piacere puro.
E quando mi hai preso la bocca alla fine… quando sei venuto nella mia gola… Dio, non mi era mai successo niente del genere. Mi sono sentita completamente tua in quel momento.
Ora non riesco a pensare ad altro. Ogni volta che chiudo gli occhi rivedo le tue mani su di me, il tuo cazzo che mi riempiva, il modo in cui mi guardavi mentre ero alla tua mercé. Quelle sensazioni mi sono entrate dentro. Sono diventate l’unica cosa per cui mi sembra valga davvero la pena vivere in questo momento.
Mi sento viva solo quando penso a te.
So che è folle, so che sono sposata e che tutto questo è pericoloso… ma non riesco a fermarmi. Non voglio fermarmi.
Non vedo l’ora di rivederti. Voglio che mi prendi di nuovo, esattamente come hai fatto ieri. Voglio sentirmi di nuovo completamente tua, senza maschere, senza limiti.
Dimmi quando possiamo incontrarci. Anche solo per un’ora. Anche solo per ripetere quello che abbiamo fatto… o per fare di peggio.
Aspetto un tuo messaggio con il cuore che batte fortissimo.
Elena”
Riga dopo riga, Elena si è raccontata. Un marito ricco, importante, sempre lontano. Una vita perfetta sulla carta, svuotata lentamente di tutto il resto. Non c’era rabbia nelle sue parole… piuttosto una resa elegante, quasi composta.
Ma sotto, chiarissima, c’era la fame.
Diceva di essersi persa. Di non riconoscersi più. E che quel club era stato un tentativo, forse disperato, di sentire qualcosa di vero.
Non cercava me.
Cercava un varco.
E, a quanto pare, lo aveva trovato.
Ho rallentato mentre andavo avanti a leggere. Perché lì il tono cambiava. Diventava più denso, più difficile da controllare. Non entrava nei dettagli… ma non ce n’era bisogno. Si sentiva tutto. Il modo in cui quelle sensazioni le erano rimaste addosso, come un’eco continua.
Per lei non era stata solo una notte.
Era diventata una misura.
Un prima e un dopo.
E questo, ho pensato, complica sempre tutto.
Ho riletto un paio di passaggi. Non per nostalgia. Per capire fino a che punto fosse già andata oltre.
Molto più di quanto avrei fatto io.
Per me era stato… intenso, sì. Piacevole. Pulito, nel suo modo. Ma pur sempre qualcosa che sapevo contenere, archiviare, lasciare nel posto giusto.
Per lei no.
Per lei era già diventato qualcosa che somigliava pericolosamente a un bisogno.
Alla fine del messaggio, quasi senza difese, mi scriveva che non vedeva l’ora di rivedermi.
Sono rimasto qualche secondo fermo, il telefono ancora in mano.
Non era la prima volta che succedeva.
Ma ogni volta ha un sapore diverso, quando capisci che per l’altra persona non è stato solo quello che è stato per te.
“Va bene,” penso.
Se è davvero questo che vuoi… se credi di aver trovato in me qualcosa che nella tua vita manca così profondamente, allora possiamo vedere fin dove sei disposta ad arrivare.
Non è la prima volta che mi capita una situazione del genere.
Ma in Elena c’era qualcosa di diverso. Non esperienza. Non controllo. Anzi, il contrario. Una specie di abbandono ingenuo, quasi pericoloso. Come se avesse appena scoperto una parte di sé e non fosse più in grado di gestirla.
Ai miei occhi, più che una donna vissuta, sembrava una principiante travolta da qualcosa di troppo grande.
E questo… lo rendeva interessante.
Decido di risponderle senza esitazioni. Poche parole, calibrate. Nessuna profondità, nessuna promessa. Solo un appuntamento.
Un centro commerciale.
Un luogo neutro, quasi banale. Luce piena, gente ovunque, vite normali che scorrono accanto. L’esatto opposto di ciò che è successo tra noi.
Voglio vederla lì.
Capire se quello che ho letto nel suo messaggio esiste davvero anche fuori da quella notte. Se regge lo sguardo, la distanza, la realtà.
