Il ciclo della centrifuga (POV Ylenia)
di
ErosScritto
genere
etero
Erano passati tre giorni. Settantadue ore di silenzio radio che avevano trasformato il mio appartamento in una gabbia e il mio corpo in un nervo scoperto. Dopo quel pomeriggio nel suo salotto, mi ero aspettata... cosa? Un messaggio? Un altro invito? Invece, Gianfranco era tornato a essere un fantasma. Sentivo i suoi passi pesanti sul soffitto la sera, vedevo la sua auto parcheggiata nel cortile, ma lui sembrava svanito. Stava giocando. E io stavo perdendo.
Martedì sera, l'orologio segnava le 22:15. Un orario indecente per fare il bucato, ma perfetto per chi cerca di scappare dai propri pensieri. O per chi, inconsciamente, spera di incontrare il lupo nel bosco. Scesi nel seminterrato con il cesto della biancheria stretto contro il fianco. L'aria, laggiù, cambiava sempre. Abbandonava l'odore di cucinato dei piani alti per assumere quello stantio di umidità, polvere e detersivo chimico.
La lavanderia condominiale era un cubicolo di cemento armato, illuminato da un neon che sfarfallava con un ronzio elettrico fastidioso. Era vuota, ovviamente. Caricai la lavatrice industriale comune con gesti meccanici. Jeans, magliette, la biancheria che avrei dovuto lavare a mano ma che buttai dentro per frustrazione. Chiusi l'oblò di vetro spesso, inserii il gettone e premetti avvio. L'acqua iniziò a scrosciare nel cestello. Mi appoggiai con la schiena alla macchina vicina, quella dell'asciugatrice ancora tiepida dall'uso di qualcun altro. Incrociai le braccia al petto, fissando il buio del corridoio oltre la porta tagliafuoco che avevo lasciato socchiusa.
Il silenzio del seminterrato era opprimente, rotto solo dal rumore ritmico del cestello che girava. Sciacq... pausa... sciacq. Chiusi gli occhi, lasciando cadere la testa all'indietro contro il metallo verniciato. Immaginai le sue mani. Immaginai la sua voce. «Sei impaziente, Ylenia.» Aprii gli occhi di scatto, il cuore che mancava un battito per poi ripartire al galoppo. Non me l'ero immaginato.
Gianfranco era lì. Non l'avevo sentito scendere. Stava in piedi appena oltre la soglia, appoggiato allo stipite della porta tagliafuoco, per metà in ombra e per metà sotto la luce cruda del neon. Il contrasto mi tolse il fiato. Io indossavo una tuta grigia informe e una t-shirt scolorita, i capelli legati in una crocchia disordinata. Lui era impeccabile: pantaloni scuri dal taglio sartoriale, una camicia bianca che brillava quasi di luce propria, sbottonata quel tanto che bastava a mostrare l'inizio del petto e la catenina d'oro che si intravedeva appena. Aveva le maniche arrotolate sugli avambracci, come se fosse appena tornato da una lunga giornata di lavoro e stesse per mettersi comodo. Ma non era comodo. Era un predatore che aveva appena fiutato la preda nella sua tana.
«Gianfranco...» La mia voce uscì come un soffio roco, ridicola sovrastata dal rumore dell'acqua. «Mi hai spaventata.» Lui non sorrise. Si staccò dallo stipite ed entrò nella stanza angusta. Improvvisamente, lo spazio sembrò dimezzarsi. «Davvero?» domandò, facendo un passo verso di me. Il suono delle sue scarpe di cuoio sul linoleum era netto, autoritario. «Eppure hai lasciato la porta aperta. Quasi come se volessi essere trovata.»
Arrossii violentemente. Era vero? «Sto solo facendo il bucato,» mentii, stringendomi nelle spalle nel tentativo di sembrare disinvolta. «A quest'ora?» Fece un altro passo. Ora potevo sentire il suo profumo, quella miscela di tabacco costoso e sandalo che mi aveva perseguitata per tre notti. «Non riuscivo a dormire,» ammisi. Lui si fermò a mezzo metro da me. Mi sovrastava. Sentivo il calore del suo corpo irradiarsi verso il mio, superando la barriera dei vestiti. «Nemmeno io,» disse, la voce che scendeva di un'ottava, diventando quel ringhio basso che mi faceva tremare le ginocchia. «Pensavo a te, Ylenia. Pensavo a come sei scappata su per le scale l'altra volta, con quel pacco stretto al petto come se fosse la tua verginità.»
Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere l'intensità dei suoi occhi grigi. «Non sono scappata.» «Guardami quando ti parlo.» Il comando fu secco, frustante. Alzai il mento di scatto. Gianfranco allungò una mano e, con una lentezza deliberata, mi accarezzò la guancia. Le sue dita erano ruvide, calde. Il pollice passò sul mio labbro inferiore, aprendolo leggermente. «Hai evitato di incrociarmi per tre giorni. Hai cambiato i tuoi orari. Hai usato le scale invece dell'ascensore.» Si avvicinò ancora, finché la punta delle sue scarpe non toccò le mie sneaker. «Hai paura che succeda ancora? O hai paura che ti piaccia troppo?»
Non riuscii a rispondere. Il mio respiro era diventato corto, irregolare. Dietro di me, la lavatrice cambiò ciclo, iniziando a scaricare l'acqua con un gorgoglio rumoroso. «Sai qual è il problema delle ragazze della tua età?» sussurrò lui, inclinando la testa per parlarmi direttamente nell'orecchio. Sentii la sua barba sfiorarmi la tempia. «Credete di poter giocare col fuoco senza bruciarvi. Ma io non sono un ragazzo, Ylenia. Io non gioco.»
Senza preavviso, le sue mani scesero dalla mia faccia ai miei fianchi. Mi afferrò con una possessività che mi fece sbarrare gli occhi. «Salta su.» «Cosa?» «Sulla lavatrice. Ora.» Non aspettai. Il tono della sua voce bypassò il mio cervello razionale e arrivò direttamente ai muscoli. Feci leva sulle braccia e mi issai sul piano metallico della lavatrice in funzione. La macchina vibrava sotto di me, una scossa continua e profonda che risaliva dalle cosce fino al ventre.
Gianfranco si insinuò tra le mie gambe aperte prima ancora che potessi sistemarmi. Le sue cosce premevano contro l'interno delle mie ginocchia, allargandole senza complimenti. Eravamo esposti. La porta era ancora socchiusa. Chiunque fosse sceso per recuperare una bottiglia di vino in cantina o per stendere i panni ci avrebbe visti. «Gianfranco, la porta...» ansimai, mettendo le mani sulle sue spalle larghe per cercare un equilibrio precario. «Lasciala,» ordinò lui. «Voglio vedere se hai il coraggio di stare quieta mentre ti tocco.»
Mise le mani sulle mie cosce, stringendo la carne morbida attraverso il tessuto della tuta. Poi iniziò a risalire. Lento. Inesorabile. La vibrazione della centrifuga sotto di me stava aumentando. Il motore elettrico gemeva, prendendo velocità. Il mio corpo rispondeva a quella sollecitazione meccanica con un calore imbarazzante, e sentivo che lui lo sapeva. «Senti come trema?» mormorò, guardandomi dritto negli occhi con una luce maliziosa. «È meglio di qualsiasi giocattolo, vero?»
Le sue mani arrivarono all'elastico dei pantaloni. Non perse tempo a spogliarmi delicatamente. Infilò le dita sotto la stoffa, afferrando insieme tuta e slip, e li tirò giù fino alle ginocchia con uno strappo deciso. L'aria fredda della cantina mi colpì la pelle nuda delle cosce e del sesso, facendomi sussultare. Ma fu solo un attimo. La sua mano destra si posò su di me, calda, avvolgente, coprendo la mia intimità con un possesso totale. Gemetti. Forte. «Shhh...» Lui mi coprì la bocca con l'altra mano, non per dolcezza, ma per zittirmi. «Vuoi farti sentire dalla signora Martelli del primo piano? Sai che soffre di insonnia e scende spesso qui.»
Il terrore di essere scoperta si mescolò all'eccitazione in un cocktail letale. Gianfranco iniziò a muoversi. Non era delicato. Usava il palmo della mano per premere contro l'osso pubico, sfruttando la vibrazione della lavatrice che ora stava entrando nel ciclo di centrifuga massima mentre con le dita esplorava la mia intimità in modo chirurgico. Il metallo sotto di me tremava violentemente, e la sua mano sopra di me mi teneva ferma, inchiodata a quel piacere meccanico e umano insieme.
