Sotto gli occhi di tutti

di
genere
esibizionismo

«Giorgio, smettila di guardare l'orologio. Siamo in perfetto orario.»

La voce di Elisabetta arrivò ovattata dal bagno, coperta dal ronzio dell'asciugacapelli. Mi stavo sistemando il nodo della cravatta davanti allo specchio dell'ingresso, nervoso non tanto per la cena aziendale, quanto per la noia mortale che mi aspettava. Soliti colleghi, soliti discorsi sul fatturato, solito vino mediocre.

Quando la porta del bagno si aprì, però, il mio cervello andò in blackout per un secondo. Elisabetta era... devastante. Aveva scelto un vestito che non le vedevo addosso da anni: un tubino blu notte di seta, accollato davanti ma con una scollatura profonda sulla schiena, che le fasciava i fianchi come una seconda pelle. A trentacinque anni, mia moglie aveva ancora il potere di farmi sentire un ragazzino alla prima cotta.

«Allora? Come sto?» chiese, facendomi una giravolta. Il tessuto frusciò leggermente. «Sei bellissima,» mormorai, e non era una frase di circostanza. Mi avvicinai, attirato come una calamita, e le circondai la vita. Sentivo il calore del suo corpo attraversare la seta sottile. L'odore del suo profumo, vaniglia e qualcosa di più speziato, mi riempì le narici. Scesi con le mani lungo i suoi fianchi, arrivando a stringerle il sedere. Fu in quel momento che mi bloccai.

C’era qualcosa di strano. Al tatto, la stoffa scivolava sulla sua pelle senza incontrare ostacoli. Nessun segno dell'elastico, nessun rilievo di pizzo. Niente. Sgranai gli occhi, incrociando il suo sguardo nello specchio. Elisabetta aveva un sorriso che non prometteva nulla di buono. Un sorriso sporco, che contrastava terribilmente con l'eleganza del suo trucco.

«Eli...» la mia voce uscì roca. «Cosa c'è sotto questo vestito?» Lei si staccò lentamente dalla mia presa, prese la mia mano destra e la guidò. Non sopra la stoffa, ma sotto l'orlo della gonna, facendola risalire lungo la coscia liscia, bollente. Salii ancora, aspettandomi di incontrare il bordo delle mutandine. Trovai solo l'interno coscia, morbido e umido, e poi il calore del suo sesso. Nudo. Completamente accessibile.

«Niente,» sussurrò lei vicino al mio orecchio, mordicchiandomi il lobo. Sentii il sangue defluire dal cervello e concentrarsi tutto in mezzo alle gambe, rendendo i pantaloni del completo improvvisamente strettissimi. «Stasera usciamo così, Giorgio. Voglio che passi tutta la serata a parlare con il tuo capo, sapendo che tua moglie è seduta accanto a te, completamente nuda sotto un metro di seta.»-----Il viaggio in macchina fu una tortura silenziosa. Elisabetta guardava fuori dal finestrino con un’aria fintamente distratta, mentre io stringevo il volante con le mani sudate, consapevole che a mezzo metro da me, su quel sedile in pelle, lei era esposta, pronta.

Il ristorante era uno di quei posti pretenziosi in centro, luci soffuse e camerieri che si muovevano come ombre. Appena entrammo, notai subito come gli sguardi degli uomini nella sala scivolassero su di lei. Solitamente la cosa mi avrebbe infastidito, ma quella sera, conoscendo il suo segreto, mi provocò una fitta di orgoglio misto a un’eccitazione possessiva. Guardatela pure, pensai, ma non avete idea di cosa nasconda lì sotto.

Ci sedemmo al tavolo riservato. Eravamo in sei. Di fronte a noi c’era il Dottor Rinaldi, il mio responsabile commerciale, con sua moglie, una donna che sembrava scolpita nel ghiaccio. «Giorgio! Elisabetta! Che piacere,» esclamò Rinaldi con la sua solita voce tonante. La cena iniziò come da copione: antipasti minimalisti e discorsi sul budget del prossimo trimestre. Io annuivo, sorridevo, rispondevo a monosillabi. Tutta la mia attenzione era focalizzata sulla mia destra.

Elisabetta recitava la parte della moglie perfetta. Rideva alle battute poco divertenti del capo, sorseggiava il vino bianco con eleganza. Ma sotto la tovaglia, la guerra era iniziata. Sentii la sua gamba premere contro la mia. Un contatto apparentemente casuale, ma che durò qualche secondo di troppo. Poi si ritrasse. Mi voltai a guardarla. Lei stava ascoltando la moglie di Rinaldi parlare di giardinaggio con un'espressione di assoluto interesse, ma vidi la sua mano sinistra scendere in grembo e sistemare il tovagliolo in modo strategico. Poi, accavallò le gambe. Il fruscio della seta fu quasi impercettibile nel brusio del locale, ma per le mie orecchie fu come un colpo di pistola. Sapevo esattamente cosa aveva provocato quel movimento: lo spacco laterale si era aperto, e senza biancheria a tenerlo fermo, il tessuto era scivolato via.

