Cortesia di buon vicinato (POV Gianfranco)
di
ErosScritto
genere
etero
La domenica pomeriggio ha un sapore particolare quando vivi da solo. È un misto di noia e silenzio, interrotto solo dal ronzio del frigorifero o dal rumore lontano del traffico cittadino. Mi ero versato il primo bicchiere di Barolo, godendomi la libertà di girare per casa in vestaglia alle quattro del pomeriggio, quando sentii bussare.
Due colpi. Timidi, esitanti. Non era il bussare del portinaio o di un corriere frettoloso. Sorrisi tra me e me. Eccola. Sapevo che sarebbe arrivata. Erano mesi che la sentivo rallentare il passo davanti alla mia porta. Erano settimane che intercettavo i suoi sguardi nello specchio dell'ascensore, quegli occhi grandi e scuri che mi scrutavano per poi fuggire via appena mi voltavo. La ragazzina del terzo piano era cresciuta, e la curiosità le stava divorando il buon senso.
Aprii la porta senza fretta. Ylenia era lì, aggrappata a un pacchetto di cartone come se fosse un salvagente in mezzo all'oceano. Jeans attillati, una maglietta che le scivolava su una spalla. Era fresca, acerba, splendidamente agitata. «Ylenia?» finsi sorpresa, tenendo la voce bassa. «Mi scusi, Gianfranco... il corriere ha lasciato questo giù da me per errore». La scusa era patetica. Il corriere non sbagliava mai interno da anni. Le tremava la voce. Era terrorizzata e, proprio per questo, incredibilmente eccitante. Mi appoggiai allo stipite, bloccandole la visuale e costringendola a guardarmi. Vidi i suoi occhi scendere sul mio petto scoperto, sulla fessura della vestaglia. Non li distolse subito. Brava.
«Non restare lì fuori, entra un attimo,» le dissi, facendomi da parte quel tanto che bastava per costringerla a sfiorarmi passando. «Ho appena aperto un rosso che merita di essere assaggiato».
Entrò. Si muoveva nel mio salotto con la grazia nervosa di un cerbiatto che ha fiutato il pericolo ma è troppo affascinato per scappare. Le porsi il bicchiere. Le sue dita sfiorarono le mie. Erano fredde, sudate. «È buono, è un Barolo d'annata. Forse un po' troppo corposo per una ragazzina abituata agli spritz, mhm?» La vidi avvampare. Colpita. Le piaceva essere trattata da bambina, anche se cercava di fare la donna vissuta. Si sedette sul bordo del divano, le ginocchia serrate. Io restai in piedi, appoggiato alla scrivania. Sapevo esattamente cosa stavo facendo lasciando che la vestaglia si aprisse sulla gamba. Volevo vedere fin dove arrivava il suo coraggio. E lei guardava. Dio, se guardava.
«Allora, Ylenia... I tuoi genitori come stanno? È un po' che non li vedo.» Era crudele, lo ammetto. Evocare la famiglia, il tabù, la vergogna. Ma era necessario. Volevo vedere se il senso di colpa l'avrebbe fatta scappare. «Bene. Sono... sono via per il weekend.» La risposta arrivò come un'offerta su un piatto d'argento. Non c'era nessuno a controllarla. Il campo era libero.
Posai il bicchiere. Il rumore secco del vetro sul legno la fece trasalire. Mi avvicinai lentamente. Potevo sentire il suo profumo, un odore dolce, di vaniglia o qualcosa di simile, mischiato all'odore acre della sua eccitazione. Mi fermai davanti a lei. La sovrastavo. Lei dovette alzare il mento, esponendo la gola bianca e pulsante. «Sei nervosa,» dissi. «No, io... devo andare, Gianfranco. Davvero.» Mentiva. Se avesse voluto andare, si sarebbe alzata. Invece era incollata a quel divano. Le sue labbra dicevano "no", ma il suo corpo gridava "prendimi".
Mi chinai su di lei, intrappolandola tra le mie braccia appoggiate ai braccioli. Vidi le sue pupille dilatarsi. «Non devi andare da nessuna parte, Ylenia.» Le toccai il viso. La sua pelle era liscia, elastica, priva dei segni del tempo che solcavano la mia. Un contrasto inebriante. «Tremi,» sussurrai, godendomi il potere che avevo su di lei. «Tremi perché ti stai chiedendo come sarebbe. È da mesi che ti vedo spiarmi dalla finestra...» Negò, debolmente. Le premetti il pollice sulla bocca. Le sue labbra erano morbide, umide. «Hai vent'anni, Ylenia... Scommetto che sei curiosa di sapere cosa può fare un uomo che non ha fretta.»
