Disordine educativo (POV Gianfranco)

di
genere
etero

Era venerdì sera e il mio appartamento era un santuario di silenzio e geometria. Sulla poltrona di pelle, un bicchiere di Barolo respirava accanto a un libro di architettura. In sottofondo, il secondo movimento della Settima di Beethoven. Tutto era al suo posto, ogni superficie lucida, ogni angolo libero da polvere. L'ordine non è solo estetica per me; è disciplina mentale.

Poi, il telefono vibrò sul tavolino di vetro, rompendo l'armonia. "Ylenia". Lessi il nome sul display e un angolo della mia bocca si sollevò involontariamente. Sapevo già che non era una chiamata di cortesia. Ylenia non chiamava mai per sapere come stavo; chiamava quando il caos in cui sguazzava diventava ingestibile. «Pronto?» risposi, mantenendo la voce bassa, controllata. Dall'altra parte, il panico. Frasi spezzate, il respiro corto di chi sta annegando in un bicchiere d'acqua. O, a quanto pareva, in una cucina allagata. «Gianfranco... scusa se ti disturbo, ma... mi sta esplodendo la cucina.» Chiusi gli occhi per un istante, immaginando la scena. La vedevo inciampare tra le sue cose, incapace di gestire un semplice imprevisto idraulico. «Arrivo.»

Presi la cassetta degli attrezzi dall'armadio del ripostiglio – ogni utensile pulito e oliato – e uscii. Cinque minuti. Tanto bastò per scendere due piani e passare dal paradiso all'inferno. Quando aprì la porta, fui investito da un odore stantio: aria viziata, disperazione e tè rovesciato. Ylenia era lì, scalza, avvolta in vestiti sformati che mortificavano la sua figura. I capelli erano un disastro. Cercava di coprire con un piede un reggiseno lanciato sotto il divano. Patetica. Ma in quel disordine, i suoi occhi grandi e spaventati avevano un richiamo primordiale. Era una damigella in pericolo che non meritava di essere salvata, ma che chiedeva disperatamente di essere presa.

«Dov'è il danno?» chiesi. Non mi tolsi le scarpe. Il mio passo pesante sul suo parquet economico era una dichiarazione: io sono solido, questo posto è fragile. Mi guidò in cucina. La situazione era oscena. Un lago d'acqua sporca si allargava sotto il lavello, circondando piatti incrostati che dovevano essere lì da giorni. Sentii il disprezzo montarmi dentro come una marea. Come si può vivere così? Come può una creatura così giovane e potenzialmente bella circondarsi di tanta sporcizia? «Lì sotto,» indicò lei, arrossendo. Sapeva che la stavo giudicando. Era quello che temeva, e segretamente, quello che voleva.

Posai la cassetta. Mi inginocchiai nell'acqua senza esitare. I miei jeans erano di qualità, si sarebbero lavati; la sua sciatteria, invece, era una macchia più difficile da togliere. Mi infilai nel mobiletto. Il flessibile era marcio. Una manutenzione minima l'verebbe evitato. «Passami la chiave inglese. Quella media.» Le sue dita sfiorarono le mie. Tremava. Mentre stringevo il raccordo, sentivo il suo sguardo sulla mia schiena. Le piaceva vedermi lavorare. Le piaceva vedere un uomo che sapeva come funzionano le cose, mentre lei non sapeva nemmeno da che parte girare una vite.

In dieci minuti chiusi la perdita. Mi pulii le mani col mio straccio – non avrei mai toccato i suoi canovacci unti – e mi alzai. «Quanto ti devo?» chiese. La guardai. Era così ingenua. Credeva davvero che si trattasse di soldi? Duecento euro non avrebbero pagato il fastidio di vedere quello scempio. Non risposi. Iniziai il mio giro di perlustrazione. Toccai una pila di libri in bilico, passai un dito sulla polvere della scrivania. Ogni oggetto fuori posto era un affronto personale. Ylenia mi seguiva, balbettando scuse inutili. Spinsi la porta della camera da letto. «No, lì no...» Troppo tardi. Entrai. Lì il caos era totale. Un'esplosione di vestiti, lenzuola aggrovigliate, l'intimità femminile sparsa come spazzatura.

