Il Sacramento della Ruggine [Vampiri - Dark - Dominazione]
di
ErosScritto
genere
fantascienza
La pioggia non cadeva su Blackmarrow. Precipitava. Scendeva dal cielo color ematoma come se Dio avesse deciso di affogare i propri errori e ricominciare tutto da capo. L’acqua puzzava di zolfo e industria, di camini spenti e speranze marcite, trasformando le strade in fiumi di fango nero.
Lydia non tremava per il freddo, anche se la sua tunica cerimoniale era ormai un sudario di seta fradicia incollata alla pelle, trasparente nei punti sbagliati. Tremava perché la porta di quercia e ferro davanti a lei era socchiusa. Il buio, all'interno, non era vuoto. Era una presenza. Una bocca spalancata pronta a inghiottire. Fallo e basta, codarda, pensò, spingendo il legno pesante con mani intorpidite. I cardini urlarono, un suono acuto come ossa di vecchi santi che si spezzano.
La sala del trono odorava di rose appassite, incenso stantio e sangue rappreso. Era vasta, una cattedrale sconsacrata dove le ombre si allungavano come dita di spettri sul pavimento a scacchi. E al centro di tutto quel nulla, c'era lui. Silas. Non sedeva sul trono di pietra nera scolpito con volti urlanti. Vi era sdraiato sopra, una pantera pallida drappeggiata in velluto scarlatto. Un calice di cristallo — pieno di un liquido troppo denso e viscoso per essere vino, non prendiamoci per il culo — era bilanciato pigramente sul bracciolo.
«Sei in ritardo, piccola offerta,» disse. La sua voce non era umana. Era il suono della terra che cade su una bara di pino. Bassa. Definitiva. Vibrava nelle ossa di Lydia ancor prima di arrivare alle orecchie. Silas si alzò. Il movimento fu liquido, uno schiaffo alle leggi della fisica. Un attimo prima era una statua di marmo immobile, un battito di ciglia dopo era in piedi, alto, una silhouette ritagliata nel buio che divorava la luce delle candele.
Lydia deglutì, sentendo la gola arida come carta vetrata. «Il ponte a est era crollato, mio Signore. Ho dovuto guadare il...» «Non mi interessano le scuse,» la interruppe lui, scivolando giù dai gradini del podio. Non camminava; scorreva verso di lei come fumo tossico. «Mi interessa solo ciò che porti nelle vene.»
Si fermò a un respiro da lei. L'aria attorno a lui gelò istantaneamente. Era bellissimo, del tipo di bellezza che fa male guardare, come fissare il sole o la lama di un coltello. Zigomi taglienti come schegge di vetro, pelle del colore del latte lunare, e occhi... Santi numi, quegli occhi. Due pozzi di inchiostro nero, privi di sclera, che riflettevano l'anima di Lydia, la pesavano e la giudicavano mancante. Silas allungò una mano. Le sue dita erano lunghe, eleganti, le unghie laccate di nero come scaglie di ossidiana. Quando il dorso della sua mano le sfiorò la guancia, Lydia sussultò violentemente. Era freddo. Non fresco. Morto. Come il marmo di una cripta nel cuore dell'inverno.
«Tremi,» sussurrò Silas. Un sorriso pigro, crudele, gli incurvò le labbra, rivelando il bianco perla dei canini appena accennati, affilati come aghi. «È la paura, Lydia? O è l'attesa?» «È il freddo,» mentì lei, distogliendo lo sguardo. Silas rise. Fu un suono breve, secco, privo di gioia. «Menti male, uccellino. Il tuo cuore sta battendo contro le tue costole come un passero in gabbia. Tum-tum. Tum-tum. Sento l'odore del tuo terrore. Ha un profumo...» inspirò vicino al suo collo, facendole rizzare i peli sulla nuca e contrarre il basso ventre, «...dolce. Come pesche lasciate a maturare troppo a lungo al sole, un attimo prima di marcire.»
