Reset a mezzanotte - Capitolo 1: Il biglietto vincente

di
genere
fantascienza

Martedì 14 Ottobre. Ore 07:00. La sveglia suonò con lo stesso, odioso bip elettronico di sempre. Aprii gli occhi fissando il soffitto macchiato di umidità del mio bilocale in affitto. Mi sentivo uno schifo. La sera prima avevo bevuto troppo per dimenticare la giornata orrenda in ufficio: Veronica, la mia responsabile, mi aveva umiliato davanti a tutti per un report sbagliato, e Sara, la collega carina della scrivania a fianco, mi aveva raccontato per mezz'ora del suo weekend romantico col fidanzato.

Mi alzai, trascinandomi in bagno. Caffè, doccia, vestiti. Camicia azzurra (quella un po' lisa sul colletto), pantaloni grigi. Solita divisa da fantasma. Uscii di casa. Presi la metro alle 07:45. Vidi la solita ragazza bionda, quella con le gambe chilometriche e l'aria snob, salire sulla carrozza di testa. Come sempre, non ebbi il coraggio nemmeno di guardarla in faccia. Arrivai in ufficio. Veronica mi urlò contro. Rovesciai il caffè sulla scrivania di Sara. Tornai a casa depresso. Mi addormentai a mezzanotte in punto.-----BIP-BIP-BIP. Aprii gli occhi. La luce era strana. Guardai il telefono.
Martedì 14 Ottobre. Ore 07:00.
«Che cazzo...?» mormorai. Forse il telefono si era impallato. Mi alzai. In cucina, la tazzina del caffè che avevo lasciato nel lavandino la sera prima non c'era. Era nella credenza, pulita. Accesi la radio. Lo speaker annunciò la data: Martedì 14 Ottobre. Le stesse notizie di ieri. Uscii di casa con il cuore che batteva a mille. Tutto era identico. Lo stesso cane che abbaiava, lo stesso vicino che buttava la spazzatura.

Ero confuso, spaventato. Ma poi, mentre ero sulla banchina della metro aspettando il treno delle 07:45, un pensiero assurdo, folle, iniziò a farsi strada nel mio cervello. Se era la stessa giornata... allora ieri non era mai successo. E se domani mi fossi svegliato di nuovo oggi? Significava che potevo fare qualsiasi cosa. Qualsiasi. E a mezzanotte, il tasto Reset avrebbe cancellato tutto. Niente multe. Niente licenziamenti. Niente schiaffi. Nessuna conseguenza.

Il treno arrivò sferragliando. Le porte si aprirono. Ed eccola lì. La bionda. Indossava una gonna nera strettissima e una camicetta di seta color crema. Teneva un libro in mano e aveva quell'espressione di chi non vuole essere disturbato da nessuno, specialmente da un impiegato mediocre come me. Ieri — o nel "primo" martedì — mi ero messo in un angolo a fissarmi le scarpe. Oggi entrai spingendo, deciso. Il vagone era pieno zeppo. L'ora di punta. Corpi pressati contro corpi, odore di deodorante e fretta. Mi piazzai proprio dietro di lei.

Sentivo il profumo dei suoi capelli. Shampoo alla mela e qualcosa di più costoso. Il treno partì con uno scossone. La folla oscillò. Io non mi tenni agli appositi sostegni. Mi lasciai cadere in avanti, premendo tutto il mio corpo contro la sua schiena. Lei si irrigidì. Normalmente, mi sarei scusato e ritratto terrorizzato. Ma oggi no. Oggi avevo il biglietto vincente della lotteria cosmica. Rimasi lì. Premuto contro il suo sedere. Lei non si spostò. Non poteva, eravamo sardine. Mi avvicinai al suo orecchio. Potevo vedere la peluria bionda sul suo collo e il lobo perfetto. «Hai un profumo incredibile,» sussurrai. La mia voce era bassa, roca, sicura come non lo era mai stata.

