La confessione di Maria - Capitolo 2: L'Offerta Floreale
di
ErosScritto
genere
confessioni
Passarono tre giorni. Tre giorni in cui evitai di incrociare il suo sguardo durante l'omelia. Giovedì pomeriggio ero in sagrestia. Stavo sistemando i calici, un lavoro noioso che mi serviva per non pensare. La porta si aprì. Maria entrò con un mazzo di gigli avvolti nella carta di giornale. «Per l'altare,» disse secca. Era vestita "da ufficio": camicia bianca, gonna grigia al ginocchio. Niente di provocante, all'apparenza. Ma c'era una tensione elettrica nella stanza che rendeva l'aria irrespirabile.
«Mettili sul tavolo,» dissi, senza girarmi, fingendo di cercare qualcosa nell'armadio. Sentii il fruscio della carta, poi un tonfo leggero. E poi silenzio. Mi voltai. Maria era appoggiata al tavolo con le mani, guardava i fiori. Poi alzò lo sguardo su di me. I suoi occhi erano lucidi, stanchi. «Non riesco a smettere di pensarci, Alessandro.» Niente "Padre". Il mio nome, detto da lei, suonò come una sentenza. «Maria, per favore...» «Tu non ci pensi?» mi chiese, facendo un passo verso di me.
Eravamo soli. La porta era chiusa, ma il sacrestano poteva arrivare da un momento all'altro. Quella paura, invece di fermarmi, fu benzina sul fuoco. Non risposi. La guardai e basta. Lei interpretò il mio silenzio per quello che era: una resa. Si avvicinò ancora, finché non fummo a dieci centimetri di distanza. Sentivo il calore del suo corpo. «Sono stanca di pregare per farla passare,» sussurrò.
Mi spinse leggermente indietro, fino a farmi urtare contro il cassettone dei paramenti. Le mie mani, quasi indipendenti dalla mia volontà, le afferrarono i fianchi. Sentii la stoffa della camicia e il calore della pelle sotto. Fu un attimo. La lucidità sparì. L'avvicinai a me con uno strattone goffo. Lei emise un suono strozzato e premette il bacino contro il mio. Sentì la mia erezione attraverso la tonaca e sgranò gli occhi, sorpresa e compiaciuta. «Dio...» mormorò.
Alzai la sua gonna con mani che tremavano. Non c'era nulla di elegante. Le calze di nylon erano ruvide sotto i miei polpastrelli. Arrivai all'elastico delle mutandine, gliele tirai giù quel tanto che bastava per liberare la zona. Lei ansimava, guardando la porta chiusa con terrore ed eccitazione. Infilai la mano. Era bagnata, calda in modo sconvolgente rispetto all'aria fredda della sagrestia. «Zitta,» le sibilai all'orecchio, più per paura di essere sentiti che per dominazione. «Non fare rumore.» Iniziai a toccarla, goffamente, velocemente. Lei nascose la faccia nel mio collo per soffocare i gemiti, mordendomi la pelle sopra il colletto romano.
Poi si staccò di colpo, scese in ginocchio. Non fu un gesto di devozione. Fu fretta. Tirò su la mia tonaca, armeggiò con la cintura dei miei pantaloni. Ci mise un attimo di troppo perché le tremavano le mani. Quando finalmente mi liberò, il contatto con l'aria fredda fu uno shock, subito sostituito dal calore della sua bocca. Non fu un sesso da film porno. Fu disordinato, veloce, pieno di denti che sfioravano per sbaglio e sospiri rotti. Io tenevo le mani sulla sua testa, guardando la porta, con il terrore che si aprisse e il desiderio che lei non smettesse mai. Venni in pochi minuti, soffocando un grido, le gambe che mi cedevano. Lei ingoiò, tossì leggermente, si pulì la bocca con il dorso della mano. Si alzò in piedi, si sistemò la gonna e i capelli. Eravamo entrambi rossi in viso, colpevoli, stravolti. «Domenica,» disse solo. E uscì quasi correndo.
«Mettili sul tavolo,» dissi, senza girarmi, fingendo di cercare qualcosa nell'armadio. Sentii il fruscio della carta, poi un tonfo leggero. E poi silenzio. Mi voltai. Maria era appoggiata al tavolo con le mani, guardava i fiori. Poi alzò lo sguardo su di me. I suoi occhi erano lucidi, stanchi. «Non riesco a smettere di pensarci, Alessandro.» Niente "Padre". Il mio nome, detto da lei, suonò come una sentenza. «Maria, per favore...» «Tu non ci pensi?» mi chiese, facendo un passo verso di me.
Eravamo soli. La porta era chiusa, ma il sacrestano poteva arrivare da un momento all'altro. Quella paura, invece di fermarmi, fu benzina sul fuoco. Non risposi. La guardai e basta. Lei interpretò il mio silenzio per quello che era: una resa. Si avvicinò ancora, finché non fummo a dieci centimetri di distanza. Sentivo il calore del suo corpo. «Sono stanca di pregare per farla passare,» sussurrò.
Mi spinse leggermente indietro, fino a farmi urtare contro il cassettone dei paramenti. Le mie mani, quasi indipendenti dalla mia volontà, le afferrarono i fianchi. Sentii la stoffa della camicia e il calore della pelle sotto. Fu un attimo. La lucidità sparì. L'avvicinai a me con uno strattone goffo. Lei emise un suono strozzato e premette il bacino contro il mio. Sentì la mia erezione attraverso la tonaca e sgranò gli occhi, sorpresa e compiaciuta. «Dio...» mormorò.
Alzai la sua gonna con mani che tremavano. Non c'era nulla di elegante. Le calze di nylon erano ruvide sotto i miei polpastrelli. Arrivai all'elastico delle mutandine, gliele tirai giù quel tanto che bastava per liberare la zona. Lei ansimava, guardando la porta chiusa con terrore ed eccitazione. Infilai la mano. Era bagnata, calda in modo sconvolgente rispetto all'aria fredda della sagrestia. «Zitta,» le sibilai all'orecchio, più per paura di essere sentiti che per dominazione. «Non fare rumore.» Iniziai a toccarla, goffamente, velocemente. Lei nascose la faccia nel mio collo per soffocare i gemiti, mordendomi la pelle sopra il colletto romano.
Poi si staccò di colpo, scese in ginocchio. Non fu un gesto di devozione. Fu fretta. Tirò su la mia tonaca, armeggiò con la cintura dei miei pantaloni. Ci mise un attimo di troppo perché le tremavano le mani. Quando finalmente mi liberò, il contatto con l'aria fredda fu uno shock, subito sostituito dal calore della sua bocca. Non fu un sesso da film porno. Fu disordinato, veloce, pieno di denti che sfioravano per sbaglio e sospiri rotti. Io tenevo le mani sulla sua testa, guardando la porta, con il terrore che si aprisse e il desiderio che lei non smettesse mai. Venni in pochi minuti, soffocando un grido, le gambe che mi cedevano. Lei ingoiò, tossì leggermente, si pulì la bocca con il dorso della mano. Si alzò in piedi, si sistemò la gonna e i capelli. Eravamo entrambi rossi in viso, colpevoli, stravolti. «Domenica,» disse solo. E uscì quasi correndo.
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