Il confine della porta a vetri

di
genere
tradimenti

La casa era finalmente sprofondata in un silenzio denso, quasi palpabile, interrotto solo dal ronzio monotono e ritmico del frigorifero, un battito cardiaco meccanico nel cuore della notte. A romperlo, c'era anche il respiro pesante, quasi un russare sommesso, di Marco, crollato sul divano del salotto. La camicia bianca, un tempo impeccabile, era sbottonata a metà, un lembo penzoloni, a rivelare un pezzo di pelle stanca. Tre bottiglie di vino, svuotate con una velocità quasi imbarazzante, giacevano sul tavolino basso, testimoni silenziose di una serata come tante, affogata nell'oblio confortante dell'alcol.

Io, Anna, ero in cucina. Stavo in piedi, appoggiata al freddo metallo del lavello, le mani ancora umide di acqua gelida. Era un tentativo futile, lo sapevo, di scacciare il calore insopportabile di quella notte di luglio. Sentivo la mia pelle pulsare, accaldata, ogni fibra ipersensibile, come se l'aria stessa fosse troppo ruvida. Ma non era solo il caldo estivo. Non ero sola. Lo sentivo, la sua presenza elettrica, alle mie spalle, ancor prima che i miei occhi potessero registrarlo.

Luca non se n'era andato. Non aveva mai avuto intenzione di andarsene.

«Dorme come un sasso,» ha mormorato una voce bassa, roca, proprio a ridosso del mio orecchio. Il sussurro mi ha attraversato il corpo come una scarica, ma ho mantenuto la mia posizione. Non mi sono girata subito. Ho fissato il mio riflesso incerto sul vetro scuro della finestra, e dietro di me, ho visto anche il suo. Luca era lì, a meno di mezzo metro. Le maniche della camicia scura arrotolate sugli avambracci scolpiti, rivelando tendini tesi. L'odore, inconfondibile, di tabacco e dopobarba costoso, sovrastava in un istante l'odore stantio e acido del vino sulla mia pelle.

«Dovresti andare a casa, Luca,» ho provato a dire. Ma la mia voce è uscita spezzata, un filo sottile di suono che non conteneva alcuna reale convinzione. Era più una constatazione che un ordine. Continuavo a non muovermi, immobilizzata da una forza che non riconoscevo.

Lui ha fatto un passo avanti, un movimento minimo ma definitivo. Ho sentito il calore del suo corpo irradiarsi contro la mia schiena, quasi a toccarmi senza farlo davvero. Era il gioco malato che andava avanti da anni, una tortura raffinata: sguardi che duravano un attimo di troppo, rubati durante le grigliate domenicali, sfioramenti accidentali nei corridoi stretti della nostra vita sociale condivisa, battute a doppio senso lasciate cadere con noncuranza che colpivano dritto al mio centro. Ma stasera l'atmosfera era diversa, satura di attesa. Stasera Marco dormiva a soli cinque metri di distanza, un corpo incosciente in un sonno alcolico, e quella consapevolezza agiva su di noi come benzina purissima su un fuoco lento.

«Non voglio andare a casa,» ha risposto lui. E in quel momento, la sua mano, grande, forte e ruvida, si è posata sul mio fianco. Non era un gesto amichevole, non un saluto. Le dita hanno stretto il tessuto leggero e impalpabile del mio vestito di seta, tirandomi impercettibilmente ma inesorabilmente verso di lui.

Il cuore mi è salito in gola, un tamburo impazzito che minacciava di squarciarmi le costole. Era sbagliato, tutto sbagliato. Era l'amico più caro di mio marito. Era il tradimento nella sua forma più pura, più volgare e crudele. Mi sono voltata, lentamente, quasi in trance, e ho trovato i suoi occhi scuri che mi divoravano, che mi spogliavano con una fame arretrata di un decennio. Non c'era traccia di amicizia in quello sguardo, solo un desiderio brutale e finalmente liberato.

