Vincenzone
di
IL MICROBO
genere
gay
VINCENZONE
Ero in cantina dove conservo in un armadio sottochiave diverse annate di riviste porno gay. Stavo riordinando il casotto in cui le aveva lasciate Carlo mio amico a cui le lascio sfogliare raccomandandogli sempre di non sciuparle o macchiarle. Quando sento dei passi che si avvicinano. È Vincenzo il portiere.
-”Posso curiosare? Che bella cantina che hai senza il solito casino che c'è da tutti”.
Gli rispondo con un cenno.
-”E che bel armadio di buona fattura, massiccio, sembra un forziere”.
Spero che non si accorga del contenuto.
-”Un po' lo è visto cosa contiene. Giornaletti sporchi. Quanti. Posso?”
Inutile opporsi.
-”Questo ti assomiglia. Guarda un po'. Ha un culetto uguale al tuo”.
Divento rosso.
-”Quest'altro poi bel ricciolino che è, fa venire voglia di farselo all'istante”
La conversazione, o meglio il monologo stava diventando un po' tanto pesante. Vincenzo girava le pagine e si toccava la patta.
-”Ti piace il torello che sta pinciando forte”.
-”Un bell'uomo direi”.
-”Ha un cazzo che farebbe sbavare certi troietti di mia conoscenza”.
-”Eh sì”.
-”Ma sono meglio quelli che guizzano dal vivo. Non ti pare?”
-”Di sicuro”.
-”Ti faccio vedere il mio. Vuoi?”
Senza aspettar risposta che già si era accorto come gli fissavo il pacco, tira fuori un uccellone già in tiro.
-”Avvicinati. Lo vedi meglio”.
Mi inginocchio e affondo il muso fra le sue gambe. Gli scocco un bacetto.
-”Forza dai. Non fare la vergognosa”.
Giuggiolo la cappella. Imbocco l'asta. Pompo.
-”Ma che brava. Ora girati dai”.
Mi tira giù i pantaloncini e gli slip. Mi spiana a squadra su un tavolo dismesso che sembra fatto apposta per diventare uno scannatoio. Mi sale sopra e lo sento dentro che frugola. Caccio un urletto.
-”Sottovoce mocciosa se no ti sentono fino all'attico”.
Da lì in avanti ha fatto i suoi comodi in un silenzio di tomba. Solo il rimbombo delle sue spinte contro i miei glutei e qualche sospiro suo e mio. Mi ha fecondato. Si è ricomposto. Mi ha guardato con un ghigno strano come se mi tenesse in pugno.
-”Che ne dici del servizio?”
-”Ohhh Behh”.
-”D'ora in avanti devo scendere più spesso quaggiù”.
-”Domani alle cinque ti va bene?”
-”Sì. Ci vengo a dare un saluto alla mia Frocia”.
Da quel giorno sempre alla stessa ora che è quella del The mi ha destinato continue trasfusioni di seme bollente inzuppando il suo savoiardo in quale tazza? La mia, imbandita sopra quel tavolo operatorio che sta lì. Guai a saltarne una sola, domeniche comprese.
Ero in cantina dove conservo in un armadio sottochiave diverse annate di riviste porno gay. Stavo riordinando il casotto in cui le aveva lasciate Carlo mio amico a cui le lascio sfogliare raccomandandogli sempre di non sciuparle o macchiarle. Quando sento dei passi che si avvicinano. È Vincenzo il portiere.
-”Posso curiosare? Che bella cantina che hai senza il solito casino che c'è da tutti”.
Gli rispondo con un cenno.
-”E che bel armadio di buona fattura, massiccio, sembra un forziere”.
Spero che non si accorga del contenuto.
-”Un po' lo è visto cosa contiene. Giornaletti sporchi. Quanti. Posso?”
Inutile opporsi.
-”Questo ti assomiglia. Guarda un po'. Ha un culetto uguale al tuo”.
Divento rosso.
-”Quest'altro poi bel ricciolino che è, fa venire voglia di farselo all'istante”
La conversazione, o meglio il monologo stava diventando un po' tanto pesante. Vincenzo girava le pagine e si toccava la patta.
-”Ti piace il torello che sta pinciando forte”.
-”Un bell'uomo direi”.
-”Ha un cazzo che farebbe sbavare certi troietti di mia conoscenza”.
-”Eh sì”.
-”Ma sono meglio quelli che guizzano dal vivo. Non ti pare?”
-”Di sicuro”.
-”Ti faccio vedere il mio. Vuoi?”
Senza aspettar risposta che già si era accorto come gli fissavo il pacco, tira fuori un uccellone già in tiro.
-”Avvicinati. Lo vedi meglio”.
Mi inginocchio e affondo il muso fra le sue gambe. Gli scocco un bacetto.
-”Forza dai. Non fare la vergognosa”.
Giuggiolo la cappella. Imbocco l'asta. Pompo.
-”Ma che brava. Ora girati dai”.
Mi tira giù i pantaloncini e gli slip. Mi spiana a squadra su un tavolo dismesso che sembra fatto apposta per diventare uno scannatoio. Mi sale sopra e lo sento dentro che frugola. Caccio un urletto.
-”Sottovoce mocciosa se no ti sentono fino all'attico”.
Da lì in avanti ha fatto i suoi comodi in un silenzio di tomba. Solo il rimbombo delle sue spinte contro i miei glutei e qualche sospiro suo e mio. Mi ha fecondato. Si è ricomposto. Mi ha guardato con un ghigno strano come se mi tenesse in pugno.
-”Che ne dici del servizio?”
-”Ohhh Behh”.
-”D'ora in avanti devo scendere più spesso quaggiù”.
-”Domani alle cinque ti va bene?”
-”Sì. Ci vengo a dare un saluto alla mia Frocia”.
Da quel giorno sempre alla stessa ora che è quella del The mi ha destinato continue trasfusioni di seme bollente inzuppando il suo savoiardo in quale tazza? La mia, imbandita sopra quel tavolo operatorio che sta lì. Guai a saltarne una sola, domeniche comprese.
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