O se invece ha bisogno del buio per sentirsi viva.
Mentre invio il messaggio, mi rendo conto che non è solo curiosità.
C’è anche qualcos’altro.
Una mia inclinazione più sottile… il desiderio di spingere appena oltre, di osservare fin dove può arrivare qualcuno quando smette di trattenersi.
E ho la sensazione che Elena, in questo, potrebbe sorprendermi.
Il giorno dell’appuntamento arrivo per primo e scelgo un tavolino un po’ appartato in una caffetteria elegante ma discreta. Mi siedo e aspetto, sorseggiando un caffè.
Quando lei entra, per un attimo resto senza fiato.
Indossa un vestito rosso intenso, aderente quanto basta per ricordare l’abito della prima sera, ma più sofisticato, più da giorno. I capelli sono perfettamente acconciati in onde morbide che le cadono sulle spalle, troppo belli, troppo curati per un semplice caffè del pomeriggio. Sembra quasi fuori luogo in questo ambiente banale. Al braccio porta una borsa che grida lusso da lontano: pelle pregiata, dettagli dorati, sicuramente costosissima.
Mi vede e un sorriso nervoso le illumina il viso. Si avvicina al tavolino e io mi alzo. Ci baciamo sulle guance, due baci leggeri, come se ci conoscessimo da anni, come se fossimo due vecchi amici che si incontrano per un caffè. Eppure l’aria tra noi è già elettrica.
“Ciao…” dice piano, sedendosi di fronte a me.
La sua voce è diversa da quella della notte al club. Più bassa, più incerta. Sembra impacciata. Le mani eleganti giocherellano con il manico della borsa, gli occhi che ogni tanto sfuggono i miei per poi tornare a cercarli.
Iniziamo a parlare del più e del meno: il tempo, quanto fosse trafficata la strada, quanto sia carina la caffetteria. Ma la conversazione è rigida, piena di pause. Lei ride un po’ troppo forte a una mia battuta innocua, poi abbassa lo sguardo sul tavolo. Parlare di persona non è come scrivere quel lungo messaggio. Qui non può nascondersi dietro lo schermo.
Io la osservo in silenzio per qualche secondo, studiandola.
È chiaro che non è venuta solo per un caffè.
Lo sento quasi nell’aria: quel leggero rossore sulle guance, il modo in cui stringe le cosce sotto il tavolo, il respiro un po’ più corto del normale. È in attesa. Il suo corpo è già carico di desiderio. Sembra che l’eccitazione le esca dai pori, un odore dolce e caldo che riconosco perfettamente.
Decido di non girarci troppo intorno.
Mi sporgo leggermente verso di lei e abbasso la voce, quel tanto che basta perché solo lei possa sentire.
“Sei bellissima oggi”, dico con calma. “Ma questo vestito rosso… lo hai messo per me, vero ?”
Lei arrossisce visibilmente e annuisce piano, mordendosi il labbro inferiore.
«Sì…»
Faccio una pausa, guardandola dritto negli occhi.
“Dimmi la verità, Elena. Sei venuta qui solo per bere un caffè… o c’è qualcos’altro che vuoi da me ?”
Lei resta in silenzio per un istante. Le dita stringono più forte il manico della borsa. Poi alza lo sguardo, e nei suoi occhi vedo di nuovo quella supplica silenziosa che avevo visto nella stanza del club.
“Io…” inizia, la voce un po’ tremante. “Non riesco a smettere di pensare a quella notte. A come mi hai toccata… a come mi hai fatta sentire. Ogni volta che chiudo gli occhi ti rivedo sopra di me, dentro di me.”
Deglutisce, poi continua, più piano:
“Sono qui perché ti voglio. Di nuovo. Non riesco a pensare ad altro.”
Il suo sguardo è intenso, quasi febbrile. Sotto il tavolo sento il suo ginocchio che sfiora il mio, un contatto leggero ma intenzionale.