«Se si sveglia...» ho provato a dire, l'ultima, flebile difesa che riuscivo a radunare.

Luca ha sorriso, un lampo bianco e predatore nel buio della cucina, e prima che potessi fare o dire altro, mi ha spinto con una violenza inaspettata contro il bordo del lavello, incastrandosi immediatamente tra le mie gambe. La sua erezione era già dura e inequivocabile contro il mio ventre. «Allora faremo meglio a non farlo gridare,» ha sussurrato, il suo fiato caldo che sapeva di tabacco e promesse proibite, prima di catturare la mia bocca con una prepotenza che mi ha tolto letteralmente il respiro.

Non è stato un bacio. È stato un assalto, un'affermazione di possesso. La sua lingua ha invaso la mia bocca con il sapore di vino rosso e tabacco, un mix stordente che mi ha ubriacata più di qualsiasi alcolico. Le sue mani non mi accarezzavano; mi marcavano, mi reclamavano. Una mi stringeva la nuca con forza, costringendomi ad accogliere la sua foga animalesca, l'altra scendeva rapida e possessiva, tracciando la curva della mia schiena fino a strizzare senza delicatezza la carne morbida del fianco.

Ho soffocato un gemito gutturale nella sua bocca, un suono che non sapevo di poter emettere. Il bordo di marmo freddo del lavello premeva contro i miei reni, un contrasto scioccante con il calore bestiale del corpo di Luca schiacciato contro il mio. Sentivo la durezza della sua eccitazione premere contro il mio ventre attraverso i vestiti leggeri, una promessa minacciosa e irresistibilmente invitante.

All'improvviso, un rumore secco dal salotto. Il divano che scricchiolava forte, un gemito di molle usurate.

Ci siamo pietrificati all'istante, le nostre labbra ancora unite per un millisecondo di troppo, i respiri bloccati in gola. Ho spalancato gli occhi, il cuore che batteva così forte da farmi male alle costole. Ho guardato oltre la spalla massiccia di Luca, verso l'arco buio che separava la cucina dal salotto. Marco ha emesso un grugnito rauco nel sonno, si è girato pesantemente su un fianco, e poi ha ripreso a respirare con quel ritmo profondo e rassicurante.

Era ancora addormentato. Ma si era girato. Era rivolto verso di noi. Se avesse aperto gli occhi in quell'istante, avrebbe visto ogni cosa con la crudezza di una fotografia: sua moglie schiacciata contro il lavello, il vestito sollevato, il suo migliore amico con le mani addosso a lei.

Avremmo dovuto interromperci. Quello era il segnale di Dio, o del destino, che ci urlava di smetterla. Ma Luca mi ha guardata negli occhi, le sue pupille dilatate, nere, folli di adrenalina e desiderio. Invece di staccarsi, ha sorriso. Un sorriso sporco, di pura e semplice sfida. L'adrenalina del "quasi scoperti" aveva spazzato via ogni residuo, ogni microscopica particella di razionalità.

«Zitta...» mi ha sussurrato a un millimetro dalle labbra, non una preghiera, ma un ordine che mi ha fatto tremare le ginocchia fino a farle battere l'una contro l'altra.

Senza rompere il contatto visivo, la sua mano non si è mossa a slacciare nulla. È scivolata giù. Ha afferrato l'orlo del mio vestito estivo e lo ha tirato su con uno strappo deciso e impaziente, accumulando la seta sulla mia vita. L'aria condizionata gelida mi ha colpito la pelle nuda delle cosce, facendomi venire la pelle d'oca, ma un secondo dopo la sua mano calda, ruvida, callosa, era lì. Profonda, sull'interno coscia.

Ho inarcato la schiena, gettando la testa all'indietro, mordendomi il labbro inferiore fino a sentire il sapore metallico del sangue, per non urlare. Le sue dita non sono state gentili. Hanno scostato l'ultimo ostacolo di pizzo con un gesto quasi violento, trovandomi già bagnata, pronta in un modo che mi imbarazzava nella sua immediatezza.