Con uno scatto improvviso, violento, le afferrò i polsi e la sbatté contro la colonna di pietra più vicina. L'aria uscì dai polmoni di Lydia in uno sbuffo strozzato. Il dolore alla schiena fu acuto, ma fu subito eclissato dalla vicinanza di lui. Silas la premeva con il corpo, duro come acciaio, immobile come la morte. La seta bagnata tra i loro corpi non era una barriera; era un invito. «Ti hanno mandata qui per placare la mia sete, un tributo per salvare il tuo patetico villaggio,» mormorò lui contro le sue labbra, senza baciarla. Non ancora. «Ma ti vedo, Lydia. Vedo come mi guardi. Non sei qui solo per sanguinare.»
Una mano pallida risalì lungo la sua coscia bagnata, incurante della seta pregiata. Le dita di lui erano ghiaccio, la pelle di lei fuoco. Il contrasto le strappò un gemito involontario. Silas afferrò il tessuto della tunica all'altezza della scollatura e tirò. Il suono della stoffa che si strappava fu oscenamente forte nel silenzio della sala. L'aria gelida della stanza morse la pelle nuda del seno di Lydia, i capezzoli che si indurirono istantaneamente per il freddo e l'eccitazione. Il calore che divampò tra le sue gambe fu immediato, traditore, umiliante.
«Guardati,» ringhiò Silas, la voce che scendeva di un'ottava, diventando pura ghiaia e desiderio. «Tutta questa vita che pulsa sotto una pelle così sottile. Così fragile. Così facile da rompere.» Le sue labbra scesero sul collo di lei. Non fu un bacio gentile. Fu un assedio. Lydia gettò la testa all'indietro, ansimando, mentre la lingua fredda di Silas tracciava la linea della giugulare, assaporando il battito frenetico della vena sottostante. Sentiva i denti di lui premere contro la pelle, una minaccia costante, una promessa di violenza trattenuta a stento.
«Per favore...» gemette lei, le mani che cercavano appiglio sulle spalle larghe di lui, sulla pelle del suo farsetto. Non sapeva cosa stesse chiedendo. Pietà? Morte? O quello? «Per favore cosa?» La mano di Silas scese tra le sue gambe, trovandola già bagnata, già pronta per lui, tradita dal suo stesso corpo. «Vuoi che ti apra, Lydia? Vuoi che prenda tutto?» Lui non aspettò una risposta. Infilò due dita dentro di lei con una brutalità che le strappò un grido rauco. Lydia inarcò la schiena, le unghie che graffiavano la pelle nera della giacca di lui. Era troppo, era troppo veloce, era perfetto. Silas la lavorava con un ritmo spietato, meccanico, le dita fredde che violavano il suo calore interno, mentre i suoi occhi neri la fissavano, divorando ogni espressione del suo viso, ogni smorfia di piacere.
«Sei così calda,» sussurrò lui, con una nota di disgusto e venerazione mescolate insieme, come un ateo costretto a pregare. «Così disgustosamente viva.» Con un ringhio, Silas si staccò appena per liberarsi dai pantaloni di cuoio. Il suo membro era duro, pallido come la luna, percorso da vene scure che pulsavano di una fame antica. Sollevò Lydia come se non pesasse più di un sospiro, inchiodandola contro la pietra fredda, le gambe di lei avvolte istintivamente attorno ai suoi fianchi stretti. Non ci furono preliminari. Non c'era spazio per la dolcezza tra un mostro e il suo pasto. Silas entrò in lei con un colpo unico, devastante.
Lydia urlò, il suono che rimbalzò contro le volte gotiche del soffitto e tornò indietro a deriderla. La pienezza era insopportabile, un'invasione totale. Lui la riempiva completamente, allargandola, possedendola in un modo che nessun uomo mortale avrebbe mai potuto fare. Era ghiaccio che bruciava. «Mio...» ansimò lei, la testa che le girava, le lacrime agli occhi per l'intensità, «Dio mio...» «Il tuo Dio non è qui, ragazza,» le sibilò Silas all'orecchio, iniziando a muoversi. «Qui ci siamo solo io e il buio.»
