La confessione di Maria - Capitolo 3: Il Sacrificio Notturno

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confessioni

Domenica notte pioveva. Un temporale autunnale fastidioso, rumoroso. Avevo lasciato il portone laterale socchiuso. Un rischio enorme, ma non potevo fare altrimenti. Aspettavo seduto sull'ultimo banco, al buio. Ogni ombra mi sembrava un accusatore. Quando arrivò, entrò portando con sé folate di vento e acqua. Era fradicia. Il trench beige era scuro per la pioggia sulle spalle.

Chiusi il portone col catenaccio. Il rumore del ferro fu definitivo. «Hai freddo?» le chiesi. Una domanda stupida. Tremava. Non rispose. Si avvicinò e mi baciò. Aveva le labbra gelide, sapeva di pioggia. Non ci dicemmo niente. Le parole avrebbero solo rovinato la necessità di quel momento. La portai verso l'altare, non per blasfemia, ma perché lì c'era il tappeto ed era l'unico punto meno gelido del pavimento. Si tolse il trench bagnato lasciandolo cadere a terra. Sotto aveva un vestito semplice, che si sfilò dalla testa con difficoltà perché la stoffa umida le si incollava addosso. Rimase in biancheria. Un completo normale, un po' consumato dai lavaggi, niente pizzi elaborati. Quella normalità mi eccitò più di qualsiasi fantasia.

Mi spogliai anch'io, inciampando nella tonaca mentre cercavo di toglierla. Nudi, nella penombra della chiesa, eravamo solo due corpi pallidi e imperfetti. La feci stendere sui gradini dell'altare, sopra il mio mantello che avevo steso a terra. Il marmo sotto doveva essere comunque freddo, perché lei sussultò quando la schiena toccò terra. Mi misi sopra di lei. «Alessandro...» sussurrò. Entrai. Fu difficile all'inizio, eravamo tesi, contratti dal freddo e dalla paura. Ma appena fui dentro, il calore ci avvolse. Iniziammo a muoverci. Non c'era tecnica, non c'erano acrobazie. C'era solo il bisogno disperato di attrito, di sentirsi vivi in quel luogo di marmo e silenzio. Il rumore della nostra pelle che sbatteva era coperto dai tuoni fuori. La guardavo in faccia. Aveva gli occhi chiusi, le labbra serrate, un'espressione che era metà piacere e metà dolore. Io venivo da anni di astinenza. Non durai molto. «Maria, non ce la faccio,» ansimai. «Vieni,» mi rispose lei, stringendomi forte la schiena con le unghie, facendomi male. «Vieni dentro.»

L'orgasmo fu una scarica violenta, brutale. Mi svuotai dentro di lei con spasmi che mi fecero vedere bianco, crollandole addosso pesantemente. Restammo lì, schiacciati uno sull'altro, il mio sudore che si mischiava alla sua pelle bagnata dalla pioggia. Il cuore mi batteva così forte che temevo mi scoppiasse nel petto. Il silenzio tornò nella chiesa, più pesante di prima. Ci rivestimmo in fretta, senza guardarci troppo, vergognandoci improvvisamente della nostra nudità ora che l'impulso era soddisfatto. Lei si rimise il trench bagnato. «Devo andare,» disse. «Se smette di piovere qualcuno potrebbe vedermi uscire.» Annuii. Non c'era niente da dire.

La accompagnai alla porta. Prima di uscire, si fermò un attimo, la mano sulla maniglia. «Dovrò confessarmi di nuovo, vero?» chiese, con un sorriso amaro, privo di gioia. La guardai. Mi sentivo sporco, eppure non mi ero mai sentito così umano. «Il confessionale apre alle sette, Maria,» risposi piano. «Ma credo che dovrai cercare un altro prete. Quello che c'è qui non può assolvere nessuno.» Lei mi sfiorò la mano, un tocco leggero, e sparì nella notte e nella pioggia. Chiusi il catenaccio. Mi voltai verso l'altare vuoto, sapendo che non sarei mai più stato lo stesso.
scritto il
2026-01-19
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