“Dimmi cosa vuoi che ti faccia ogg”, mormoro, senza distogliere gli occhi dai suoi. “E non avere fretta di rispondere. Voglio sentirti dire esattamente cosa desideri”
Lei respira più velocemente, le guance rosse. Sembra combattuta tra l’imbarazzo e il desiderio bruciante che le scorre sotto la pelle.
Ora tocca a lei parlare.
La mia era una domanda retorica. Non le do il tempo di rispondere.
Senza dire una parola, sposto la sedia e mi alzo. Allungo la mano verso di lei con decisione, lo sguardo fermo.
Elena mi guarda per un secondo, sorpresa, poi posa la mano nella mia. Le sue dita sono calde e leggermente tremanti.
La accompagno attraverso la caffetteria, tenendola per mano come se fossimo una coppia normale. Quando capisce dove la sto portando, rallenta il passo. I tacchi battono più piano sul pavimento.
Arriviamo davanti alla porta delle toilette delle donne. Lei si ferma di colpo, tirando leggermente indietro la mano. Il suo sguardo è titubante, quasi spaventato.
“Non… non possiamo entrare insieme qui”, sussurra, la voce bassa e incerta. “Qualcuno potrebbe vederci…”
Non le rispondo con le parole. Invece la tiro delicatamente ma con fermezza verso di me, facendola entrare nel corridoio dei bagni. Mi avvicino al suo orecchio e le sussurro, con voce calda e profonda:
“Non te ne pentirai. Fidati di me.”
Lei esita ancora un istante, il respiro accelerato, ma la voglia è più forte della paura. Si lascia guidare.
Per fortuna i bagni delle donne sono deserti. Entriamo velocemente. Chiudo la porta dell’ultimo box dietro di noi con un clic deciso. Lo spazio è stretto, intimo, illuminato da una luce fredda.
Appena la porta si chiude, sento il suo cuore battere fortissimo. È vicinissima a me, il petto che si alza e si abbassa rapidamente contro il mio. Ha paura, è evidente: gli occhi un po’ spalancati, le guance arrossate, il corpo rigido per la tensione.
Ma sotto quella paura c’è qualcosa di molto più potente: il desiderio crudo, quasi disperato. Lo sento nel suo respiro corto, nel modo in cui le sue dita stringono ancora la mia mano, nel leggero tremore delle sue gambe.
Siamo chiusi dentro un bagno pubblico, lei con quel vestito rosso elegante, i capelli perfetti, la borsa costosa appoggiata a terra. E io la tengo contro la parete, vicinissimo, il mio corpo che preme leggermente contro il suo.
La guardo negli occhi, a pochi centimetri dal suo viso.
“Hai paura?” le chiedo piano, la voce bassa.
Lei annuisce appena, deglutendo.
“Ma non vuoi fermarti, vero?”
Elena non risponde a parole. Invece chiude gli occhi per un secondo e poi li riapre, pieni di una miscela pericolosa di timore ed eccitazione.
Il suo corpo tradisce la verità: il respiro accelerato, le pupille dilatate, il modo in cui le sue cosce si stringono leggermente una contro l’altra.
La voglia di sesso è molto più forte della paura.
Siamo chiusi nel box del bagno, il cuore di Elena che batte così forte che riesco quasi a sentirlo contro il mio petto. La tensione nell’aria è elettrica.
All’improvviso è lei a prendere l’iniziativa. Si alza sulle punte dei tacchi, mi afferra il viso con entrambe le mani e cerca avidamente la mia bocca. Il bacio è famelico, disperato. Spinge il bacino contro di me con urgenza, premendo il ventre contro il mio membro già duro.
Io ricambio il bacio con la stessa intensità. La mia lingua, più grossa e lunga della sua, invade la sua bocca senza pietà. La bacio profondamente, dominandola, intrecciando la mia lingua alla sua in un modo possessivo e bagnato. Lei geme piano dentro il bacio, un suono soffocato e avido.
Mentre continuiamo a baciarci, le faccio sentire chiaramente la mia erezione. Premo il bacino contro il suo, lasciando che senta quanto sono duro e grosso attraverso i pantaloni. Lei risponde spingendosi ancora di più contro di me, strofinando la figa contro il mio cazzo come se non riuscisse a controllarsi.