Lei girò leggermente la testa. Vidi il suo profilo. Era sorpresa, ma non disgustata. Forse era la mia audacia. O forse anche lei si annoiava a morte su quel treno. «Scusa?» chiese, ma senza rabbia. «Ho detto che profumi di sesso,» risposi, e mentre lo dicevo feci scivolare la mano destra lungo il suo fianco. Fu un gesto elettrico. Sentii i suoi muscoli contrarsi sotto la seta. Non mi fermai. La mano scese, sfacciata, coperta dalla calca di cappotti e borse degli altri passeggeri. Arrivai sul suo sedere. La palpai. Una stretta decisa, piena, possessiva. Lei emise un piccolo sussulto, ma invece di urlare o darmi uno schiaffo, fece una cosa che mi mandò il sangue al cervello: spinse il sedere indietro. Contro il mio pacco.

Ero duro in un istante. Un'erezione dolorosa, immediata. «Ti piace, stronza?» le sussurrai, sentendomi un dio. Non ero io a parlare, era la libertà assoluta. «Sei pazzo... ci vedono,» sibilò lei, ma la sua voce tremava di eccitazione. «Non ci vede nessuno. Sono tutti morti dentro, guardano i telefoni. Ci siamo solo io e te.»

Feci scivolare la mano sotto l'orlo della sua gonna. Era corta, facile. Toccai il nylon delle calze. Risalii. L'interno coscia era caldo, bollente. Lei allargò impercettibilmente le gambe per farmi spazio. Niente mutandine coprenti. Toccai il pizzo del perizoma. E poi la pelle nuda. Era bagnata. Quella scoperta mi fece quasi venire un infarto. La donna di ghiaccio era bagnata fradicia in mezzo alla metro delle otto di mattina. «Gesù...» ansimai. Spostai il tassello del perizoma con due dita. Trovai il suo clitoride, piccolo e duro, e iniziai a strofinarlo con movimenti circolari, veloci.

Lei buttò la testa all'indietro, appoggiandosi alla mia spalla. «Non... non fermarti...» gemette piano. Per fortuna il rumore del treno in corsa copriva tutto. Infilai un dito dentro di lei. Era stretta, calda, scivolosa. Iniziai a pompare con il dito, mentre con il pollice la stuzzicavo fuori. Il mio bacino si muoveva contro il suo sedere, simulando una penetrazione che i pantaloni mi impedivano di completare, ma che sentivo comunque vivida. Lei iniziò a respirare a scatti. Artigliava la mia manica con le unghie laccate di rosso. «Sto per... sto per...» «Vieni,» le ordinai. «Vieni qui, in mezzo a tutti questi sfigati.»

Il treno frenò bruscamente per entrare in stazione. Lo scossone fu il colpo di grazia. Lei ebbe uno spasmo violento contro la mia mano. Sentii i suoi muscoli contrarsi ritmicamente attorno al mio dito, inondandomi di umori caldi. Soffocò un grido mordendosi il labbro inferiore così forte da farlo diventare bianco. Io venni nei pantaloni, senza nemmeno toccarmi, solo per la pura follia di quello che stavo facendo. Un orgasmo intenso, liberatorio, che mi lasciò le ginocchia molli.

Le porte si aprirono. La folla iniziò a defluire. Lei si staccò da me, barcollando. Si sistemò la gonna con un gesto rapido. Si voltò a guardarmi per la prima volta. Aveva le guance in fiamme, gli occhi lucidi, le pupille dilatate. Mi guardò con un misto di shock e lussuria pura. Sembrava volesse dirmi qualcosa, chiedermi il numero, o forse schiaffeggiarmi. Le feci un sorriso sghembo, da canaglia. «Buona giornata,» le dissi. Scesi dal treno e mi persi nella folla, sentendomi il padrone del mondo.-----Arrivai in ufficio fischiettando. Veronica mi urlò contro anche quel giorno, ma io la guardai immaginando come sarebbe stata a quattro zampe sulla sua scrivania di mogano. Aspetta e vedrai, pensai. Alle 23:59 mi misi a letto, nudo, con un sorriso ebete stampato in faccia. Chiusi gli occhi.

BIP-BIP-BIP.
Martedì 14 Ottobre. Ore 07:00.
Mi svegliai fresco come una rosa. La donna della metro era andata. Cancellata. Ma io ricordavo tutto. E oggi... oggi avevo voglia di provare qualcosa di diverso. Magari con Sara. Magari proprio qui, in ascensore.
scritto il
2026-01-20
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