I segreti tra madre e figlio

di
genere
incesti


Il ticchettio dell'orologio nel silenzio della casa sembrava amplificare una strana, opprimente solitudine. Venerdì sera. Mia madre e mia cugina Miriam erano uscite di nuovo, lasciandomi solo con un caffè ormai freddo tra le mani e un senso di totale nullità. Avevano preferito la compagnia di quel gruppo di ragazzi stranieri incontrati nel pomeriggio, ignorando me e i miei amici, quasi non fossimo abbastanza uomini per loro. Ricordo il messaggio sul telefono: "Stai tranquillo, non farò tardi. Mi diverto con Miriam e poi torno". Ma non mi fidavo. C'era un'inquietudine sottile che mi logorava, una frustrazione che non riuscivo a canalizzare. Immaginavo quegli uomini alti, dalle spalle larghe e dalla fisicità prepotente, dominare la situazione. Sentivo una fitta di umiliazione profonda nel confronto, eppure, dentro di me, c'era un'oscura e inconfessabile fascinazione per quella virilità così dirompente, un'energia che mi faceva sentire piccolo e inadeguato.

Rientrò il sabato mattina verso le tre, cercando di non fare rumore. Sapeva che mi arrabbiavo per quegli orari, lei che si era sempre raccomandata con me di non fare tardi. Eppure, l'ira si spense subito, sostituita da un'osservazione quasi clinica, ossessiva: camminava in modo incerto, claudicante, con le gambe visibilmente stanche, e non indossava né il reggiseno né le mutandine sotto i vestiti. Nel vederla spogliarsi, con la porta lasciata aperta di proposito, notai i segni evidenti di quella foga sul suo corpo. Non potei fare a meno di commentare con amarezza: "Dovevi saperlo che ti avrebbero presa come dei tori". La sua risposta fu solo un sussurro stanco, quasi di sufficienza: "Andiamo a dormire, poi vediamo".

La domenica mattina, tuttavia, l'atmosfera si tinse di una complicità domestica tesa e morbosa. Dopo essersi lavata, mi chiese di rimanere lì, seduto sul water, a guardarla. Osservavo le sue forme mature, i dettagli della sua pelle ancora arrossata, cercando forse di riappropriarmi di un briciolo di autorità. Più tardi, al lago con Miriam, l'attenzione rimase tutta per loro. Mia madre scelse un bikini ridottissimo che esaltava ogni sua curva, mentre io mi limitai a un paio di boxer neri, sentendo addosso il peso di una totale trasparenza agli occhi del mondo.

Il pomeriggio scivolò via tra provocazioni e fastidi. Miriam sembrava insaziabile, continuamente in cerca di attenzioni da parte di un ragazzo sconosciuto in acqua, ignorando i nostri patti di goderci una giornata tranquilla. Quel continuo accenno alla sessualità altrui mi innervosiva, facendomi sentire un inutile spettatore, tanto che decidemmo di prendere le nostre cose e tornare indietro in corriera. Solo in serata, in un'altra spiaggia più isolata, ritrovammo un po' di calma. La guardavo con indosso quegli short di jeans e la maglietta sopra il bikini, combattuto tra l'impulso di impormi e il senso di inferiorità che mi schiacciava ogni volta che pensavo a quegli sguardi estranei.

La notte portò l'inevitabile sfogo di tutta quella frustrazione accumulata. In salotto, complice una serata sportiva andata male alla televisione, decisi di imporre la mia presenza sul divano. Fu un incontro ruvido, quasi punitivo, in cui cercai di dominare il suo corpo esigendo ogni tipo di sottomissione, fino a farla schizzare sul tessuto del divano prima di consumare l'atto finale. Era un modo disperato per sentirmi forte, un tentativo goffo di competere con l'ombra di quegli uomini enormi che continuavano a occupare i miei pensieri.

Il lunedì iniziò con un ringraziamento quasi surreale da parte sua per il weekend trascorso, coinvolgendo controvoglia una Miriam di cui non sapevamo più nulla. Prima di uscire, mia madre, muovendosi a terra a quattro zampe con indosso solo il reggiseno per coprire le sue forme, mi concesse un momento di intimità in cambio di qualche sculacciata, un rituale che sembrava ormai l'unico modo per ristabilire un contatto.

La sera, decisi di spingere la situazione oltre, forse per compiacere una fantasia che non osavo confessare. Avevo invitato cinque amici a casa. Volevo orchestrare uno scenario in cui lei fosse al centro dell'attenzione. Cominciammo subito: i miei amici si alternavano, lasciandosi baciare e accarezzare, mentre io pretendevo l'esclusività su una parte del suo corpo. Vederla inginocchiata in mezzo a noi, sottomessa ai loro desideri e coperta dal loro calore sulle sue forme, mi provocava una stretta allo stomaco. Mi sentivo umiliato nel condividere mia madre, ma al tempo stesso provavo un piacere ambiguo, quasi estatico, nel vedere quei corpi maschili e vigorosi prendere possesso dello spazio con tanta sicurezza.