La mia mano destra scivola lentamente lungo il suo corpo. Scendo dal fianco, accarezzo la curva del suo culo fasciato dal vestito rosso, poi risalgo sotto l’orlo del vestito. Le dita sfiorano la pelle liscia delle cosce e continuano a salire fino a raggiungere le sue mutandine.
Sono bagnatissime.
Il tessuto è completamente inzuppato, caldo e scivoloso contro le mie dita. Appena le sfioro, Elena sussulta nel bacio e spinge il bacino ancora più forte contro la mia mano, cercando pressione.
“Sei fradicia…” mormoro contro le sue labbra, senza smettere di baciarla.
Le mie dita iniziano a giocare con lei attraverso il pizzo bagnato: sfioro le labbra gonfie, premo leggermente sul clitoride, tracciando piccoli cerchi lenti. Lei trema visibilmente, le gambe che si aprono un po’ di più per darmi accesso, mentre continua a baciarmi con quella fame disperata, la lingua che cerca la mia in modo sempre più sottomesso.
Il contrasto è fortissimo: fuori dal box c’è una caffetteria tranquilla, gente che chiacchiera e beve caffè… e qui dentro lei, elegante e bellissima nel suo vestito rosso, è premuta contro la parete di un bagno pubblico, con la mia lingua in bocca e le mie dita che giocano con la sua figa fradicia.
Elena si muove in modo scomposto contro di me, il corpo che si contorce nel poco spazio del bagno. Sembra quasi che stia cercando di non fare rumore: piccoli movimenti frenetici del bacino, le anche che spingono contro la mia mano in modo irregolare, come se volesse disperatamente prendere di più senza far sentire nulla fuori dal box.
Ma sta godendo. Lo sento chiaramente.
Il suo respiro è spezzato, caldo contro la mia bocca. Ogni volta che le mie dita premono sul clitoride attraverso le mutandine bagnate, un piccolo gemito soffocato le sfugge dalle labbra, subito represso. Le gambe le tremano, le ginocchia che si piegano leggermente per poi tendersi di nuovo. Il bacino si muove a scatti, strofinandosi contro la mia mano e contro il mio cazzo duro con urgenza sempre maggiore.
La sua mano destra scende lungo il mio braccio e si chiude intorno al polso. Le sue dita eleganti, curate, con lo smalto perfetto, cercano di avvolgerlo tutto… ma non ci riescono. Il mio polso è troppo grosso per lei. Riesce a malapena a circondarlo per metà. Stringe forte comunque, come se avesse bisogno di aggrapparsi a qualcosa mentre il piacere la travolge.
Questa donna elegante e ricca, con il suo vestito rosso costoso, i capelli perfettamente acconciati, la borsa di lusso abbandonata sul pavimento, è ora ridotta a una troia in cerca di piacere.
Senza più alcuna grazia, senza più alcuna compostezza. Solo un corpo caldo e disperato che si strofina contro di me in un bagno pubblico, con le mutandine fradice e la figa che pulsa sotto le mie dita.
"Sei così bagnata…" mormoro contro le sue labbra, la voce bassa e roca. "Ti piace essere toccata qui, vero? In un bagno pubblico, con il rischio che qualcuno entri da un momento all’altro…"
Elena non risponde a parole. Stringe più forte il mio polso con quella mano che non riesce a circondarlo del tutto, e spinge il bacino contro la mia mano con più forza, quasi con rabbia. Un gemito più acuto le sfugge dalla gola, subito soffocato contro la mia bocca.
Le sue anche si muovono in modo scoordinato, strofinando la figa gonfia contro le mie dita, cercando di prendere di più. Il contrasto è violento e eccitante: fuori da questo box c’è una caffetteria tranquilla con gente normale che beve il caffè… e qui dentro lei, ridotta a una troia bagnata e tremante, aggrappata al mio polso mentre si fa toccare come una puttana in calore.