Mi fermai al centro della stanza. La rabbia fredda si trasformò in qualcos'altro. Eccitazione. Un desiderio oscuro di raddrizzare le cose, di imporre la mia struttura su quella materia informe. «Vivi come un animale, Ylenia,» dissi. La vidi incassare il colpo fisicamente. «Sto studiando...» «Zitta.» Mi voltai. I suoi occhi erano lucidi. Aveva paura, sì. Ma c'era quella scintilla. Quella fame di autorità. Sapeva di aver bisogno di questo. Mi avvicinai, costringendola contro l'armadio. Sentivo il suo odore sotto quello della stanza: sudore leggero, pelle giovane. «Hai bisogno che qualcuno ti insegni a tenere in ordine la tua vita.»

La vidi cedere. La vergogna la stava accendendo. «Spogliati.» Obbedì. Le mani le tremavano mentre si toglieva quella maglietta ridicola. Quando rimase nuda, il contrasto fu violento: la sua pelle bianca, morbida, in mezzo a quel porcile. Era un fiore gettato nel fango. Mi sedetti sul bordo del letto. Non mi spogliai. Volevo che sentisse la differenza: io ero vestito, protetto, l'intruso che dettava legge; lei era nuda, esposta, parte del disordine.

«Vieni qui.» La tirai sulle mie ginocchia. Sentire il suo corpo caldo e morbido contro i miei jeans ruvidi mi diede una scossa. Era leggera, malleabile. «Hai bisogno di una lezione,» le sussurrai all'orecchio. La mia mano scese sul suo sedere. Il primo sculaccione fu educativo. Il suono secco riempì la stanza. Lei gridò, ma non cercò di scappare. «Questo è per i piatti sporchi.» Colpii di nuovo, più forte. La sua pelle si arrossò sotto il mio palmo. «Questo è per i vestiti a terra.» La sentii gemere. Non era dolore, o almeno, non solo. Stava strusciando il bacino contro la mia coscia. La mia erezione premeva contro la cerniera dei pantaloni. La sua sottomissione al mio giudizio era totale.

«Ti piace?» ringhiai. «Ti piace essere trattata come la ragazzina disordinata che sei?» Le aprii le natiche con le mani. Era bagnata. Pronta. Mi alzai di scatto. Non c'era tempo per i preliminari; questo non era amore, era una correzione. La trascinai verso il bordo del letto. Le sue gambe penzolavano, aperte, indifese. Mi sbottonai e la penetrai in un unico movimento. Lei inarcò la schiena, urlando. Era stretta, calda, accogliente.

«Guardalo,» le ordinai, afferrandole i fianchi e spingendo con forza brutale. «Guarda quella ragnatela nell'angolo.» Il letto cigolava ritmicamente sotto la nostra foga. Volevo che vedesse il suo fallimento mentre io prendevo possesso del suo corpo. «La vedi?» ansimai, colpendo il punto più profondo di lei. «Sì... sì, la vedo!» gridò. Venni con un grugnito, scaricando dentro di lei tutta la tensione, tutto il fastidio per quel venerdì sera rovinato, trasformandolo in possesso. Mi svuotai completamente, marchiandola.

Mi ritrassi subito. Non c'era spazio per le coccole in quel disastro. Mi ricomposi, chiudendo la cintura, tornando a essere l'uomo in polo blu e scarpe pulite. Andai in bagno a lavarmi le mani, strofinando via il suo odore e la sua polvere. Asciugai le mani con un fazzoletto mio, gettandolo nel cestino. Tornai sulla soglia. Lei era lì, un cumulo di carne e lenzuola sporche, distrutta e bellissima. «Il flessibile è a posto,» dissi, gelido. Ripresi la cassetta degli attrezzi. Il peso familiare della maniglia mi calmò. La guardai un'ultima volta. «Ma se mi richiami, Ylenia... assicurati che ci sia ordine. O la punizione sarà molto più lunga.»

Uscii e chiusi la porta. Il rumore della serratura fu definitivo. Mentre risalivo le scale verso il mio appartamento, verso il mio Barolo e il mio Beethoven, sorrisi. Sapevo che avrebbe pulito. E sapevo che, molto presto, avrebbe trovato un altro motivo per rompere qualcosa.
scritto il
2026-01-25
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