Ogni spinta era una collisione tettonica. Silas non faceva l'amore; fotteva con la rabbia di secoli di solitudine, con la fame di una bestia che non è mai sazia. La sbatté contro la colonna, ancora e ancora, il ritmo scandito dallo schioccare della pelle contro la pelle e dai respiri spezzati di lei. Lydia si sentiva spezzare e ricomporre a ogni affondo. Il piacere era una marea nera che montava, mescolata al dolore, indistinguibile da esso. Le sue mani si persero tra i capelli corvini di lui, tirando, cercando un appiglio mentre il mondo vorticava e si restringeva a quel singolo punto di connessione.
Il freddo cadaverico della pelle di lui contro il calore febbrile di lei creava un contrasto elettrico, quasi doloroso. Lydia sentiva il piacere accumularsi alla base della spina dorsale, una pressione insopportabile che chiedeva di essere rilasciata, una corda di violino tesa fino allo spasimo. «Dimmelo,» le ordinò Silas, mordendole il lobo dell'orecchio abbastanza forte da far uscire una goccia di sangue, leccandola via subito dopo. «Dimmi a chi appartieni.» «A te,» singhiozzò lei, muovendo i fianchi per andargli incontro, disperata, persa. «Sono tua, Silas. Solo tua.»
Quella confessione spezzò l'ultimo residuo di controllo del vampiro. Silas ringhiò, un suono gutturale che vibrava nel petto di entrambi, e accelerò. I colpi divennero frenetici, animali, sfocati dalla velocità sovrannaturale. Lydia era sull'orlo del precipizio. Vedeva luci bianche esplodere dietro le palpebre chiuse. «Silas, ti prego, ora, ora!» Nel momento esatto in cui lei iniziò a spasimare, stringendosi attorno alla sua verga in contrazioni violente, Silas affondò i denti.
Non fu dolore. O forse lo fu, ma era un dolore così accecante da diventare estasi. I canini perforarono la carne tenera tra il collo e la spalla, affondando in profondità. Lydia urlò, ma il suono morì nella gola, trasformandosi in un gorgoglio estatico mentre Silas cominciava a bere. La sensazione fu indescrivibile. Sentiva la sua vita fluire via, risucchiata dal mostro che la stava scopando, e al suo posto entrava un piacere liquido, narcotico, dorato. Il veleno del vampiro le entrava nel sangue proprio mentre lui le prendeva l'anima. Mentre il suo orgasmo esplodeva, devastandole i nervi e inarcandole la schiena fino al limite, sentì il sangue abbandonarla al ritmo del cuore che impazziva. Era un doppio annegamento. La piccola morte e la grande morte che danzavano un valzer sulla sua pelle.
Silas venne con un ruggito strozzato, versando il suo seme freddo dentro di lei mentre ingoiava il suo sangue caldo. Un baratto sacrilego. Vita per vita. Seme per sangue. Lydia scivolò in un abisso di velluto nero, dove non esisteva più il tempo, né la pioggia, né la paura. C'era solo lui. Il sapore metallico del rame e l'odore ferroso della ruggine.
Quando riprese i sensi, era a terra. La pietra era dura sotto la schiena nuda, ma qualcuno — qualcosa — le aveva gettato addosso un mantello pesante, foderato di pelliccia. Lydia batté le palpebre, sentendosi debole, svuotata, come un guscio di cicala lasciato al sole troppo a lungo. Si portò una mano al collo, le dita tremanti. Le due ferite erano già chiuse, sigillate dalla saliva del vampiro, lasciando solo due cicatrici rosate perfettamente circolari. Un marchio. Una firma.