I giorni successivi si rincorsero in un'altalena di sospetti. Il martedì mattina trovai un suo biglietto prima che uscisse a fare shopping con Miriam, in cui prometteva di fare la brava. Al suo rientro, nel pomeriggio, per dimostrarmi di non aver ceduto a nuove tentazioni, si tolse il costume e mi lasciò ispezionare il suo corpo, allargando le forme per mostrarsi pulita. Ma l'ossessione non si placava. Quella stessa notte, radunai nuovamente gli stessi cinque amici. La legai alla sedia, completamente nuda, offrendo la sua intimità al loro sguardo prima del loro arrivo.

Mi misi seduto sul divano, decidendo di fare il guardone e il regista della serata. Una volta slegata, mia madre si inginocchiò davanti ai miei amici, accogliendo i loro corpi perfettamente tesi e fradici di saliva. Ordinai al primo di sedersi sul divano e di farla accomodare su di lui, mentre il secondo spingeva da dietro, dando il via a una doppia penetrazione totale e profonda. Gli altri tre le stavano intorno, facendosi accarezzare e stringere. Guardare la potenza muscolare dei miei amici, la decisione nei loro movimenti e la facilità con cui dominavano la situazione mi schiacciava. Mi sentivo un guscio vuoto, privato di ogni vera virilità di fronte a loro, eppure non riuscivo a staccare gli occhi da quello spettacolo di forza maschile. Quando tutti se ne andarono, verso le undici e mezza, la costrinsi a un ultimo gesto di sottomissione prima che andasse a lavarsi, dove continuai a spiara dalla porta del bagno.

Il mercoledì passò attraverso la mia immaginazione febbrile, visualizzando lei e Miriam da sole in piscina. Al rientro, toccandola da dietro per capire se fosse stata sincera, avvertii un sapore strano e dolciastro sui suoi capezzoli. Messa alle strette, confessò che Miriam, per dispetto, le aveva versato addosso le tracce lasciate da un ragazzo che le aveva incontrate sulla spiaggia, rubando poi l'intimo a entrambe. Quella sera stessa, per punirla, le sottrassi i vestiti puliti dopo la doccia, costringendola a cercarmi in camera da letto dove l'attendevo nudo. Senza dire una parola, si tese su di me sul letto, consumando un rapporto intenso e bagnato di saliva che si concluse solo a notte fonda.

Il giovedì mattina fu segnato da un nuovo incontro senza ritegno, dove lei volle comportarsi nel modo più abietto possibile. Nel pomeriggio la raggiunsi direttamente sotto l'acqua della doccia. Mentre mi accarezzava, le chiesi esplicitamente di pensare a quegli uomini stranieri della settimana prima e a Miriam. Sentendomi pronunciare quelle parole, il suo corpo si tese, i suoi muscoli si contrassero e si abbassò su di me sul piatto della doccia, muovendosi con foga fino al momento in cui tutto si concluse, lasciandomi esausto e confuso.

Il fine settimana successivo replicò lo stesso copione di assenze. Sabato pomeriggio mi lasciò solo, inviandomi messaggi espliciti sul telefono: "Mi sono fatta prendere da una dozzina di quei ragazzi, mi sento ancora tutta in fiamme... è colpa di Miriam". La mia reazione oscillava tra l'offesa profonda e un'eccitazione morbosa. Quando rientrò verso le sei e mezza, la costrinsi a spogliarsi immediatamente. Usai persino una banana per verificare i segni del suo tradimento, prima di scaricarla nella spazzatura e costringerla sul tavolo della cucina a subire la mia gelosia prima di cena, prolungando il rapporto per tutta la notte tra sculacciate e costrizioni.

Fino alla domenica notte, quando rientrò a mezzanotte meno un minuto. L'aria della stanza profumava chiaramente di un rapporto appena consumato. La raggiunsi in bagno mentre stava usando i servizi e mandando un messaggio a Miriam. Nonostante le sue proteste e i suoi lamenti per il dolore, la costrinsi a girarsi e a subire l'ultimo atto di quella settimana degradante. Tra le mie mani strette sul suo corpo, ebbe solo la forza di confessare l'ultima, incredibile umiliazione: quella sera si era lasciata montare persino da un travestito, lasciandomi solo con il mio corpo tremante, sopraffatto da immagini di uomini e incontri che non avrei mai potuto dominare.
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2026-06-08
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