Ero vicina. Ero così vicina che vedevo le stelle. La testa mi era ricaduta all'indietro, la gola esposta, le mani che stringevano la camicia immacolata di Gianfranco, stropicciandola senza pietà. Poi, accadde.
Bzzz. Clang. Il rumore dell'ascensore. Non era un rumore lontano. Era lì, nel pozzo delle scale, a dieci metri da noi. L'ascensore si fermò. Le porte si aprirono con un sibilo.
Mi congelai. Il sangue mi si gelò nelle vene. Gianfranco si fermò all'istante, ma non ritrasse la mano. Rimase lì, le dita ancora profondamente dentro di me, il corpo immobile come una statua. «Silenzio,» mi soffiò contro le labbra, i suoi occhi grigi fissi sulla fessura della porta tagliafuoco.
Sentimmo dei passi. Passi strascicati, lenti. Un colpo di tosse secco. Era il signor Rossi, l'amministratore. Lo riconobbi dalla tosse. Il mio cuore batteva così forte contro le costole che ero sicura avrebbe coperto il rumore della lavatrice. Ero lì, mezza nuda, seduta su un elettrodomestico in una cantina pubblica, con il mio vicino di casa sessantenne tra le gambe. Se fosse entrato... la mia vita in quel palazzo sarebbe finita. La vergogna mi avrebbe uccisa.
Gianfranco mi guardò. E sorrise. Un sorriso perverso, folle. Invece di allontanarsi, mosse le dita. Appena un accenno. Una pressione mirata, crudele, proprio lì dove ero più sensibile. Sbarrai gli occhi, implorandolo con lo sguardo di smettere. Ci sentirà! urlai nella mia testa. Ma lui se ne fregò. Continuò a muoversi, lento, microscopico, mentre i passi del signor Rossi si avvicinavano alla nostra porta. L'adrenalina del pericolo fece esplodere tutto.
Non potevo urlare. Non potevo gemere. Dovetti mordere la mano di Gianfranco che mi copriva la bocca, affondando i denti nella sua pelle salata. Le lacrime mi salirono agli occhi per lo sforzo di contenere l'orgasmo più violento e terrificante della mia vita. Sentii i passi fermarsi proprio davanti alla porta della lavanderia. Vidi la maniglia abbassarsi leggermente. Smisi di respirare. Anche Gianfranco si bloccò, i muscoli del collo tesi, pronto a reagire. La maniglia tornò su. «Bah... chiusa,» borbottò la voce del signor Rossi dall'altra parte. Evidentemente pensava che fosse occupata o bloccata. I passi ripresero, allontanandosi verso i garage.
Quando sentii la porta tagliafuoco dei garage sbattere in lontananza, crollai. Mi afflosciai contro il petto di Gianfranco, tremando come una foglia, singhiozzando senza lacrime per il rilascio della tensione. Lui non mi abbracciò. Ritrasse la mano lentamente, osservandola alla luce del neon, lucida dei miei umori. Si pulì con noncuranza sui miei stessi pantaloni abbassati, un gesto di un disprezzo così intimo che mi fece girare la testa ancora di più.
La lavatrice emise un beep acuto. Fine ciclo. Il silenzio ritornò nella stanza, assordante. Gianfranco si raddrizzò, sistemandosi i polsini della camicia come se avesse appena concluso una riunione d'affari e non avesse appena rischiato lo scandalo in uno scantinato.
«Scendi,» disse. Ubbidii, le gambe molli come gelatina che a malapena mi reggevano. Tirai su i pantaloni e gli slip in un gesto goffo, sentendomi sporca, usata e incredibilmente viva. Lui mi prese il mento tra due dita, costringendomi a guardarlo un'ultima volta. Era calmo, padrone della situazione, perfetto. Io ero un disastro. «Ti è piaciuto il signor Rossi, Ylenia?» Non riuscii a rispondere. «La prossima volta,» sussurrò, avvicinandosi al mio orecchio mentre si avviava verso l'uscita, «lasceremo la porta spalancata.»