Silas era tornato al suo trono. Aveva recuperato il calice e lo stava facendo roteare, osservando il liquido scuro all'interno con aria annoiata, quasi malinconica. Sembrava non fosse successo nulla, se non fosse stato per la macchia di sangue fresco che gli sporcava il mento pallido e il disordine dei suoi abiti. «Ti sei comportata bene, Lydia,» disse lui, senza guardarla. La sua voce era tornata quella di un lord, distaccata, arrogante e terribilmente lontana. Lydia provò ad alzarsi, ma le gambe le cedettero. Era un tremito diverso ora. Non era più paura. Era dipendenza. Sentiva già il vuoto fisico dove prima c'era stata la sua presenza invasiva. Il suo corpo gridava per averlo ancora.
«Cosa... cosa succede adesso?» gracchiò lei. La sua voce era roca, spezzata dalle urla. Silas si voltò lentamente. I suoi occhi neri brillarono nell'oscurità come stelle morte. «Adesso ti alzi. Ti pulisci. E torni al tuo villaggio,» disse, prendendo un sorso dal calice, come a brindare alla sua stessa dannazione. «E preghi qualunque dio tu abbia che io non abbia fame domani notte.»
Fece una pausa, e un sorriso sghembo, terribile e bellissimo, gli tagliò il viso, rivelando i denti ancora macchiati di rosso. «Anche se sappiamo entrambi che tornerai, Lydia di Blackmarrow. Non perché devi. Non per salvare la tua gente. Ma perché il resto del mondo, ora, ti sembrerà solo grigio. Tutto il cibo avrà sapore di cenere in confronto a questo.»
Lydia si strinse nel mantello che sapeva di lui. Di sangue antico, spezie rare e pericolo. Fuori, la pioggia continuava a scrosciare, illudendosi di poter lavare via i peccati di Silvertown. Ma Silas aveva ragione. Nessuna pioggia, nessun diluvio universale avrebbe mai potuto lavare via ciò che era appena diventata. Si alzò, barcollando come un'ubriaca, e fece un inchino incerto, devoto, verso il mostro sul trono. Non era una vittima sopravvissuta. Era una fedele battezzata nel sangue. E la messa era appena iniziata.
Lydia non tremava per il freddo, anche se la sua tunica cerimoniale era ormai un sudario di seta fradicia incollata alla pelle, trasparente nei punti sbagliati. Tremava perché la porta di quercia e ferro davanti a lei era socchiusa. Il buio, all'interno, non era vuoto. Era una presenza. Una bocca spalancata pronta a inghiottire. Fallo e basta, codarda, pensò, spingendo il legno pesante con mani intorpidite. I cardini urlarono, un suono acuto come ossa di vecchi santi che si spezzano.
La sala del trono odorava di rose appassite, incenso stantio e sangue rappreso. Era vasta, una cattedrale sconsacrata dove le ombre si allungavano come dita di spettri sul pavimento a scacchi. E al centro di tutto quel nulla, c'era lui. Silas. Non sedeva sul trono di pietra nera scolpito con volti urlanti. Vi era sdraiato sopra, una pantera pallida drappeggiata in velluto scarlatto. Un calice di cristallo — pieno di un liquido troppo denso e viscoso per essere vino, non prendiamoci per il culo — era bilanciato pigramente sul bracciolo.
«Sei in ritardo, piccola offerta,» disse. La sua voce non era umana. Era il suono della terra che cade su una bara di pino. Bassa. Definitiva. Vibrava nelle ossa di Lydia ancor prima di arrivare alle orecchie. Silas si alzò. Il movimento fu liquido, uno schiaffo alle leggi della fisica. Un attimo prima era una statua di marmo immobile, un battito di ciglia dopo era in piedi, alto, una silhouette ritagliata nel buio che divorava la luce delle candele.
