Nudisti per casa - Episodio 3

di
genere
esibizionismo

Questa volta Marika la strozzo. Ha portato a casa delle amiche per farsi dare manforte in questa guerra tra la mia "tribù di carne" e la sua "tribù di stoffa". Sta approfittando della regola numero 3 della lavagnetta: si possono ospitare amici vestiti, a patto che non occupino gli spazi comuni (cucina e soggiorno); i bagni, naturalmente, sono esclusi dal divieto.
Io sono alla scrivania, al computer, impegnato con il mio videogioco preferito. Ma la "santarellina" è sadica: sfrutta il regolamento come tattica d'accerchiamento. Nella sua mente contorta, se segna punti contro di me, la sua fazione vince. La sua vera avversaria, Janine, è inattaccabile, quindi non ci prova nemmeno; con me, invece, non si fa problemi.
Io, d'altra parte, sono bloccato dalla regola numero 1: vietato coprirsi con la stoffa, ammessa solo come ornamento. Gli armadi con biancheria e vestiti sono tutti nell’atrio, all'ingresso. Un po’ come fanno i giapponesi con le scarpe, noi dobbiamo toglierci pure le mutande. Regola valida per tutti, inclusi gli ospiti, tranne quelli di Marika (regola numero 2).
Vi chiederete se le visite sappiano come recuperare la propria biancheria all’uscita. Finora non ho riscontrato problemi organizzativi: ognuno ha un cestello dove ripone tutto. Non mi risulta ci siano mai stati scambi di indumenti, a parte quella volta in cui Aristotele, il cane di Janine, si è intrufolato tra i cesti portandosi appresso le mutande di un ospite per casa. Ma, alla fine, ognuno è sempre uscito con le proprie.
Tornando a noi, le amiche di Marika si tolgono solo le scarpe. Le vedo entrare nella mia stanza, curiose di studiare l’esemplare naturista nel suo habitat, con l’aria superiore di intellettuali che analizzano un caso della fauna locale. Marika studia antropologia e le sue amiche frequentano lo stesso ambiente: in pratica, sono diventato la cavia da laboratorio di tre aspiranti scienziate.
Una di loro inizia ad armeggiare con il telefono; l'obiettivo è chiaramente fotografare "la scimmia dello zoo". Parlano tra loro in un "tecnichese" antropologico stretto che fatico a seguire. Tuttavia, non ci sto a fare l'oggetto di studio. Se mi coprissi offeso, la darei vinta a quella cretina, quindi non mostro alcun imbarazzo.
L’unica via rimasta è capovolgere la strategia di Marika. Vuole farmi vergognare della mia appartenenza alla tribù di carne? Vuole farmi sentire ridicolo? Adesso le faccio vedere io. Raccolgo tutto il coraggio necessario e mi gioco la carta dello scienziato distaccato.
— Interessante che indossiate fibre sintetiche in un ambiente con questo microclima. Non avvertite l'ostruzione dei pori? Marika non vi ha spiegato lo shock termico tra epidermide e poliestere?
Lo so, lo "scientifichese" non mi è uscito benissimo. Mi sentivo ridicolo, sbracato sulla sedia, con il mio "attributo" che non ne voleva sapere di reggere la maschera spavalda e cercava anzi di nascondersi il più possibile. Marika probabilmente ha capito il bluff, ma con le altre due poteva funzionare.
Quindi incalzo:
— In questo ambiente la fauna è molto delicata. Per non contaminare il territorio con agenti patogeni, i visitatori devono seguire un rigido protocollo di sterilizzazione: gli abiti vanno tolti.
La bionda sembra dubbiosa. Guarda Marika in attesa di conferme. Adesso è lei a sentirsi fuori posto, quasi si vergognasse di essere vestita. Il mio istinto, pur senza studi antropologici alle spalle, sembra aver fatto centro. Una delle tre, a disagio, dice chiaramente di voler andare via perché non si sente bene... vestita! La mia mossa disperata ha funzionato.
Insisto:
— State distruggendo il nostro habitat. Per entrare in questo paradiso bisogna essere nudi. Se indossi una divisa, inizi a recitare un ruolo e quel ruolo sporca la nostra armonia. È un equilibrio delicatissimo, vi prego di rispettare le regole.
Vedo la bionda animarsi: colpita dall’idea del "paradiso nudo", con piglio militante, inizia a spogliarsi rimanendo in intimo. Mi chiede dove mettere i vestiti. Le indico l’ingresso e lei, un po’ impacciata ma fiera della mossa audace, va a riporli nel cestello. Torna in stanza sorridente e orgogliosa.
Ma non mi basta.
— Tutto — le intimo.
A quel punto arrossisce, perdendo la sicurezza iniziale. Sembra pensare: "ormai ho fatto trenta, facciamo trentuno". Si sfila rapidamente mutande e reggiseno, restando nuda e imbarazzata. Fa persino una piroetta istintiva per mostrare alla compagnia i suoi attributi a 360 gradi. Ammetto di aver apprezzato l’iniziativa, così come il mio "socio" che, in virtù della vittoria, alza bandiera.
Vedo che anche la bionda gradisce il segnale. Non è più l’altezzosa che mi guardava dall’alto in basso, ora è un’alleata.
— Adesso fai parte della tribù di carne — le dico.
Marika è furibonda. Corre in cucina, afferra il pennarello e scrive sulla lavagnetta delle regole: "Vietato importunare gli ospiti con teorie scientifiche strampalate!".
Per un attimo ho avuto la sensazione che la furia di Marika fosse arrivata un secondo troppo tardi. Come se il suo sguardo sulla mia bandiera alzata, l’avesse fatta esitare.
Domani c’è il vertice settimanale e la nuova regola di Marika la cancelleremo di sicuro.
Però devo ammettere, che non riesco a smettere di pensare allo sguardo di Marika, quando la mia bandiera si è alzata. Non capisco! E’ una mia nemica? O cosa?
scritto il
2026-02-26
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