«Dio... sei fradicia per me,» ha ringhiato piano, la sua voce impastata di un desiderio che era quasi rabbia. Sentire quelle parole volgari, cariche di sesso, dette proprio lì, nella mia cucina perfetta, mentre mio marito dormiva a pochi metri, ha mandato in cortocircuito il mio cervello.

Mi ha sollevata di peso, senza sforzo, facendomi sedere sul marmo freddo del piano cucina, spostando con fragore piatti e bicchieri che hanno tintinnato pericolosamente. «Apri le gambe,» ha ordinato in un sussurro rauco. «Voglio vedere mentre lo faccio.»

Ho obbedito. Non ero più Anna, la moglie. Non ero più la padrona di casa. Ero solo carne esposta, un nervo scoperto che aspettava solo di essere toccato. Mentre lui armeggiava freneticamente con la cintura dei suoi jeans, il rumore metallico della fibbia è sembrato uno sparo nel silenzio irreale della casa.

Ho lanciato un'altra occhiata terrorizzata verso il salotto. Marco non si è mosso. Luca ha afferrato i miei fianchi, i pollici che affondavano nella carne morbida, e mi ha tirata verso il bordo del ripiano, verso di lui. «Non fare rumore,» mi ha avvertita, e c'era una nota di crudeltà eccitante nella sua voce. «Se ti sente, siamo morti.»

E poi è entrato. Un colpo secco, profondo, che mi ha riempita completamente, togliendomi il fiato dai polmoni. Ho affondato le unghie nelle sue spalle muscolose, spalancando la bocca in un urlo muto che è morto contro il suo collo sudato. Il ritmo che ha imposto subito non era quello di un amante. Era veloce, furioso, il sesso rubato di chi sa di avere i minuti, i secondi, contati. Ogni spinta rischiava di far tremare i bicchieri, ogni nostro respiro affannoso era una scommessa giocata contro il silenzio.

Il ritmo di Luca è diventato frenetico, disperato. Non c'era più tecnica, solo attrito crudo e bisogno animale. Il sudore gli imperlava la fronte, e una goccia è caduta sul mio seno nudo, scivolando giù come una lacrima bollente. Ogni spinta mi scuoteva fin dentro le ossa. Sentivo il piacere montare come un'onda scura, inarrestabile, mescolato al terrore puro e acuto di essere scoperta.

Poi, il mondo si è fermato.

«...Anna?»

La voce di Marco. Roca, impastata dal sonno e dall'alcol, ma inequivocabile. Proveniva dal buio del salotto. Non era un grugnito stavolta. Era una domanda. Si era svegliato.

Il sangue mi si è gelato nelle vene, trasformandosi in ghiaccio puro. I miei occhi si sono spalancati, fissi in quelli di Luca. Avremmo dovuto staccarci. Avremmo dovuto saltare via l'uno dall'altra come due molle rilasciate, ricomporci, scappare. Ma eravamo troppo vicini, troppo incastrati.

Luca non si è fermato. Al contrario, sentire la voce del suo migliore amico chiamare il mio nome ha fatto scattare qualcosa di primordiale nel suo cervello. Ha stretto i denti, un ringhio silenzioso gli ha deformato il viso. Ha lasciato andare il mio fianco e mi ha premuto una mano sulla bocca con forza, soffocando il mio respiro, mentre con il bacino ha dato tre colpi finali, brutali, profondissimi, definitivi.

«Anna, sei di là?» La voce di Marco si è fatta più vicina, e si è unita al rumore inconfondibile di passi strascicati sul parquet.

In quel secondo di follia pura, mentre sentivo i passi di mio marito avvicinarsi all'arco della cucina, sono esplosa. Il mio orgasmo è arrivato violento, uno spasmo che mi ha fatto inarcare contro il petto sudato di Luca, mentre lui si riversava dentro di me con un sussulto che gli ha fatto tremare le spalle. Ho urlato contro il palmo della sua mano, le lacrime agli occhi per l'intensità insopportabile del piacere mescolato all'orrore della paura.