Lydia deglutì, sentendo la gola arida come carta vetrata. «Il ponte a est era crollato, mio Signore. Ho dovuto guadare il...» «Non mi interessano le scuse,» la interruppe lui, scivolando giù dai gradini del podio. Non camminava; scorreva verso di lei come fumo tossico. «Mi interessa solo ciò che porti nelle vene.»
Si fermò a un respiro da lei. L'aria attorno a lui gelò istantaneamente. Era bellissimo, del tipo di bellezza che fa male guardare, come fissare il sole o la lama di un coltello. Zigomi taglienti come schegge di vetro, pelle del colore del latte lunare, e occhi... Santi numi, quegli occhi. Due pozzi di inchiostro nero, privi di sclera, che riflettevano l'anima di Lydia, la pesavano e la giudicavano mancante. Silas allungò una mano. Le sue dita erano lunghe, eleganti, le unghie laccate di nero come scaglie di ossidiana. Quando il dorso della sua mano le sfiorò la guancia, Lydia sussultò violentemente. Era freddo. Non fresco. Morto. Come il marmo di una cripta nel cuore dell'inverno.
«Tremi,» sussurrò Silas. Un sorriso pigro, crudele, gli incurvò le labbra, rivelando il bianco perla dei canini appena accennati, affilati come aghi. «È la paura, Lydia? O è l'attesa?» «È il freddo,» mentì lei, distogliendo lo sguardo. Silas rise. Fu un suono breve, secco, privo di gioia. «Menti male, uccellino. Il tuo cuore sta battendo contro le tue costole come un passero in gabbia. Tum-tum. Tum-tum. Sento l'odore del tuo terrore. Ha un profumo...» inspirò vicino al suo collo, facendole rizzare i peli sulla nuca e contrarre il basso ventre, «...dolce. Come pesche lasciate a maturare troppo a lungo al sole, un attimo prima di marcire.»
Con uno scatto improvviso, violento, le afferrò i polsi e la sbatté contro la colonna di pietra più vicina. L'aria uscì dai polmoni di Lydia in uno sbuffo strozzato. Il dolore alla schiena fu acuto, ma fu subito eclissato dalla vicinanza di lui. Silas la premeva con il corpo, duro come acciaio, immobile come la morte. La seta bagnata tra i loro corpi non era una barriera; era un invito. «Ti hanno mandata qui per placare la mia sete, un tributo per salvare il tuo patetico villaggio,» mormorò lui contro le sue labbra, senza baciarla. Non ancora. «Ma ti vedo, Lydia. Vedo come mi guardi. Non sei qui solo per sanguinare.»
Una mano pallida risalì lungo la sua coscia bagnata, incurante della seta pregiata. Le dita di lui erano ghiaccio, la pelle di lei fuoco. Il contrasto le strappò un gemito involontario. Silas afferrò il tessuto della tunica all'altezza della scollatura e tirò. Il suono della stoffa che si strappava fu oscenamente forte nel silenzio della sala. L'aria gelida della stanza morse la pelle nuda del seno di Lydia, i capezzoli che si indurirono istantaneamente per il freddo e l'eccitazione. Il calore che divampò tra le sue gambe fu immediato, traditore, umiliante.
«Guardati,» ringhiò Silas, la voce che scendeva di un'ottava, diventando pura ghiaia e desiderio. «Tutta questa vita che pulsa sotto una pelle così sottile. Così fragile. Così facile da rompere.» Le sue labbra scesero sul collo di lei. Non fu un bacio gentile. Fu un assedio. Lydia gettò la testa all'indietro, ansimando, mentre la lingua fredda di Silas tracciava la linea della giugulare, assaporando il battito frenetico della vena sottostante. Sentiva i denti di lui premere contro la pelle, una minaccia costante, una promessa di violenza trattenuta a stento.