Le afferrai la nuca. I capelli erano setosi tra le mie dita. Sentii il suo respiro spezzarsi. Si aspettava che la baciassi. Si aspettava che la travolgessi, togliendole la responsabilità di scegliere. Ma sarebbe stato troppo facile. E io volevo di più. Volevo che fosse lei a cadere.
Mi staccai di colpo. Lei rimase lì, con la bocca socchiusa, confusa, abbandonata. «No, Ylenia,» dissi, tornando verso la mia poltrona preferita. «Troppo facile.» Mi sedetti. Allargai le gambe, lasciando che la seta blu scivolasse via, esponendo ciò che lei era venuta a cercare. Incrociai le mani sul ventre e la guardai. «Se vuoi che succeda, devi venire qui. Devi essere tu a toccarmi per prima.»
Il silenzio nella stanza divenne elettrico. Sentivo i meccanismi nella sua testa girare all'impazzata. La vergogna contro il desiderio. La paura contro la curiosità. Era il momento della verità. Se fosse uscita da quella porta, non l'avrei mai più cercata. Ma non uscì. Si alzò. Tremava come una foglia, ma fece un passo. Poi un altro. Quando si fermò tra le mie gambe, sentii il calore del suo corpo irradiarsi verso il mio. Alzai lo sguardo sul suo viso arrossato, sul petto che si alzava e abbassava freneticamente. Era bellissima nella sua sottomissione.
«Bene,» mormorai. «E adesso?» Vederla scivolare in ginocchio sul mio tappeto fu un'immagine che avrei conservato a lungo. Si fece piccola, sottomessa, alzando quegli occhi da cerbiatta verso i miei. «Sei una brava ragazza, Ylenia.» Le sue mani tremanti armeggiarono con la mia cintura. Era impacciata, inesperta. E questo mi eccitava più di qualsiasi tecnica raffinata. Quando le sue dita fredde toccarono la mia pelle attraverso l'apertura dei boxer, dovetti trattenere un gemito. Era reale. Stava succedendo.
La vestaglia si aprì. «Guardami, Ylenia,» ordinai. Volevo che vedesse l'effetto che aveva su un uomo di sessant'anni. «Dillo. Di' al tuo vicino di casa cosa vuoi fargli.» «Voglio... voglio sentirti in gola, Gianfranco.» La volgarità sulle sue labbra innocenti fu la scintilla finale. Le afferrai la testa. Non c'era più spazio per la gentilezza. La guidai verso di me, sentendo la sua bocca calda accogliermi. Non era esperta, ma era entusiasta. E la sensazione della sua lingua, della sua saliva, mista alla consapevolezza che tre piani sopra di noi i suoi genitori probabilmente avevano una mia foto in qualche album di condominio, era un afrodisiaco potentissimo.
Mi presi quello che mi offriva. La usai con metodo, affondando nel suo calore, imponendo il mio ritmo al suo respiro. Sentivo le sue mani piccole stringermi le cosce, sentivo i suoi piccoli suoni soffocati. «Non ti fermare, ragazzina,» ringhiai quando sentii l'onda arrivare. «Prendilo tutto.» Venire nella bocca di una ventenne, nel silenzio della mia casa, fu un'esplosione di vitalità pura.
Quando finii, mi lasciai andare contro lo schienale per un attimo, recuperando il controllo. Lei era lì, accasciata ai miei piedi, stordita. Mi ricomposi velocemente. Non volevo coccole, non volevo chiacchiere post-coitali che avrebbero rovinato la perfezione di quel momento illecito. Mi alzai, chiusi la vestaglia. Tornai ad essere il signor Gianfranco. Presi il pacco dalla scrivania e glielo porsi mentre lei si rialzava a fatica. «Il tuo pacco, Ylenia. Non dimenticarlo.»
Lei mi guardò. C'era confusione nei suoi occhi, ma anche una nuova luce. Una luce complice. «Grazie,» sussurrò. Sorrisi internamente. Prego. L'accompagnai alla porta. Controllai lo spioncino: via libera. «Vai piano sulle scale,» le dissi, godendomi il rossore che le tornava sulle guance al tono paterno. «E Ylenia?» Si fermò. «La prossima volta che il corriere sbaglia... non aspettare così tanto a scendere.»