I passi si sono fermati sulla soglia.

Luca si è staccato da me con uno strappo umido, quasi doloroso. In un secondo, con una lucidità militare che mi ha sbalordita, mi ha rimesso giù dal bancone. Le mie gambe erano gelatina, stavo per crollare a terra, ma lui mi ha sorretta per un gomito mentre tirava su la zip dei suoi jeans con un gesto secco, rapido. Io ho tirato giù il vestito con mani tremanti, coprendo le cosce ancora bagnate, il respiro che usciva a scatti irregolari, impossibili da calmare.

La luce della cucina si è accesa di colpo, accecandomi.

Ho strizzato gli occhi, abbagliata dal bianco improvviso. Quando li ho riaperti, Marco era lì. Era appoggiato allo stipite della porta, i capelli scompigliati dal sonno, gli occhi rossi e gonfi, a malapena a fuoco. Il mio cuore batteva così forte che ero sicura potesse sentirlo rimbombare nella stanza, un tamburo scandaloso. Eravamo lì, io e Luca, a un metro di distanza l'uno dall'altra. L'aria odorava pesantemente di sesso, di muschio, di sudore. Era così evidente, così denso che sembrava di poterlo toccare.

Marco ha guardato me, il mio viso pallido e gli occhi lucidi. Poi ha guardato Luca. C'è stato un silenzio che è durato un'eternità, un'eternità fatta di millisecondi di terrore. Ho pensato: È finita. Sa tutto. Ci ha scoperti.

Luca si è voltato verso di lui, con una calma glaciale e innaturale che mi ha terrorizzata più della sua foga di poco prima. Ha preso il pacchetto di sigarette dal tavolo, con mano ferma. «Scusa, amico,» ha detto Luca, con voce tranquilla, anche se leggermente più roca e profonda del solito. «Stavamo parlando di lavoro, un attimo, e mi è venuta sete. Ti ho svegliato?»

Marco ha sbattuto le palpebre, confuso, ancora mezzo ubriaco, a lottare con la realtà. Ha guardato il bicchiere d'acqua vuoto sul tavolo. Poi ha guardato me. Io mi sono appoggiata al lavello, incrociando le braccia al petto per nascondere i capezzoli ancora turgidi sotto la seta leggera, cercando disperatamente di controllare il tremore incontrollabile delle ginocchia. «Sì...» ho sussurrato, la voce rotta. «Stavamo solo... bevendo un bicchiere d'acqua, dopo tutto quel vino.»

Marco ha sbadigliato, grattandosi distrattamente la pancia. «Ah. Ok. Pensavo... non so, ho sentito dei rumori. Strano.» Ha fatto spallucce, troppo stanco, troppo ubriaco per indagare su quell'elettricità strana e pericolosa nell'aria. «Vado a pisciare e torno a letto. Luca, ti fermi qui o chiamo un taxi?»

«Vado,» ha risposto Luca, senza degnarmi di uno sguardo. «È tardi, devo guidare.»

Marco è sparito nel corridoio verso il bagno. Siamo rimasti soli, ancora per un istante, il tempo di un respiro affannoso. Luca si è avvicinato a me un'ultima volta. Non mi ha toccata. Si è chinato verso il mio orecchio, mentre sentivo il rumore dello sciacquone dall'altra parte della casa, un suono domestico e rassicurante.

«Non lavarti,» mi ha sussurrato, le parole un ordine perentorio e osceno. «Voglio sapere che vai a dormire accanto a lui sentendo ancora me dentro di te. Il mio odore.»

Si è girato e se ne è andato, con la stessa calma innaturale con cui era arrivato, lasciandomi sola nella cucina fredda, tremante, devastata e terribilmente, spaventosamente viva.
scritto il
2026-01-26
1 9 9
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.