Si voltò e uscì nel corridoio buio, senza guardarsi indietro. Rimasi sola, appoggiata alla lavatrice ormai ferma, ad ascoltare il ronzio del neon e il battito impazzito del mio cuore, chiedendomi con terrore quanto tempo avrei resistito prima di scendere di nuovo quelle scale.
Martedì sera, l'orologio segnava le 22:15. Un orario indecente per fare il bucato, ma perfetto per chi cerca di scappare dai propri pensieri. O per chi, inconsciamente, spera di incontrare il lupo nel bosco. Scesi nel seminterrato con il cesto della biancheria stretto contro il fianco. L'aria, laggiù, cambiava sempre. Abbandonava l'odore di cucinato dei piani alti per assumere quello stantio di umidità, polvere e detersivo chimico.
La lavanderia condominiale era un cubicolo di cemento armato, illuminato da un neon che sfarfallava con un ronzio elettrico fastidioso. Era vuota, ovviamente. Caricai la lavatrice industriale comune con gesti meccanici. Jeans, magliette, la biancheria che avrei dovuto lavare a mano ma che buttai dentro per frustrazione. Chiusi l'oblò di vetro spesso, inserii il gettone e premetti avvio. L'acqua iniziò a scrosciare nel cestello. Mi appoggiai con la schiena alla macchina vicina, quella dell'asciugatrice ancora tiepida dall'uso di qualcun altro. Incrociai le braccia al petto, fissando il buio del corridoio oltre la porta tagliafuoco che avevo lasciato socchiusa.
Il silenzio del seminterrato era opprimente, rotto solo dal rumore ritmico del cestello che girava. Sciacq... pausa... sciacq. Chiusi gli occhi, lasciando cadere la testa all'indietro contro il metallo verniciato. Immaginai le sue mani. Immaginai la sua voce. «Sei impaziente, Ylenia.» Aprii gli occhi di scatto, il cuore che mancava un battito per poi ripartire al galoppo. Non me l'ero immaginato.
Gianfranco era lì. Non l'avevo sentito scendere. Stava in piedi appena oltre la soglia, appoggiato allo stipite della porta tagliafuoco, per metà in ombra e per metà sotto la luce cruda del neon. Il contrasto mi tolse il fiato. Io indossavo una tuta grigia informe e una t-shirt scolorita, i capelli legati in una crocchia disordinata. Lui era impeccabile: pantaloni scuri dal taglio sartoriale, una camicia bianca che brillava quasi di luce propria, sbottonata quel tanto che bastava a mostrare l'inizio del petto e la catenina d'oro che si intravedeva appena. Aveva le maniche arrotolate sugli avambracci, come se fosse appena tornato da una lunga giornata di lavoro e stesse per mettersi comodo. Ma non era comodo. Era un predatore che aveva appena fiutato la preda nella sua tana.
«Gianfranco...» La mia voce uscì come un soffio roco, ridicola sovrastata dal rumore dell'acqua. «Mi hai spaventata.» Lui non sorrise. Si staccò dallo stipite ed entrò nella stanza angusta. Improvvisamente, lo spazio sembrò dimezzarsi. «Davvero?» domandò, facendo un passo verso di me. Il suono delle sue scarpe di cuoio sul linoleum era netto, autoritario. «Eppure hai lasciato la porta aperta. Quasi come se volessi essere trovata.»
Arrossii violentemente. Era vero? «Sto solo facendo il bucato,» mentii, stringendomi nelle spalle nel tentativo di sembrare disinvolta. «A quest'ora?» Fece un altro passo. Ora potevo sentire il suo profumo, quella miscela di tabacco costoso e sandalo che mi aveva perseguitata per tre notti. «Non riuscivo a dormire,» ammisi. Lui si fermò a mezzo metro da me. Mi sovrastava. Sentivo il calore del suo corpo irradiarsi verso il mio, superando la barriera dei vestiti. «Nemmeno io,» disse, la voce che scendeva di un'ottava, diventando quel ringhio basso che mi faceva tremare le ginocchia. «Pensavo a te, Ylenia. Pensavo a come sei scappata su per le scale l'altra volta, con quel pacco stretto al petto come se fosse la tua verginità.»
Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere l'intensità dei suoi occhi grigi. «Non sono scappata.» «Guardami quando ti parlo.» Il comando fu secco, frustante. Alzai il mento di scatto. Gianfranco allungò una mano e, con una lentezza deliberata, mi accarezzò la guancia. Le sue dita erano ruvide, calde. Il pollice passò sul mio labbro inferiore, aprendolo leggermente. «Hai evitato di incrociarmi per tre giorni. Hai cambiato i tuoi orari. Hai usato le scale invece dell'ascensore.» Si avvicinò ancora, finché la punta delle sue scarpe non toccò le mie sneaker. «Hai paura che succeda ancora? O hai paura che ti piaccia troppo?»
Non riuscii a rispondere. Il mio respiro era diventato corto, irregolare. Dietro di me, la lavatrice cambiò ciclo, iniziando a scaricare l'acqua con un gorgoglio rumoroso. «Sai qual è il problema delle ragazze della tua età?» sussurrò lui, inclinando la testa per parlarmi direttamente nell'orecchio. Sentii la sua barba sfiorarmi la tempia. «Credete di poter giocare col fuoco senza bruciarvi. Ma io non sono un ragazzo, Ylenia. Io non gioco.»
Senza preavviso, le sue mani scesero dalla mia faccia ai miei fianchi. Mi afferrò con una possessività che mi fece sbarrare gli occhi. «Salta su.» «Cosa?» «Sulla lavatrice. Ora.» Non aspettai. Il tono della sua voce bypassò il mio cervello razionale e arrivò direttamente ai muscoli. Feci leva sulle braccia e mi issai sul piano metallico della lavatrice in funzione. La macchina vibrava sotto di me, una scossa continua e profonda che risaliva dalle cosce fino al ventre.
Gianfranco si insinuò tra le mie gambe aperte prima ancora che potessi sistemarmi. Le sue cosce premevano contro l'interno delle mie ginocchia, allargandole senza complimenti. Eravamo esposti. La porta era ancora socchiusa. Chiunque fosse sceso per recuperare una bottiglia di vino in cantina o per stendere i panni ci avrebbe visti. «Gianfranco, la porta...» ansimai, mettendo le mani sulle sue spalle larghe per cercare un equilibrio precario. «Lasciala,» ordinò lui. «Voglio vedere se hai il coraggio di stare quieta mentre ti tocco.»
Mise le mani sulle mie cosce, stringendo la carne morbida attraverso il tessuto della tuta. Poi iniziò a risalire. Lento. Inesorabile. La vibrazione della centrifuga sotto di me stava aumentando. Il motore elettrico gemeva, prendendo velocità. Il mio corpo rispondeva a quella sollecitazione meccanica con un calore imbarazzante, e sentivo che lui lo sapeva. «Senti come trema?» mormorò, guardandomi dritto negli occhi con una luce maliziosa. «È meglio di qualsiasi giocattolo, vero?»
Le sue mani arrivarono all'elastico dei pantaloni. Non perse tempo a spogliarmi delicatamente. Infilò le dita sotto la stoffa, afferrando insieme tuta e slip, e li tirò giù fino alle ginocchia con uno strappo deciso. L'aria fredda della cantina mi colpì la pelle nuda delle cosce e del sesso, facendomi sussultare. Ma fu solo un attimo. La sua mano destra si posò su di me, calda, avvolgente, coprendo la mia intimità con un possesso totale. Gemetti. Forte. «Shhh...» Lui mi coprì la bocca con l'altra mano, non per dolcezza, ma per zittirmi. «Vuoi farti sentire dalla signora Martelli del primo piano? Sai che soffre di insonnia e scende spesso qui.»
Il terrore di essere scoperta si mescolò all'eccitazione in un cocktail letale. Gianfranco iniziò a muoversi. Non era delicato. Usava il palmo della mano per premere contro l'osso pubico, sfruttando la vibrazione della lavatrice che ora stava entrando nel ciclo di centrifuga massima mentre con le dita esplorava la mia intimità in modo chirurgico. Il metallo sotto di me tremava violentemente, e la sua mano sopra di me mi teneva ferma, inchiodata a quel piacere meccanico e umano insieme.