Sento il suo corpo che si tende sempre di più. Le cosce tremano visibilmente. Sta godendo tantissimo, esattamente come voleva.
Elena continua a strofinarsi contro di me in modo scomposto, la mano che stringe il mio polso senza riuscire a circondarlo del tutto, il corpo che trema di voglia repressa.
Senza preavviso la afferro per i fianchi e la giro bruscamente contro il muro. Lei appoggia istintivamente le mani sulla parete fredda, il vestito rosso che le si solleva sulle cosce.
Mi abbasso rapidamente i pantaloni e le mutande, liberando il mio cazzo duro e pesante. La cappella è già gonfia e rossa, lucida di precum.
Con una mano le sposto le mutandine di lato, esponendo la sua figa fradicia. Appoggio la cappella tra le sue labbra gonfie e, senza alcun avvertimento, la penetro violentemente con un colpo solo.
Elena viene spinta con forza contro il muro. Un gemito forte, acuto, le esce dalla gola prima che riesca a trattenerlo.
“Ahh!”
Lo spingo fino in fondo, fino alle palle, sentendo la sua figa stretta che si allarga intorno al mio cazzo. Rimango così per qualche secondo, completamente seppellito dentro di lei, il bacino premuto contro il suo culo.
Lei ansima forte, le mani aperte contro la parete, il corpo che trema.
Prima di iniziare a pompare, infilo entrambe le mani nelle sue mutandine da davanti. Con le dita della mano destra trovo subito il clitoride gonfio e inizio a massaggiarlo con movimenti circolari decisi, mentre con l’altra mano le tengo aperte le labbra.
So perfettamente che così la farò impazzire.
Elena sussulta violentemente, la testa che si piega in avanti contro il muro.
“Oh cazzo… sì…” mormora con voce rotta, cercando di non gridare.
Inizio a pomparla con colpi profondi e potenti, spingendola contro il muro a ogni spinta. Il suono umido della mia carne che sbatte contro la sua riempie il piccolo box. Le mie dita non smettono di lavorare sul suo clitoride, sfregandolo con forza mentre il mio cazzo la riempie completamente da dietro.
Lei è ormai persa. Le gambe le tremano, le mani scivolano sulla parete mentre cerca di reggersi. Ogni colpo la fa gemere più forte, anche se tenta disperatamente di soffocare i suoni.
Il contrasto è brutale ed eccitante: fuori dal bagno la gente beve il caffè tranquillamente, mentre qui dentro questa donna elegante e ricca viene scopata come una troia contro il muro, con il mio cazzo dentro fino alle palle e le mie dita che le torturano il clitoride senza pietà.
Elena trema violentemente, le mani aperte contro la parete, il respiro corto e spezzato.
Mi chino sul suo orecchio e le parlo con voce bassa, rauca e sporca:
“Senti come sei bagnata? La tua figa sta colando tutta sul mio cazzo… Sei una troia, Elena. Una troia ricca e sposata che si fa scopare nel bagno di una caffetteria come una puttana qualunque.”
Lei geme più forte, il corpo che si contrae intorno al mio cazzo.
“Oh Dio…” ansima.
Continuo a spingere dentro di lei con forza, facendo sbattere il mio bacino contro il suo culo ad ogni colpo.
“Ti piace eh? Ti piace farti fottere così, contro il muro, con il rischio che qualcuno entri e ti senta gemere come una puttana in calore.”
Le mie dita accelerano sul clitoride, sfregandolo più velocemente mentre continuo a scoparla senza pietà.
“Guarda come stringi il mio cazzo… La tua figa sposata non ha mai preso una cosa così grossa, vero? Tuo marito non ti ha mai riempita così. Lui ti scopa in due minuti e tu resti insoddisfatta… mentre io ti sto aprendo in due come meriti”
Elena emette un gemito acuto, soffocato a stento contro il muro. Il suo corpo reagisce subito alle mie parole: la figa si contrae forte intorno al mio cazzo, diventando ancora più bagnata.
“Sì… sì…” mormora con voce rotta, spingendo il culo indietro contro di me per prendermi più a fondo.