«Per favore...» gemette lei, le mani che cercavano appiglio sulle spalle larghe di lui, sulla pelle del suo farsetto. Non sapeva cosa stesse chiedendo. Pietà? Morte? O quello? «Per favore cosa?» La mano di Silas scese tra le sue gambe, trovandola già bagnata, già pronta per lui, tradita dal suo stesso corpo. «Vuoi che ti apra, Lydia? Vuoi che prenda tutto?» Lui non aspettò una risposta. Infilò due dita dentro di lei con una brutalità che le strappò un grido rauco. Lydia inarcò la schiena, le unghie che graffiavano la pelle nera della giacca di lui. Era troppo, era troppo veloce, era perfetto. Silas la lavorava con un ritmo spietato, meccanico, le dita fredde che violavano il suo calore interno, mentre i suoi occhi neri la fissavano, divorando ogni espressione del suo viso, ogni smorfia di piacere.
«Sei così calda,» sussurrò lui, con una nota di disgusto e venerazione mescolate insieme, come un ateo costretto a pregare. «Così disgustosamente viva.» Con un ringhio, Silas si staccò appena per liberarsi dai pantaloni di cuoio. Il suo membro era duro, pallido come la luna, percorso da vene scure che pulsavano di una fame antica. Sollevò Lydia come se non pesasse più di un sospiro, inchiodandola contro la pietra fredda, le gambe di lei avvolte istintivamente attorno ai suoi fianchi stretti. Non ci furono preliminari. Non c'era spazio per la dolcezza tra un mostro e il suo pasto. Silas entrò in lei con un colpo unico, devastante.
Lydia urlò, il suono che rimbalzò contro le volte gotiche del soffitto e tornò indietro a deriderla. La pienezza era insopportabile, un'invasione totale. Lui la riempiva completamente, allargandola, possedendola in un modo che nessun uomo mortale avrebbe mai potuto fare. Era ghiaccio che bruciava. «Mio...» ansimò lei, la testa che le girava, le lacrime agli occhi per l'intensità, «Dio mio...» «Il tuo Dio non è qui, ragazza,» le sibilò Silas all'orecchio, iniziando a muoversi. «Qui ci siamo solo io e il buio.»
Ogni spinta era una collisione tettonica. Silas non faceva l'amore; fotteva con la rabbia di secoli di solitudine, con la fame di una bestia che non è mai sazia. La sbatté contro la colonna, ancora e ancora, il ritmo scandito dallo schioccare della pelle contro la pelle e dai respiri spezzati di lei. Lydia si sentiva spezzare e ricomporre a ogni affondo. Il piacere era una marea nera che montava, mescolata al dolore, indistinguibile da esso. Le sue mani si persero tra i capelli corvini di lui, tirando, cercando un appiglio mentre il mondo vorticava e si restringeva a quel singolo punto di connessione.
Il freddo cadaverico della pelle di lui contro il calore febbrile di lei creava un contrasto elettrico, quasi doloroso. Lydia sentiva il piacere accumularsi alla base della spina dorsale, una pressione insopportabile che chiedeva di essere rilasciata, una corda di violino tesa fino allo spasimo. «Dimmelo,» le ordinò Silas, mordendole il lobo dell'orecchio abbastanza forte da far uscire una goccia di sangue, leccandola via subito dopo. «Dimmi a chi appartieni.» «A te,» singhiozzò lei, muovendo i fianchi per andargli incontro, disperata, persa. «Sono tua, Silas. Solo tua.»
Quella confessione spezzò l'ultimo residuo di controllo del vampiro. Silas ringhiò, un suono gutturale che vibrava nel petto di entrambi, e accelerò. I colpi divennero frenetici, animali, sfocati dalla velocità sovrannaturale. Lydia era sull'orlo del precipizio. Vedeva luci bianche esplodere dietro le palpebre chiuse. «Silas, ti prego, ora, ora!» Nel momento esatto in cui lei iniziò a spasimare, stringendosi attorno alla sua verga in contrazioni violente, Silas affondò i denti.
