La confessione di Maria - Capitolo 1: La Visitatrice Mattutina

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confessioni

Mi chiamo Alessandro. Per tutti sono Padre Alessandro, quarantacinque anni, una parrocchia di provincia e una reputazione inattaccabile. Ma la tonaca è solo lana. Sotto c'è un uomo che non tocca una donna da vent'anni e che si sveglia ogni mattina con un'erezione dolorosa che deve aspettare che passi pregando. Quella mattina di ottobre faceva freddo. La chiesa era gelida, l'impianto di riscaldamento era rotto da settimane. Erano le sette passate quando ho sentito i passi. Non serviva guardare: il ticchettio secco dei tacchi sul cotto lo riconoscevo subito.

Era Maria. Trentadue anni, vedova. Da quando suo marito era morto, due anni fa, veniva a messa quasi ogni giorno. Il lutto l'aveva spenta per i primi mesi, ma ora era tornata viva. Troppo viva per questo posto. Indossava un cappotto nero abbottonato male, come se fosse uscita di fretta. Sotto, intravedevo un vestito di maglina che le segnava i fianchi in modo impietoso. Si avvicinò al confessionale. Notai che aveva le mani arrossate dal freddo e il respiro corto, visibile nell'aria gelida della navata. «Padre... ho bisogno di confessarmi. Adesso.» Non era la voce devota di solito. Era agitata. Entrammo nel confessionale. L'odore di legno vecchio e polvere si mischiò subito al suo: non profumo costoso, ma l'odore acido e dolce di chi ha sudato, di chi non ha dormito.

«In nomine Patris...» attaccai, stanco. «Padre, ho peccato,» mi interruppe subito. «Stanotte. E stamattina, prima di venire qui. Non riuscivo a fermarmi.» Il silenzio che seguì fu pesante. Sentivo il fruscio dei suoi vestiti mentre si agitava sull'inginocchiatoio. «Cosa è successo, Maria?» chiesi, cercando di mantenere il tono distaccato, ma sentendo già il sangue scendere verso il basso ventre. «Mi sono toccata. Pensavo a un uomo che vedo ogni giorno ma che non posso avere.» Mi si seccò la gola. «Ho immaginato che fosse lui a toccarmi,» continuò, la voce che diventava un sussurro imbarazzato ma inarrestabile. «Ero nel letto... ho infilato le dita dentro... ero così bagnata che facevo rumore. Ho goduto, Padre. Ho goduto tanto e ho sporcato le lenzuola. E mi vergogno, ma se potessi, ora, ricomincerei.»

Non c'era poesia nelle sue parole. C'era la crudezza della solitudine. La mia erezione premeva contro i pantaloni ruvidi sotto la tonaca, facendomi quasi male. Immaginai le sue mani, quelle mani che vedevo ogni domenica prendere l'ostia, scivolare tra le sue cosce aperte nel buio della sua camera. «È un peccato della carne, Maria,» dissi. La mia voce uscì roca, per niente autorevole. «Lo so,» rispose lei. Poi ci fu un rumore, come se si stesse sistemando la gonna. «Ma la carne fa male, Padre. Brucia.» Vidi la sua mano appoggiarsi alla grata. Le unghie erano corte, non curate, ma le dita erano lunghe. Ebbi l'impulso folle di allungare la mia e toccarla, ma strinsi il pugno sulla stola viola finché le nocche non divennero bianche. «Recita tre Ave Maria,» dissi in fretta, volevo solo che uscisse prima che facessi qualcosa di stupido. «Va' in pace.»

Quando uscì, non mi guardò. Ma io guardai lei. Notai come camminava, rigida, come se avesse ancora addosso la tensione di quella notte insonne. Restai nel confessionale per dieci minuti buoni dopo che se ne fu andata, aspettando che il mio corpo si calmasse, sentendomi un ipocrita e un uomo da poco.

scritto il
2026-01-18
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