Chiusi la porta. Rimasi un attimo nel disimpegno, ascoltando i suoi passi leggeri che scendevano le scale. Mi passai una mano sul viso, sentendo ancora il suo odore addosso. Andai in cucina a versarmi un altro bicchiere di Barolo. Avevo la netta sensazione che il corriere avrebbe sbagliato molto spesso nelle prossime settimane. E se non lo avesse fatto lui, ci avrei pensato io a intercettare la posta.
Due colpi. Timidi, esitanti. Non era il bussare del portinaio o di un corriere frettoloso. Sorrisi tra me e me. Eccola. Sapevo che sarebbe arrivata. Erano mesi che la sentivo rallentare il passo davanti alla mia porta. Erano settimane che intercettavo i suoi sguardi nello specchio dell'ascensore, quegli occhi grandi e scuri che mi scrutavano per poi fuggire via appena mi voltavo. La ragazzina del terzo piano era cresciuta, e la curiosità le stava divorando il buon senso.
Aprii la porta senza fretta. Ylenia era lì, aggrappata a un pacchetto di cartone come se fosse un salvagente in mezzo all'oceano. Jeans attillati, una maglietta che le scivolava su una spalla. Era fresca, acerba, splendidamente agitata. «Ylenia?» finsi sorpresa, tenendo la voce bassa. «Mi scusi, Gianfranco... il corriere ha lasciato questo giù da me per errore». La scusa era patetica. Il corriere non sbagliava mai interno da anni. Le tremava la voce. Era terrorizzata e, proprio per questo, incredibilmente eccitante. Mi appoggiai allo stipite, bloccandole la visuale e costringendola a guardarmi. Vidi i suoi occhi scendere sul mio petto scoperto, sulla fessura della vestaglia. Non li distolse subito. Brava.
«Non restare lì fuori, entra un attimo,» le dissi, facendomi da parte quel tanto che bastava per costringerla a sfiorarmi passando. «Ho appena aperto un rosso che merita di essere assaggiato».
Entrò. Si muoveva nel mio salotto con la grazia nervosa di un cerbiatto che ha fiutato il pericolo ma è troppo affascinato per scappare. Le porsi il bicchiere. Le sue dita sfiorarono le mie. Erano fredde, sudate. «È buono, è un Barolo d'annata. Forse un po' troppo corposo per una ragazzina abituata agli spritz, mhm?» La vidi avvampare. Colpita. Le piaceva essere trattata da bambina, anche se cercava di fare la donna vissuta. Si sedette sul bordo del divano, le ginocchia serrate. Io restai in piedi, appoggiato alla scrivania. Sapevo esattamente cosa stavo facendo lasciando che la vestaglia si aprisse sulla gamba. Volevo vedere fin dove arrivava il suo coraggio. E lei guardava. Dio, se guardava.
«Allora, Ylenia... I tuoi genitori come stanno? È un po' che non li vedo.» Era crudele, lo ammetto. Evocare la famiglia, il tabù, la vergogna. Ma era necessario. Volevo vedere se il senso di colpa l'avrebbe fatta scappare. «Bene. Sono... sono via per il weekend.» La risposta arrivò come un'offerta su un piatto d'argento. Non c'era nessuno a controllarla. Il campo era libero.
Posai il bicchiere. Il rumore secco del vetro sul legno la fece trasalire. Mi avvicinai lentamente. Potevo sentire il suo profumo, un odore dolce, di vaniglia o qualcosa di simile, mischiato all'odore acre della sua eccitazione. Mi fermai davanti a lei. La sovrastavo. Lei dovette alzare il mento, esponendo la gola bianca e pulsante. «Sei nervosa,» dissi. «No, io... devo andare, Gianfranco. Davvero.» Mentiva. Se avesse voluto andare, si sarebbe alzata. Invece era incollata a quel divano. Le sue labbra dicevano "no", ma il suo corpo gridava "prendimi".
Mi chinai su di lei, intrappolandola tra le mie braccia appoggiate ai braccioli. Vidi le sue pupille dilatarsi. «Non devi andare da nessuna parte, Ylenia.» Le toccai il viso. La sua pelle era liscia, elastica, priva dei segni del tempo che solcavano la mia. Un contrasto inebriante. «Tremi,» sussurrai, godendomi il potere che avevo su di lei. «Tremi perché ti stai chiedendo come sarebbe. È da mesi che ti vedo spiarmi dalla finestra...» Negò, debolmente. Le premetti il pollice sulla bocca. Le sue labbra erano morbide, umide. «Hai vent'anni, Ylenia... Scommetto che sei curiosa di sapere cosa può fare un uomo che non ha fretta.»
