L'attimo in cui crolla il mondo

di
genere
poesie

Si tende come corda di violino
la linea tra ombelico e clitoride,
un diapason che vibra sottovuoto
prima ancora che le dita lo sfiorino.

Poi arriva – non come onda,
ma come frana che si stacca dalla montagna
lenta, inevitabile,
e quando cade non fa rumore:
inghiotte il suono stesso.

Le cosce tremano come ali di colibrì morente,
il ventre si fa caverna sacra
dove ogni muscolo si contrae
in un saluto antico,
in un "sì" ripetuto a ritmo di battito cardiaco impazzito.

La schiena si inarca
come se volesse lasciare il materasso per sempre,
le dita dei piedi si curvano verso l'indietro
quasi a cercare appiglio nel nulla,
mentre dentro
qualcosa si rompe e si ricompone contemporaneamente
in un'esplosione muta di luce liquida.

È il momento in cui il nome
diventa inutile
perché la bocca è aperta in un urlo che non esce,
solo aria spezzata,
solo "ah-ah-ah" che sembrano respiri rubati al tempo stesso.

E poi il contraccolpo:
un tremito lungo come un addio,
un pianto senza lacrime,
una risata muta che abita la gola.

Dopo
resta solo il pulsare sordo,
il ricordo bagnato sulle lenzuola,
e quella strana pace animale
di chi per qualche secondo
è stato dio
e se n'è dimenticato subito dopo.
scritto il
2026-01-15
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