Le mordo piano il lobo dell’orecchio e continuo, la voce ancora più bassa e sporca:
“Dimmi la verità… ti eccita essere la mia troia? Ti eccita sapere che mentre tuo marito è chissà dove a fare soldi, tu sei qui con le mutandine spostate e il mio cazzo che ti sfonda la figa?”
Lei annuisce freneticamente, le gambe che tremano.
“Rispondi”, le ordino, spingendo un colpo più violento. “Dimmi che sei la mia troia”
Elena geme forte, la voce spezzata dal piacere:
“Sono… sono la tua troia…”
Le mie dita continuano a torturarle il clitoride senza sosta mentre la scopo con colpi sempre più profondi e rapidi.
“Brava puttana”, ringhio contro il suo orecchio. “Ora vieni sul mio cazzo. Voglio sentirti venire mentre ti scopo in questo cazzo di bagno”
Il suo corpo si tende violentemente. Sento che sta per esplodere.
Le mie parole sporche e il pericolo di essere scoperti la stanno facendo impazzire. Continuo a scoparla con colpi profondi e ritmici, il mio cazzo che entra e esce completamente dalla sua figa fradicia, mentre le dita le sfregano il clitoride senza pietà.
Elena è al limite. Il suo corpo trema violentemente, le gambe che faticano a reggerla. Le mani aperte contro il muro scivolano leggermente mentre cerca di non crollare.
“Cazzo… sto per venire…” ansima con voce rotta, cercando disperatamente di tenere basso il volume. “Non riesco… a trattenermi…”
“Allora vieni, troia,» le ringhio all’orecchio, accelerando sia le spinte che il movimento delle dita sul clitoride. «Vieni sul mio cazzo mentre qualcuno potrebbe entrare da un momento all’altro e vederti così. Vieni come la puttana sposata che sei”
Il suo corpo si irrigidisce all’improvviso. Un orgasmo violentissimo la travolge.
Elena stringe forte le labbra per non urlare, ma non ci riesce del tutto. Un gemito acuto e prolungato le sfugge dalla gola mentre la sua figa si contrae spasmodicamente intorno al mio cazzo. Le gambe le cedono, il corpo che si tende come una corda. Sento le sue pareti interne stringermi con forza ritmica, pulsando e strizzandomi mentre viene intensamente, bagnandomi ancora di più.
“Ahhh… sì… sììì!” geme, la voce spezzata e soffocata contro il muro.
Io non rallento. Continuo a pomparla attraverso l’orgasmo, prolungandolo, mentre le dita le massaggiano il clitoride senza sosta. Il suo corpo è scosso da tremiti violenti, il culo che spinge indietro contro di me in modo incontrollato.
Solo quando i suoi spasmi iniziano a calmarsi, sento il mio piacere salire rapidamente.
Le afferro i fianchi con più forza e inizio a scoparla con spinte brevi e potenti, sempre più veloci. Il suono umido della carne che sbatte è ormai impossibile da nascondere.
“Ora tocca a me”, ringhio contro il suo orecchio. “Ti riempio questa figa sposata… ti riempio tutta”
Con un ultimo colpo profondo mi spingo fino in fondo e vengo.
Getti caldi e abbondanti di sperma le esplodono dentro, riempiendola completamente. Continuo a pompare mentre vengo, svuotandomi dentro di lei con forza, pulsando a ogni schizzo. Il mio cazzo vibra violentemente mentre la riempio fino all’ultima goccia, il seme che si mescola ai suoi umori e inizia già a colare lungo le sue cosce.
Elena geme piano, ancora scossa dal suo orgasmo, sentendo il calore del mio sperma che la invade.
Restiamo così per qualche secondo, entrambi ansimanti, il mio cazzo ancora seppellito dentro di lei, il suo corpo premuto contro il muro.
Fuori dal box si sente il rumore distante di tacchi che entrano nel bagno delle donne.
Il rischio è diventato reale.
stemmy75@gmail.com
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Club - Seconda Parte
Commenti dei lettori al racconto erotico