Ero vicina. Ero così vicina che vedevo le stelle. La testa mi era ricaduta all'indietro, la gola esposta, le mani che stringevano la camicia immacolata di Gianfranco, stropicciandola senza pietà. Poi, accadde.
Bzzz. Clang. Il rumore dell'ascensore. Non era un rumore lontano. Era lì, nel pozzo delle scale, a dieci metri da noi. L'ascensore si fermò. Le porte si aprirono con un sibilo.
Mi congelai. Il sangue mi si gelò nelle vene. Gianfranco si fermò all'istante, ma non ritrasse la mano. Rimase lì, le dita ancora profondamente dentro di me, il corpo immobile come una statua. «Silenzio,» mi soffiò contro le labbra, i suoi occhi grigi fissi sulla fessura della porta tagliafuoco.
Sentimmo dei passi. Passi strascicati, lenti. Un colpo di tosse secco. Era il signor Rossi, l'amministratore. Lo riconobbi dalla tosse. Il mio cuore batteva così forte contro le costole che ero sicura avrebbe coperto il rumore della lavatrice. Ero lì, mezza nuda, seduta su un elettrodomestico in una cantina pubblica, con il mio vicino di casa sessantenne tra le gambe. Se fosse entrato... la mia vita in quel palazzo sarebbe finita. La vergogna mi avrebbe uccisa.
Gianfranco mi guardò. E sorrise. Un sorriso perverso, folle. Invece di allontanarsi, mosse le dita. Appena un accenno. Una pressione mirata, crudele, proprio lì dove ero più sensibile. Sbarrai gli occhi, implorandolo con lo sguardo di smettere. Ci sentirà! urlai nella mia testa. Ma lui se ne fregò. Continuò a muoversi, lento, microscopico, mentre i passi del signor Rossi si avvicinavano alla nostra porta. L'adrenalina del pericolo fece esplodere tutto.
Non potevo urlare. Non potevo gemere. Dovetti mordere la mano di Gianfranco che mi copriva la bocca, affondando i denti nella sua pelle salata. Le lacrime mi salirono agli occhi per lo sforzo di contenere l'orgasmo più violento e terrificante della mia vita. Sentii i passi fermarsi proprio davanti alla porta della lavanderia. Vidi la maniglia abbassarsi leggermente. Smisi di respirare. Anche Gianfranco si bloccò, i muscoli del collo tesi, pronto a reagire. La maniglia tornò su. «Bah... chiusa,» borbottò la voce del signor Rossi dall'altra parte. Evidentemente pensava che fosse occupata o bloccata. I passi ripresero, allontanandosi verso i garage.
Quando sentii la porta tagliafuoco dei garage sbattere in lontananza, crollai. Mi afflosciai contro il petto di Gianfranco, tremando come una foglia, singhiozzando senza lacrime per il rilascio della tensione. Lui non mi abbracciò. Ritrasse la mano lentamente, osservandola alla luce del neon, lucida dei miei umori. Si pulì con noncuranza sui miei stessi pantaloni abbassati, un gesto di un disprezzo così intimo che mi fece girare la testa ancora di più.
La lavatrice emise un beep acuto. Fine ciclo. Il silenzio ritornò nella stanza, assordante. Gianfranco si raddrizzò, sistemandosi i polsini della camicia come se avesse appena concluso una riunione d'affari e non avesse appena rischiato lo scandalo in uno scantinato.
«Scendi,» disse. Ubbidii, le gambe molli come gelatina che a malapena mi reggevano. Tirai su i pantaloni e gli slip in un gesto goffo, sentendomi sporca, usata e incredibilmente viva. Lui mi prese il mento tra due dita, costringendomi a guardarlo un'ultima volta. Era calmo, padrone della situazione, perfetto. Io ero un disastro. «Ti è piaciuto il signor Rossi, Ylenia?» Non riuscii a rispondere. «La prossima volta,» sussurrò, avvicinandosi al mio orecchio mentre si avviava verso l'uscita, «lasceremo la porta spalancata.»
Si voltò e uscì nel corridoio buio, senza guardarsi indietro. Rimasi sola, appoggiata alla lavatrice ormai ferma, ad ascoltare il ronzio del neon e il battito impazzito del mio cuore, chiedendomi con terrore quanto tempo avrei resistito prima di scendere di nuovo quelle scale.
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