Non fu dolore. O forse lo fu, ma era un dolore così accecante da diventare estasi. I canini perforarono la carne tenera tra il collo e la spalla, affondando in profondità. Lydia urlò, ma il suono morì nella gola, trasformandosi in un gorgoglio estatico mentre Silas cominciava a bere. La sensazione fu indescrivibile. Sentiva la sua vita fluire via, risucchiata dal mostro che la stava scopando, e al suo posto entrava un piacere liquido, narcotico, dorato. Il veleno del vampiro le entrava nel sangue proprio mentre lui le prendeva l'anima. Mentre il suo orgasmo esplodeva, devastandole i nervi e inarcandole la schiena fino al limite, sentì il sangue abbandonarla al ritmo del cuore che impazziva. Era un doppio annegamento. La piccola morte e la grande morte che danzavano un valzer sulla sua pelle.
Silas venne con un ruggito strozzato, versando il suo seme freddo dentro di lei mentre ingoiava il suo sangue caldo. Un baratto sacrilego. Vita per vita. Seme per sangue. Lydia scivolò in un abisso di velluto nero, dove non esisteva più il tempo, né la pioggia, né la paura. C'era solo lui. Il sapore metallico del rame e l'odore ferroso della ruggine.
Quando riprese i sensi, era a terra. La pietra era dura sotto la schiena nuda, ma qualcuno — qualcosa — le aveva gettato addosso un mantello pesante, foderato di pelliccia. Lydia batté le palpebre, sentendosi debole, svuotata, come un guscio di cicala lasciato al sole troppo a lungo. Si portò una mano al collo, le dita tremanti. Le due ferite erano già chiuse, sigillate dalla saliva del vampiro, lasciando solo due cicatrici rosate perfettamente circolari. Un marchio. Una firma.
Silas era tornato al suo trono. Aveva recuperato il calice e lo stava facendo roteare, osservando il liquido scuro all'interno con aria annoiata, quasi malinconica. Sembrava non fosse successo nulla, se non fosse stato per la macchia di sangue fresco che gli sporcava il mento pallido e il disordine dei suoi abiti. «Ti sei comportata bene, Lydia,» disse lui, senza guardarla. La sua voce era tornata quella di un lord, distaccata, arrogante e terribilmente lontana. Lydia provò ad alzarsi, ma le gambe le cedettero. Era un tremito diverso ora. Non era più paura. Era dipendenza. Sentiva già il vuoto fisico dove prima c'era stata la sua presenza invasiva. Il suo corpo gridava per averlo ancora.
«Cosa... cosa succede adesso?» gracchiò lei. La sua voce era roca, spezzata dalle urla. Silas si voltò lentamente. I suoi occhi neri brillarono nell'oscurità come stelle morte. «Adesso ti alzi. Ti pulisci. E torni al tuo villaggio,» disse, prendendo un sorso dal calice, come a brindare alla sua stessa dannazione. «E preghi qualunque dio tu abbia che io non abbia fame domani notte.»
Fece una pausa, e un sorriso sghembo, terribile e bellissimo, gli tagliò il viso, rivelando i denti ancora macchiati di rosso. «Anche se sappiamo entrambi che tornerai, Lydia di Blackmarrow. Non perché devi. Non per salvare la tua gente. Ma perché il resto del mondo, ora, ti sembrerà solo grigio. Tutto il cibo avrà sapore di cenere in confronto a questo.»
Lydia si strinse nel mantello che sapeva di lui. Di sangue antico, spezie rare e pericolo. Fuori, la pioggia continuava a scrosciare, illudendosi di poter lavare via i peccati di Silvertown. Ma Silas aveva ragione. Nessuna pioggia, nessun diluvio universale avrebbe mai potuto lavare via ciò che era appena diventata. Si alzò, barcollando come un'ubriaca, e fece un inchino incerto, devoto, verso il mostro sul trono. Non era una vittima sopravvissuta. Era una fedele battezzata nel sangue. E la messa era appena iniziata.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
Il confine della porta a vetri
Commenti dei lettori al racconto erotico