Reset a mezzanotte - Capitolo 2: Sotto la Scrivania

di
genere
fantascienza

Martedì 14 Ottobre. Ore 09:15.

Ero al mio quinto "Martedì 14 Ottobre". O forse era il sesto? Avevo perso il conto, ma non importava. Avevo saltato la bionda della metro. Ormai quella missione l'avevo completata ("livello sbloccato", direbbe un gamer) e la ripetizione mi annoiava. Oggi avevo un obiettivo più ambizioso e molto più vicino a me. Sara. La ragazza della scrivania accanto. Quella con i capelli castani sempre legati in una coda ordinata, gli occhiali spessi e le gonne al ginocchio che urlavano "brava ragazza fidanzata".

Nei primi due loop, avevo passato la giornata ad ascoltarla piagnucolare. Sapevo tutto. Sapevo che il suo fidanzato, Marco, si era dimenticato del loro anniversario domenica. Sapevo che ieri sera avevano litigato perché lui preferiva il calcetto a lei. Sapevo che stamattina aveva una voglia disperata di un muffin ai mirtilli di quella pasticceria che stava dall'altra parte della città, ma non aveva fatto in tempo a prenderlo. Sapevo esattamente quali bottoni premere.

Arrivai in ufficio fischiettando. Sara era già lì, testa bassa sulla tastiera, occhi gonfi. Stava scrivendo una mail, probabilmente di scuse a quel cretino del suo ragazzo. Mi avvicinai e, senza dire una parola, posai sulla sua scrivania un sacchetto di carta oleata ancora caldo. L'odore di mirtilli e zucchero invase l'open space asettico. Lei alzò la testa, confusa. «Luca? Cos'è?» «Muffin ai mirtilli. Quelli buoni, di via Roma,» dissi, sedendomi alla mia postazione con nonchalance e accendendo il PC. «Ho pensato che ne avessi bisogno. Marco è un coglione, Sara. Non ti merita.»

Lei sgranò gli occhi dietro le lenti. «Come... come fai a sapere che abbiamo litigato? Non l'ho detto a nessuno.» Mi voltai verso di lei, sfoderando il mio sorriso migliore. Quello di chi sa tutto. «Ho un sesto senso. E poi ti ho vista. Sei troppo bella per essere così triste di martedì mattina.»

La vidi arrossire violentemente. In anni di scrivanie vicine, non le avevo mai fatto un complimento. «Grazie...» sussurrò, aprendo il sacchetto e mordendo il dolce come se fosse la sua unica salvezza. Passai la mattinata a lavorarmi il terreno. Niente lavoro vero (tanto il report sarebbe stato cancellato a mezzanotte), solo attenzioni mirate. Le mandavo messaggi sulla chat interna dell'ufficio, battute sporche che la facevano ridere nervosamente, sguardi intensi ogni volta che lei si girava. Sapevo che era vulnerabile. Sapevo che voleva vendicarsi del fidanzato. Dovevo solo darle l'occasione.

Alle 11:30, l'ufficio si svuotò per la pausa caffè anticipata. Veronica, la capa, era chiusa nel suo acquario di vetro in riunione telefonica. Eravamo praticamente soli nella nostra isola di scrivanie. Sara fece cadere una penna. Si chinò per raccoglierla. La vidi sparire sotto la scrivania. Non ci pensai due volte. Mi alzai, feci due passi e mi infilai sotto la sua scrivania, gattonando nel piccolo spazio angusto tra la cassettiera e le sue gambe. Lei sussultò, sbattendo quasi la testa contro il piano del tavolo. «Luca! Che diavolo fai? Esci subito!» sibilò, terrorizzata che qualcuno ci vedesse. «Shhh...» le misi un dito sulle labbra. «Stai ferma. Continua a lavorare. Se qualcuno passa, non deve notare nulla.»

Eravamo in una bolla. Sopra di noi c'era il mondo normale: i telefoni che squillavano, il ronzio delle stampanti. Sotto, c'era la penombra, l'odore della moquette sintetica e il profumo delle sue gambe. Lei indossava calze color carne e una gonna grigia. Teneva le gambe strette. «Sei pazzo,» mi disse, ma non si spostò. «Sono solo stanco di vederti infelice,» mentii spudoratamente. «Voglio farti stare bene, Sara. Ora.»

