Disordine educativo (POV Ylenia)

di
genere
etero


Era venerdì pomeriggio e il mio appartamento sembrava il campo di battaglia di una guerra persa. Libri di diritto privato aperti sul divano, tazze di caffè incrostate sulla scrivania, un montagnola di vestiti ("sono puliti o sporchi?") accatastata sulla sedia della camera da letto. Ero in sessione d'esami. L'igiene domestica era scesa all'ultimo posto delle mie priorità.

E poi, il disastro. Ero in cucina a cercare di farmi un tè, quando sentii un crac sinistro provenire da sotto il lavello, seguito immediatamente dal rumore inequivocabile dell'acqua che schizza. «No, no, no!» Aprii lo sportello e fui investita da un getto gelido. Il flessibile aveva ceduto. L'acqua stava allagando il mobiletto, inzuppando le spugne e colando sul pavimento di piastrelle economiche. Cercai di chiudere il rubinetto centrale, ma la manopola era bloccata dal calcare. Panico. Potevo chiamare l'amministratore, ma era venerdì sera. Potevo chiamare un idraulico, ma mi avrebbe chiesto duecento euro che non avevo. Rimaneva solo un'opzione. L'unica opzione che mi faceva tremare le mani più dell'acqua fredda.

Presi il telefono, le dita bagnate che scivolavano sullo schermo, e cercai il numero che avevo salvato come "G." Uno squillo. Due. «Pronto?» La sua voce era calma, profonda, circondata da un leggero brusio di sottofondo, forse una televisione o musica classica. «Gianfranco... sono io, Ylenia. Scusa se ti disturbo, ma... mi sta esplodendo la cucina.» Un attimo di silenzio. Potevo quasi vederlo sorridere. «Arrivo.»

Cinque minuti dopo, il campanello suonò. Cercai di dare una sistemata veloce lanciando un reggiseno sotto il divano e chiudendo la porta della camera da letto con un calcio, ma sapevo che era inutile. L'appartamento puzzava di chiuso e di ansia. Aprii la porta. Gianfranco era lì, in jeans scuri e una polo blu, con una cassetta degli attrezzi rossa in mano. Sembrava l'uomo della pubblicità: competente, solido, ordinato. Io ero scalza, con i pantaloni del pigiama arrotolati alle caviglie e una maglietta extra large macchiata di tè.

«Dov'è il danno?» chiese, entrando senza chiedere permesso. Non si tolse le scarpe. Le sue suole pesanti risuonarono sul mio parquet scadente. Lo guidai in cucina, dove ormai si era formata una pozza dignitosa. «Lì sotto,» indicai, vergognandomi come una ladra. Nel lavello c'erano i piatti della sera prima, ancora da lavare. Gianfranco posò la cassetta a terra con un movimento fluido. Diede un'occhiata rapida al lavello pieno di stoviglie sporche, poi al pavimento allagato, e infine a me. Lo sguardo non era di rimprovero. Era peggio. Era di pietà. «Tipico,» mormorò. «Non fai manutenzione, Ylenia. Lasci che le cose marciscano finché non esplodono.»

Si inginocchiò sul bagnato senza preoccuparsi dei pantaloni costosi. Si infilò per metà dentro il mobiletto. «Passami la chiave inglese. Quella media.» Gliela passai, sfiorando la sua mano. La pelle era calda, asciutta. Lo guardai lavorare. La schiena larga tendeva il tessuto della polo. I muscoli delle braccia si flettevano mentre forzava la valvola arrugginita. Era incredibilmente maschio in quel gesto pratico, così lontano dai ragazzi dell'università che andavano in crisi se saltava il Wi-Fi.
In dieci minuti, il rumore dell'acqua cessò. Gianfranco uscì dal mobiletto, si pulì le mani con uno straccio che aveva portato lui (i miei erano tutti sporchi) e si alzò. «Fatto. Era la guarnizione. Era vecchia, ma se avessi controllato ogni tanto te ne saresti accorta.» «Grazie,» sussurrai, fissando i miei piedi nudi. «Quanto ti devo?» La domanda rimase sospesa nell'aria, stupida e ingenua.

Gianfranco non rispose subito. Iniziò a camminare per il soggiorno, ispezionando il perimetro come un generale che valuta le truppe nemiche sconfitte. Toccò la pila di libri sul tavolo. Spostò con un dito una tazza incrostata. Poi, si diresse verso la porta della camera da letto che avevo chiuso male. «No, lì no, è un casino...» tentai di fermarlo. Lui la spinse con il palmo della mano. La porta si aprì cigolando. La mia camera era il cuore del disastro. Il letto era sfatto, le lenzuola attorcigliate. C'erano mutandine sul pavimento, calzini sulla scrivania, trucchi sparsi sul comò.

Gianfranco entrò. Si fermò al centro della stanza, le mani sui fianchi, e scosse la testa. «Vivi come un animale, Ylenia.» La frase mi colpì come uno schiaffo. Avvampai. «Sto studiando, non ho avuto tempo...» «Zitta.» Si voltò verso di me. Il suo viso era duro, severo. Ma nei suoi occhi grigi c'era quella scintilla che avevo imparato a conoscere in ascensore e in lavanderia. Quella fame predatoria. «Hai vent’anni. Sei una donna, o almeno dovresti esserlo. Ma guardati intorno. Questo posto è un insulto.» Fece un passo verso di me, costringendomi a indietreggiare fino a urtare l'armadio. «Hai bisogno che qualcuno ti insegni a tenere in ordine la tua vita. E non sto parlando del lavandino.»