Non resistetti. Mentre Rinaldi si lanciava in un’analisi politica, lasciai cadere la mia mano destra sotto la tovaglia lunga, che fortunatamente arrivava quasi a terra. Sfiorai il suo ginocchio. Elisabetta non batté ciglio, continuò a fissare il mio capo, ma sentii un leggero fremito scuoterla. Risalii lentamente. La pelle della sua coscia era bollente, in netto contrasto con l'aria condizionata del locale. Accarezzai l'interno coscia con il pollice, salendo centimetro dopo centimetro, godendo del rischio assurdo che stavamo correndo. Se il cameriere si fosse abbassato per raccogliere una forchetta, saremmo stati finiti.

«Tutto bene, Giorgio? Ti vedo accaldato,» chiese improvvisamente la moglie di Rinaldi. Il cuore mi saltò in gola. Ritirai la mano di scatto, ma Elisabetta fu più veloce. Con un movimento fulmineo, strinse le cosce, intrappolando la mia mano proprio lì, nel punto in cui le sue gambe si incontravano. «Oh, credo sia solo un po' stanco per il lavoro,» rispose lei al posto mio, con una voce angelica. Sotto il tavolo, però, aumentò la pressione muscolare sulla mia mano.

Ero in trappola. Le mie dita erano schiacciate contro il suo calore, e potevo sentire chiaramente l'umidità che iniziava a bagnare la mia pelle. Elisabetta si voltò verso di me, mi offrì un pezzo di pane e mi sorrise. I suoi occhi brillavano di una lussuria liquida, sfacciata. «Vero, amore? Sei un po' teso,» sussurrò, e sotto il tavolo fece un piccolo movimento di bacino contro il mio palmo, uno strofinamento lento e deliberato che mi fece quasi gemere davanti al consiglio di amministrazione. «Devo...» la voce mi si spezzò. Mi schiarii la gola. «Devo andare un attimo in bagno.»

Lei allentò la presa, liberandomi. «Fai presto,» mi disse, e il doppio senso mi colpì come uno schiaffo. «Magari ti accompagno fino al corridoio, devo rinfrescarmi anch'io.»-----Si alzò. Il vestito ricadde perfetto lungo i fianchi, nascondendo l'inferno che aveva appena scatenato. Rinaldi non notò nulla. Io mi alzai barcollando leggermente, con un'erezione che pregavo la giacca riuscisse a coprire, e la seguii verso il retro del locale.

Appena svoltato l’angolo, lontano dalla vista della sala da pranzo, Elisabetta non andò verso i bagni. Con un sorriso complice mi fece un cenno col capo verso l’uscita di sicurezza in fondo al corridoio. Spinse il maniglione antipanico e uscimmo nell’aria fresca della sera. Eravamo nel retro del ristorante, in una sorta di vicolo stretto e poco illuminato che dava sul parcheggio privato. C’era odore di pioggia e di scarico di cucine, ma in quel momento il mio cervello registrò solo il profumo della sua pelle quando il vento le scompigliò i capelli.

Non le diedi nemmeno il tempo di parlare. La spinsi contro il muro di mattoni ruvidi, lontano dal cono di luce dell'unico lampione acceso. «Sei pazza,» le ringhiai contro, premendo il mio bacino contro il suo. «Hai idea di cosa mi hai fatto là dentro?» Elisabetta rise, un suono basso e gutturale, e mi afferrò la nuca tirandomi giù per un bacio violento, che sapeva di vino e di desiderio trattenuto per ore. «Lo so,» sussurrò sulle mie labbra, mordendole. «Ti ho visto. Stavi impazzendo. E volevo che mi scopassi qui, adesso. Prima che torniamo a fare le persone serie.»

Le mani mi tremavano mentre cercavo la cintura. La frenesia prese il sopravvento. Non c'era bisogno di preliminari; l'ora passata a toccarla di nascosto sotto al tavolo ci aveva portati entrambi al punto di rottura. Abbassai la cerniera e mi liberai, sentendo l'aria fredda colpirmi per un istante prima di cercare il suo calore. La cosa più eccitante fu la facilità, l'immediata accessibilità. Non dovetti sfilare nulla, non c'erano barriere. Afferrai l'orlo di quel vestito di seta costoso e lo tirai su fino alla vita, ammassandolo sui suoi fianchi.

La luce arancione del lampione illuminò per un secondo il suo corpo nudo dalla vita in giù, pallido e invitante contro il muro scuro. Vedere mia moglie così, esposta in un vicolo come una poco di buono, mentre a pochi metri la gente mangiava ignara, mi fece perdere ogni controllo. L’afferrai per i fianchi, sollevandola leggermente. Lei capì al volo, avvolgendo le gambe attorno alla mia vita, i tacchi a spillo che graffiavano l'aria. Entrai in lei con un colpo secco, unico, profondo fino a togliere il fiato.