Le presi le caviglie e le allargai le gambe con decisione. Lei oppose una debole resistenza, poi cedette, bloccata tra la curiosità e la paura. Spinsi la sedia con le rotelle leggermente indietro per avere spazio. Posai la testa tra le sue cosce. Attraverso il nylon delle calze vedevo l'ombra scura della sua intimità. «Luca, ti prego... Veronica potrebbe uscire...» «Allora non urlare,» risposi.

Spostai il tassello delle mutandine di cotone bianco col naso. Niente preliminari. Iniziai a leccarla attraverso la fessura, con movimenti lunghi e bagnati. Sopra di me, sentii Sara inspirare bruscamente. Le sue mani, che un attimo prima cercavano di spingermi via, scattarono ad afferrare il bordo della scrivania, le nocche bianche per lo sforzo. «Oh mio Dio...» Iniziai a usare la lingua con ritmo. Sapevo dai loop precedenti che Sara era sensibile, quasi reattiva. Bastava poco. La sentivo inarcare la schiena sulla sedia ergonomica. Immaginavo la scena da fuori: lei seduta composta davanti al monitor, con gli occhi rovesciati all'indietro e la bocca aperta in un muto grido di piacere, mentre io lavoravo tra le sue gambe.

Improvvisamente, il telefono sulla sua scrivania iniziò a squillare. Il trillo acuto ci fece sobbalzare entrambi. Lei guardò giù, verso di me, col panico negli occhi. «Rispondi,» le mimai con le labbra, sorridendo in modo diabolico. «Non posso...» «Rispondi, Sara. O smetto.» Era un ricatto delizioso. Lei tremava. Allungò una mano tremante sopra il tavolo e sollevò la cornetta. «Pronto... pronto, amministrazione?» disse, la voce che usciva strozzata, più alta di un'ottava.

Era un fornitore. Chiedeva di una fattura. Approfittai di quel momento per infilarle due dita dentro, spingendo verso l'alto, mentre succhiavo il clitoride con forza. Lei emise un suono che era metà colpo di tosse e metà gemito. «Sì... sì, la fattura... numero... oh Dio...» balbettò al telefono. Spinsi più forte. Volevo che perdesse il controllo. Volevo vedere se riuscivo a farla venire mentre parlava di contabilità. «Le... le passo il... aaah...» Non ce la fece. Lasciò cadere la cornetta sulla scrivania con un tonfo secco. Le sue cosce si chiusero a tenaglia attorno alla mia testa, intrappolandomi. Venne con una serie di spasmi lunghi, scuotendo la sedia, i piedi che scalciavano contro la cassettiera metallica facendo un baccano infernale. Io continuai a bere tutto, godendomi ogni secondo del suo crollo.

Restammo così per un minuto. Io con la faccia tra le sue gambe, lei afflosciata sulla sedia, il telefono che emetteva il suono di "occupato" sopra le nostre teste. Mi sfilai da sotto la scrivania, aggiustandomi i capelli. Avevo un crampo al collo, ma ne era valsa la pena. Mi rialzai. Sara mi guardava come se fossi un alieno. Aveva i capelli scompigliati e la camicetta fuori posto. «Sei... sei un mostro,» sussurrò, ma nei suoi occhi c'era solo gratitudine e lussuria. Le feci l'occhiolino, pulendomi un angolo della bocca col pollice. «È solo martedì, Sara. Goditela.»

Tornai al mio posto e aprii un file Excel a caso. Guardai l'orologio sul muro. Mezzogiorno. Mancavano ancora dodici ore al reset. Guardai verso l'ufficio a vetri di Veronica. La vidi gesticolare al telefono, severa, impeccabile nel suo tailleur nero, i capelli biondi raccolti in uno chignon perfetto che chiedeva solo di essere disfatto. Il boss finale. Avevo bisogno di allenarmi ancora un po'. Magari un altro paio di loop con Sara per perfezionare la tecnica, e poi sarei stato pronto per la scalata al vertice.

Sorrisi allo schermo del computer. Amo i martedì.
scritto il
2026-01-20
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