Mi sentii piccola, esposta. E bagnata. Non per l'acqua della cucina. La vergogna di essere vista così, nella mia intimità sciatta, da un uomo così perfetto, era un afrodisiaco potente. «Mi dispiace,» pigolai. «Non ti dispiace abbastanza,» ribatté lui. «Spogliati.» Il comando arrivò secco, inappellabile. «Qui?» «Qui. In mezzo a questo schifo che chiami camera da letto. Voglio vedere se almeno il tuo corpo è più pulito della tua casa.»

Mi tolsi la maglietta extralarge con mani tremanti. Poi i pantaloni del pigiama. Rimasi in slip e reggiseno, quelli semplici di cotone che usavo per stare in casa, niente pizzo, niente seduzione. Gianfranco mi guardò, critico. «Togli tutto.» Quando fui completamente nuda, abbracciandomi le spalle per il freddo e per l'imbarazzo, lui si sedette sul bordo del mio letto sfatto. Non si era tolto nemmeno la polo. Era completamente vestito, scarpe comprese, seduto sulle mie lenzuola disordinate. Quell'immagine – le sue scarpe da strada sul mio tappetino, i suoi vestiti scuri contro il bianco grigiastro delle lenzuola – sanciva la sua invasione totale.

«Vieni qui,» ordinò, battendo la mano sulla sua coscia. Mi avvicinai. Mi prese per un polso e mi tirò giù, non in braccio, ma a pancia in giù sulle sue ginocchia. Sussultai. Era una posizione da bambina. Umiliante. «Hai bisogno di una lezione, Ylenia,» disse, la voce calma vicino al mio orecchio. «Forse se ti faccio ricordare chi comanda, la prossima volta troverò questa casa in ordine.»

La sua mano scese sul mio sedere nudo. Non fu una carezza. Fu uno sculaccione secco, sonoro. Gridai per la sorpresa più che per il dolore. «Questo è per i piatti sporchi,» disse. Un altro colpo. Più forte. La pelle mi bruciò istantaneamente. «Questo è per i vestiti a terra.» Mi stavo eccitando in modo vergognoso. La punizione, il suo controllo, il fatto di essere nuda e sculacciata come una bambina disubbidiente nel mio stesso appartamento... era troppo. Iniziai a gemere, muovendo il bacino contro le sue gambe di jeans ruvido.

«Ti piace?» ringhiò lui, sentendo la mia reazione. «Ti piace essere trattata come la ragazzina disordinata che sei?» Smise di colpirmi e affondò le mani nelle mie natiche, aprendole. «Girati. Mettiti sul letto.» Mi arrampicai sul materasso, gattonando tra le lenzuola attorcigliate. Gianfranco si alzò. Si sbottonò i pantaloni con calma, tirando fuori la sua erezione. Era pronto, duro, impaziente. Non si stese. Mi prese le caviglie e mi trascinò verso il bordo del letto, facendomi scivolare finché il mio sedere non fu sospeso nel vuoto, le gambe spalancate, offerte a lui che stava in piedi.

«Guardalo,» mi disse, indicando il soffitto con un cenno del mento mentre entrava dentro di me con una spinta unica, profonda, che mi fece inarcare la schiena e urlare. «Guarda quella ragnatela nell'angolo. La vedi?» Spingeva forte, sbattendo il bacino contro le mie natiche con un ritmo brutale. Il letto cigolava ritmicamente, un suono osceno nel silenzio del condominio. «La vedi?» ripeté, ansimando. «Sì... sì, la vedo!» gridai, aggrappandomi alle lenzuola sporche. «Brava. La prossima volta che vengo qui...» un'altra spinta, che mi toccò nel profondo, «...voglio che sia sparita.»

Fece l'amore – o meglio, fece sesso – con una foga che non aveva mai mostrato prima. Era come se il disordine intorno a noi avesse liberato una parte di lui più primitiva, più sporca. Godeva nel possedermi in quel caos, nel marchiare il territorio. Venne con un grugnito basso, svuotandosi dentro di me, mentre io tremavo, distrutta e appagata, con la testa che girava e il corpo che formicolava ovunque.

Si ritrasse e si ricompose immediatamente. Io rimasi lì, stesa di traverso sul letto sfatto, nuda, con le gambe a penzoloni, il respiro che tornava lentamente normale. Gianfranco andò in bagno. Sentii l'acqua scorrere (il lavandino funzionava, grazie a lui). Tornò nella stanza, asciugandosi le mani con un fazzoletto di carta che tirò fuori dalla tasca, rifiutandosi di usare i miei asciugamani. Recuperò la cassetta degli attrezzi dalla cucina. Si fermò sulla soglia della camera da letto. Io mi ero coperta alla meglio con il lenzuolo.

«Il flessibile è a posto,» disse, con il tono formale di un professionista che ha appena finito un lavoro. «Non ti chiedo soldi per il pezzo di ricambio.» Fece una pausa, guardandosi intorno un'ultima volta con disprezzo. «Ma se mi richiami, Ylenia... assicurati che ci sia ordine. O la punizione sarà molto più lunga.»

Uscì senza sbattere la porta. Sentii la serratura scattare. Mi lasciai ricadere sul cuscino, fissando quella maledetta ragnatela nell'angolo del soffitto. Sorrisi, un sorriso stanco e vizioso. Domani avrei pulito tutto. Da cima a fondo. Avrei reso questo appartamento un tempio. Perché non vedevo l'ora di invitarlo a sporcarlo di nuovo.
scritto il
2026-01-24
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