Elisabetta inarcò la schiena contro il muro, aprendo la bocca per un gemito che soffocò mordendosi la mano. «Zitta,» le ordinai ansimando, iniziando a muovermi con ritmo serrato, brutale. «Se ci sentono siamo finiti.» Quell'ordine sembrò eccitarla ancora di più. Sentivo i suoi muscoli interni stringermi con una forza disperata. «Dio, Giorgio...» sibilò lei vicino al mio orecchio, le unghie che si piantavano nelle mie spalle attraverso la giacca. «Sì... muoviti...»

Era un sesso sporco, veloce, necessario. Il rumore umido dei nostri corpi che si scontravano era coperto solo dal ronzio di un condizionatore industriale poco lontano. Ogni spinta era una rivendicazione. Improvvisamente, sentimmo il rumore di una porta che si apriva a pochi metri da noi. Forse un cameriere uscito per fumare, o una coppia che lasciava il locale. Ci congelammo. Elisabetta sgranò gli occhi, il respiro spezzato, ma non si staccò da me. Anzi, strinse le gambe ancora più forte, intrappolandomi dentro di lei. Rimanemmo immobili nel buio, il mio cuore che martellava contro il suo petto come un animale in gabbia. Sentii dei passi ghiaiosi, una risata lontana, e poi il rumore di una portiera che si chiudeva e un motore che si avviava.

Il pericolo scampato fu la scintilla finale. Appena l'auto si allontanò, ripresi a muovermi, ma questa volta senza alcun ritegno. La tensione della paura si trasformò in pura scarica adrenalinica. «Vengo,» gemette lei, dimenticandosi di abbassare la voce, la testa rovesciata all'indietro contro i mattoni. Sentirla venire, sentire quelle contrazioni violente attorno al mio cazzo, mi fece precipitare. Affondai gli ultimi colpi con rabbia, venendo dentro di lei con un’intensità che mi lasciò le gambe molli, svuotandomi completamente mentre la tenevo ancora sollevata contro quel muro sporco.

Restammo così per un minuto interminabile, io con la fronte appoggiata alla sua spalla, lei che mi accarezzava i capelli, entrambi a cercare di recuperare un respiro normale in quell'aria gelida.-----Misi giù Elisabetta lentamente, le gambe che mi formicolavano ancora per lo sforzo. Lei si appoggiò al muro per un istante, chiudendo gli occhi e facendo un respiro profondo per riprendere il controllo. Poi, con una naturalezza disarmante, le sue mani corsero al vestito. Lisciò la seta sui fianchi, cancellando ogni traccia delle pieghe che le mie mani avevano creato. Si passò le dita tra i capelli, ravvivando la piega, e tirò fuori dalla pochette un fazzoletto per tamponarsi le labbra, leggermente gonfie per i baci. In trenta secondi, la donna che aveva gemuto oscenità in un vicolo buio era sparita. Davanti a me c'era di nuovo la signora Elisabetta, moglie impeccabile. O quasi. I suoi occhi brillavano ancora di una luce febbrile, e le guance avevano un colorito roseo che nessun fard avrebbe potuto replicare.

«Tutto a posto?» mi chiese, controllando il nodo della mia cravatta. «Sei incredibile,» risposi, dandole un ultimo bacio veloce sulla fronte prima di ricompormi la giacca. «Andiamo. Rinaldi starà iniziando a preoccuparsi.»

Rientrammo nella sala climatizzata come due criminali che hanno appena commesso il colpo del secolo e passano davanti alla polizia fischiettando. Quando ci sedemmo al tavolo, il Dottor Rinaldi stava ancora parlando. Non si era accorto di nulla, o forse la nostra assenza era durata meno di quanto mi fosse sembrato. «Ah, eccovi!» esclamò. «Stavo giusto raccontando a mia moglie dell'affare di Milano.» «Scusate,» disse Elisabetta con un sorriso radioso, prendendo il suo calice di vino. «C'era un po' di fila alla toilette.»

La guardai. Seduta lì, composta, elegante, intoccabile. Nessuno in quella sala poteva immaginare che non indossasse nulla sotto quel vestito costoso. Nessuno poteva immaginare che, mentre annuiva educatamente ai discorsi noiosi del mio capo, sentiva ancora il mio seme colarle lentamente lungo l'interno coscia, un segreto bollente che apparteneva solo a noi. Mi lanciò un'occhiata da sopra il bordo del bicchiere. Un'occhiata che prometteva che il viaggio di ritorno verso casa sarebbe stato molto, molto interessante.

Bevvi un sorso d'acqua, nascondendo un sorriso. Forse le cene aziendali non erano poi così male.
scritto il
2026-01-18
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