Le afferrai la nuca. I capelli erano setosi tra le mie dita. Sentii il suo respiro spezzarsi. Si aspettava che la baciassi. Si aspettava che la travolgessi, togliendole la responsabilità di scegliere. Ma sarebbe stato troppo facile. E io volevo di più. Volevo che fosse lei a cadere.
Mi staccai di colpo. Lei rimase lì, con la bocca socchiusa, confusa, abbandonata. «No, Ylenia,» dissi, tornando verso la mia poltrona preferita. «Troppo facile.» Mi sedetti. Allargai le gambe, lasciando che la seta blu scivolasse via, esponendo ciò che lei era venuta a cercare. Incrociai le mani sul ventre e la guardai. «Se vuoi che succeda, devi venire qui. Devi essere tu a toccarmi per prima.»
Il silenzio nella stanza divenne elettrico. Sentivo i meccanismi nella sua testa girare all'impazzata. La vergogna contro il desiderio. La paura contro la curiosità. Era il momento della verità. Se fosse uscita da quella porta, non l'avrei mai più cercata. Ma non uscì. Si alzò. Tremava come una foglia, ma fece un passo. Poi un altro. Quando si fermò tra le mie gambe, sentii il calore del suo corpo irradiarsi verso il mio. Alzai lo sguardo sul suo viso arrossato, sul petto che si alzava e abbassava freneticamente. Era bellissima nella sua sottomissione.
«Bene,» mormorai. «E adesso?» Vederla scivolare in ginocchio sul mio tappeto fu un'immagine che avrei conservato a lungo. Si fece piccola, sottomessa, alzando quegli occhi da cerbiatta verso i miei. «Sei una brava ragazza, Ylenia.» Le sue mani tremanti armeggiarono con la mia cintura. Era impacciata, inesperta. E questo mi eccitava più di qualsiasi tecnica raffinata. Quando le sue dita fredde toccarono la mia pelle attraverso l'apertura dei boxer, dovetti trattenere un gemito. Era reale. Stava succedendo.
La vestaglia si aprì. «Guardami, Ylenia,» ordinai. Volevo che vedesse l'effetto che aveva su un uomo di sessant'anni. «Dillo. Di' al tuo vicino di casa cosa vuoi fargli.» «Voglio... voglio sentirti in gola, Gianfranco.» La volgarità sulle sue labbra innocenti fu la scintilla finale. Le afferrai la testa. Non c'era più spazio per la gentilezza. La guidai verso di me, sentendo la sua bocca calda accogliermi. Non era esperta, ma era entusiasta. E la sensazione della sua lingua, della sua saliva, mista alla consapevolezza che tre piani sopra di noi i suoi genitori probabilmente avevano una mia foto in qualche album di condominio, era un afrodisiaco potentissimo.
Mi presi quello che mi offriva. La usai con metodo, affondando nel suo calore, imponendo il mio ritmo al suo respiro. Sentivo le sue mani piccole stringermi le cosce, sentivo i suoi piccoli suoni soffocati. «Non ti fermare, ragazzina,» ringhiai quando sentii l'onda arrivare. «Prendilo tutto.» Venire nella bocca di una ventenne, nel silenzio della mia casa, fu un'esplosione di vitalità pura.
Quando finii, mi lasciai andare contro lo schienale per un attimo, recuperando il controllo. Lei era lì, accasciata ai miei piedi, stordita. Mi ricomposi velocemente. Non volevo coccole, non volevo chiacchiere post-coitali che avrebbero rovinato la perfezione di quel momento illecito. Mi alzai, chiusi la vestaglia. Tornai ad essere il signor Gianfranco. Presi il pacco dalla scrivania e glielo porsi mentre lei si rialzava a fatica. «Il tuo pacco, Ylenia. Non dimenticarlo.»
Lei mi guardò. C'era confusione nei suoi occhi, ma anche una nuova luce. Una luce complice. «Grazie,» sussurrò. Sorrisi internamente. Prego. L'accompagnai alla porta. Controllai lo spioncino: via libera. «Vai piano sulle scale,» le dissi, godendomi il rossore che le tornava sulle guance al tono paterno. «E Ylenia?» Si fermò. «La prossima volta che il corriere sbaglia... non aspettare così tanto a scendere.»
Chiusi la porta. Rimasi un attimo nel disimpegno, ascoltando i suoi passi leggeri che scendevano le scale. Mi passai una mano sul viso, sentendo ancora il suo odore addosso. Andai in cucina a versarmi un altro bicchiere di Barolo. Avevo la netta sensazione che il corriere avrebbe sbagliato molto spesso nelle prossime settimane. E se non lo avesse fatto lui, ci avrei pensato io a intercettare la posta.
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